PICCOLI GRANDI LIBRI  PRIMO MAZZOLARI

LA SAMARITANA

PIA SOCIETÀ SAN PAOLO – 1943

A un piccolo grande cuore, che nell’unica sete, ha tutte le seti.

tra i bassifondi del vangelo

benedicite, maria et flumina, domino

et nutantia corda, tu, dirigas

crocevia, fonti, paesi dell'anima

il giudeo

su questo monte o in gerusalemme

quaerens me, sedisti lassus

se tu conoscessi

viene l'ora

benedicite, lux et tenebrae, domino

che vuol dire grandezza?

il veniente

benedicite, fontes, domino

fons vincit sitientem

testimonianze

 

se tu conoscessi

« Gesù rispose: - Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui,che ti dice: dammi da bere, tu stessa gliene avresti. chiesto, ed egli t'avrebbe dato dell'acqua viva».

Signore, ti ho negato la goccia d'acqua che non si nega a nessuno e tu non hai chiuso il tuo cuore!

Allora vince il tuo amore, non il mio peccato. Questa è la vittoria che veramente conta, per me e per ognuno che si senta peccatore.

Tu mi resisti al pozzo di Sichar come nell'a trio di Caifa; davanti ai Farisei come sulla Croce.

Un amore che resiste e che tace o che risponde come hai risposto a una povera donna che Ti ha chiuso il cuore, è l'unico punto fermo della mia vita.

Non so che farmene delle posizioni sicure offertemi dall'uomo: non m'importa che trionfi questo piuttosto di quell'egoismo: sono così poveri i nostri trionfi!

Quante volte il quadrante della storia ha cambiato sotto i miei occhi; quanti uomini nuovi ho visti prendere il posto di altri discesi ignobilmente! E si dovette sempre ricominciare: sempre e di nuovo lottare per il nostro respiro più che per il nostro pane, per un po' di giustizia più che per la gloria. Conta così poco la gloria e pesa tanto sulle spalle dei poveri!

Se continuo a vivere, se resisto alla lotta, non è perché spero nel trionfo di questa o di quella idea, di questa o di quella civiltà, ma perché sui crolli e sul1e riprese c'è l'Amore che resiste, che tace, che perdona. La mia salvezza è questa certezza.

Adesso non mi fa più paura nessuna ondata di barbarie, nessuna marea di fango. Le guardo salire con lo sgomento nel cuore, vi fo argine come posso, senza tuttavia illudermi di poterle fermare.

Mi travolgeranno e forse sarà bene perché il mio impegno verso l'amore è di perdermi.

Però la forza di perdermi è in questo credo: c'è l'Amore e niente può vincerlo.

«Uomini di poca fede, perché avete dubitato?»

Signore, hai ragione di rimproverarmi. Ora, eccomi. Anche se non potrò vederti a prua «calmare i venti e le procel1e » con la tua sola parola, so che gli uni e gli altri ti obbediscono, perché tu sei più forte del1'uomo, sei l'Amore.

Niente è più forte dell'amore. « Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio, perché l'amore è forte più della morte e i suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma dell' Eterno. Le grandi piogge non possono spegnere l'amore e le acque dei grandi fiumi non possono sommergerlo» (Cantico dei Cantici) .

L'amore del Signore vince senza umiliarmi. Conosco superiorità che avviliscono, doni scontati amaramente prima ancora di averli in mano.

Dio predilige non solo colui che dà con ilare volto e senza che la sua sinistra sappia ciò che fa la sua destra, ma predilige sopra tutti chi dona con intelligenza e si scusa del dare, allegando le più onorevoli e amabili ragioni quasi fosse lui il debitore.

Non c'è interesse a mortificare il povero o il peccatore: non si aiuta nessuno: nessuno diviene più grande, né chi dà, né chi riceve.

