CARLO MARIA MARTINI
Cammino di riconciliazione
EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA
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Celebrare il sacramento della riconciliazione nella quaresima dell'anno
santo della redenzione |
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Contemplare il crocifisso. In pellegrinaggio a Roma con la diocesi |
Nell' anno liturgico la quaresima è, da sempre, un tempo forte di
rinnovamento per la chiesa intera, un grande ritiro a cui è chiamato tutto il
popolo di Dio.
La dimensione sociale del tempo quaresimale è chiaramente sottolineata dal
concilio Vaticano II: «La penitenza del tempo quaresimale non deve essere
soltanto interna e individuale ma anche esterna e sociale» (SC 110).
Tuttavia la quaresima 1984 riveste un valore particolare perché viene celebrata
nell' anno del giubileo che vuole essere soprattutto «un appello al pentimento
e alla conversione» (Giovanni Paolo II, Bolla di indizione dell'anno santo, n.
11).
Il 25 marzo 1983, il cardinale arcivescovo di Milano apriva l'anno giubilare
portando in processione la croce di s. Carlo Borromeo e, in quella occasione,
diceva tra l'altro: «Dopo 410 anni dall'evento del trasporto della croce da
parte di s. Carlo in una processione di penitenza, giunge a noi una voce che, di
fronte alle sofferenze della "grande città" che è il mondo, di
fronte alle divisioni che gridano il bisogno di riconciliazione e di salvezza,
di fronte alle miserie, alle sofferenze, alle disperazioni che chiamano la
redenzione, invita oggi noi tutti ad aprire le porte al Redentore.
È la voce di Giovanni Paolo II che, indicendo quest' anno del giubileo,
millenovecentocinquantesimo della istituzione dell' eucaristia, della morte in
croce di Gesù e della sua risurrezione, chiama ciascuno di noi ed ogni chiesa
locale, insieme con la chiesa di Roma, ad un cammino di
riconciliazione».
Questa quaresima diviene così un tempo privilegiato di grazia e di
riconciliazione.
È la chiesa intera che cammina verso la pasqua rivivendo in pienezza il mistero
della redenzione e ciascun fedele deve sentirsi solidale con tutta l'umanità
riscattata da Cristo.
Non ci può essere riconciliazione senza conversione. E la conversione dell'uomo
non è altro che un riprendere a seguire la voce del Signore: «10 sono il
Signore tuo Dio, non avrai altro Dio al di fuori di me» (cf. Es 20,2).
Siamo peccatori tutte le volte che la voce del mondo, la voce di tutto ciò che
non è Dio, diventa il nostro cammino. Nella conversione tutte queste voci
vengono abbandonate e la voce di Dio ritorna ad essere la nostra strada.
La conversione non è quindi un semplice rinnovo interiore dell'uomo: è un
atteggiamento nei riguardi di Dio che coinvolge il cuore, la mente e la vita.
Riprendendo l'ascolto del Signore, il dialogo con lui, noi possiamo
riconciliarci con i fratelli.
La conversione però non si compie una volta per sempre. È un cammino lungo,
lento, paziente, fatto di umiltà, di amore, di compunzione. Un cammino che si
fa nella e con la chiesa, attraverso l'ascolto della Parola, la preghiera, la
penitenza, soprattutto attraverso i sacramenti.
Per questo riteniamo utile pubblicare alcune parole pronunciate dal cardo
Martini, a partire dal maggio scorso, in varie occasioni.
In esse ciascuno di noi può trovare un prezioso aiuto per riflettere sul
proprio cammino di conversione, per interrogarsi su come viviamo i sacramenti
che la redenzione di Gesù ci ha donato, specialmente l'eucaristia e la
riconciliazione, seguendo le orme dei santi: da Paolo ad Ambrogio a Carlo.
Saremo così guidati dal nostro arcivescovo nella salita verso la pasqua del
Signore. e.d.
CELEBRARE IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE
NELLA QUARESIMA
DELL'ANNO SANTO DELLA REDENZIONE
Lettera alla diocesi
1. Si apre in questi giorni il tempo
di grazia della quaresima; ci incamminiamo insieme verso la pasqua del Signore,
mistero di morte e di risurrezione. Riprendo il dialogo con tutti voi per
proporvi alcune riflessioni e per segnalare l'importanza di alcuni precisi
impegni.
Vorrei rifarmi, in particolare, a quanto dicevo nella lettera «A un mese dal
sinodo» dello scorso dicembre. Nell'esortarvi ad accogliere il messaggio del
sinodo 1983 perché esso entri «a pieno titolo nella storia del cammino
pastorale della chiesa che è in Milano», preannunciavo una prima tappa di
applicazione: «Mi propongo - scrivevo - di ritornare sul tema del sacramento
della riconciliazione in occasione della prossima quaresima», così da aiutare
la pratica accoglienza della scelta sinodale «di risignificare il valore e
l'importanza del sacramento della penitenza attraverso il proseguimento di una
capillare azione di rinnovamento della prassi pastorale e della mentalità
teologica che la ispira».
