PICCOLI GRANDI LIBRI   Primo Mazzolari

Dietro la croce
EDB 1983

Ora, i miei figliuoli in guerra sono più di cinquecento, e li conosco a uno a uno ed essi conoscono il loro parroco. Parecchi attendono il gran giorno da un piccolo cimitero in qualche parte del deserto marmarico o in Grecia o in Russia...
Di queste pagine, alcune furono pensate col cuore rivolto a loro. È quindi giusto, e mi fa bene il dedicargliene, come dedico loro la messa di ogni sabato e la preghiera di ogni ora. Mi pare che la lontananza si abbrevi nel gesto paterno che li vuole vicini per riabbracciarli come quando li vidi partire, per sentirmi un po' meno indegno del loro grande sacrificio e della loro semplice grandezza.
Bozzolo, domenica di Passione 1942.

NEL CENACOLO

NEL GETSEMANI

SUL CALVARIO

VERSO LA PASQUA

...«non capirono niente»...

Abbandoni

I calvari di questa pasqua

Verso la pasqua

«Capite quel che vi ho fatto?»

Per la tua ineffabile agonia...

Parla il morente

La notte che sa

Adoro Te, latens Deitas...

Il morente mi guarda...

Aria di pasqua

Lasciamoci amare

...E io lo guardo

Invito a pasqua

Un più grande miracolo

...Ad quid?...

Il mio impegno con lui

 

NEL CENACOLO

...«Ed essi non capirono niente»...

Poi, presi seco i dodici, disse loro: Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e saranno adempite rispetto al Figliuol dell'Uomo tutte le cose scritte dai profeti: poiché egli sarà dato in mano ai Gentili, e sarà schernito e oltraggiato e gli sputeranno addosso, e dopo averlo flagellato, l'uccideranno: ma il terzo giorno risusciterà.

Ed essi non capirono niente di queste cose: quel parlare era per loro oscuro; e non intendevano le cose dette loro. (Luca 18,31-34)

 

Il vangelo sottolinea crudamente il non capire dei dodici, ai quali il Maestro, prima di «salire a Gerusalemme», volle confidare il segreto della fine imminente con così precise notizie da tramutare in istoria la profezia.

Pare quasi che l'evangelista ci trovi gusto a calcar la mano su quell'ottusità, che, se umilia gli apostoli, toglie al Signore ogni umano conforto per la pasqua vicina.

Non voglio che si pensi che il loro non capire provenga da scarso affetto verso il Maestro. Gli vogliono bene alla loro maniera e proprio perché gli vogliono bene in una maniera sbagliata, pretendono di fermarlo sulla strada che sale a Gerusalemme, la strada della pasqua.

Il nostro cuore quando vuol bene, come di solito vuol bene il nostro povero cuore, domanda l'esenzione, credendo che anche per le creature del nostro amore stia scritto: «Egli ordinerà ai suoi angeli intorno a te che ti proteggano: ed essi ti porteranno sulle mani ché talora tu non urti col piede contro una pietra».

Così i nostri piccoli amori stabiliscono gli itinerari e tracciano persino a Dio le strade che gli convengono.

Un buon ebreo non poteva figurarsi il Messia «dato in mano ai Gentili, schernito, oltraggiato, sputacchiato, flagellato, crocifisso». È vero che il terzo giorno sarebbe risuscitato, ma una ripresa che veniva dopo una così clamorosa sconfitta, che significato poteva avere?

Il Signore non mostra né sorpresa, né indignazione. Accetta la cecità spirituale dei discepoli, mentre guarisce subito il cieco di Gerico, il quale però sapeva di non vedere. Accetta di non esser capito neanche dai suoi e con questo viatico si dispone a «salire verso la pasqua».

Incomincia l'agonia che durerà fino alla fine dei secoli. Lasciar morire il Maestro senza muovere un dito per salvarlo: rinnegarlo, venderlo, abbandonarlo... son fatti paurosi: ma questo non capire perché il Cristo salga verso la pasqua, è un tradimento già consumato.

Quanto egli sta per darci, il suo dono che non ha l'eguale, è una generosità superflua, qualcosa di perduto che lo diminuisce nella stima dei suoi, che non vogliono essere impegnati dalla strada del Maestro.

