PICCOLI GRANDI LIBRI  PRIMO MAZZOLARI

LA SAMARITANA

PIA SOCIETÀ SAN PAOLO – 1943

A un piccolo grande cuore, che nell’unica sete, ha tutte le seti.

tra i bassifondi del vangelo

benedicite, maria et flumina, domino

et nutantia corda, tu, dirigas

crocevia, fonti, paesi dell'anima

il giudeo

su questo monte o in gerusalemme

quaerens me, sedisti lassus

se tu conoscessi

viene l'ora

benedicite, lux et tenebrae, domino

che vuol dire grandezza?

il veniente

benedicite, fontes, domino

fons vincit sitientem

testimonianze

 

et nutantia corda, tu, dirigas

« Gesù le disse: - Va' a chiamare tuo marito e vieni qua ».

Nell'esclamazione della Samaritana non c'è soltanto più stanchezza che amore, ma più desiderio di felicità che buon volere di raggiungerla attraverso la virtù.

Dio è fonte di felicità e di virtù. Il vero sentimento religioso risulta quindi dalla fusione dell'elemento felicità con quello di moralità.

Assai spesso la tendenza alla felicità prevale sulla tendenza alla virtù, e il sentimento religioso si corrompe. Allora interviene la coscienza morale, che reagisce, come fa il Signore con la Samaritana, contro il sentimento religioso alterato dalla prevalenza del piacere.

La reazione della coscienza morale può essere eccessiva e distruggere le tendenze alla felicità. Si cadrebbe cosi da un eccesso ad un altro e la religione non esisterebbe più, perché non c'è religione dove non c'è speranza di bene. Cosi ha fatto lo stoicismo, che nella sua critica morale alla corrotta religione dei suoi tempi, fu tanto esagerato da rinnegare ogni aspirazione alla felicità. « Non cercate la felicità, ma la virtù ».

Invece il profetismo ebraico è una reazione della coscienza morale contro le credenze popolari e farisaiche, e mantiene e rispetta le esigenze della felicità. Quando il popolo di Israele credeva bastassero i sacrifici e l'esatto adempimento delle prescrizioni legali del culto per ottenere la protezione e la benedizione di Dio; il profeta, insorgendo insegnava: «V'illudete: Dio è giusto e non vuole sacrifici. Vuole giustizia e misericordia ».

Il profeta non rinnegava la protezione divina: intendeva assicurarla al suo popolo come frutto dell'obbedienza all'ordine morale, richiamandolo a ciò che vi è di più puro e di più intimo nella religione: la santità e la giustizia di Dio.

Gesù, venuto a compire la Legge e i Profeti, porta nel richiamo morale, una perfetta esemplarità. Egli non solo rispetta nella Samaritana la sua grande sete di felicità e di miracolo, ma la sua stessa povertà morale, e l'aiuta a sollevarsi con delicata sincerità.

Dicendole: « Va a chiamare tuo marito e torna qua », Egli indica alla donna la sua miseria morale, ma non l'umilia né l'esaspera. Avrebbe potuto dirle: Come mai, tu che sei una peccatrice, pretendi l'acqua che disseta per sempre? Mondati e potrai attingerla.

In vece si accontenta di farle sentire la condizione di errore in cui si trova e quindi la sua infelicità. Gesù non chiama mai nessuno peccatore, neanche la donna perduta, neanche il Prodigo. E' un titolo che va usato soltanto in prima persona, per conto nostro, battendoci il petto. Peccatori lo siamo - nessun appellativo è più meritato - ma nessuno ha il diritto di buttarcelo in faccia se noi stessi non ce lo riconosciamo.

Gesù, con la sua promessa alla Samaritana, ha portato nel mondo una grande speranza. Ma questa grande speranza richiede una grande virtù che investe tutta la nostra vita personale e sociale: Tutti, più o meno, sperimentiamo, nel nostro sentimento religioso la prevalenza dell'aspirazione alla felicità sopra l'aspirazione alla virtù, che è sforzo. Ecco perché Gesù, discorrendo con la Samaritana, riforma la nostra coscienza religiosa istintiva e nella tendenza alla felicità, che tenta di prevalere sul dovere, innesta la coscienza morale cristiana.

La nostra religione è un'infinita speranza perché è un'assoluta moralità.

Lo sforzo morale, mentre corregge la nostra tendenza alla felicità, il cui prevalere potrebbe guastare il nostro sentimento religioso, ci dispone di fronte a Cristo con tutto noi stessi.

La sete ci fa sentire ciò che ci manca, ma per attingere alla sorgente ci vuole tutta l'anima. Ci si perde o ci si salva con tutta l'anima, secondo il comandamento: « Amerai con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze ».

Ma l'attingere ha le sue condizioni. Il mio sforzo morale è soprattutto per me, per il mio bene. Se vi dico: - Siate buoni perché altrimenti non potete raggiungere la felicità, senza volerlo, vi sentite impegnati.

La Samaritana ha una sete: non ha tutte le seti, e Gesù l'invita a guardarsi attorno. E comincia con le seti più vicine, le prossime, quelle che ci riguardano: le seti da noi accresciute e da noi esasperate.

Qualcuno è stato arso da me, dal mio peccato, vale a dire da una mia sete malamente soddisfatta. E' necessario che io porti al Signore anche questa sete, poiché l'acqua che disseta è fatta di tutte le seti.

