PICCOLI GRANDI LIBRI   Primo Mazzolari

Dietro la croce

EDB 1983

NEL CENACOLO

NEL GETSEMANI

SUL CALVARIO

VERSO LA PASQUA

...«non capirono niente»...

Abbandoni

I calvari di questa pasqua

Verso la pasqua

«Capite quel che vi ho fatto?»

Per la tua ineffabile agonia...

Parla il morente

La notte che sa

Adoro Te, latens Deitas...

Il morente mi guarda...

Aria di pasqua

Lasciamoci amare

...E io lo guardo

Invito a pasqua

Un più grande miracolo

...Ad quid?...

Il mio impegno con lui

 

SUL CALVARIO

I calvari di questa pasqua

Quello di 1942 anni fa so dov'è: presso Gerusalemme. Neppure un monte: un rialzo qualsiasi, volgare, maledetto. Il Golgota.
Vi è salito Gesù nel primo pomeriggio di parasceve, dopo l'agonia e la cattura, dopo l'infamia di una procedura senza legge e senza cuore, tra abbandoni, tradimenti, viltà, false testimonianze, false indignazioni, falsi scrupoli, tra ferocie e dileggi inumani.
Lassù - oggi la Via crucis non riesco a seguirla perché il Crocifisso m'afferra sensi, memoria e cuore - fu inchiodato e innalzato per la nuova agonia. Appena morto, fu dischiodato per darlo in grembo alla Madre. La croce è rimasta in piedi, intatta, vuota, in attesa di me, d'ognuno.
Ovunque è una croce, lì è un Calvario e un crocifisso. Di croci vuote, quest'anno, non ne vedo una, e son così
spesse che ovunque guardo non vedo che croci e crocifissi.
Ogni uomo è croce e crocifisso insieme, e dove egli è, ivi si erge un calvario.
C'è oggi un luogo donde non ci venga un lamento d'agonizzante?

* * *

Calvari sono il mio cuore e la mia coscienza... Per un momento chiudo gli occhi sui miei calvari, ove dovere e carità vengono continuamente crocifissi, e sto in ascolto per raccogliere le voci e i sospiri che m'arrivano dai tanti calvari di questa pasqua. Omne cor moerens et omne caput languidum. . .

* * *

Vaticano. Un colle, come il Calvario, un colle fatale, quantunque i secoli, gli uomini e la devozione ne abbiano fatto un tesoro di grandezza, d'arte e di fasto.
Intorno vi sono secoli e secoli di storia e di magnificenza: ma il calvario è rimasto nonostante i Gregori, i Bonifaci, i Giuli..., nonostante Michelangelo, Raffaello e il Bernini. Sotto, è rimasta la tomba di un crocifisso, sia pure col capo all'in giù. La più audace cupola del mondo protegge un calvario, sul cui pinnacolo sta la croce, una risposta senza parole a tutte le tentazioni del maligno, che non rispetta neanche i luoghi santi. Per un momento mi libero dalla soggezione e dall'ammirazione che dà istintivamente ogni persona arrivata al fastigio, e guardo al papa col mio cuore di figliolo che gli vuol bene, anche se non riesce a dirglielo nelle solite formule, troppo eloquenti e imponenti per lasciar posto al cuore.
Povero caro padre! Anche tu sei crocifisso e parli... Quelle di Gesù son parole brevi: appelli, certezze, promesse, proteste d'amore che nessuna tristezza d'uomo poteva far impallidire.
Se badate, se sappiamo leggere oltre l'esitazione, oltre la documentazione, anche nella parola di Pio XII c'è lo stesso accento, la stessa pena, lo stesso accoramento, lo stesso appello, la stessa certezza, lo stesso amore. È un crocifisso che parla.
Chi l'ascolterà? Chi t'ascolterà, caro e amabile padre, che sali in silenzio il calvario della nostra pasqua e ti distendi sereno sulla croce che ti abbiamo preparato e che è il tuo vero trono?
Non importa che qualcuno t'ascolti, oggi, (c'è troppo tumulto di passioni!): importa che il mondo veda che il Vaticano è rimasto il più alto e il più vero calvario di questa pasqua, e che il papa, su questa terra sconvolta e feroce, è ancora una volta il crocifisso della giustizia, della fedeltà, della pace, dell'amore.

* * *

So che cosa vuol dire salire su di un pulpito, tenere in mano una Parola, consegna di dovere e di coscienza, venutaci da Chi ha diritto ch'io gli impresti la mia voce e la mia fedeltà. Le mani tremano, anche se il cuore è fermo.
Il prete comincia a leggere... Ai piedi c'è un mondo come ai piedi della croce.
Penso ai vescovi, ai parroci, ai preti della cattolicità che in questi giorni di passione leggono la Parola del Crocifisso del Golgota e di quello del Vaticano. Non ho mai sofferto come in questo pensiero per la comunione dei santi e per la fraternità, né mai n'ho tanto goduto.
Ricordo il venerdì santo del 1920 nella chiesa parrocchiale di Cosel, in Alta Slesia. Una folla d'uomini, soli uomini. Predicava il vecchio parroco, in tedesco. Capivo poco di tedesco, eppure mi pareva di capire. Teneva in mano, parlando, il Crocifisso. Le parole che sanno di lagrime e di sangue chi non le capisce?
Oggi, sopra ogni pulpito di chiesa, non c'è più un prete che parla con un crocifisso di legno in mano: c'è un unico crocifisso, un crocifisso vivente, le mani trafitte, i piedi inchiodati, il cuore spalancato...

- Padre, perdona loro, non sanno...

* * *

- Dove celebreremo la pasqua, quest'anno?