Egli aveva detto un giorno: - Il discepolo non è da più del Maestro... ma anche quel parlare era rimasto per loro oscuro.

È proprio l'aspetto esemplare e quindi impegnativo delle strade percorse dal Maestro che ci indispone e non ci lascia comprendere la sua pasqua. Le cose sublimi si possono capire con l'intelletto: ma le cose dure a farsi, il cuore non vuol comprenderle. Più che l'incapacità della nostra mente, scontiamo la ripugnanza del nostro cuore, che spinge la volontà a serrare la porta, fino a parere insensata.

«O insensati e tardi di cuore a credere! Non sapevate che il Cristo soffrisse queste cose?»

Il Signore sa che anche questa «stoltezza» è legata alla nostra condizione umana; una pigrizia che facilmente non si desta, così ogni volta che ci vedremo impegnati per il soffrire di un altro, saremo tentati di negare ogni senso al soffrire e ogni impegno alla pasqua.

Ma è proprio da questo soffrire non capito, da questo oscuro parlare, che veniamo «presi a opra» per il regno di Dio e portati ad assumerne gli impegni.

La giustizia, la verità, la libertà... sono grandi cose anche ai nostri poveri occhi, soprattutto perché su ciascuna c'è una corona immarcescibile di vite offerte e di pasque consumate. Sublimi come idee, divengono amabili e impegnative quando il martirio le alimenta.

L'ideale della giustizia, della verità, della libertà mi affascina facilmente, ma solo quando m'accorgo che c'è qualcuno che paga duramente le mie ingiustizie o le mie menzogne o le mie oppressioni, solo allora io mi sento impegnato. Se dal mio rubare, dal mio inganno o dal mio sopraffare, nessuno ne soffrisse, potrei continuare a rubare e credermi un galantuomo, ingannare e credermi un uomo leale, opprimere e far parte della lega dei diritti dell'uomo.

Cristo, per aprirmi gli occhi, ha reso evidente la sua passione in ogni creatura. Ecco perché capire la sua pasqua è assai costoso per me e per tanti.

Non capiscono gli apostoli: non capisce Pietro che pretende di fermare il Maestro che vuole «salire a Gerusalemme per esservi crocifisso»: non capiscono i due di Emmaus: non capisco io...

Ed ecco che sulle strade di quaggiù continueranno a camminare dei poveri «insensati e tardi di cuore» fino a quando il divin Pellegrino di ogni strada, che porta nel suo corpo glorioso i segni della sua pasqua, accostandosi alla povertà di ognuno, consumerà, «facendoci ardere il cuore», le tappe di un'esperienza che da sola non basta a persuaderci alla resa davanti alla pasqua.

 

«Capite quel che vi ho fatto?»

«Io vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto» (Giovanni 13,15)

Un lontano mi scrive parole, che, se non mi sorprendono, mi fanno soffrire. «Non parteciperò al rito del giovedì santo. La lavanda mi ha sempre inchiodato. Forse passa per quest'impressione incancellabile il filo che mi tiene ancora avvinto, in un certo senso, alla chiesa. Ma se ci tornassi quest'anno con l'animo che mi hanno fatto gli avvenimenti all'insaputa di me stesso, mi verrebbe la tentazione di gridare anche contro di voi, che pur mostrate di capire tante cose: capite voi quello che fate? - Forse non l'avete mai capito: certo, adesso, non lo capite più. Quell'azione è un capovolgimento della vita e voi ne fate un rito».

Amico caro e lontano, nella mia chiesa non si fa la funzione del Mandato, ma il vangelo che lo racconta, lo leggo ugualmente a bassa voce - il tono dell'indegnità che si confessa - davanti al cenacolo, dopo l'Ufficio delle tenebre, quando non ci si vede più e ci si può vergognare di noi stessi senza falsi pudori. Lo leggo per me e, se vuoi, anche per te e per qualcun altro che soffre come noi, quantunque le parole decisive non si possano leggere che per sé.

* * *

«Gesù sapendo che era venuta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre»...

