PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
Cammino di riconciliazione

EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA

Celebrare il sacramento della riconciliazione nella quaresima dell'anno santo della redenzione
- Lettera alla diocesi per la quaresima 1984.

L'atteggiamento eucaristico
- Meditazione al clero piemontese.

Contemplare il crocifisso. In pellegrinaggio a Roma con la diocesi
- Omelia in s. Giovanni in Laterano.
- Omelia in s. Paolo fuori le mura.

A un mese dal sinodo
- Lettera alla diocesi.
Le lacrime di sant'Ambrogio
- Omelia per la solennità di s. Ambrogio.

CONTEMPLARE IL CROCIFISSO

In pellegrinaggio a Roma con la diocesi

I. Carissimi pellegrini ambrosiani, rinnovo prima di tutto il mio saluto più cordiale a voi che siete venuti con me per visitare il papa, per prendere l'indulgenza del giubileo, per iniziare solennemente a Roma, nella festa di san Carlo Borromeo, l'anno commemorativo del 4° centenario della morte del nostro grande vescovo.
Saluto e ringrazio tutti voi perché avete accolto l'invito del pellegrinaggio dio ce sano e vi siete sobbarcati a non poche fatiche. Penso, in particolare, allo sforzo e all'impegno di tutti i vescovi, dei vicari e delegati episcopali, dei sacerdoti che con celebrano con me; penso ai malati che sono qui con noi; penso ai giovani che, dopo la preghiera di ieri sera in duomo, hanno passato la notte in treno, insieme a me, e in treno ritorneranno a Milano questa notte.
C'è poi la fatica di stare in piedi adesso, pur essendo la chiesa molto capiente: sono tutti sacrifici inerenti al pellegrinaggio e al nostro giubileo penitenziale.

LA CATTEDRALE DEL PAPA

Celebriamo l'eucaristia nella chiesa cattedrale del papa. Spesso noi pensiamo, istintivamente, che sia s. Pietro la chiesa del papa. In realtà lo è questa antichissima basilica di s. Giovanni in Laterano, madre delle chiese di tutto l'universo e, fin dai tempi più antichi, cattedrale del vicario di Cristo.
Per questo ci sentiamo strettamente uniti al papa e da qui gli rivolgiamo il nostro ringraziamento per la meravigliosa accoglienza di stamane e per le parole programmatiche che ha detto e che serviranno di guida per tutto l'anno pastorale.

LA ROMA DI SAN CARLO

S. Giovanni in Laterano è anche legata alla memoria di san Carlo che vi è certamente venuto durante l'anno santo del 1575 insieme ai pellegrini milanesi. In quell'occasione sappiamo che visitò le grandi basiliche romane, pregando e facendo penitenza. Scrive infatti il suo biografo: «Ripeté la confessione dei suoi peccati passati e si immerse nel programma di preghiere stabilito. Si recò a piedi processionalmente col suo seguito con ogni manifestazione di pietà ed umiltà alle basiliche fissate quindi anche in s. Giovanni in Laterano - ed in esse visitò diligentemente tutti gli oggetti che avevano un qualche culto particolare. Lungo la strada si recitavano senza alcuna interruzione le litanie e molte altre preghiere» (cf. C. Bascapé, Vita di s. Carlo Borromeo) .
Noi stiamo seguendo le orme di san Carlo anche in questo: abbiamo pregato, ci siamo preparati con la confessione al giubileo e continueremo a pregare.
San Carlo ha, in Roma, moltissimi ricordi della sua vita. Se gli anni decisivi della sua formazione intellettuale sono stati quelli passati a Pavia, gli anni decisivi della sua conversione, e quindi di tutta l'impostazione spirituale della sua vita, sono quelli trascorsi a Roma.
Qui ha conosciuto Gesù Signore crocifisso: lo ha conosciuto in un modo profondo, intimo, personale che lo ha accompagnato negli anni successivi e che è stato il sostegno della sua instancabile attività.
Proprio a Roma, infatti, nel 1563, anno della sua ordinazione sacerdotale, dalla sua prima messa, della sua ordinazione episcopale, san Carlo fece un mese intero di esercizi spirituali. E durante quelle quattro settimane concepì il proposito di vita e l'impegno di conversione che portò poi avanti, coerentemente, per tutto il resto della sua esistenza. Ebbe probabilmente allora l'intuizione del mistero della croce che prenderà a simbolo e segno della sua penitenza e delle grandi processioni penitenziali. La croce che noi vogliamo onorare, in modo particolare, in questo anno santo, facendone appunto il simbolo dell'anno centenario di san Carlo.
Scrive un altro suo biografo: «Da quel momento (i mesi decisivi del luglio e agosto 1563) Carlo è come attirato dalla croce di Cristo che più tardi chiamerà volentieri «la cattedra» su cui Gesù è salito per insegnare, come in un riassunto, tutto ciò che aveva insegnato in parole e azioni. Gesù crocifisso diventa per lui un «libro aperto», nel quale le ferite sono come altrettante pagine, le gocce del sangue come altrettante parole, le piaghe altrettanti passi. La sua vita diventa vita di preghiera e di penitenza. Trascorrerà momenti sempre più lunghi di contemplazione davanti al crocifisso» (cf. A. Deroo, S. Carlo Borromeo, Ancora 1965).
A Roma, dunque, noi ci troviamo alla radice, al seme di tutta l'attività di san Carlo e siamo qui per prenderne ispirazione.
Dalla radice della sua conversione e del suo amore alla croce, vorrei, brevemente e semplicemente, trarre tre conclusioni.