Non lo so. Forse in trincea, di fronte ai fratelli, in carcere, in un campo di concentramento, sulle rovine delle chiese.
Non importa dove celebreremo la pasqua. Noi sappiamo che la pasqua è, e che nessuna fobia atea e disumana ce la può togliere, perché il Calvario è rimasto in piedi dappertutto.
La nostra pasqua è il Cristo crocifisso. E la pasqua egli la fa lo stesso. Scende sulle piazze, lungo le strade, negli ospedali, nelle prigioni, ovunque è fame, dolore, oppressione, martirio. Ogni lagrima è sua, ogni umiliazione è sua, sua ogni tristezza come ogni agonia. Egli ha fame e sete: è malato, ignudo, senza casa, prigioniero. oppresso, schiavo: è il dolore che fu, che è nell'ora e nei secoli: è l'Uomo del dolore, il crocifisso di ogni ora. Nessuno può impedirgli di soffrire con chi soffre e di morire con chi muore.
La nostra pasqua è il Cristo risorto.
Il soldato che il giorno di pasqua sarà costretto a combattere, nel cielo senza Alleluia griderà la certezza di una fede, che vince ogni negazione umana: - Il Cristo è risorto: veramente è risorto. Alleluia, alleluia.

Parla il morente

Quando la terra è piena di morenti, non si può chiudere il cuore alle loro voci estreme. Almeno un gemito arriverà fino al più distratto di noi. Se non sarà quello del Cristo che muore crocifisso sul legno del Calvario, sarà il gemito di coloro che muoiono crocifissi sul fango, sulla sabbia, sulla roccia, o dentro le carlinghe d'alluminio, gli scafi corazzati, i carri di ferro.
Cambiano le croci, ma la croce resta, e da ognuna di esse il Morente parla come dalla croce del Calvario.

* * *

- Ho sete.

Tutte le seti nella sete del Signore: la sete del disperso e del ferito: la sete di tenerezza del lontano: la sete di giustizia del conculcato; la sete di patria dell'esule: la sete di gioia terrena dell'uomo; la sete di gioia eterna del santo.
So che qualcuno riesce a chiudersela nel cuore la propria sete, senza gridarla. Quello è certo un uomo forte: cioè più di un uomo o meno di un uomo.
Io sono un pover'uomo e chiedo una goccia d'acqua a tutte le fonti, una parola d'amore a tutti i cuori. Se chiedo, sono un mendìco, è vero: ma quanta fede nel Signore cela la mia povertà! Se oso domandargli una goccia d'acqua vuol dire che c'è la goccia d'acqua, ch'essa fu voluta dalla sua onnipotenza, pensata dalla sua carità proprio per la mia sete di oggi.
Per tutte le labbra riarse mandano acque le fonti del Signore, stillano rugiada le erbe del Signore: si donano al sole le nevi e i ghiacciai del Signore.
Su ogni Calvario c'è sempre una canna e una spugna per arrivare alle labbra del Signore.
Chi non vuol essere importunato dice che nessuno ha sete.
"Lasciate che il Morente ci trapassi il cuore col suo grido: «Ho sete». Dopo averlo ascoltato ci tremerà la mano se oseremo accostare alla nostra bocca il bicchier d'acqua che il Signore ha disposto per chi muore. Ci son troppe gioie omicide e ben pochi se n'accorgono.

* * *

«Oggi, sarai con me in paradiso».

Muore di sete e dispone del paradiso per un ladrone!
Così vuole la logica del vangelo. Se non ho sete non ho acqua per nessuno. La mia povertà mi fa capace del dono. «Guai a voi, satolli.. .». Son coloro che credono di avere e non hanno: di essere arrivati e non sono neppure per istrada. Mentre coloro che «hanno fame e sete di giustizia» sono gli unici che, essendosi accorti che il mondo è pieno di affamati e di assetati, hanno scoperto i granai e le sorgenti eterne.
- Oggi, sarai con me in paradiso.
La parola porta i segni della grandezza di Dio.
Un morente che dice a un morente: «Ricordati di me quando sarai nel tuo regno» è il vertice della fede toccato da cuore d'uomo. Cristo deve aver pensato:
«Non ho mai trovato tanta fede in Israele».
Non dimenticate ch'egli chiedeva un regno a chi gli moriva accanto, sopra una croce d'infamia come la sua, le mani crocifisse come le sue: un vinto, un reprobo!
E non gli domanda né una parola, né uno sguardo, le uniche cose di cui forse poteva ancora disporre; gli domanda l'eterno.
Se questa non è suprema follia, è certo la prova che lassù, sul Golgota, si giocava veramente la partita decisiva per quel tesoro
«che nessun ladro può rubare e nessuna tignola consumare».
Come ladro, egli doveva aver ben appreso quando, a qualunque prezzo, convenga fare il baratto. Nessuno può ingannare un ladro che muore.

* * *

«Padre perdona loro, perché non sanno ciò che fanno».

Cristo ha vinto la morte perché dopo di lui nessuno può morire col cuore che non sa perdonare.
Le piccole offerte si possono fare con qualunque cuore: l'offerta suprema non può essere fatta che da un cuore mondo.
La vita non è un colpo d'obice che si può sparare imprecando. Se uno ha appena il tempo di accorgersene, vede di fare della propria vita un dono buono, anche per chi gliela toglie.
Che cosa sappiamo quando facciamo soffrire e morire il fratello?
Il perdono che il Morente invoca sui suoi crocifissori poggia su due cardini: la bontà inesauribile del Padre, la nostra inguaribile ignoranza...
Ci facciamo del male e non sappiamo perché: ci uccidiamo l'un l'altro e
«crediamo di rendere omaggio a Dio».
Si deve odiare il male, ma chi soffre, ma i poveri occhi che non vedono, ma chi muore ogni giorno, non lo si può odiare.
Le idee si odiano tra di loro, ma i morenti si perdonano a vicenda, perché la morte è l'ora della purificazione suprema.
Non si può andare incontro al Mistero con l'anima nel buio. Per discendere sereni e placati ci vuole la lampada:
Aptate vestras lampadas.