Per un cristiano non ci sono ore inconsapevoli; ogni ora segna il transito dal mondo al Padre, dal terrestre allo spirituale, dal parziale all'universale, dal temporale all'eterno.

Il distacco, che prepara il transito, non può avvenire che per un accrescimento d'amore, vale a dire nella luce della carità del Padre, che non conosce limiti. «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Un «passaggio» o una «conversione» che diminuisse le affezioni naturali e ci sottraesse alle parziali emozioni che tali affetti giustamente ci comandano, non sarebbe un'ascensione.

Si sale verso il Padre, con cuore purificato, ma non separato. Il nostro vero patrimonio umano ce lo portiamo con noi per accrescerne il valore nella santità.

Niente ci deve impedire di portare «sino alla fine», nella pienezza della carità, i nostri vincoli umani: neanche la presenza del traditore, neanche la possibilità di piegare per altre vie le resistenze delle creature.

Proprio quando Gesù sa che «il diavolo aveva già messo in cuore» a Giuda Iscariota di tradirlo, quando ha la certezza che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che stava per ritornare a Dio «...si levò da tavola, depose le sue vesti e preso un asciugatoio, se ne cinse... ».

Facendosi uomo aveva preso «la forma del servo». Ma nessuno se n'era accorto fino a quel momento, tanto era in alto il Maestro nella sua così comune umanità. Operava grandi miracoli, si trasfigurava sul monte, predicava con autorità mai vista, parlava come un profeta non aveva mai parlato.

Gli uomini avevano bisogno di vedere il servo, in una forma evidente, inequivocabile. L'amore ve l'avrebbe fissato per sempre e in un gesto che sfida le false grandezze e le false dignità create dal nostro orgoglio.

«Si levò da tavola, depose le sue vesti, e preso un asciugatoio se ne cinse. Poi mise dell' acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio».

Non ha cominciato né da Pietro né da Giovanni; forse da Giuda, per subito gustare l'estrema ripugnanza di servire l'inservibile, di amare l'inamabile.

Quando arriva a Pietro si sente dire: - Tu Signore, lavare i piedi a me? - Pietro misurava soltanto la propria miseria, e non poneva l'occhio sul mandato di carità che lo avrebbe impegnato come seguace di Cristo, per tutta la vita.

- Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo. Capiva il fatto dell'umiliazione, non capiva la lezione che il Maestro intendeva dargli attraverso il mistero dell'umiliazione. Pietro voleva aver parte con Cristo immaginando chi sa quali ricompense; per questo era disposto a farsi lavare anche le mani e il capo. Neanche il primo degli apostoli sapeva che l'unica condizione per aver parte con lui, è legata, più che a una lavanda materiale, alla continuazione di quella carità che il Cristo veniva istituendo con un atto quasi sacramentale.

«Come dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe riprese le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: - Capite quel che vi ho fatto?».

E poiché gli apostoli non capivano l'istituzione della carità, che doveva precedere di poco l'istituzione del sacramento della carità, il Maestro è costretto a continuare la lezione.

«Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene perché lo sono. Se dunque io che sono il Signore e Maestro v'ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Poiché io vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come v'ho fatto io».

L'istituzione dell'eucaristia si chiude con parole quasi eguali: - Fate questo in memoria di me.

I cristiani di tutti i tempi hanno trovato più facile ripetere la presenza eucaristica della presenza della carità, dimenticando che non si può capire una mensa dalla quale, almeno uno, dietro l'esempio del Maestro, non si alzi per continuare nel mondo quella carità che è il fermento celeste del pane del mistero.

* * *

Amico lontano e caro, non ti dico: torna anche quest'anno al rito del Mandato. Non ti dico neppure: non chiederti se noi comprendiamo quello che il Cristo ha fatto.

Appunto perché hai l'impressione che nelle nostre chiese ciò che tu giustamente chiami il capovolgimento sia in pericolo di diventare una semplice «forma rituale», io ti scongiuro di non fermarti quest'anno nella navata della tua chiesa, spettatore indeciso e indisposto. Portati avanti, fino alla tavola eucaristica per «levarti» subito dopo la comunione, non come un commensale qualunque, ma come un servo dell'Amore che deve cambiare il mondo.