Una seconda ragione mi spinge a rivolgermi a tutti voi: vivremo nelle prossime
settimane la fase conclusiva dell'anno santo straordinario della redenzione. Mi
pare importante riprendere il richiamo che Giovanni Paolo II rivolgeva nella
lettera per il giovedì santo del 1983. Egli invitava «l'intera comunità del
popolo di Dio a rinnovare la coscienza della redenzione mediante una singolare
intensità della remissione e del perdono dei peccati» e chiedeva ai sacerdoti
di «rendersi particolarmente consapevoli di essere al servizio di tale
riconciliazione con Dio» perché «servi e amministratori di questo sacramento,
in cui la redenzione si manifesta e realizza come perdono, come remissione dei
peccati» (n. 3).
Il mio dialogo con voi intende riferirsi pertanto alla celebrazione del
sacramento della riconciliazione nella quaresima dell'anno santo della
redenzione.
I. QUARESIMA CAMMINO DI CONVERSIONE
2. La liturgia quaresimale si
compone di valori che, nel loro insieme, sollecitano e illuminano lo svolgersi
di un cammino di conversione. Accompagnare il Signore nel suo «salire verso
Gerusalemme»significa rinnovare la scelta di comunione al suo mistero di morte
e risurrezione che trova nell'abbandono di fede al Padre e nel servizio di
carità ai fratelli le sue espressioni più autentiche. Il nutrimento della
Parola - «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla
bocca di Dio» ripete il brano programmatico del vangelo di Matteo alla prima
domenica - illumina la direzione dell'itinerario spirituale dei credenti,
rivelando la durezza del nostro cuore e la lontananza di tanti dei nostri
atteggiamenti dai pensieri di Dio.
I molti richiami della liturgia quaresimale al battesimo costituiscono un invito
a rinnovare l'alleanza con Dio e ad intraprendere il sentiero che ci fa
autenticamente discepoli di Gesù. Infine, le ricorrenti sottolineature della
nostra fragilità e della situazione di peccato in cui viviamo nel mondo
chiedono di avere accoglienza nei segni della penitenza che manifesta un cuore
consapevole del proprio sbaglio e della propria povertà ma, nello stesso tempo,
fiducioso nella misericordia del Signore.
3. Ognuno dei quaranta giorni
quaresimali porta dentro di sé questi messaggi. Nelle forme della tradizione
liturgica ambrosiana - il messale, il lezionario festivo e feriale, la liturgia
delle ore - essi vanno anzi assumendo una eco particolarmente profonda. Facciamo
sì che il pregare come singoli e come comunità nelle celebrazioni liturgiche
trasformi il nostro cuore e ci indichi i segni di una vera conversione. Sarà
importante, per questo, che le comunità si confrontino da vicino con le
infinite forme di peccato presenti al loro interno e nel mondo circostante; esse
dividono e scardinano i rapporti, generano freddezza e abitudine, riducono Dio a
qualcosa di generico e di lontano, coltivano la schiavitù per tanti idoli
passeggeri che non sapranno mai riempire il cuore e svelare il senso vero
dell'esistenza.
Quali segni di conversione ci chiede la quaresima di quest'anno? Ad ognuno -
singolo, gruppo, comunità - l'impegno di una risposta che darà verità al
nostro itinerario di popolo di penitenti incamminato verso la pasqua.
4. La scelta di dedicare un'attenzione specifica alla celebrazione pasquale del sacramento della riconciliazione si colloca quindi in un quadro di valori e di attese assai vasto ed esigente. Diventarne tutti più consapevoli significa anche credere a quel messaggio del sino do che sintetizzavo con queste parole nella lettera di dicembre: «Illuminare l'evento di grazia celebrato nel sacramento della penitenza ponendo lo in continuità tra il cammino di conversione della rigenerazione battesimale e la piena comunione significata e realizzata dalla cena eucaristica»(II,3).
5. Per facilitare l'attuazione pastorale di questi orientamenti e, nello stesso tempo, per impegnarci in un comune cammino penitenziale come comunità diocesana chiedo la fedeltà a questi punti:
- Ogni comunità celebri comunitariamente un «ingresso in penitenza» che esprima la volontà di intraprendere insieme un itinerario di conversione; questo potrà avvenire con una celebrazione apposita per la liturgia delle ceneri o con una celebrazione penitenziale da situare comunque all'interno della prima settimana.
- Ogni venerdì veda lo svolgersi di una celebrazione penitenziale comunitaria che aiuti il realizzarsi di un concreto itinerario di conversione; sarà questo, tra l'altro, un modo per valorizzare il senso della aliturgicità del venerdì di quaresima nella tradizione della nostra liturgia.