* * *

 

«Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Dona il Regno a un ladrone: perdona a chi lo crocifigge e non sa vincere l'abbandono del cielo.
Ognuno sa che gli uomini abbandonano: abbandonano e non sanno neanche di abbandonare. Ma Dio sa che sto male, che in certe ore non ne posso più. Lo sa e mi lascia solo.

«Mostrami un segno del tuo favore, onde quelli che mi abbandonano lo veggano e ne sian confusi»
(Salmo 85,17).
Quanti cieli si rabbuiano nell'«ora della tenebra»! Quante fedi piegano sotto la tempesta della malvagità umana!
Ma l'uomo è troppo povera cosa per chiedergli conto direttamente di quanto accade di brutto nel mondo e per colpa sua.
Da ogni letto di dolore o da ogni terra di sventura, il lamento o la rivolta, la bestemmia o la preghiera, saliranno sempre verso l'Eterno.
I confini del cuore sono segnati in terra di Dio. Ogni nostro vero dibattito, non può essere contenuto in termini umani e trabocca sul divino, ove la nostra piccola logica trova conclusioni impensate.
Più mi sembra d'essere un dimenticato dal Padre, più lo chiamo: più s'allenta la sua mano e più tenacemente m'attacco a lui: più egli m'abbandona e più a lui m'abbandono.

- In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.

* * *

«Donna, ecco tuo figlio».

Non si può portar via nulla al cuore, specialmente a una donna, senza restituirle subito qualche cosa...
- Tuo fratello risorgerà.
- Donna, ecco tuo figlio.

La morte deve esser vinta così: il cuore va riempito così. Con pure considerazioni, sian esse di carattere eroico o mistico, non si placa la desolazione dei cuori.
L'amore che fa vivere davvero, non si nutre di fantasmi. Bisogna dare l'amore all'amore che ama.
La Madonna sa perché suo Figlio muore, ma è una
mamma e Gesù la rassicura «Donna, ecco tuo figlio».
Oh, poter dire ad ogni mamma che piange:
«Ecco tuo figlio»!
Dopo aver ascoltato queste certezze che reggono il cuore, si può «reclinare il capo» in pace anche sovra ogni croce. La desolazione è vinta dal dono che si rinnova per virtù della parola del Morente.

Il morente mi guarda...

Domandai ai miei fanciulli qual è il monte più alto. Il Calvario: uno mi rispose. E sarà tre volte l'argine del mio fiume: una rupe piuttosto che un monte, un luogo di condannati!
Eppure, di là si vede tutto e si vede giusto.
Nessuno osò mettersi più in alto di Gesù, e il Calvario è proprio il punto più alto della sua vita.
Che cosa ha visto di lassù?
Ci si immagina il morire: quasi degli occhi che si chiudono. Ma c'è anche lo sguardo del morente, che si fissa nell'anima come un segno dell'al di là e tutto consacra ovunque si posa. La prima volta che salii sul Sabotino, guardando dall'osservatorio, ove una granata austriaca stroncò i ventidue anni del mio Peppino, pareami che ogni sasso, ogni pianta, ogni erba, su cui il suo occhio si era un giorno posato nella vana ricerca di una materna tenerezza, fossero reliquie. Avrei voluto tutto accarezzare.
Ora, seguo il tuo sguardo, divin Morente. Che cos'hai visto?

* * *

Quello che veramente c'è nelle creature e nell'uomo.

Sul monte della tentazione il mondo parve quasi desiderabile anche all'occhio di lui. Ogni creatura ha la sua lusinga sul cuore dell'uomo.
Ora le cose si sono discoperte: l'uomo si è disvelato. Le prime son divenute croci, spine, flagelli, fiele...
niente. Le cose non disertano al pari dell'uomo: non sono niente. L'uomo invece... lo ha venduto, rinnegato, abbandonato, tradito, crocifisso...

* * *

... quelli per cui muore, non quelli che lo fanno morire.

La sua bontà non fu arrestata dalla nostra cattiveria, la quale, inchiodandogli le mani, non gli chiuse le braccia: sbrecciandogli il cuore ne fece straripare l'amore.
Noi non siamo diventati più buoni perché Tu sei venuto tra noi: ma la nostra tristezza non scalfì il tuo amore. Tu sei rimasto buono in un mondo di tristi e l'occhio paziente della tua misericordia ci vede buoni.
Un po' d'acqua che diventa vino: qualche pane che si moltiplica: un cieco che vede: un morto che risorge è poco in confronto di una bontà che dà un volto buono a tutti i cattivi.
Perché tu mi guardi così, anch'io, oggi, sono buono.

* * *

. . . i due ladroni.

Come da due confluenze opposte, due onde continue, silenziose e tragiche s'infrangono da secoli contro il Morente: il dolore che nega il suo dolore. Ogni pena umana, come ogni goccia d'acqua, si fa rivolo, torrente e fiume: misteriosamente s'inalvea e per questi due versanti corre verso l'oceano spalancato del cuore di Cristo, ove s'ingorga, si confonde, si placa. Disperazione e abbandono in lui si ricongiungono, attendendo, più che il giudizio, la misericordia di chi intende ogni grido, terge ogni lacrima, placa ogni tempesta.
- Ricordati di me - ti dice il buon ladrone: e Tu gli dai il paradiso: il tuo, grazie a una goccia di umana pietà.
All'altro, che bestemmia ancora perché non sa, gli doni il tuo capo reclinato, perché incontrando il tuo volto trasfigurato dalla morte, gli salga un pensiero d'amore.
Omnis figura eius amorem spirat: manus expansae, caput inclinatum.

* * *

... schiudersi una più grande maternità nel cuore della Madre.