I «capovolgimenti» non si attendono, si fanno. «Se sapete queste cose, siete beati se le fate».

 

Adoro Te, latens Deitas...

Di questa grande giornata, il giovedì santo, che ha motivi di meditazione innumerevoli e commoventi guardo al «momento eucaristico», che, ricapitolando ogni dono del Signore, anticipa e continua la sua piena offerta per la salvezza del mondo.

Lo guardo come de' poveri occhi possono guardare a tanto sacramento, col pensiero a qualche fratello smarrito che non riesce più a ravvisarvi la Presenza, ma che tuttavia è attratto verso il mistero da non so qual forza o memoria. Mi faccio aiutare dal suo smarrimento, che diviene una segreta carità alla mia indigenza, perché quando so che c'è alla porta qualcuno che chiede, mi è più facile trovare per lui e per me.

Vi sono accostamenti eucaristici che anche un lontano può capire. Se essi non s'innestano direttamente nella profondità del mistero come deve esser visto da un uomo di dottrina e di fede, introducono e mantengono i lontani nell'influenza dell'eucaristia, che dalla sfera dell'inaccessibile si comunica all'umano e lo sorregge, lo dilata, lo compie.

* * *

Per uno strano contrasto con il linguaggio divenuto spirituale e quasi mistico, nella nostra generazione, più materialistica della precedente, la quale, nonostante l'ostentato sforzo di circoscrivere la propria conoscenza e ricerca al mondo dei sensi, ne era rimasta fuori col cuore più di quanto immaginava, il senso del mistero va affievolendosi in modo preoccupante.

Non lo esclude di proposito né lo nega brutalmente; non se ne occupa, non lo sente. I giovani lo fanno capire anche troppo: ogni bene che la mano non raggiunge non è che un sogno.

Non v'è differenza tra chi nega apertamente e chi, pur non negando, non si prende neanche il disturbo di vedere se di là del breve spazio della propria sensibile esperienza, la realtà continua. Chi nega brutalmente fa uno sforzo che può anche celare inquietudine o insicurezza, mentre questo placido fermarsi alla prima posta, questo tornar indietro appena raggiunto il limite della propria passeggiata di pensionati, senza provarne pena o curiosità, mi sembra un accettare la prigionia come cosa naturale.

Un romantico parlerebbe di ali infrante, di raccorciamento di respiro; io m'accontento di vederci una diminuzione dell'uomo, un distacco dalla realtà, una minore partecipazione alla vita, che è universalità.

Quando si tratta del mio essere o del mio valore umano o della mia vita, non mi domando se una cosa è possibile e, nel caso nostro, se il raggiungimento del mistero attraverso la mia intelligenza o la mia cordialità, è possibile. Sento di poter osare, di dover osare, prima ancora di sapere se vi riuscirò. Non è giusto che m'impoverisca, tagliandomi fuori dalla realtà col pretesto di star meglio.

Non son quaggiù per star bene, ma per crescere e divenire uomo. E se altri, con la scusa di darmi agi e tranquillità, mi rinchiude nella stretta prigione dei sensi e m'impedisce di pensare che c'è spazio oltre il mio passo breve, orizzonti oltre il mio sguardo, che la vita continua anche quando qualche cosa di mio si dissolve, che ci sto a fare quaggiù così addomesticato, anche se l'addomesticamento mi viene lautamente pagato? Che povera moneta di cambio!

Ora, nella nostra religione (e questo mi par di capirlo proprio oggi, festa del Pane) oltre la dottrina, c'è qualcosa di afferrabile e di ineffabilmente sensibile che ci salva dalla tentazione di chiuderci nel materiale, con la scusa che, limitandoci, si conosce e si domina meglio la natura.

L'eucaristia è il momento più efficace di questa educazione salutare dell'uomo, nei riguardi del mistero che ci circonda e ci preme.

Contro tutte le apparenze, a disfida di tutti i sensi che vengono meno, ecco il Cristo in un po' di pane. In una briciola di materia creata, l'Increato. L'Invisibile in un attimo del visibile. L'Eterno in qualche cosa che appartiene al tempo.