1. La sorgente della missione

La prima conclusione è che la straordinaria, instancabile e incredibile attività missionaria di san Carlo è profondamente radicata nella contemplazione, nella preghiera e nell' eucaristia.

2. Impegno missionario di catechesi

Dopo aver sottolineato e proposto il tema della contemplazione, del primato della Parola, della centralità dell'eucaristia nei precedenti anni pastorali, noi vogliamo dedicare quest'anno di san Carlo al tema dell'approfondimento della nostra coscienza missionaria.
Ripercorrendo l'itinerario del nostro patrono, vogliamo tenerci sempre ancorati, come lui, alla contemplazione del crocifisso, la cui realtà ci è ripresentata ogni volta che celebriamo la s. messa, sacrificio della croce.
Ecco allora la seconda conclusione: a partire da questa contemplazione, in unità con l'eucaristia, vogliamo seguire s. Carlo nel suo impegno missionario, soprattutto in quella catechesi vasta, ampia e capillare che ha caratterizzato la sua attività e che per noi si traduce, in particolare, in un'attenzione speciale alla catechesi con gli adulti e per gli adulti.
Chiediamo a san Carlo la benedizione sul nostro cammino di missione e di catechesi, che dovrà sfociare nel convegno catechistico diocesano che raccoglierà le esperienze, le riflessioni e i propositi di quest'anno.

3. Itinerari, luoghi e ambienti di catechesi

La terza conclusione è che oggi, nella nostra situazione di civiltà e di cultura, si può pensare ad un'attività missionaria soltanto se si fanno proposte concrete, individuando itinerari catechistici per adulti e scoprendo luoghi e ambienti di catechesi lunghe e programmate.
A questo vogliamo impegnarci partendo da Emmaus e approfondendo (come ci ha detto anche il papa, stamane), in chiave missionaria, il tema della catechesi sistematica, soprattutto per e con gli adulti. Riscoprendo ambiti di incontro e di parola in cui la catechesi possa essere presentata in forma organica e completa, noi potremo ridare fiato, coraggio, parola alla nostra fede e, di conseguenza, ridarle espressione culturale e civile degna della sua intrinseca potenza.
San Carlo ci accompagni nel cammino; benedica l'inizio che desideriamo porre qui, nella memoria di s. Giovanni Battista e di s. Giovanni Evangelista ai quali è dedicata questa basilica, sotto lo sguardo della vergine Maria, davanti al Cristo Signore che ci guarda dal mosaico, antico e meraviglioso, che veglia sull'eucaristia che stiamo celebrando.

Omelia in s. Giovanni Laterano 4 novembre 1983
festa di san Carlo Borromeo

II. Oggi, in occasione del giubileo, vorrei che fosse san Carlo stesso a farci l'omelia. Tuttavia, volendo raccogliere anche soltanto alcuni dei principali pensieri del santo sul tema della croce, noi rischieremmo di fare prediche lunghe, come quelle che teneva al suo tempo e, nonostante questo, di restare ancora molto indietro nel cammino.
Cercherò dunque di sottolineare dei momenti della vita di san Carlo, nel suo cammino verso e con la croce, perché ci possano aiutare a vivere il nostro giubileo.

LA MEMORIA DEL CARDINALE ILDEFONSO SCHUSTER

Prima però desidero rivolgere un particolare saluto ai monaci benedettini che ci ospitano nella basilica di san Paolo: essi, da secoli, hanno qui il loro monastero e custodiscono la tomba dell'apostolo, così come, per secoli, i monaci benedettini custodirono, a Milano, la tomba di sant' Ambrogio.
Il ricordo va, naturalmente, al grande figlio, e poi padre abate, di questa comunità: Alfredo Ildefonso Schuster. Siamo nella sua chiesa, presso la sua comunità carissima a cui sempre ritornava col pensiero quando era ormai cardinale arcivescovo di Milano. Egli stesso diceva che qualche volta, di notte, sognava di essere ancora qui, tra i monaci, e di tenere il capitolo.
Il suo cuore di orante, di asceta e di pastore si è formato tra queste mura ed è, ora, certamente contento di vedere dal cielo noi che celebriamo l'eucaristia e che la celebriamo in rito ambrosiano. È la prima volta che nella basilica di s. Paolo fuori le mura si celebra la messa nel nostro rito, come ieri, per la prima volta, l'abbiamo celebrata in s. Giovanni in Laterano. Due anni or sono usammo il rito ambrosiano per la celebrazione eucaristica in s. Pietro e so che altre volte si era celebrata in rito ambrosiano nella basilica di s. Maria Maggiore.
Abbiamo, per così dire, completato «il giro ambrosiano» delle quattro grandi basiliche romane e di questo credo davvero che si rallegri il servo di Dio cardinale Schuster, che ci sta accompagnando con la sua preghiera d'intercessione.