- L'ordinata e tempestiva programmazione dei tempi della celebrazione sacramentale della riconciliazione in occasione della pasqua conclusiva dell'itinerario di conversione; sarà da prevedere, in particolare, la celebrazione in forma comunitaria del sacramento con la confessione individuale (durante la celebrazione stessa o nei giorni successivi, conclusa poi dal rendimento di grazie).
Ho chiesto agli uffici competenti la preparazione di un sussidio che faciliti la realizzazione di questi momenti.
II. CELEBRARE IL SACRAMENTO DELLA
RICONCILIAZIONE
SIGNIFICA DARE VERITÀ AL CAMMINO QUARESIMALE
6. Compresa in questo modo, la
celebrazione sacramentale della riconciliazione nel tempo liturgico che prepara
alla pasqua rivela tutta la sua «verità»; essa non appare infatti soltanto
come momento importante in se stesso, ma come fatto che esprime e realizza
l'impegno di conversione che la liturgia continuamente ripropone come anima di
tutto l'itinerario quaresimale.
Anche a questo livello possiamo ritrovare una grande sintonia tra l'impegno
pastorale che ci proponiamo per la prossima quaresima e uno dei messaggi
fondamentali del sinodo. Dedicare infatti una grande attenzione all'itinerario
spirituale del penitente significa raccogliere l'invito del sino do «risuonato
frequentemente... a percorrere con lucidità e coraggio tutti i sentieri che
possono far ritrovare l'unità al cuore dell'uomo spesso smarrito e diviso e
alla società ferita da drammatiche divisioni».
È impegno vasto, che deve coinvolgere tutte le risorse della fede e della
carità: «Come aiutare l'uomo a riconoscere nella verità il proprio volto
sfigurato o rattristato e il volto paterno di Dio che lo cerca? Come dare un
nome e un giudizio alle proprie scelte sbagliate, alle proprie azioni scorrette
e a ciò che di negativo ciascuno coltiva nel cuore?
Il compito pastorale della chiesa rispetto al peccato è di vasta portata.
Chiede l'impegno a liberare la libertà dell' «uomo dai mille condizionamenti
che la imprigionano; chiede di ridire continuamente l'evangelo di un Dio che è
giudice della storia e padre di tutti; chiede di esprimere con maggiore evidenza
gli aspetti positivi e costruttivi delle esigenze morali annunciate da Gesù e
accolte nella tradizione viva della chiesa» (A un mese dal Sinodo II,2).
7. Acquista pertanto grande
importanza l'impegno pastorale che aiuti il penitente - singolo e comunità - a
vivere l'esperienza spirituale implicata nell'itinerario di conversione che
conduce alla celebrazione sacramentale della riconciliazione.
In particolare, vorrei richiamare tutti: - siamo penitenti tutti, bisognosi di
redenzione - a coltivare alcuni valori e ad educarsi ad alcuni atteggiamenti
veramente fondamentali nel cammino di conversione.
Penso, anzitutto, alla disponibilità a far giudicare la propria vita dalla
parola di Dio: non siamo noi arbitri e giudici ultimi o inappellabili del nostro
vivere. La fede comporta questo lasciarsi normare dalla Parola, ed impegna ad
una lettura di noi stessi e delle nostre azioni che si ispiri da vicino ai
criteri evangelici. L'esperienza spirituale del penitente richiede inoltre una
rinnovata scelta di mettersi alla sequela di Gesù; il desiderio di una maggiore
fedeltà al Maestro e di una scelta più coerente che ci ponga nella scia dei
sentieri da lui percorsi costituisce, in qualche modo, l'anima di un itinerario
di conversione.
Infine, il desiderio di vivere in pienezza la comunione con Dio e con i
fratelli; il peccato infrange o in qualche modo scalfisce questa comunione, la
rende meno trasparente e vera; il cuore di un convertito deve imparare a
riamarla in modo più profondo.
8. Questo mio invito a vivere la
riconciliazione sacramentale in occasione della pasqua può raggi ungervi
all'interno di situazioni molto diverse. Non parlo tanto delle differenze di
ambiente, di professione, di età; penso piuttosto alla diversità di situazioni
«spirituali».
C'è tra noi chi ha rotto in modo grave l'alleanza battesimale; deve decidere un
ritorno vero al Signore, nel segno di un cuore pentito e desideroso di perdono e
di novità di vita.
C'è chi sta vivendo magari da indifferente o da distratto la propria fede; il
cuore è altrove, soltanto nelle cose magari, e per Dio non c'è spazio né
desiderio di ricerca; conversione significherà allora decisione di uscire da
questo grigiore per rimettersi in cammino ed accettare di avere un rapporto vero
e personale con il Signore.