La nostra formazione spirituale ne esce illuminata, la nostra mentalità profondamente commossa e quasi addestrata a vedere una realtà incontenibile nella cornice che ho davanti e che mi occupa i sensi: una realtà che trabocca, che veramente incomincia ad essere, almeno in quel senso che per me è l'unico senso, quando finisco di vedere, di toccare, di pensare, di ragionare.

Solo allora sono un evaso nel significato migliore della parola, un uomo libero. Il fatto del Cristo nell'ultima cena, continuato fino a questa mattina sotto i miei occhi, m'introduce, senza che me n'accorga, in quel mondo incommensurabile e incommensurato, che i piccoli uomini si sforzano di sprangare con la scusa che è il mondo dei sogni.

Forse non si è mai così desti, né così vivi, né così veri come quando si sogna.

Non è certo un sogno, quando, chini sulla più piccola creatura, il quasi-niente di essa ci si sprofonda sotto lo sguardo e qualche cosa, che ricorda la meraviglia del mondo stellare, ci sorprende e ci abbaglia? La briciola che diventa un mondo, una presenza che «indica» il mistero! C'è qualcosa d'eucaristico in ogni creatura e chi scorge, con la fede, la Presenza nel pane consacrato, finisce per accorgersi che tutto è mistero e che ciò che tocco e capisco non è che l'attimo, l'apparenza, il velo di una realtà che mi sorpassa infinitamente.

Quando oggi uscirò dal cenacolo, il mistero che ho visto e adorato nell'ostia, rifulgerà ovunque, e questo povero mondo divenuto tragicamente troppo angusto a motivo del mio materialismo, si allargherà meravigliosamente e ogni creatura prenderà le proporzioni della briciola di Pane davanti alla quale mi sono inginocchiato adorando.

* * *

Ecco un altro accostamento: l'eucaristia non è soltanto il velo della realtà ultrasensibile, ma fermento di bene.

Questo pover'uomo, che si è dato un limite di fronte alla realtà sensibile, si è dato un limite anche di fronte alla realtà morale.

lo non sono contento né di quello che faccio né di quello che vedo fare nel mondo. Vorrei mutarmi e mutare. Se mi ci provo, se mi metto contro per una ragione non d'interesse, ma di coscienza, quasi tutti mi giudicano un pazzo e mi suggeriscono di scavarmi una trincea per ripararmi dal fuoco divoratore dell'egoismo altrui.

E che il mondo si perda!

Lo sforzo morale ha ceduto allo sforzo di affermarsi contro tutti, in una volontà implacabile di dominio.

Dall'ordine morale siamo passati all'immoralismo assoluto. Avendo perduto la fede nel miglioramento dell'uomo, abbiamo rinunciato ad essere fermento di bene per diventare oppressori.

Contro questa vecchia tentazione, ringiovanita incredibilmente oggigiorno, l'eucaristia si presenta come il fermento di tutti gli sforzi morali e il sostegno di ogni fiducia nel bene che sarà.

Chi si comunica, entra «in vigilia», è di fazione per sollevare il mondo dal male, senza pretendere che altri faccia prima di lui e con lui. Nell'orto degli Ulivi pretende forse il Maestro che i discepoli vigilino la sua agonia nella lotta contro l'ora delle tenebre?

La mia comunione di stamane è il Cristo operante contro il mio tentativo di fuga di fronte al male travolgente. Un mistero di bene contrapposto al mistero del male: un mistero attivo, operante senza stanchezza, senza sfiducia, senza tornaconto, senza un voltarsi indietro per vedere se qualche cosa cresce, se qualcuno ci segue!

* * *

E com'è fermento di bene, è pure ravvivamento e restaurazione di ogni ideale. Qualche cosa ogni giorno s'oscura nella chiarezza della mia visione spirituale: l'esperienza mi consuma e mi brucia la freschezza degli inizi.

Si invecchia precipitosamente, e nessun specifico vale a fermarci sulla china di una decadenza che è dello spirito come del corpo.

Il mistero di oggi e di tutti i giorni è la novità di oggi e d'ogni giorno; un riaffacciarsi dell'effimero sull'eterno, del mortale nell'immortale, la primavera divina sull'inverno del tempo; la presenza dello Spirito che ricrea ogni cosa restituendola alle ingenue proporzioni del pensiero divino.