La maternità divina della Vergine è un mistero di gaudio: la sua maternità umana è un mistero di dolore. L'annuncio di Gabriele trasvola in un dolcissimo tramonto: la parola di Gesù alla Madre ha la pacata fermezza di un testamento, detto dalla croce, scritto col sangue. Il primo ci dà la «benedetta»: questo, la «mamma», e alla Madonna un cuore così largo e generoso, che al posto del Figlio accoglie Giuda, Pietro, il cattivo ladrone, i farisei, i crocifissori, me... Se non ci fosse il dolore come tutto sarebbe più piccolo quaggiù! Ed io sarei senza mamma.

* * *

... il Cielo chiudersi perché gli uomini sono cattivi.

- Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? - Al Giordano e sul Tabor il Cielo si apre e parla: sul Calvario una cortina di tenebra spessa si pone fra l'amore del Padre e lo sguardo del Morente.
L'odio è la bestemmia che sfigura la faccia del Padre, e ci impedisce di vederlo. Come non c'è amore verace verso Dio senza carità verso il prossimo, così non è facile l'accesso fino a lui se il prossimo non ci mostra un segno qualsiasi della divina bontà. Il di là è troppo lontano se non ci viene un po' vicino nel
di qua.
Se tutte le mani si chiudono, se tutti i cuori si serrano, se nessuno mi guarda, se nessuno mi sfiora con un bacio le labbra riarse, come potrò riconoscerti, o Signore, come pane, come amore, come pietà?
- Padre, perdona: non sanno...
Così tu vinci la nostra tristezza. Ma io sono cattivo e se Tu non impresti a qualcuno di qui le tue braccia perché mi sorreggano, non riuscirò a scorgere il sorriso della tua infinita bontà.

* * *

Ha visto me...

Se vi è qualche cosa di buono in me è quello sguardo. La mia vocazione è in quello sguardo. La commozione che provo in questo momento è il riflesso di quello sguardo, che non si chiuderà mai più sulle piaghe della mia povera anima.
E dopo aver visto me, non poté più vedere avanti. Ha visto troppo...
Et inclinato capite...
Signore, son io che ti faccio morire e pure oso guardarti.
Pietro ti guarda e si salva.
Il buon ladrone ti guarda e si salva.
Il centurione ti guarda e si salva.
I farisei non hanno guardato Gesù: Giuda lo ha baciato, senza guardarlo...
Io ti faccio morire, ma ti guardo... Voglio che tu mi apra la piaga del tuo cuore perché mi vi nasconda dentro: che i tuoi angeli dischiodino le tue braccia perché esse mi sollevino sopra la mia polvere di peccato: che essi distacchino i tuoi piedi benedetti perché mi conducano lontano da questo mondo che non vuol credere al tuo amore.

...E io lo guardo

- O vos omnes, qui transitis per viam, attendite et videte...

- Non abbiamo tempo: la vita corre...
- Un attimo solo: c'è un uomo che muore.
- Che c'importa?
La parabola del samaritano continua. Chi è prossimo per Gesù che muore?
Almeno uno sguardo.
Pietro guarda Gesù e si salva.
Il buon ladrone guarda Gesù e si salva.
Il centurione guarda Gesù e si salva.
I farisei non hanno guardato Gesù. Giuda ha baciato Gesù senza guardarlo.
Io voglio guardare Gesù che muore.

Cosa vedo?

* * *

Vedo il mio peccato.

- Delicta quis intelligit? Allora sono in buona compagnia.
Alla predica del peccato ci ho sempre capito poco. Dove volete che arrivino i sassi lanciati da questo monellaccio?
- Se tu conoscessi...
Adesso so dove arriva il sasso che lancio a cuor leggero.
Sul tuo volto che si sfigura: sul tuo costato che si apre: sul tuo corpo che è tutto una piaga: sulle tue mani inchiodate: sul tuo capo coronato di spine. Tu sei il Crocifisso di ogni ara, crocifisso in ogni creatura, crocifisso per amar mio, per causa mia.
E tu, per farmi cuore, mi dici: - Muoio per te.
Se fossi un galantuomo, dovrei risponderti: - Son io però che ti faccio morire.
E senza indurirmi come i farisei, senza disperare come Giuda, col cuore di Pietro, del buon ladrone, del centurione.

* * *

Vedo come s'afferma il bene quaggiù.

Dura lezione alla leggerezza con cui m'accingo ad opere che hanno per sfondo e garanzia l'eternità.
Chi crede non ha fretta.
Chi crede non mendica le briciole degli uomini per la cattedrale dell'Eterno. Chi crede non si meraviglia né protesta se lo incoglie la persecuzione dei lontani e dei vicini. Chi crede sa che il regno dei cieli patisce violenza e che solo i violenti lo rapiscono. Chi crede sa che il deserto può fiorire in una notte e che un giardino può essere reso all'istante deserto.
Chi crede sa che i giorni del bene sono come i giorni del seminatore. Ibant e flebant... Chi crede sa che la potenza si esalta nella debolezza.
Quale potenza manifesta Gesù in croce! I piedi non possono più portarlo verso gli sventurati: né le mani toccare gli occhi dei ciechi, né le parole raccogliergli intorno la moltitudine stupita, né lo sguardo sconvolgere il fondo delle coscienze e rivelare all'uomo tutto sé stesso. Ma sulla croce, ove ha abdicato ad ogni potenza esteriore, egli è più potente che mai: esempio e promessa al tempo stesso della potenza del cristiano quando, come Gesù Cristo, si trova ridotto alla sola sua croce.

* * *

Vedo lo statuto della mia libertà.