UNA PREDICA DI SAN CARLO SUL GIUBILEO

Vorrei citare innanzi tutto una predica che san Carlo tenne per invitare a vivere pienamente il giubileo: «Grandissime grazie dobbiamo noi rendere a Dio e alla benignità di Nostro Signore che non cessa di continuamente invitarci alla penitenza, aprendoci egli stesso con ogni sorta di benignità le porte della divina misericordia, al fine che noi riconciliati, come quel figlio prodigo, con l'Eterno Padre, possiamo impetrare da Lui grazia che liberi gli altri nostri fratelli et noi medesimi, dalle forze degli infedeli, il che è stata la potissima e principale intenzione di Sua Beatitudine il Papa, a cui come potremo noi mancare di satisfare, avendo ci egli fatto così prezioso et inestimabile dono, com'è l'indulgenza plenaria dei peccati?» (dall'Omelia in s. Maria Maggiore, in occasione del giubileo di Malta, anno 1565) .
San Carlo coglie, dunque, nell'indulgenza, il tesoro della misericordia di Dio, della conversione, del ritorno; e insieme coglie il senso ecclesiale e il rapporto col papa.
Anzi, sempre in questa omelia, giunge a cogliere, a un certo punto, il tema del corpo mistico legato al tema della croce. Siamo nell'anno 1565, tre anni dopo la grande conversione, e già affiora il tema della croce, che prenderà sempre più corpo e vita nelle sue parole e nella sua esperienza di penitente: «Sibbene una sola stilla del preziosissimo sangue di Cristo basta per redimere mille mondi, è tanto il merito della passione di quel gloriosissimo corpo, unito inseparabilmente alla divinità, che non si può neppure immaginare nonché trovare debito alcuno così grande che senza fine non ne sia avanzato, nondimeno il Salvatore nostro, per manifestarci maggiormente la bontà, la potenza e gloria sua, vuole satisfare per noi all'Eterno Padre, non solo col prezzo del suo vero corpo, ma con quello ancora del suo Corpo mistico, che sono i santi et eletti suoi, facendo tutto un tesoro, dei suoi meriti e dei loro».

San Carlo vive il momento solenne del giubileo in unione con le preghiere e i meriti della Madonna e dei santi, in unione con tutto il corpo mistico di Cristo. Si delinea il grande tema della croce, del sangue di Cristo, della potenza della redenzione che è il tema di questo anno giubilare, a 1950 anni dalla crocifissione, morte e risurrezione di Gesù.

LA CONTEMPLAZIONE DELLA PASSIONE IN SAN CARLO

Per seguire il cammino di san Carlo verso la croce e la contemplazione del crocifisso, voglio citare ancora due omelie da lui fatte negli ultimi anni della sua vita.
La prima omelia che desidero ricordare è del 1583: «La meditazione della passione di Cristo renderà dolcissime le cose più dure, toglierà ogni difficoltà... Veramente felici coloro che hanno impresso nel cuore Cristo crocefisso, e non svanisce mai! Questa continua memoria è per loro uno scudo fortissimo e un'armatura contro tutti gli attacchi di Satana... Chi non sopporterà serenamente anche le cose più terribili pensando: Se sono cristiano, non dovrei essere seguace e imitatore di Cristo?.. Egli dalla passione e dalla morte passò alla gloria (è il tema della lettera ai Filippesi che abbiamo ascoltato come seconda lettura)... e io rifiuterò, prima della gloria, di patire qualcosa? Egli ha il capo trafitto dalle spine, mani e piedi trapassati dai chiodi... E io mi dedicherò tutto ai piaceri? O se sapeste, fratelli, come questa continua meditazione è per il demonio odiosa e terribile, vi applichereste sempre ad essa!... O felici coloro che in ogni istante custodissero la memoria di questa Passione che dà la vita! Oso dire che sarebbe loro, in qualche modo, impossibile peccare» (dall'Omelia 45 del 1583: Sassi, Sancti Caroli Borromei Homiliae, Milano 1747).
Vediamo come, in tutti questi anni, il tema della meditazione e della contemplazione della passione fosse entrato nel cuore e nella mente di san Carlo, così da costituire il suo riferimento fondamentale e da dar ragione all'iconografia e alle rappresentazioni artistiche che ce lo mostrano in pianto davanti al crocifisso o in contemplazione adorante del crocifisso.
La seconda omelia che voglio citare è del 1584, l'anno della morte del santo. Si domanda: «Perché non ci infiammiamo anche noi ardentemente per tanto misericordioso amore di Dio verso di noi? Perché, almeno, a tanta carità non rispondiamo con un'assidua contemplazione?». È l'invito alla contemplazione del Signore crocifisso.
«O noi felici se potessimo versare due o tre lacrime ogni giorno davanti all'immagine di Cristo Signore crocefisso!, dicendo: il Figlio di Dio innocentissimo, così tormentato, sputacchiato, trafitto dalla lancia, fu confitto per me malfattore, indegnissimo peccatore e vilissimo vermiciattolo, per la mia superbia, le mie pompe, la mia sfrenata licenza!».
Ed esortando i suoi figli esclamava: «Lasciate dunque, o figli, botteghe, officine, affari del secolo; giacché siete impediti dal lasciare del tutto la città, almeno lasciate queste cose per qualche poco tempo, affinché in questi sabati tutti insieme... ci dedichiamo alla meditazione della Passione di Cristo» (dall'Omelia 101 tenuta nel sabato della 2a settimana di quaresima del 1584: Sassi, Sancti Caroli Borromei Homiliae, Milano 1747).