Dio nelle sue creature, l'ideale sempre vivo nella nostra impotenza quotidiana, è il dono di una giornata che si chiude con le tenebre del Getsemani, vinte dalla luce inconfondibile del pane appena spezzato sopra una tavola divenuta l'altare di tutti gli olocausti e di tutte le ascensioni, sotto lo sguardo stupito degli apostoli che, senza capire, si son trovati impegnati nella più grande battaglia del bene che conosca la storia.

* * *

...e la visione eucaristica sale...

In certe belle mattine di giugno, appena apro la finestra vie n dentro un campo di spighe, che m'abbraccian gli occhi e sogno. Sogno due mani pure che, contro il sole, alzino sulla distesa biond'azzurrina, il tuo Pane, o Signore, senza ostensorio, come nell'elevazione.

Dopo, nella messa, allor ch'io stesso ripeto tremando il gesto augusto del mistero, vedo la mia chiesa mutarsi in campo e tutte le spighe curvarsi. È la fatica della mia gente che, adorando, si salda nell'agonia e nel dono del Signore.

Essa ha preparato il pane dell'adorabile Presenza. L'ostia, al pari della croce, son due braccia e due cuori che s'incontrano. Quand'alzo il pane, esalto la carità di Dio e la fatica dell'uomo: porto nel cuore del Signore, che le ricovera e le riposa, le opere del mio popolo laborioso.

L'uomo si è incontrato con Te nel pane, ancor prima che Tu lo facessi per noi nel Pane di vita eterna. Tu celebrasti con lui sotto il sole un primo sponsale: lo volesti compagno nel campo prima che sull'altare. I miei contadini non s'accorgono, allorché seminano, zappano, mietono, delle invisibili braccia che hanno vicino e che lavorano senza tregua, prima e più di loro, anche quando essi dormono o son stanchi e malati.

Il pane eucaristico porta il segno di tutte le comunioni naturali, suggerisce tutte le riconoscenze, è compendio e memoria di tutti i doni.

* * *

Son malato di grandezza e di primi posti... Incapace di sboccare sull'Eterno e sull'Immenso, m'affaccio con arsura alla ribalta del mio piccolo mondo. Scrivo il mio nome sui muri e in fondo alla pagina. Ho fretta di mostrarmi, di farmi conoscere, di parere... Domani non sarò più! Mi esibisco come merce avariata... Mi spingo verso dubbie originalità per far colpo, per essere qualcuno...: disposto a prendere l'anonimo se c'è da guadagnare di più e senza rischio.

Mi fa paura il silenzio: mi fa paura il nascondimento: più del male.

Guardo l'ostia. Silenzio senza limiti: uniformità senza rilievo: realtà senza apparenze se non di pane che non è più: Dio nascosto...

Signore, ho vergogna del mio niente che si fa idolo!

* * *

È piccola l'ostia! e basta per un Dio... Anche una briciola gli basta... Anche la briciola vale tutto, tutto l'Amore. Onnipotenza dell' Amore! Posseggo una casa, un campo. Voglio due case, due campi: tante case, tanti campi. Ragiono così: se moltiplico il mio avere moltiplico il mio star bene. Costruisco, col mio stolto ragionare, un rapporto tra quantità e felicità, come se la felicità la si potesse spremere dalle creature. Più tardi - beato chi ci arriva, comunque ci arrivi sia pure col cuore rotto! - m'accorgerò che i campi, le case e le altre cose ancora, possono talvolta arrivare, ma che la felicità non ha il loro passo; non si lascia condurre, non si lascia comprare. Ecco sempre va lontano, ognor più lontano.

La piccola ostia, la briciola che è tutto il Signore, a questo pover'uomo, mercante di felicità, insegna che la felicità è Qualcuno: tu, mio Signore. Se no, il povero sarebbe fuori del banchetto e nessuno potrebbe credere alla tua giustizia né alla tua carità.

* * *

Il pane eucaristico non si conserva al di là del giorno, se non per i morenti. Pane quotidiano anche l'eucaristia: vero pane quotidiano, che si benedice ogni giorno, che ogni giorno si rinnova perché l'uomo avverta la continua presenza e l'inesausta carità del Signore. L'ostia è un pane che non s'accumula.