L'uomo è multanime, cioè sociale. Per convertirmi, oltre tutto me stesso, bisogna che anche il mio ambiente e il mondo si sollevino e si mettano in istrada.

Il dramma dell'apostasia moderna, più che davanti agl'individui, è posto davanti alle istituzioni, alle quali l'individuo è legato per il suo stesso benessere materiale e morale.

L'uomo non lo s'incontra più solo, ma in una trama sociale sempre più complessa e dalla quale non si può e non sarebbe bene staccarlo.

Non si può salvare l'individuo se non si salva anche il mondo in cui egli deve vivere. Il Signore ci suggerisce di salvare l'individuo senza staccarlo dal suo ambiente, e di far leva sul primo per giungere al secondo e, nel contempo, di servirci dell'individuo per aumentare la respirabilità cristiana dell'ambiente familiare e sociale. In altre parole, si tratta di salvare un uomo che ci viene incontro saldato in un complesso d'istituzioni che danno alla sua umanità una nuova dimensione che diventa la materia o il campo dell'azione della Grazia.

«Gli rispose la donna: - Non ho marito ».

Con tanti amori, è rimasta nel deserto dell'amore. Conclusione di un'esperienza che non può essere capita dal di fuori, anche se descritta o raccontata eloquentemente. E badate che questa non è soltanto la conclusione di un'esperienza di peccato, ma di ogni amore umano.

Fu detto in principio: «Non è bene che l'uomo sia solo ». E mai la divina pietà ebbe accento più alto. Ma ciò che Dio congiunge, può essere separato dall'uomo.

Pare un assurdo parlare di amori che disgiungono: eppure quante confessioni aperte o silenziose! Ci si vuol bene e siamo tanto distanti gli uni dagli altri! E di mezzo, per colmare l'incolmabile, ci mettiamo interessi, convenienze, abitudini, figli...

Bisogna che il deserto fiorisca e non c'è che il Tuo amore che possa compiere il miracolo.

«E Gesù: - Hai detto bene: non ho marito ».

Il Signore loda la sincerità discreta e umiliata della Samaritana. La sincerità, come virtù, è assai più rara di certo suo surrogato che sa piuttosto di spregiudicatezza morale e di mania. L'alimenta certa letteratura di oggi che, incapace di confessioni illuminate e illuminanti, scopre con piacere sadico, ogni più profonda miseria morale.

La sincerità e la chiarezza sono indubbiamente grandi virtù, ma se i1loro culto non è regolato dalla carità, perdono ogni efficacia. La morale fanatica della chiarezza interiore, come la definisce un nostro giovane romanziere, va continuamente sorvegliata da una pietà guardinga e da una carità volenterosa che impediscano, al confessarsi, di diventare, passione o vizio.

La condizione umana è d'infermità, e ognuno di noi, come medico degli altri e di sé, deve saper rischiarare e abbuiare, ricordare e lasciar cadere nell'oblio, regolando l'introspezione con una specie di pietosa diplomazia.

Non sarebbe fuor di luogo parlare di una civiltà del sentimento mediante l'esercizio di una sincerità veramente cristiana, che prenda volto e cuore dall’adorabile Carità di Cristo. Il veder chiaro nell'animo nostro è assai più difficile di quanto non si creda. Quanta fantasia in certe spiegazioni del peccato! Che importa descrivere la strada dei nostri errori se nessuno c'indica quella del ritorno? La strada che ci ha fatti fuorviare non conta più dopo che il Signore ci ha perdonato. La vita cristiana vale solo per quello che si può diventare rispondendo alla Grazia.

« Hai avuta cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito: in questo hai detto il vero ».

Lo sbandare del cuore non fu mai garanzia di felicità. E siamo tutti così facili a sbandare e così mutevoli!

A volte, anche così derubati! L'uomo di oggi non è suo marito, o perché la donna non ha più niente da offrirgli, o perché non crede più di poter raggiungere qualche cosa per la via comune. Il peccato non è quasi mai una gioia: spesso è una disperazione..

Gesù sa tutto della Sa mari tana, ma non le dice che quel1e poche parole che possono giovarle. Noi sappiamo sempre così poco del mistero delle anime e tuttavia vogliamo dir loro tante cose! Così le perdiamo.

Un tempo la virtù della discrezione era molto più raccomandata e il confessarsi costava meno e sollevava di più. Chiunque pretende da un'anima, non ancora matura, una completa confessione, commette un errore di direzione e di salvezza.

La Samaritana non ha detto tutta la verità. E Gesù s'accontenta, molto più ch'essa non era obbligata a svelarsi al primo uomo capitatole innanzi. Egli era il Cristo, ma gli occhi di lei non vedevano che l'uomo dopo aver veduto il giudeo.

Nel Sacerdote c'è il ministro di Dio e c'è l'uomo. Si deve tener conto dell'uomo anche nei momenti più alti della sua funzione sacerdotale. Mi pare un errore di prospettiva pensare che per il solo fatto ch'è investito del potere divino di perdonare i peccati, il sacerdote possegga la completa conoscenza di qualsiasi situazione morale. Se fosse così, ogni sacerdote potrebbe essere preso come guida spirituale: invece, viene consigliata una scelta prudente.

Al confessore bastano i dati della mia povertà morale: alla guida confesso la mia anima.