Ci potremmo domandare quale sia l'origine interiore della devozione di san Carlo alla passione di Cristo, alla crocifissione del nostro Signore redentore.. A me pare che si debba approfondire e chiarire, per comprendere la forza e la potenza di questa omelia del 1584, una radice che è certamente paolina.
San Paolo che veneriamo qui, nella sua tomba, con le sue parole di contemplazione sulla croce e su Gesù crocifisso, è all'origine dell'atteggiamento interiore di san Carlo. Le parole di Paolo sono tuttavia mediate attraverso l'esperienza del mese di esercizi spirituali che, come ho ricordato ieri, san Carlo fece a Roma nell'estate del 1563, in preparazione alla sua prima messa. Negli esercizi meditò a lungo sulla passione del Signore, sia al termine della prima settimana, contemplando il crocifisso, vedendolo come davanti a sé e parlandogli a tu per tu, sia per l'intera terza settimana, dedicata totalmente alla contemplazione dei misteri della passione. Da quel periodo inizia la sua memoria, che diverrà poi continua, della passione del Signore come strumento di salvezza, forza nelle difficoltà, garanzia quasi egli dice - di impeccabilità.
Possiamo allora terminare con la preghiera che il santo fa nell'omelia della 3a settimana di quaresima del 1584: «Rimani con noi con la tua grazia, col tuo splendore, col tuo calore, o Signore Gesù. Rimani nei nostri cuori, nella nostra volontà e nell'intelligenza, nel più profondo della nostra memoria. Fa' che ci ricordiamo sempre di te, che siamo sempre memori della tua crudelissima Passione, che sempre, con gli occhi dell'anima e del corpo, ti contempliamo crocefisso» (dall'Omelia 102 tenuta nel sabato della 3a setto di quaresima del 1584: Sassi, Sancti Caroli Borromei, Homiliae, Milano 1747).

Chiediamo, in questo momento del giubileo e per intercessione di Maria addolorata, madre di Gesù e madre nostra, che sia data anche a noi la grazia della contemplazione del crocifisso affinché sia forza e nutrimento della nostra vita.

Omelia in s. Paolo fuori le mura 5 novembre 1983

A UN MESE DAL SINODO

Lettera alla diocesi

Il Signore mi ha fatto dono di partecipare, tra il 28 settembre e il 29 ottobre, ad un momento di grazia, il sino do dei vescovi sul tema: La riconciliazione e la penitenza nella missione della chiesa.
Ad un mese di distanza esso mi appare ancor meglio in tutta la sua importanza di evento ecclesiale, destinato ad avere grande risonanza. Mi sento in dovere di parlarvene un po' più diffusamente, pur mantenendo il tono di una «conversazione familiare». Mi sono sinora limitato a qualche cenno nelle lettere scritte da Roma o espresso a voce durante gli incontri avuti in queste settimane. Sono però convinto che l'avviare insieme una riflessione più organica sull'itinerario del sino do possa portare luce al nostro cammino di comunità diocesana. Rispondo così anche alle diverse sollecitazioni che ho ricevuto da più persone in quest'ultimo mese. Nei giorni del sino do mi sono sentito servitore a diversi livelli e in diversi ruoli. Rivedendoli ora in maniera distinta riesco a dar ordine ai molti messaggi che accoglievo in me mentre ero al lavoro, insieme con duecentoventi confratelli riuniti col papa nell'aula sinodale. Ho già sottolineato nelle lettere scritte da Roma quanto sia stato importante per i vescovi questo essere con il papa. I vescovi sono chiamati a esprimere in quanto sinodo, come realtà teologica collegiale, dei suggerimenti per il sommo pontefice, e perciò sono strettamente uniti a lui nella ricerca della volontà di Dio sulla sua chiesa.

I. Il servizio di «relatore»

Incaricato dal santo padre di svolgere anzitutto il compito di «relatore», dovevo aiutare la comprensione del tema in esame, favorire una visione di sintesi a seguito dell'ascolto dei molti interventi, promuovere la maturazione di conclusioni che dessero voce agli orientamenti che l'assemblea andava progressivamente manifestando.
Ho inteso questo compito in primo luogo come un servizio teso a far cogliere in maniera sintetica il tema che il papa ci aveva affidato. Nella problematica di «riconciliazione» e «penitenza» potevano essere distinti o addirittura contrapposti due poli: da una parte, quello legato alla considerazione delle numerose forme di conflittualità presenti nella storia di oggi; dall'altra, la prassi sacramentale in campo penitenziale, giudicata in crisi in molti luoghi. Lette sullo sfondo della missione propria della chiesa, queste due grandi tema ti che potevano e dovevano, in realtà, essere tenute unite, per dar luogo ad un'unica ricerca, ad un unico cammino di discernimento spirituale e pastorale rispetto alla domanda: che cosa chiede oggi il Signore alla sua chiesa perché essa risponda pienamente alla sua missione di sanare il cuore ferito e diviso dell'uomo, fonte delle divisioni e delle discordie tra gli individui e tra i popoli?
Impostato così, il cammino si profilava più unitario. Senza attardarsi in descrizioni prolungate dei molteplici conflitti che travagliano l'umanità, il sinodo si orientava a decifrare le ragioni delle divisioni dell'uomo in se stesso e con gli altri e, quindi, a verificare le modalità di annuncio, di celebrazione, di carità con cui la chiesa interpreta la missione di riconciliazione affidatale dal vangelo per quest'uomo e quest'umanità lacerata.
Avvertivo quotidianamente di dover svolgere questo ruolo in sin toni a con lo stile di collegialità dei lavori del sinodo. Era per me d'importanza decisiva ascoltare, cercare di comprendere l'insieme delle attese, ricostruire con fedeltà il continuo intrecciarsi di diagnosi e di soluzioni legate alla diversità delle situazioni dentro cui ogni vescovo vive. Non ci sono sempre riuscito come avrei voluto; talvolta i tempi di lavoro molto stretti non consentivano la calma e il distacco sufficienti.
Ho però capito sempre meglio che il sino do è un grande fatto di chiesa, che chiede di essere capito e valorizzato fino in fondo in tutte le sue potenzialità. Solo in questo modo esso può svolgere e manifestare un «discernimento pastorale» capace di dire come la chiesa di oggi si pone di fronte ad un determinato problema. Solo così esso può fornire al santo padre gli elementi per una riflessione e una decisione che corrispondano al bene della chiesa universale e agli impulsi che lo Spirito suscita nelle diverse comunità locali. Credo che vivere la collegialità episcopale sia anche questo. L'ho sentito in maniera sempre molto viva in quelle settimane; vi confido anche che la fatica del rimanere fedele al sinodo e al mandato del santo padre risultava ampiamente compensata dalla gioia del cogliere l'unità intensa e dinamica che collega le varie parti della chiesa in un unico organismo vivente.