Ogni soverchia sollecitudine del domani è un affronto alla generosità del Padre, una mancanza di fiducia, un'incomprensione eucaristica.

Povere casseforti degli uomini! Poveri sotterranei blindati delle grandi banche, vere cattedrali dell'illusione! Non vai la pena d'assalirvi: non custodite che cifre.

Il pane vero della vita è nel tuo amore, nella tua terra, nella tua pioggia, nel tuo sole e nelle mani degli uomini che lavorano con te, o Signore.

* * *

Pane eucaristico: pane che si spezza e si dona. Fractio panis è il primo nome della messa. «Prese il pane, rese grazie, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi». Il gesto della mamma che distribuisce il pane ai figliuoli. La mamma ha, se può dare: gode nel dare.

Quale lezione per noi che vogliamo tutto e non abbiamo mai nulla per gli altri!

Il mondo è così: mani che si chiudono, occhi che non vedono, cuori di pietra.

Chi spezza il pane quotidiano, come si spezza il pane eucaristico, risolve il problema sociale. È tuttavia l'unico modo di gustare il sapore del pane, il sapore eucaristico delle creature. Esse non hanno più né sapore né gioia perché l'egoismo spegne e cancella il sapore e la gioia.

* * *

Il pane eucaristico è un pane di comunione. Il sacerdote che alla balaustrata passa e ripassa con la mistica navetta tesse il vincolo che ci connette tutti al Signore. Se uno solo degli uomini resta fuori del nostro cuore, la comunione non è piena.

Nell'eucaristia ciò che davvero spaventa non è il mistero del corpo del Signore, ma il Cristo fatto umanità: non è l'ostia ma l'umanità che è nell'ostia.

«Il Signore ci ha preparato una mensa...». Quando si torna a casa intristiti dalla durezza degli uomini, la mensa che ci raccoglie, le facce che si hanno d'intorno, la mamma che ci guarda con occhio così diverso dagli altri, fanno scendere e scomparire l'amarezza. Si dimentica il male e ci si riconcilia col dovere e con la vita perché qualcuno ci vuol bene.

Così l'amore sovrabbondante di Gesù nell'eucaristia ci fa ritrovare i fratelli al posto dei nemici.

- Tutti cattivi: tutti menzogneri: tutti egoisti...! - Spaventosa tentazione.

- Anche quelli di casa nostra? No, no. Quando si torna a casa si respira e si riposa. Queste son facce buone: qui siam tra i nostri!

La comunione ci riconcilia così. Alla mensa di Gesù troviamo la nostra vera famiglia... Siam tutti fratelli.

Anch'essi furon forse cattivi con noi: lo potranno ridiventar subito, perché la vita è fragilità e pericolo. Non importa. Guardiamoli nella comunione. Che bella faccia in questo momento! Hanno riconosciuto e rinnegato il proprio male: hanno il desiderio di essere buoni. Desiderio desideravi... Il desiderio del bene: qual grande bontà!

Riposiamo adunque nella comunione e godiamo d'aver ritrovato i fratelli, «quam bonum et quam jucuntjum habitare fratres in unum!», e il Signore, «Invenimus Dominum». Sta con noi, «in me manet». Viene con noi, «factus cibus viatorum».

Allora siamo sicuri del Bene; ora e sempre. Il male non è che un'ombra, che scompare all'apparir del Bene.

Allora la tentazione del nostro male non ci sgomenta più.

Siamo nelle braccia del Padre e nella comunione dei fratelli.

- Bone Pastor, Panis vere, tu nos pasce, nos tuere, tu nos bona fac videre in terra viventium.

 

Lasciamoci amare

Chiesa spoglia: tabernacolo vuoto, aperto... Oggi non c'è nessuno! Mi fa male quest'assenza voluta dal mio peccato.

Gesù divorato dal mio peccato...

Nella navata di destra, al primo altare, chiuso da una cortina di damasco, il cenacolo. Ai piedi, mazzi di violacciocche, rami di pruno selvatico appena fiorito, un tappeto di vecce cresciute al buio, pochi ceri, molti lumini.