«Non dimenticate a che prezzo siete stati affrancati: non vogliate farvi di nuovo schiavi degli uomini» (s. Paolo).
Io conto più del mondo intero perché c'è una goccia del sangue di Gesù sulla mia anima.
Io debbo rispettare la goccia di sangue che impreziosisce infinitamente anche l'ultimo degli uomini.
Il sangue di Cristo non si vende: il sangue di Cristo non si compera: il sangue di Cristo non deve essere tradito, calpestato, manomesso.
La mia libertà di redento è sovra tutte le ragioni di stato, sovra tutte le necessità. Prima di ogni bandiera, fu innalzata su di me la croce del Signore.
Anche se me la strappano, se qualcuno me la strappa, quel vuoto è sempre il limite infrangibile dell'insaziabilità del sensuale, dell'avaro, del tiranno.
Non è l'uomo che difende l'uomo: Dio solo è il nostro vindice e il nostro custode, quel Dio che bagnò col suo sangue i confini di tutte le sante libertà.

* * *

Vedo come si fa la pace con Dio e con gli uomini.

Cielo e terra si ricongiungono sulla montagna del Dio crocifisso. Le sue mani aperte sono il primo, infrangibile anello della fraternità.
Io do la mano a Cristo.
C'è un chiodo non ribattuto: la saldatura col Cristo comporta una trafittura: la fraternità costa, ma dà la gioia di vivere tra fratelli e di ritrovare l'unità.

* * *

Vedo una siepe d'amore intorno alle mie possibili fughe.

Gesù è passato per tutte le strade.
- Anche di qui?
- Anche di qui. Fissa bene e scorgerai l'impronta dei suoi piedi trafitti.
- Se è passato lui...
- E quelle braccia - se badi - sono il vallo d'amore costruito sui varchi e sui baratri spalancati del nostro peccato.
La più grave colpa sta nel credere che esistano peccati che la sua misericordia non possa perdonare, una lontananza che non possa venir colmata dalla sua carità, se noi lo chiamiamo con tutto il nostro cuore.

* * *

Vedo e abbraccio tutto il dolore umano.

Ogni lagrima è tua, ogni sofferenza è tua, ogni umiliazione è tua; tu hai fame e sete, sei malato, ignudo, senza casa, prigioniero, oppresso, schiavo: sei il dolore che fu, che è nell'ora, che sarà nei secoli: sei l'Uomo del dolore, il crocifisso di ogni ora.

* * *

Due gridi di disperazione: due mondi, due città; la città di Dio, la città degli uomini.
- Io fuggo dal Crocifisso.
- Io mi getto nelle braccia del Crocifisso.

* * *

Tutto è consumato di questa incredibile avventura, per la quale Dio ha le braccia legate per l'eternità: questa avventura, con la quale il Figlio gli ha legato le braccia.
Egli ha legato per sempre le braccia della sua giustizia, per sciogliere eternamente le braccia della sua misericordia.

* * *

Signore, aprimi la piaga del tuo costato, perché mi vi nasconda dentro.
Che i tuoi angioli dischi odino le tue braccia affinché mi sollevino sopra la mia polvere: distacchino i tuoi piedi benedetti affinché, seguendo i tuoi passi, vada lontano da questo mondo di odio, che minaccia d'inghiottirmi.

Un più grande miracolo

- S'egli è il Figliuolo dell'uomo, scenda ora giù dalla croce e noi crederemo in lui. (Matteo 27,42)

C'è tutto di crocefisso, oggi, e senza volerlo riconoscere apertamente, ognuno si sente di fazione sopra un calvario, ai piedi di una croce, ove qualcuno o qualche cosa in cui, credenti o non credenti, abbiamo un po' sperato, sta per morire.
Questo convergere di cuori e di sguardi, da una parte e dall'altra della fossa che abbiamo scavata per fame una trincea, anche se attesa e sfiducia vi si confondono, è uno dei pochi aspetti umani di quest'ora disumana. Fino a quando c'è un calvario e una croce sul nostro cammino, l'umanità non è perduta. Cristo, ancora una volta è al vertice del nostro dramma, è lo stesso nostro dramma, che, prima di trovare in lui la soluzione sospirata, prende da lui le parole e i momenti edificanti.

* * *

Da qualche ora il Cristo è sulla croce e presso a spirare. La fine è segnata irrimediabilmente come una disfatta: i suoi nemici, quindi, non avrebbero più nulla da chiedergli.
Invece i capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani non sanno distaccarsi dal Calvario.
«S'egli è il Figliuol di Dio, scenda ora giù dalla croce e noi crederemo in lui».
Dietro la beffa e l'ingiuria, dichiarate dallo stesso Vangelo, c'è la loro poca sicurezza. Il «re dei giudei» moriva ignominiosamente, ma essi non erano ancora sicuri della sua fine, almeno non ne erano così sicuri da voltar pagina una volta per sempre e non pensarci più.
Se domani faranno custodire gelosamente il sepolcro, è troppo giusto che oggi sorveglino la croce fino a tanto ch'egli ha fiato.
Gli uomini della materia, per quanti successi raggiungano, rimangono sempre poco tranquilli sulle proprie conquiste. Essi sentono d'aver costruito un'enorme statua coi piedi d'argilla o d'aver camminato strade ampie e lunghe che però non continuano. Dev'essere paurosamente tragico un tal senso e ben desolante il dubbio d'aver speso tante energie e sacrificato tante vite per una terra senza approdo o per una casa che non regge.

«Vedrete coi vostri stessi occhi»
ci ammonisce s. Paolo «se avete costruito col ferro o con la paglia». La storia è divenuta un crogiuolo che a breve distanza dagli avvenimenti o nel cuore stesso degli avvenimenti, li prova col fuoco.
Le spade cadono di mano ai vittoriosi come gli strumenti da quelle dell'artista,
ogni volta che lo Spirito non ne sorregge lo sforzo.
Le disfatte dell'uomo che, sacrificando la propria dignità, s'illude di poter costruire le grandezze di un'epoca, segnano le svolte più fosche della storia e le ore più desolate dell'anima che nessun frastuono di beffa, d'ingiuria o di menzogna può distogliere dal pensare che qualcosa di nuovo si prepari anche nel fondo di una tomba sigillata, ovvero che uno si stacchi dalla croce, dove le nostre mani ve l'hanno inchiodato.
Lo spirito non muore: e ne è prova l'angoscia di chi non ha fede, che lo fa malsicuro nel trionfo, diseredato nel possesso, disfatto nella vittoria.
Non è necessario che Cristo discenda dalla croce perché noi crediamo in lui. Quando non si è sicuri né della propria strada, né del proprio lavoro, né della propria conquista, implicitamente si ammette che 1'Altro può avere ragione. E l'Altro non è che l'Uomo della croce, ai cui piedi, proprio oggi, siamo di fazione.