II. Vescovo tra tanti vescovi

Il ruolo di relatore non mi ha impedito di sentirmi semplicemente come uno dei tanti vescovi che vivevano il sinodo: seguendo i dibattiti, suggerendo, modificando, approvando degli orientamenti operativi.
Mi pongo perciò di fronte a questo fatto ecclesiale che ho vissuto con altri con la domanda piùsemplice: qual è il messaggio di questo sinodo?
È ancora prematura una risposta adeguata a questo interrogativo; ce lo dovremo tutti insieme riproporre quando verrà pubblicato il documento finale che solo potrà proporre, con l'autorità del papa, le conclusioni autentiche e le indicazioni del sinodo.
Ma come «vescovo tra tanti vescovi» ho cercato di cogliere i molti messaggi del sinodo. Voglio brevemente parlarvi di alcuni di essi che ritengo particolarmente rivelatori dell'animo con cui si lavorò in quelle settimane.

1. IL VANGELO DELLA MISERICORDIA

Il sinodo ha voluto dire con forza alle nostre chiese l'urgenza di testimoniare il vangelo di misericordia. Tale vangelo è scritto nel cuore della missione affidataci da Cristo. Essa chiede di riascoltare e ripetere la Parola che dice un progetto di pace; di celebrare la memoria della pasqua, evento di riconciliazione; di farsi prossimo all'altro, accolto e cercato come fratello, in obbedienza al comando di Gesù; di dire a tutti: Vi supplichiamo in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio! (2Cor 5,20).
Non potevo evitare di constatare, ascoltando questo messaggio fondamentale del sinodo, quanto ne sarebbe uscita illuminata anche la nostra fatica diocesana di pellegrini «partiti da Emmaus» per farsi «testimoni del Risorto». Il memoriale della pasqua è il culmine della riconciliazione offerta da Dio all'uomo e diviene il punto di partenza, il criterio e la forza per ogni offerta di riconciliazione agli uomini di oggi.

2. L'ITINERARIO DELLA PENITENZA

Al sinodo è risuonato frequentemente l'invito a percorrere con lucidità e coraggio tutti i sentieri che possono far ritrovare l'unità al cuore dell'uomo spesso smarrito e diviso e alla società ferita da drammatiche spaccature.
Come aiutare l'uomo a riconoscere nella verità il proprio volto sfigurato o rattristato e il volto paterno di Dio che lo cerca? Come dare un nome e un giudizio alle proprie scelte sbagliate, alle proprie azioni scorrette e a ciò che di negativo ciascuno coltiva nel cuore?
Il compito pastorale della chiesa rispetto al peccato è di vasta portata. Chiede l'impegno a liberare la libertà dell'uomo dai mille condizionamenti che la imprigionano; chiede di ridire continuamente il vangelo di un Dio che è giudice della storia e padre di tutti; chiede di esprimere con maggiore evidenza gli aspetti positivi e costruttivi delle esigenze morali annunciate da Gesù e accolte nella tradizione viva della chiesa.
Pastori, catechisti, genitori, insegnanti, tutti siamo coinvolti in una coraggiosa ricerca di verità che restituisca all'uomo e alla società di oggi la libertà di conoscere e giudicare ciò che fa, le strutture che ha costruito, il sistema in cui vive, il futuro per cui si affatica.
Chi vive a fondo gli interrogativi e le speranze del momento presente non può non cogliere l'importanza di porsi in dialogo con queste interpellanze del sinodo.

3. IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE

Emerge con forza dal complesso dei lavori sinodali la scelta di risignificare il valore e l'importanza del sacramento della penitenza attraverso il proseguimento di una capillare azione di rinnovamento della prassi pastorale e della mentalità teologica che l'ispira. Sono rimasto colpito dalla ricchezza degli interventi con cui i vescovi hanno approfondito, in prospettiva pastorale, il tema della celebrazione della penitenza. Se è vero, com'è stato ricordato da molti, che la pubblicazione di un nuovo rituale della penitenza nel 1974 non ha avuto un'accoglienza sufficientemente attenta, diverrà ancora più urgente dare un seguito coerente a un sinodo che, sul problema celebrativo della riconciliazione, ha voluto dare un forte impulso per un rinnovamento.
L'azione pastorale dovrà farsi attenta pertanto a riscattare la celebrazione della penitenza dal rischio della pratica insignificanza - radice non secondaria della sua crisi - in cui essa spesso viene posta. Il sino do non è rimasto sul piano dell'esortazione astratta nel richiamare questo aspetto; lo ha accompagnato con degli orientamenti operativi assai concreti, di cui ne sottolineo alcuni.