C'è chi sta camminando nella fede, da tempo magari; il cammino penitenziale
verso la pasqua lo aiuta allora a riconfermare delle scelte, a purificarsi dai
segni di una fragilità che si manifesta in tante forme, a meglio comprendere il
disegno di Dio sulla sua vita.
9. C'è qualcosa di grande in tutto
questo, meritevole d'essere vissuto in pienezza.
Se nelle mie parole tutti - i singoli e le comunità - vediamo l'invito a
entrare nel vivo di noi stessi, delle nostre scelte, del nostro modo di porci di
fronte a problemi, situazioni, ambienti, l'itinerario spirituale di conversione
potrà trasformarsi in qualcosa che ha un'enorme rilevanza sotto il profilo
personale e sociale.
Il sino do ha espresso in più modi questa convinzione della pratica incidenza
tra cammino di conversione e autentica testimonianza di riconciliazione:
«.. .dovremo farci attenti a riscattare la celebrazione della penitenza dal
rischio della pratica insignificanza - radice non secondaria della sua crisi -
in cui spesso viene posta... Occorre far emergere con maggiore evidenza la
connessione tra la richiesta di confessarsi e l'impegno di superare le
divisioni, all'interno di se stessi, nel rapporto con gli altri e con la
società» (A un mese dal Sinodo II,3).
III. MINISTRI DEL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE
10. Il dialogo che vi sto proponendo
coinvolge tutti, pastori e fedeli, in quanto penitenti. È vero, d'altra parte,
che per coloro che hanno il compito di ministri della riconciliazione in virtù
dell'imposizione delle mani loro conferita nell'ordinazione sacramentale, questa
riflessione sull'itinerario penitenziale conferisce nuove prospettive al modo di
intendere l'esercizio del ministero della misericordia. Dedico particolarmente a
loro quest'ultimo scorcio della mia lettera.
Vorrei incoraggiare a vivere e a gustare quel momento così qualificante del
ministero qual è quello che si esprime nella celebrazione sacramentale della
riconciliazione; nonostante la fatica e l'impegno che esso comporta, il ruolo di
ministri della misericordia va vissuto con gioia, e con un sentimento di
profonda gratitudine a colui che dives in misericordia ci fa degni
d'essere tramite del suo amore verso i peccatori.
11. Situare la riflessione relativa
al ministero della penitenza alla luce delle considerazioni fatte
precedentemente, significa essere aiutati a comprendere quali valori e
atteggiamenti debbono accompagnarci nell'interpretarlo. Siamo chiamati anzitutto
- quando ascoltiamo il penitente nel dialogo personale o quando aiutiamo la
comunità a rileggere la propria vita nelle celebrazioni in forma comunitaria -
a rendere familiare il rimando a quella Parola che giudica e che illumina, che
discerne e guarisce; in questo modo e per questa ragione diventiamo «guida»
dei nostri fratelli.
Sarà importante conseguentemente manifestare l'atteggiamento fraterno proprio
di chi ascolta e incoraggia; occorrerà anche richiamare ed educare agli
autentici atteggiamenti religiosi, così come si renderà necessario lo sforzo
di suggerire il sentiero di una conversione fatta di passi veri e di apertura
alle scelte ispirate al vangelo.
A volte non è facile interpretare il momento di vita di un fratello perché non
sempre ci appaiono chiari i perché e le cause di alcuni comportamenti. Vi
invito tuttavia a non vivere mai con angoscia questa difficoltà. In ogni
occasione è sempre possibile porsi questa domanda: questo fratello o questa
sorella che passo potrebbe fare oggi? Anche se piccolo, uno spiraglio si aprirà
sempre; e sarà l'avvio per un cammino che riprende, un modo cioè con cui il
penitente non si sente condannato a rimanere nella sua situazione, ma esortato
ad affidarsi a colui che gli dà forza.
12. Potrà essere utile, al
riguardo, ridare attenzione a quanto ebbi occasione di dire in varie circostanze
circa il colloquio personale all'interno della celebrazione sacramentale della
penitenza. Dovremmo aiutare dapprima l'esprimersi di una confessio laudis
che dà voce di ringraziamento a chi avverte di esser stato in tanti modi
sorretto, visitato da Dio.
Seguirà la confessio vitae, non intesa soltanto come elenco dei peccati
commessi, ma anche come individuazione delle loro radici profonde che consenta
poi di contrapporsi ad essi in maniera efficace.
Diverrà conseguente allora la confessio fidei, il chiedere a Dio di
essere purificati nella radice dei propri peccati, di essere medicati nelle
forze oscure che non controlliamo e da cui derivano tanti atteggiamenti
sbagliati; il chiedere che venga tolto il peso dei peccati passati, che genera
scoraggiamenti, forme di depressione, di aridità, di stanchezza. Occorre
insistere in questa preghiera: essa viene coronata dall'imposizione delle mani e
dall'assoluzione sacramentale che assicura che non si è soli coi propri
propositi, ma che lo Spirito santo, mandato dal Risorto per la remissione dei
peccati, rinnova interiormente e guida nel cammino.