* * *

Anche molti cristiani nelle ore torbide e provocanti del male chiedono che il Cristo scenda dalla croce.
Che uno si sgomenti in ore siffatte è umano, come umana è la tentazione di abbandonare colui che non scende dalla croce per dominare gli avvenimenti.
Ma il Cristo resiste anche agli «uomini di poca fede», come ha resistito al tentato re e alla folla che gli chiedevano prodigi.

- Se tu sei il Figlio di Dio, gettati giù di qui.

Non si tenta Dio. Per chi vuole il miracolo, c'è quello di Giona, vale a dire il sepolcro, cui Egli s'abbandona come ogni povera carne.
Se il Cristo volesse procedere col passo delle forze terrestri non si lascerebbe sorprendere, né catturare, né giudicare, né condannare, né crocifiggere. Opporrebbe forza a forza, violenza a violenza, astuzia ad astuzia...
Ma gli uomini non ci guadagnerebbero nulla se dovessero essere trattati allo stesso modo sia per raggiungere la verità come per constatare la menzogna. La verità libera, non solo perché è verità, ma per la maniera con cui si fa strada quaggiù. Ogni adesione imposta dal di fuori, anche se conduce alla verità o al bene, rischierebbe di essere schiavitù.
Se Cristo scendesse dalla croce come noi pretendiamo, sia per poter gli credere se lontani, sia per rincuorarci se dei suoi, tanto l'adesione come l'esaltazione rimarrebbero sul piano delle grandezze materiali. La stessa paura che ci fa crocifissori ci farebbe inginocchiare.
Ora è ben giusto che Cristo non voglia simili adoratori, come non vuole discepoli che, ad ogni svolta un po' brusca, gli chiedano un prodigio per sottrarsi all'impegno di rendergli testimonianza.
Però, la tentazione di gridargli: - scendi dalla croce - rimane, poiché neanche un uomo di gran fede può sopportare senza una mortale angoscia, il massacro di milioni e milioni di vite umane, la distruzione di città e di continenti, l'accumularsi di rovine materiali e morali, in fondo a cui non si scorge alcun segno dello spirito.
Confesso umilmente che non trovo pace in certe devote spiegazioni del mistero.
Preferisco il mistero tal quale, come lo vedo sul Calvario e nella storia che continua il Calvario. Il mistero ha contorni insopportabili, ma, al centro, c'è qualcosa che mi fissa il cuore nel momento stesso che me lo attanaglia. Le mie capacità di male, che sono enormi, si placano e si chiariscono nel dolore soltanto, come solo nel dolore si dispongono le provvidenziali riprese dell'uomo spirituale.
Forse questa è la condizione necessaria per «nascere di nuovo», poiché «quel che nasce dalla carne è carne, ma quel che nasce dallo spirito è spirito». E lo spirito si manifesta appunto nel
«credere che il Figlio dell'Uomo è stato mandato non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Il giudizio e la salvezza del mondo devono essere su due piani diversi se il Signore li ha così nettamente opposti.
Si è sul piano del giudizio quando chiediamo al Signore di scendere dalla croce: si è sul piano della salvezza quando accettiamo l'obbedienza del Cristo
«fino alla morte e alla morte di croce» «avendo Iddio tanto amato il mondo che gli ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita».

...Ad quid?...

C'è un'agonia di dubbio che dura da secoli e che, nel nostro, par quasi si esasperi di fronte a un'evidenza insultante: il bene si perde, come «l'olio odorifero di nardo schietto»di Maria di Betania.
I calcolatori, i pratici, se lo chiedono davanti ad ogni gesto che non abbia un tornaconto immediato.
Giuda ha fatto scuola.
Lavorare in perdita: soffrire in perdita: morire in perdita: stupidità che il nostro mondo non capisce, né scusa, né tollera.
Giuda vende il Maestro divenuto inutile.
Pilato si sconcerta davanti a un Re che vuol morire. Erode lo giudica un pazzo. E prima di lui, tale l'avevan
giudicato anche i parenti.
«Ora, i suoi parenti, vennero per impadronirsi di lui, perché dicevano: È fuori di sé»
(Marco 3,21).
E non avevano torto, come non avevano torto Erode, Pilato, Giuda, i sommi sacerdoti.
Che strano raduno - convenerunt in unum - e di qual disumana «ragione» sono in possesso!
Con Cristo infatti, l'irrazionale, che è già nella nostra natura, è entrato nel mondo, prese corpo nel mondo in una maniera sconcertante. Il mondo ha preso una nuova dimensione, la dimensione di coloro che danno la vita per gli altri.
La croce è l'unità di misura di questa nuova dimensione umana che sconfina sull'Eterno: il Crocifisso è la presenza di questa nuova realtà; senza la quale non si capisce niente e tutto diventa disumano, quaggiù.
- C'è proprio bisogno - mi sento dire - di questa illogica dimensione, che esige il sacrificio? Non è un nuovo tormento buttato sulle spalle e sul cuore dell'uomo? Perché chiedergli una devozione che gli impedisce di vivere? Se il Cristo è la voce di questa esigenza imposta all'umanità, meglio riprendere il grido del Pretorio: «Tolle, tolle eum! Crucifige eum!».
Ma il tragico incomincia appunto dopo il Crucifige. Il Morente non muore perché, in ognuno di noi, anche in colui che grida «toglilo! toglilo», c'è il segno di una croce, presagio e conferma di quella del Calvario. Che io lo voglia o no, la mia vita è legata al mio perdermi per coloro che amo. «Chi perde la propria vita, la ritrova». La più illogica affermazione, la più folle pretesa urge nel mio cuore.
«Caritas Christi urget nos».
Qualche cosa si sprofonda in me: il mio egoismo frana, si apre un abisso: punto d'inserimento d'una logica che sono costretto a riconoscere come l'unica strada della mia felicità e della mia ricchezza umana.