La gente vien dentro in punta di piedi, si mette dove può, silenziosa. Non so se prega: guarda.

* * *

Non c'è niente da guardare: un povero cenacolo di chiesa povera.

C'è l'ostia da guardare: il pane dell'ultima cena, preso in mano, benedetto, consacrato da mani che Gesù ha fatto sue, appunto perché non sono sante, perché non son pure come le sue.

Dio! come strazia questo confronto divenuto più facile nel gesto che continua dinanzi al Dono, poiché la messa di oggi è sospesa aspettando il domani. Di mezzo c'è l'agonia, la tua, o Gesù, e la mia.

La tua è l'ineffabile agonia di chi nel dare sopravanza ogni attesa di chi riceve: la mia è l'agonia di chi ripete e non sa, di chi tende le mani e non capisce neppure di tendere le mani, di chi continua il mistero in un gesto più meccanico che spirituale.

Sono una spiaggia arida: viene l'onda e non so accoglierla. Me ne accorgo quando il flutto è già lontano. Che angusto recipiente per la tua straripante abbondanza! Quanta impurità per l'Innocenza che mi gorgoglia tra le mani!

* * *

Questa sera, poiché Egli si è come staccato dalle mie povere mani, poiché c'è un piano tra me e il pane della vita, poiché c'è di mezzo l'incontenibile singhiozzo del Getsemani, vivo l'ora del cenacolo in consapevolezza muta e accorata.

La mia gente intuisce il mio star male davanti alla Presenza del cenacolo, residuo pieno, ostia non consumata, sacrificio non esaurito, offerta sospesa tra la mia indegnità di oggi e quella di domani.

Cosa dice a Gesù quella bambina, cui la mamma soffia dolcemente delle parole brevi sui capelli d'oro?

E quell'uomo, che ha la faccia chiusa più delle labbra e una stanchezza dimessa nel corpo che si regge a stento?

Una fanciulla fissa il tabernacolo attraverso un tenue velo di malinconia: una mamma, lì presso, pare l'Addolorata. Ha sette figli, è vedova...

* * *

Com'è bello questo ritrovarsi d'anime e di pene, di tenerezza e di pietà nella mia comunione di domani!

Domani, mentre ti porterò sull'altare maggiore, nudo come la croce, freddo come il mio cuore, quando ti spezzerò... mi ridirai tutto, Cristo adorato, Cristo accarezzato, Cristo pianto dal mio popolo per me.

Domani è la comunione... Ognuno ha lasciato qualcosa di sé, ha segnato con un palpito o con una lacrima il mio Pane di domani: ognuno col Signore si comunica a questo povero prete: ognuno mi perdona, ognuno mi sorregge. Sono il fratello di tutti: il fratello che ha bisogno di tutti, che tende la mano a tutti... anche al pruno, anche al violacciocco, anche alla veccia, anche al lumino che fumiga.

Come potrà starci tutto questo mondo, che si àncora nell'Eterno fatto pane, nel cuore di un pover'uomo? Cosa mi domandi, Signore?

* * *

Rileggo il vangelo del Mandato.

«Gesù, sapendo che era venuta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. E durante la cena, si levò da tavola, depose le sue vesti, prese un asciugatoio, se ne cinse. Poi mise dell' acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi ai discepoli. ..

Venne dunque a Simon Pietro, il quale gli disse: - Tu, Signore, lavare i piedi a me? Gesù gli rispose: - Tu non sai ora quello che io faccio: lo capirai dopo. Pietro gli disse: - Tu non mi laverai mai i piedi. Gesù gli rispose: - Se non ti lavo non avrai meco parte alcuna. E Simone Pietro: - Non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!» (Giovanni 13,1.10).

Lasciarsi amare.

Tu non mi domandi di più. Non mi domandi se ti voglio

bene. Ti basta ch'io mi lasci amare dall' Amore, portare dall'Amore, perché anch'io sono un "lontano".

Allora domani faccio la comunione. Sei tu che mi ospiti. lo sono l'esule che torna alla patria: il prodigo che dal deserto dell'Amore, torna alla casa dell'Amore, nel giorno dell'Amore.