- Far emergere con maggiore evidenza la connessione tra la richiesta di confessarsi e l'impegno di superare le divisioni (all'interno di se stessi, nel rapporto con gli altri e con la società).

- Illuminare l'evento di grazia celebrato nel sacramento della penitenza ponendolo in continuità tra il cammino di conversione della rigenerazione battesimale e la piena comunione significata e realizzata dalla cena eucaristica.

- Valorizzare concretamente, nei modi stabiliti dalla disciplina della chiesa, ciascuna delle forme celebrative previste dagli ordinamenti liturgici: da questa complementarietà uscirà arricchita tutta la pastorale della celebrazione.

- Farsi più attenti ai molteplici itinerari penitenziali, rapportati alla diversa situazione spirituale delle persone, (altra è ad esempio la domanda di chi ha rotto l'alleanza con Dio da quella di chi cerca una più delicata purificazione delle intenzioni del cuore) con i conseguenti adattamenti di carattere catechetico, celebrativo, formativo.

- Valorizzare le espressioni penitenziali che la tradizione cristiana consegna alla chiesa nei tempi dell'anno liturgico o nelle forme consuete del digiuno, dell'orazione, dell'elemosina, reinterpretandole anche alla luce del contesto contemporaneo.

Mi propongo di ritornare su questo tema in occasione della prossima quaresima con alcune indicazioni per i ministri del sacramento della penitenza.

4. LA RICONCILIAZIONE NELLA STORIA

Il Sino do ha voluto anche impegnare la coscienza e la vita dei cristiani per la missione di riconciliazione nel vivo della storia attuale dell'umanità.

Ho colto nei vescovi con cui lavoravo l'ansia di richiamare l'attenzione di tutti a farsi interpreti più efficaci nel nostro tempo della missione di riconciliazione della chiesa. C'era in noi la persuasione che non bastasse ricordare a ciascuno l'importanza del proprio ruolo: dal ministro ordinato che perdona nel nome di Cristo, alle famiglie, ai giovani, alle comunità religiose. Un tempo come il nostro domanda una decisa ripresa di iniziativa, che educhi a una coscienza di pace, alla capacità del dialogo, alle varie forme di ecumenismo, al rispetto della dignità dell'altro, alla convinzione che alcune situazioni di divisione e di emarginazione sono insostenibili.

Si pensi che cosa significa ascoltare tutto questo in un'assemblea in cui coesistono esperienze tanto diverse! Vescovi che vivono da vicino il dramma della divisione dei cristiani; altri che sperimentano in forme di grave sofferenza gli effetti di un clima di violenza e di guerra; altri ancora che sanno quanto difficile sia, nei loro paesi, educare alla fraternità e alla giustizia che derivano dal riconoscimento della dimensione religiosa della vita; altri, infine, che fanno esperienza delle numerose forme di schiavitù morale e di divisione che nascono dall'accettazione acritica di un tenore di vita troppo ricco e irresponsabile. Si tocca con mano l'esiguità delle proprie forze di fronte all'imponenza dei problemi che ci scavalcano da ogni parte; ma si fa anche l'esperienza di quanto grande sia il dono di Cristo, che ci chiede di farci annunciatori del vangelo che riconcilia e chiama a conversione. Accogliere e vivere la missione della chiesa significa partecipare al senso più decisivo del cammino degli uomini, chiamati a trasformare una convivenza divisa e continuamente insidiata in una reale esperienza di fraternità e di pace.

III. Vescovo della chiesa di Milano

La lunga assenza dalla diocesi che il sino do mi ha richiesto era, come dissi fin dall'inizio, causa di sofferenza. Sentivo la mancanza della chiesa che il Signore mi ha affidato, temevo l'accumulo degli impegni che mi attendevano, e vivevo la privazione dei doni che ricevo dagli incontri con persone, problemi, situazioni.

Avvertivo tuttavia che il discorso pastorale, che i vescovi andavano svolgendo in aula, interpellava anche noi tutti come comunità cristiana di Milano a fare una diagnosi della situazione presente, ad accogliere l'appello ad una rinnovata coscienza di testimonianza profetica in una società divisa come la nostra, a operare un rinnovamento in profondità della nostra prassi pastorale di penitenza e di riconciliazione. lo stesso, mentre maturavo le sintesi dei dibattiti nel ruolo di relatore, sentivo riemergere le domande, le attese, i problemi che vado incontrando o che ascolto da voi durante il mio ministero di vescovo a Milano.

Vorrei aiutare la diocesi a lasciarsi coinvolgere da questi grandi messaggi del sino do . Occorrerà graduare il cammino in proposito. Se il momento della pubblicazione del documento finale sarà necessariamente la tappa che dovrà trovarci con il massimo di capacità di ascolto e di disponibilità all'impegno, vedo però altre possibili opportunità. Penso alla prossima quaresima, in particolare, e al suo porsi quest'anno come parte conclusiva dell'anno santo della redenzione. Mi riprometto di darle anche la fisionomia di tempo in cui la nostra comunità diocesana inizia ad ospitare in modo riflesso quanto il sino do ha voluto dirci.