CONCLUSIONE
13. L'augurio di buon cammino
quaresimale che formulo a ciascuno e ad ogni comunità al termine di queste
riflessioni si carica quindi di richiami importanti. Diviene anzi preghiera, da
affidare al Padre nel nome di Cristo Signore che la
liturgia della prima. domenica ci presenta come vincitore della tentazione, nel
tempo del deserto.
Il vangelo di misericordia e di riconciliazione penetri nel cuore di tutti noi e
nella vita delle comunità dentro cui viviamo. Aiuti l'esprimersi di una
testimonianza vera di fede che dica nei fatti che la parola del Signore è
operatrice di pace e di mitezza. Alimenti la volontà di carità e di servizio
nella vita delle nostre chiese e ci renda capaci di operare con speranza in un
mondo tanto diviso come il nostro e tra gli uomini del nostro tempo che sembrano
spesso vivere così lontani da Dio e indifferenti ai loro fratelli.
Ripartiti da Emmaus - come ci ricorda la lettera pastorale di quest'anno -
andiamo verso Gerusalemme per celebrare ed annunziare, con il cuore
riconciliato, che il Signore è morto e risorto!
Lettera alla diocesi per la quaresima 1984
L'ATTEGGIAMENTO EUCARISTICO
Meditazione al clero piemontese
Carissimi confratelli, voi siete venuti a Milano per celebrare
una giornata di adorazione in occasione del congresso eucaristico nazionale e
avete desiderato riunirvi in questa basilica di s. Ambrogio, che fu maestro
della Parola e dell'eucaristia.
La città e la diocesi vi accolgono a cuore e braccia aperte!
Preghiamo la Madonna della Consolata, preghiamo i nostri santi chiedendo loro di
aiutarci a cogliere il senso delle parole della Scrittura che abbiamo ascoltato.
Vogliamo, infatti, riflettere insieme sul c. 11, 27-31 della prima lettera ai
Corinti e lo faremo con il metodo classico, tradizionale, usato anche da s.
Ambrogio, della lectio: leggere e rileggere il testo per individuarne gli
elementi portanti.
Dopo la lectio passeremo alla meditatio, alla riflessione sui valori del brano
in modo da avviarci, infine, alla contemplatio, all'adorazione personale
che ciascuno farà del mistero di Cristo presente nella Scrittura ed ugualmente
presente nell'eucaristia.
LECTIO 1 Cor 11,27-31
Con la lectio dobbiamo cercare di capire come il brano si
colloca nel contesto, che cosa ci dice e quali siano le sue fasi successive.
Il contesto immediato è quello della seconda parte della prima lettera ai
Corinti là dove l'apostolo parla dell'incompatibilità tra la celebrazione
dell'eucaristia e le divisioni della comunità. Ricorda, poi, la tradizione
antica, che lui stesso ha ricevuto, su come Gesù ha istituito l'eucaristia, per
concludere con le parole che abbiamo ascoltato.
Il contesto più ampio parte dalla riflessione del c. 10 sull'antico testamento:
ci sono un cibo e una bevanda spirituale che hanno nutrito Israele e c'è
continuità tra quel cibo e quella bevanda e ciò che nutre la chiesa oggi e la
fa un unico corpo. L'idea di corpo eucaristico, di corpo della chiesa è,
dunque, già dominante nel capitolo che precede il nostro e continuerà ad
esserlo nei capitoli 12, 13 e 14 in cui Paolo parla dei carismi e delle diverse
funzioni nel corpo.
Elementi portanti del testo
Nella sua struttura immediata il brano è un breve discorso
persuasivo che comprende, innanzitutto, un'affermazione fondamentale: «chiunque
in modo indegno mangia il pane e beve il calice del Signore, sarà reo del corpo
e del sangue del Signore». All'affermazione segue un'esortazione: «Ciascuno
pertanto esamini se stesso». E spiega: «perché chi mangia e beve senza
riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna». La
spiegazione è rinforzata da un esempio: «È per questo (perché non vi
esaminate) che tra voi ci sono molti ammalati e infermi...».
Dopo l'esempio c'è l'esortazione finale: «Se però ci esaminassimo
attentamente... non saremmo giudicati». La conclusione è una parola di
misericordia: se però «siamo giudicati dal Signore» è perché «veniamo
ammoniti» e ci correggiamo «per non essere condannati insieme con questo
mondo».
Questa breve pericope sottolinea dei temi che sono ricorrenti: è un vocabolario
tipico, quasi processuale, da tribunale.