* * *

Infatti, se riesco a capire questo nuovo aspetto della mia vita, ove il perdere è il solo guadagno vero che posso fare, non sono più povero.
La povertà non è mancanza né di danaro né di successo, ma la impossibilità di spendermi, cioè la mancanza assoluta d'amore.
Se posso dare, sono ricco. Donando, mi apro un credito senza limiti su Dio: dissuggello in me «la sorgente saliente a vita eterna».
Chi domanda, è sempre un mendicante; chi rapisce, un mendicante; un mendicante chi violenta, strappa, conculca, opprime.
Egli non ha mai nulla da dare, perché nulla mai gli trabocca dal cuore.
Ecco il più gran male del nostro tempo. E si allarga come la peste: ne siamo tutti minacciati.
Si salva soltanto chi ha fede nella carità.
Chi crede nella carità non esige l'eguaglianza, non vanta diritti, non è un defraudato, non serba alcun risentimento.
Come il Crocifisso, tiene le braccia spalancate ed il cuore aperto: può donare il perdono ai crocifissori e il paradiso al buon ladrone.

* * *

- Cerebralismo, sentimentalismo. Chi capisce questo parlare?
Inutile opporre parole a parole: ascolto, non mi difendo.
Se dentro non si è scavato l'abisso, se la carità non è diventata presenza, se uno non vede i morti che hanno dato la loro vita per gli altri come i soli che meritano il nome di vivi, inutile ragionare. Sul Calvario non si ragiona, si contempla.
Se non ci fossero che i vivi, quaggiù, credete che la terra sarebbe abitabile?
In nome del Crocifisso, in lui e per lui tutti coloro «che agli occhi degli insipienti paiono morti», vivono e riempiono la
terra.
Coloro che furon ricoperti di catene, d'infamia e di ludibrio, di derisione e di disprezzo...
Coloro che salirono il patibolo o che accettarono l'esilio per la giustizia e la verità...
Coloro che non poterono difendersi davanti a nessun tribunale umano.
Coloro che scesero nel sepolcro tra l'indifferenza o l'obbrobrio dei beneficati.
Il milite ignoto di ogni guerra...

* * *

Il nuovo paganesimo non è di questa opinione: per esso è norma il successo. Ma c'è anche l'opinione del Calvario, la presenza del Calvario, che oggi più che mai, inquieta il mondo e tiene in sospeso i cuori e smorza l'ad quid perditio haec sulle labbra più ciniche.
Da questa presenza, in cui tutta la carità umana si concreta viene anche il comando della carità e il viatico della carità.
Il Calvario «trascina» l'umanità.
L'uomo può esaltarsi fino al parossismo, credersi forte fino alla follia, sentirsi ricco e prepotente. Basterà il ricordo del Calvario, l'ombra soltanto della croce, riflessa sull'ultimo degli uomini che ha creduto ed è morto per rendere testimonianza al bene, per farci smisuratamente poveri e infelici.

 

Il mio impegno con lui

Il mio prete ha tolto anche i grossi candelieri di ferro battuto: sull'altare non c'è che il grande Crocefisso e la sua ombra fatta anche più grande.
Questa nudità m'agghiaccia. Vorrei tornare indietro, ma la folla che procede, mi ferma e mi getta come una barca strappata all'ormeggio contro il Crocefisso.
Mi addosso ad una colonna per respirare un poco. Ho preso il posto del pubblicano, del senza-fede, di chi è sospeso tra la disperazione della strada e la nudità dell'altare, una nudità minacciosa, inscalabile.
Se qualcuno mi leggesse il cuore, mi spregerebbe. Passo per un uomo forte, ho fama di spirito superiore e sono tornato a vedere la consueta cerimonia della croce, che mi ha sempre lasciato indifferente o rivoltoso.

* * *

- Ho paura... Invecchio.

Ma a questo declinare ero preparato. Vi son fatalità scontate in precedenza. Certe illusioni se le fanno soltanto gli imbecilli che non vogliono accorgersi che, al tramonto, l'ora d'andare è vicina.

* * *

- La crisi.

Ma i miei affari resistono. Con queste brusche sterzate dell'economia di guerra, san capitato sull'onda che sale e per il domani non ho pensieri, comunque pieghi la corrente.
È il «resto» che non va bene! Qualche cosa che ieri non c'era e che adesso c'è: qualche cosa che non ha ancora un nome ma che tra poco l'avrà: un niente cresciuto in un attimo e già così ingombrante che non c'è più posto per il mio star bene, per quei motivi di star bene, ieri così solidi e sicuri.

* * *

- Lo star male degli altri?..

Mi vie n da ridere. Non è uno spettacolo insolito. Da quando ho cominciato a capire, non ho visto che gente in pena e in affanno, gente tribolata e bisognosa.

* * *

- Le ingiustizie?...

Gli uomini, da che mondo è mondo, non hanno saputo far altro e intendono continuare la vecchia strada. Sarei forse io quel presuntuoso che pretende mutare una rotta divenuta fatale e comoda a molti?! A me basta di non trovarmi sotto... Finora, a forza di gomiti e d'astuzie, ne son rimasto fuori, dalla parte del più forte.

* * *

- La guerra?...