Sono persuaso, del resto, che l'aprirci a questi messaggi non costituisce una distrazione da quanto in questi anni stiamo considerando come riferimento essenziale per il nostro cammino diocesano.

Rendersi attenti ai ritmi della chiesa universale non è mai interruzione o disturbo di ciò che facciamo come chiesa locale. Nel nostro caso poi vedo un profondo legame tra il tema della riconciliazione e l'itinerario eucaristico che in tre tappe successive ci ha condotto al congresso di maggio. Analogamente il tema della missione dei testimoni del Risorto è connesso con la coscienza di missione che il sino do ha così efficacemente manifestato.

Il sino do del 1983 entra perciò a pieno titolo nella storia del cammino pastorale della chiesa che è in Milano; ciò significherà anche far vivere tra noi in modo autentico quel concilio Vaticano II che ha avuto nei lavori sinodali un'altra significativa tappa di attuazione e di realizzazione.

In questi giorni di avvento la liturgia continuamente ci richiama ad aprirci alla visita che Dio fa al suo popolo e a gioire per la dimora che lui ha deciso di stabilire tra di noi. Il natale ce lo ricorderà e ci farà dono della grazia legata a questa visita. Se Dio ha deciso di porre la sua tenda tra noi, è necessario costruirgli un'accoglienza degna, come ha fatto la vergine Maria. L'impegno perché il mondo viva riconciliato e perché l'uomo non si rassegni a vivere estraneo a Dio diviene un modo significativo per vivere l'accoglienza di «Colui che viene».

Il messaggio del sino do dia luce anche al modo di celebrare il natale del Signore. Il Dio della pace abiti sempre nei nostri cuori!

Lettera alla diocesi Milano, 1 dicembre 1983

 

LE LACRIME
DI SANT'AMBROGIO

Omelia
tenuta il 7 dicembre 1983

Vorrei prendere, come oggetto di questa mia omelia, un tema forse inconsueto a cui si potrebbe dare come titolo: le lacrime di sant'Ambrogio. È vero che, in connessione con il tema del recente sinodo mondiale dei vescovi, potremmo usare l'espressione: la penitenza di s. Ambrogio.

In realtà, il punto di partenza, il riferimento letterario e personale che il santo stesso ci dà è proprio il tema delle lacrime.

LA DUPLICE AFFLIZIONE DI AMBROGIO

La prima lettura liturgica che abbiamo ascoltato, descrivendo un atteggiamento abituale della vita del nostro grande patrono, ci ha ricordato: «... Godeva con chi era nella gioia, piangeva con chi era afflitto. Ogni volta che qualcuno gli confessava i suoi peccati per riceverne la penitenza, piangeva a tal punto da ridurre al pianto il penitente. Si considerava, infatti, peccatore con i peccatori».

In queste parole è possibile distinguere una duplice afflizione di s. Ambrogio.

La prima è quella generale della compassione, propria di ogni animo sensibile e, in lui, di un cuore affinato dalla grazia, di un cuore che ha la capacità di sentire al vivo, dentro di sé, le sofferenze altrui.

La seconda è l'afflizione del penitente, anzi del ministro della penitenza. È la capacità di sentire dentro di sé, in qualche modo come proprio, il peccato di altri e di piangerlo con lacrime di penitenza così da commuovere lo stesso peccatore.

Qui ci troviamo in presenza di un grande e raro dono interiore. Tuttavia non dovrebbe essere raro, almeno nelle sue forme espressive più generali: dovrebbe essere il dono specifico di ogni ministro della penitenza. Con le dovute proporzioni, anzi, dovrebbe essere il dono proprio di ogni persona che ha responsabilità di altri.

Penso ai genitori verso i figli, alla responsabilità comune dei coniugi l'uno verso l'altro, alla responsabilità degli educatori e dei docenti verso coloro che sono educati, alla responsabilità di chi ha cura sociale e politica verso coloro che gli sono affidati.

Per questo, vale la pena di approfondire l'atteggiamento di Ambrogio, anche in sintonia con le indicazioni del sinodo dei vescovi sulla riconciliazione e penitenza.

L'OFFERTA DELLA VITA

Può essere interessante per noi partire da un brano di omelia che san Carlo Borromeo tenne esattamente 400 anni fa, il 7 dicembre 1583, per la solennità di S. Ambrogio. Questa data, a meno di un anno dalla morte di san Carlo era anche la data della sua ordinazione episcopale: egli infatti fu ordinato il 7 dicembre 1563. Oggi è quindi giorno di anniversari importanti per la nostra chiesa ambrosiana: quello di s. Ambrogio, di s. Carlo e, come abbiamo ricordato ieri, dello stesso cardo Giovanni Colombo.

San Carlo, nell'omelia del 7 dicembre 1583, commentando il testo evangelico di Matteo: «Voi siete il sale della terra» (5,13), diceva tra l'altro: «E chi può dire quanto al vivo sentisse s. Ambrogio per gli altrui peccati, giacché si crede aver egli per questi domandato al Signore la morte, ed essere morto consumato d'una lunga febbre? Che cosa non faceva quando si trattava della salvezza di un'anima, quantunque non appartenesse al suo gregge?».

San Carlo non nomina espressamente le lacrime di Ambrogio, che pure erano a lui familiari perché quella del pianto era per lui una profonda esperienza spirituale. Tuttavia menziona qualcosa di ancor più significativo: la stessa offerta della vita per i penitenti, la febbre che consumò Ambrogio come derivante dalla sua viva partecipazione per i peccati degli uomini.