Le parole che strutturano il brano sono tre: indegnamente («chiunque in modo
indegno mangia il pane o beve il calice»), responsabili («sarà reo del corpo
e del sangue»), esaminarsi («ciascuno si esamini per non essere giudicato»).
Attorno a queste parole ruota tutto il brano. Prima, però, di chiederci cosa
vogliono dire e come noi le intendiamo solitamente, vorrei fare una riflessione
più generale.
Serietà dell' eucaristia
Non è facile richiamare esattamente le circostanze del modo
scorretto di celebrare l'eucaristia a Corinto perché non risultano del tutto
chiare dalla descrizione. Paolo stesso dice: «le altre cose le sistemerò alla
mia venuta» e non ci dà quindi il quadro completo delle scorrettezze
liturgiche o cultuali della comunità.
Tuttavia, qualunque sia l'interpretazione immediata che possiamo dare alle
singole parole, ciò che risalta è la grande serietà con cui l'apostolo
considera l'eucaristia, la grande serietà dell'atto di mangiare il pane e di
bere il calice. Dal suo modo di esprimersi, non sempre facile da comprendersi,
ci rendiamo conto della sua consapevolezza profonda che l'azione del mangiare
«questo pane» e del bere «questo calice» coinvolge l'intera vita dell'uomo.
La sua vita fisica che può venire soggetta a malattia o a morte; la sua vita
morale perché può renderlo indegno, colpevole; la sua vita spirituale che si
espone alla condanna. Qui possiamo cogliere anche l'aspetto positivo di ciò che
viene deprecato come conseguenza della superficialità di fronte all'eucaristia.
Il mangiare questo pane e il bere questo calice è azione che coinvolge la vita
e la morte dell'uomo, perché lo lega al destino supremo di Gesù: alla sua
vita, alla sua morte, al suo ritorno. L'apostolo cerca di dire alla sua
comunità: Guardate che ciò che fate coinvolge responsabilmente la vostra vita
e rischia di coinvolgerla irreparabilmente se lo fate con leggerezza.
La pericope, dunque, è un'appassionata esortazione fondamentale: non si tratta
di prescrivere l'una o l'altra finezza liturgica, di dare qualche ritocco di
maggiore armonia, si tratta di vita o di morte per l'uomo e per la comunità.
Siamo così di fronte alla serietà delle parole di Paolo e alle domande che
propongono: anche noi dobbiamo essere pieni di timore perché ogni giorno
mangiamo quel pane e beviamo quel calice e corriamo, quindi, quotidianamente il
rischio di mangiare e bere la nostra condanna.
La nostra lectio comincia, allora, a farsi riflessione e preghiera: «O Signore,
donaci di comprendere che cosa intende l'apostolo Paolo quando parla di
indegnità, cosa vuol dire essere degni di questo pane, quale atteggiamento
vuole suscitare in noi parlando della serietà nell'accostarsi al pane e al vino
dell' eucaristia».
MEDITATIO
Per riflettere su che cosa sia l'indegnità di cui parla il testo, possiamo partire da una testimonianza che ci rivela quanto sia ancora viva, in alcune comunità cristiane, l'esperienza dell'indegnità rispetto all'eucaristia. In un incontro ecumenico, tenuto poco tempo fa a Milano in preparazione al congresso eucaristico, un pastore protestante ha raccontato: «Anni fa in Scozia - ma la stessa consuetudine si ritrova in numerosi paesi di tradizione protestante - ho potuto constatare che quando c'è il culto con la cena del Signore, il culto si conclude con la benedizione prima della cena. Le persone che non si sentono di partecipare all'eucaristia si alzano e se ne vanno, ed è un grande numero. Quest'abitudine è sconosciuta alle chiese italiane protestanti: addirittura, però, in alcune chiese nel nord della Scozia, ho constatato con perplessità come solo un piccolissimo numero di persone avesse fatto la confermazione, cioè l'ammissione all'eucaristia». Tutti ricevono il battesimo, ma solo alcuni accedono alla confermazione che segna la capacità di essere ammessi all'eucaristia. «Per contro, un enorme numero di persone, vivamente cosciente della propria indegnità, non era entrato a far parte della comunità. Solo un piccolissimo gruppo, per lo più persone anziane, osava di quando in quando farsi ammettere alla cena, aggiungendosi così ai pochi degni».
I diversi significati dell'indegnità eucaristica
Questo modo di esprimere la degnità o l'indegnità non è
molto lontano dalla nostra esperienza: ricordo che una volta, durante una
grandissima celebrazione liturgica in un monastero del monte Athos, si accostò
alla comunione, con mia sorpresa, soltanto un eremita che stava tutta la
settimana solo sulla montagna a pregare. E in alcuni nostri paesi ci sono ancora
persone che, non ritenendosi degne, si accostano all'eucaristia una sola volta
all'anno: è la tradizione degli anziani, soprattutto uomini ed è probabilmente
la conseguenza di un certo modo di intendere l'indegnità dell'uomo rispetto
all'eucaristia. Sappiamo, d'altra parte, che oggi nelle nostre comunità la
situazione si è praticamente capovolta perché sono moltissimi coloro che fanno
la comunione senza essersi confessati. Dobbiamo allora dire che nella chiesa si
verificano oscillazioni, modi svariati di intendere la degnità e l'indegnità:
il problema, profondamente radicato nel cuore della comunità cristiana, si
esprime in esperienze molteplici che danno poi luogo a forme sociologiche
diverse.