Ciò che mi tien fermo a questa colonna, che m'avvince a quel Crocefisso, non è questa o quella cosa: non l'ingiustizia del mondo, non la guerra, non la morte. È tutto: sono io, che, per la prima volta, mi vedo riflesso in queste cose come il Crocefisso me le presenta.
Ho l'impressione di trovarmi per la prima volta in faccia alla morte, all'ingiustizia, al dolore, alla guerra... Come siano arrivate queste nostre tristezze fin sull'altare, non so: come si siano legate a quel tronco, fatte una sola cosa col Crocifisso, non so... So che ci sono anch'io lassù, sul1egno, inchiodato sul legno...
inchiodato con la fame di tutti gli uomini
con l'esilio di tutti
con la desolazione di tutti
con la menzogna che fa l'ingiustizia.
Sono venuto per vedere e mi trovo inchiodato. Sono anch'io un crocifisso! Quanti siamo qui e anche gli altri..., tutti dei crocifissi.
Ogni tentativo di fuga è impossibile questa sera. Cristo mi fa uomo con lui, come lui, uomo di dolore, uomo di offerta.
Le mie ragioni non tengono: i miei alibi sono falsi: ci sono arrivato per tutte le strade, con tutti i disperati, i percossi, gli affamati; con tutti i felici, gli oppressori, i sazi...
Il Crocifisso è mio: io sono nel crocifisso.
Dico delle cose folli. Pochi momenti fa, se qualcuno avesse osato parlarmi su questo tono, gli avrei riso in faccia: adesso, non posso più ridere. Mi salgono dal profondo: sono voci serie, cose serie, l'unica cosa seria della mia vita. Ho guadagnato una croce e sento che sto salendovi per esservi crocifisso.

- Usciamo! Camminiamo via.

Non posso. Egli mi seguirà: vuol seguirmi. Farà la strada con me: vuol far la strada con me. È davanti. Ascolto.

* * *

- Prendi la tua croce e seguimi.

- Signore, non ti voglio: non ti voglio con me: non ti voglio seguire. Il tuo posto è qui: sei fatto per star qui, per questa tua chiesa, per questo tuo altare, per la croce, per questa tua croce.
Resta. Domani il prete ti rimetterà vicino, puliti e lucenti, i grossi candelieri di ferro battuto, i vasi di fiori, gli incensi...
Lasciami andar solo: voglio andar solo, capisci? Con uno come te, co' piedi forati, non si può camminare. Sono tanto diverse le strade nostre da quelle del tuo paese!
Chi mi ha condotto in chiesa questa sera? Chi m'ha gettato contro code sto Crocifisso enorme, proprio in questo venerdì santo?
Tutti e nessuno.
Bisognava pure che quel «resto» senza nome, che nessuno vuole, che nessuno capisce, lo mostrassi a qualcuno: bisognava trovargli un nome (c'è troppa orfanezza nel mio cuore!) un rifugio.
E adesso che ne so il nome, che ne vedo il volto, cos'ho guadagnato?
Quando troverò uno che ha fame... non gli potrò più dire (era così spiccio e comodo!): «Non so chi tu sia» - perché ti ho visto.
Davanti allo sguardo mortificato del mio operaio, al quale nego l'aumento del salario, adesso che tutto cresce, non potrò più voltargli le spalle dignitoso e sdegnato, perché io non ti posso più licenziare, o Cristo.
Se vedrò piangere, non potrò più scantonare perché sei tu che piangi.
Quando leggerò le cifre dei morti che la guerra ammucchia, non potrò pensare che i miei dividendi crescono per la sola ragione che gli altri muoiono, perché tu mi obbligheresti a guardarmi le mani. E chi può guardare delle mani, le proprie mani che grondano sangue?
Questo ho guadagnato stasera. Il «resto» che da anni e anni, con sforzi disumani ero riuscito a confinare in un angolo morto della mia anima, ha rotto gli argini, m'inonda e mi sommerge.
Per la prima volta, a faccia aperta, ho fissato in volto il mio male.
Ha il tuo volto, o Cristo crocifisso: il volto di Chi si è fatto uomo, Uomo di dolore, Uomo coperto di peccato perché io lo potessi finalmente vedere.
Adesso che ti ho riconosciuto, che so come chiamarti, adesso che non posso più fuggire, dimmi: - Che vuoi da me? Se vuoi proprio venire con me, vieni. So che tu non vuoi nulla di ciò che è mio, che non invidi nulla di quello che ho: mi vedi tanto povero, hai tanta pietà di me!...
Sei più crocifisso in me che su quel legno: più crocifisso nei miei piedi, nelle mie mani che nei tuoi piedi e nelle tue mani benedette. Sei più colpito e crocifisso in questa povera carne di guerra che nel tuo corpo di una volta.
E hai pietà di me, di chi va e di chi rimane: di chi è già nel vortice e di chi sta per cadervi, per i fanciulli, per le donne...
Hai pietà di questa selva di crocifissi che cammina! Una selva di crocifissi in cammino, dietro insegne e comandi senza pietà.
Crocifissi come te. Ma tu, dall'alto della tua croce, invochi perdono: noi, dalla nostra croce, odiamo. Tu doni il paradiso a: un ladrone, noi togliamo il pane anche all'orfano. Tu sulla croce, sei nudo, sei l'uomo. noi siamo obbligati a portare la maschera dell'uomo forte, dell'uomo grande, dell'uomo implacabile... fin sulla croce.
Signore, toglimi questa maschera: lascia che mi veda come sono, come siamo per avere almeno pietà gli uni degli altri.
Tu ci hai comandato di amarci gli uni gli altri come tu ci ami. Temo che quel giorno sia ancora molto lontano, troppo lontano.
Almeno potessimo arrivare ad aver pietà gli uni degli altri! a vivere e a morire da uomini, da poveri uomini come siamo, in pace con noi stessi!