L'AMORE DI CRISTO PER IL PECCATORE

Cerchiamo allora di cogliere, dalle parole stesse di Ambrogio, ciò che viveva a questo proposito.

Nel Trattato sulla penitenza, nel libro secondo, richiamandosi all'episodio di Lazzaro, egli invoca che prima di tutto sia il suo Signore a piangere per lui e prega così: «Possa tu degnarti, Signore, di venire a questa mia tomba, di lavarmi con le tue lacrime, poiché nei miei occhi inariditi non ne ho tante da poter lavare le mie colpe!».

Ambrogio riconosce dunque che piangere i peccati, farne sincera penitenza, esserne pentiti profondamente nell'interno, è un dono di Dio. Egli non ha questo dono se per primo non è il Signore a venire a lui e a piangere per lui.

E continua: «Se piangerai per me sarò salvo. Se sarò degno delle tue lacrime, cancellerò il fetore di tutti i miei peccati. Se sarò degno che tu pianga qualche istante per me, mi chiamerai dalla tomba di questo corpo e dirai: Vieni fuori».

Ambrogio guarda a ciò che il Signore ha fatto per lui, all'iniziativa divina di salvezza, all'amore di Cristo per ogni uomo peccatore, alla forza di Cristo di piangere, per primo, per il penitente perché egli stesso possa entrare nella via della conversione.

E ancora: «Non permettere che si perda, ora che è vescovo, colui che, quando era perduto, hai chiamato all'episcopato, e concedimi anzitutto di essere capace di condividere con intima partecipazione il dolore dei peccatori».

Sente di dover chiedere, come vescovo e come responsabile, questa grazia al suo Signore che ha pianto per lui e lo ha chiamato alla penitenza. E dice addirittura che piangere il dolore dei peccatori, condividerlo, «è la virtù più alta».

«E ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e di piangere, così che, mentre piango su un altro, io pianga su me stesso e dica: Tamar (la donna incestuosa della Bibbia) è più giusta di me!». Facendo poi passare altre categorie di peccati, Ambrogio conclude che sempre il vescovo che ascolta la confessione può dire: «Eppure costui che ha meno responsabilità di me, è più giusto di me!».

Pare quasi di risentire quella parte di colloquio tra il cardinal Federigo e don Abbondio, ricordato dal Manzoni, là dove il cardinale, dopo il suo acerbo rimprovero, aggiunge: «Tale è la misera e terribile nostra condizione. Dobbiamo esigere dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiamo fatto in casi somiglianti!».

S. Ambrogio conclude dicendo: «Non arrossiamo di riconoscere più grave il nostro peccato di quello che rimproveriamo agli altri... Non rallegriamoci del peccato di qualcuno ma piuttosto piangiamo... Rattristiamoci quando veniamo a sapere che è caduto un uomo per il quale è morto Cristo».

IL PIANTO DELLA CHIESA

Il santo vescovo non si accontenta però di chiedere che lui, e con lui ogni ministro della penitenza, pianga per il peccato di chi ha bisogno di perdono. Egli desidera che sia tutta la chiesa, tutta la comunità cristiana a piangere e a bagnare con le sue lacrime, cioè con la sua partecipazione affettuosa e dolorosa, il cammino del penitente.

Sempre nel Trattato sulla penitenza, invita il peccatore a chiedere che sia tutta la chiesa a pregare pubblicamente per lui: «Pianga per te la madre chiesa e con le sue lacrime lavi la tua colpa. Il Signore ama che molti preghino per uno solo: perciò nel vangelo, commosso dalle lacrime della vedova perché moltissimi piangevano per lei, ne risuscitò il figlio».

Queste parole di s. Ambrogio ci colpiscono particolarmente oggi che il sino do ci ha ricordato, da una parte il carattere comunitario della penitenza cristiana, dall'altra la comune responsabilità di ciascuno per il peccato del mondo.

Il sinodo, approfondendo le nozioni di peccato sociale, di peccato strutturale e di peccato collettivo, ha invitato ciascuno di noi a domandarci quanto noi siamo responsabili del peccato di altri e quanto il peccato dell'intera umanità, i peccati più. gravi dell'uomo, come il rifiuto di Dio e la violenza sul proprio fratello, non siano, in qualche modo, condivisi dalla negligenza, dalla povertà di amore, dalla povertà di giustizia che noi stessi viviamo.

IL NOSTRO CAMMINO PENITENZIALE

Ambrogio invita dunque tutti noi, oggi, a un profondo esame di coscienza:

Come vivo il cammino penitenziale?

Come mi lascio scuotere dall'intensità del cammino penitenziale di questo santo vescovo?

Come mi sento unito alle preghiere della chiesa per ogni peccato dell'uomo e per tutta l'umanità?

E, se sono prete, come vivo il ministero della penitenza?

Se ho responsabilità di altri, come aiuto le persone di cui sono responsabile?

S. Ambrogio ci conceda di prendere sul serio, in questo nostro tempo, il cammino della penitenza. Il mondo, come ci ricorda la Madonna a Lourdes e a Fatima, ha urgente bisogno di penitenza. Le catastrofi che ci minacciano esigono da ogni uomo, e prima di tutto da noi, di entrare in quel cammino penitenziale che il nostro patrono ha tracciato, con le sue parole e con la sua vita, per questa sua chiesa!

Omelia per la solennità di s. Ambrogio
Basilica di s. Ambrogio 7 dicembre 1983