S. Paolo pone con grande crudezza la serietà del problema sottolineando che
l'eucaristia non è un gesto cultuale che va da sé. È la prima riflessione che
possiamo fare: l'eucaristia non si offre indifferentemente a chiunque.
Ci sono stati dei secoli che hanno posto l'accento sulla indegnità cultuale
propriamente detta, addirittura su forme di impurità fisica che impedivano di
accedere all'eucaristia. Oggi, giustamente, noi sottolineiamo di più il tema
della indegnità morale, che tocca il fondo della coscienza e siamo soliti
definirla come «peccati» che gravano su di noi e dai quali dobbiamo
purificarci. In questo modo interpretiamo, quasi istintivamente, il testo di
Paolo: quando ci sono divisioni nella comunità non si è degni di fare
eucaristia. Viene subito alla mente l'ammonizione evangelica: «Quando presenti
la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro
di te, deponi la tua offerta davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con
il tuo fratello» (Mt 5,23-24).
Un altro accento che istintivamente cogliamo nel brano, è, soprattutto oggi, la
divisione stigmatizzata tra ricchi e poveri, ubriachi e affamati, che rende
indegni di ricevere il corpo del Signore.
E c'è pure l'indicazione del non sapersi aspettare, del non sapersi accogliere.
Anche questa è una colpa.
Noi, quindi, alla domanda in che cosa consiste questa indegnità rispondiamo che
è un'indegnità morale, un comportamento contrastante con il significato
dell'eucaristia che è comunione, amore, unità. L'indegnità è, in concreto,
divisione nella comunità, divisione tra ricchi e poveri, contrasti anche
esteriori, tutti segni che la comunità non ha come centro l'eucaristia, ma che
ne fa pretesto per altre cose.
L'indegnità radicale è l'autosufficienza
Vorrei porre tuttavia un'ulteriore domanda: se si tratta solo
di questo, perché l'apostolo non dice queste cose? Evidentemente le suppone,
però la sua insistenza è un'altra: esaminatevi, giudicatevi, chi non si
esamina e non si giudica si accosta indegnamente.
In realtà, la risposta che Paolo dà non è quella che noi abbiamo presupposto
dal contesto: chi si accosta con cuore diviso non è degno. Dice piuttosto: non
è degno chi non si giudica, chi non si esamina.
È degno, solo chi prova se stesso, chi esamina se stesso.
Il testo, ritornando continuamente su questo concetto, ci fa sottolineare
l'aspetto che, a prima vista, forse troppo concentrati sul contesto generale,
non riusciamo a cogliere: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso... perché se
no mangia la propria condanna... Se però ci esaminassimo... non saremmo
giudicati». La prima indegnità radicale è quella di non giudicarsi, di non
discernere; potremmo dire, con parole che sembrano insufficienti, ma che hanno
un significato molto grave, è la disattenzione, la superficialità da cui
discende un modo ovvio, evidente di {'rendere tutto così come viene, quasi
fosse dovuto. E il senso di autosufficienza.
È l'autosufficienza che caratterizza alcuni della comunità di Corinto, che
mangiavano e bevevano allegramente perché il dono eucaristico era per loro
qualcosa di logico, di dovuto, qualcosa che uno si aspetta e su cui non discute.
Il peccato fondamentale che va combattuto, perché distruttivo dell'eucaristia,
perché è come un tarlo che rode lo stile eucaristico della comunità, è la
pretesa di ovvietà. Ed è la stessa che abbiamo rispetto alla parola di Dio,
Parola che già crediamo di sapere, di conoscere, di aver sentito tante volte.
L'atteggiamento eucaristico
L'atteggiamento che Paolo chiede, dunque, è quello di
giudicarci e, paradossalmente, di ritenerci indegni: la vera indegnità è di
ritenersi degni, di ridurre il dono a dovuto, la grazia a debito, l'amore a
calcolo. Quando noi giungiamo a questo, ci accorgiamo che siamo lontanissimi
dall'atteggiamento eucaristico che dovrebbe avere l'uomo. Quello, per esempio,
di Elisabetta: «Chi sono io perché la madre del mio Signore venga a me?».
Quello di Maria che si «turbò» alle parole dell'angelo, perché non le erano
dovute. Quello del centurione - che la chiesa ci ricorda ogni volta che
riceviamo la comunione -: «Signore, io non sono degno che tu venga nella mia
casa»; il centurione era stato lodato dai farisei, era un notabile che aveva
fatto grandi beneficenze, che poteva ritenersi «degno», eppure afferma di non
esserlo. L'atteggiamento eucaristico è quello di Isaia: «Ohimé, uomo dalle
labbra impure io sono e sto vedendo la Gloria del Dio vivente». È
l'atteggiamento di Giovanni il Battista: «Non sono degno di sciogliere il
legame dei suoi sandali»; è quello del pubblicano: «Signore, abbi pietà di
me peccatore».
L'indegnità eucaristica, invece, è espressa chiaramente dal fariseo: «Ti
ringrazio, Signore, che non sono come gli altri uomini: adulteri, ladri...», ti
ringrazio perché sono a posto, sono tranquillo con la mia coscienza e, perciò,
ho diritto al tuo dono.
Mi permetto di citare qui ancora una frase del pastore protestante nella sua
riflessione ecumenica sull'eucaristia: «Mangia e beve indegnamente colui che si
avvicina alla mensa del Signore senza essere affamato e assetato del perdono di
Cristo; mangia e beve indegnamente colui che non riconosce come intorno a questa
mensa si forma e si aduna il popolo nuovo di Cristo; mangia e beve indegnamente
colui che, sicuro della propria degnità, si crede abbastanza in regola con Dio
e con gli uomini da potersi avvicinare a quella mensa. È una sorta di
paradosso, un rovesciamento del comune modo di pensare».
La presunzione di credersi degni dell'eucaristia apre la porta ad una
sufficienza che rende l'eucaristia poco efficace, perché non la si vede più
come dono incredibile, infinitamente grande e immenso di Dio di fronte al quale
dobbiamo sempre cadere in riconoscente adorazione.
VERSO L'ADORAZIONE EUCARISTICA
Che cosa può essere la contemplazione eucaristica,
l'adorazione su cui abbiamo concentrato tanto del nostro impegno in questi
giorni celebrativi del congresso? Che cosa vuole essere quest'adorazione
eucaristica che talvolta non comprendiamo bene?
Vuole essere la coltivazione di un atteggiamento stupito di fronte al Cristo che
dà la sua vita per noi, di fronte al suo amore infinito di cui siamo indegni e
che pure ci coglie con infinita misericordia nella nostra povertà. L'adorazione
eucaristica è cultura nel senso più profondo.
Quando si parla di cultura e di ciò che è premessa necessaria della cultura,
si parla di coltivare alcuni atteggiamenti di fondo senza i quali nessuna
cultura è reale e penetrante. L'adorazione è, propriamente, coltivazione dei
sentimenti di umiltà, povertà, riconoscenza e perciò di eucaristia, di
ringraziamento ammirato e pieno di stupore di fronte al dono di Dio.
Questi sentimenti, coltivati nell'adorazione, ci fanno vivere pienamente anche
la messa e la comunione eucaristica. Allargando il discorso vorrei dire che
l'atteggiamento di adorazione è importante non soltanto perché l'eucaristia
abbia la sua forza in noi, ma pure perché la Parola abbia la sua forza in noi.
La Parola è un dono che comprende l'imprevedibilità appassionata di Dio e che
sempre ei coglie nella nostra sprovvedutezza. Soltanto così si rivela come
parola vivente, che ha da direi qualcosa di nuovo che non conosciamo ancora, se
ci mettiamo di fronte ad essa in reale ascolto.
Infine, l'atteggiamento di indegnità verso l'eucaristia, di indegnità e di
ascolto verso la Parola, noi dobbiamo esprimerlo verso la preghiera perché
anch'essa è un dono. Mi scriveva un giovane: «Confesso con vergogna che non so
pregare». Ma è chiaro che non sappiamo pregare: l'importante è partire dal
riconoscimento di non sapere pregare e non ei può essere vergogna nel dirlo,
proprio perché la preghiera non fluisce in noi perché ci mettiamo a farla come
se sapessimo pregare, come se ci fosse dovuta per l'esperienza che ne abbiamo ed
allora, giustamente, cadiamo nella tristezza o nell'aridità.
Chiediamo alla Madonna e ai nostri santi di farei comprendere la vera dignità di fronte all'eucaristia, quella che consiste nel ritenersi indegni. Chiediamo che attraverso l'adorazione eucaristica che stiamo per fare, tutti noi, come comunità cristiana, sentiamo la sua forza trasformante. Noi siamo deboli o malati o assenti o mancanti, come comunità cristiana, ma il miracolo dell' eucaristia può nuovamente e sempre farei rivivere.
Meditazione al clero piemontese Basilica di s. Ambrogio
18 maggio 1983
Settimana del congresso eucaristico nazionale