Se siamo cristiani, bisogna imparare a discendere presso colui che va aiutato e dargli la mano per salire, così che il dare divenga uno scambio di amicizia più che di cose e nessuno si accorga chi è colui che dà e colui che riceve.

Il Signore non accumula la sua carità come un esercito accumula di fronte a una fortezza avversaria i suoi apprestamenti offensivi. Non colpisce frontalmente: preferisce insinuarsi chiarendo e scusando le nostre resistenze, proprio come la mamma, che per ogni errore del figlio ha pronta o inventa sul momento la spiegazione.

Vedetelo sulla Croce. Per ottenere il perdono del Padre sui suoi crocifissori, potrebbe dirGli: «Padre, tu sei infinitamente buono, perdona loro ». In vece, preferisce sollecitare la sua misericordia adducendo la scusa del loro non sapere: «Perdona loro, perché non sanno quello che essi fanno».

Alla Samaritana che lo tratta in modo disumano, potrebbe rispondere, pur rimanendo in un piano di grande carità: - Di' pure ciò che vuoi: ti ho già perdonato. - Invece, anticipa il motivo della Croce: «Se tu conoscessi... ».

Anche questa povera creatura non ci trova gusto a essere com'è, chiusa e aspra: non lo vuole con proposito tristo. Non sa, ecco tutto. Non sa che anche un giudeo è dei suoi. Se lo sapesse, non gli avrebbe rifiutato un sorso di acqua.

Cristo, nel Vangelo, previene l'opera del Paraclito, facendosi nostro avvocato, «essendo Egli venuto non per giudicare il mondo, ma per salvarlo ».

Il giudizio e la salvezza devono essere su due piani diversi se il Signore li ha così nettamente distinti.

Siamo sul piano del giudizio, quando, pur perdonando di cuore, facciamo la requisitoria a chi ci ha offeso: siamo sul piano della salvezza, quando il perdono lo andiamo a cercare nella povertà stessa di coloro che ci hanno offeso.

« Se tu conoscessi... ».

« Padre, non sanno... ».

La carità ha trovato nella nostra ignoranza il più valido argomento della nostra difesa; e per questa strada ove transita spesso, si inserisce nel nostro limite, di cui il nostro non sapere è un documento.

Cosa sappiamo noi, poveri uomini, quando facciamo il male? Delicta quis intelligit?

«Vi uccideranno, credendo di rendere ossequio a Dio ».

- Ma noi li abbiamo illuminati, ammaestrati, ammoniti... abbiamo predicato nelle chiese e sulle piazze: stampato libri...

Quante oscurità anche dopo certe spiegazioni!

Il Mistero rimane anche dopo tutte le nostre spiegazioni: le nostre resistenze al bene perdurano anche quando gli occhi hanno visto. C'è un mistero del cuore che bisogna rispettare anche quando dà suoni chiocci.

Gli uomini non ammettono per i loro codici, una volta promulgati; l'ignoranza della legge. Dio non solo l'ammette, ma la proclama per bocca del suo Unigenito.

«Se tu conoscessi... ».

Quasi non mi vorrei fermare per non cadere in tentazione. Ma trovo così facile e mi par così vero leggere che l'acqua, come ogni altra cosa, è un dono di Dio e che tutte le creature valgono in quanto sono doni di Dio, vale a dire quasi sacramenti naturali del suo amore!

Se spengo nel mio cuore la visione di questa presenza, non ho che il valore commerciale delle cose, disposto secondo un prontuario suggerito e imposto dagli egoismi più forti, senza tener conto delle ragioni d'amore che presiedono al sorgere, al durare e al perdersi di esse.

L'acqua è un dono divino per là mia sete di creatura divina: e se uno mi rifiuta un po' d'acqua, il Signore, che mi ha fatto assetato, riceve il rifiuto.

« Beati coloro che hanno sete... ».

« Chi ha sete venga... ».

« Io avevo sete e tu m' hai dato da bere ».

Nella luce del dono vedo ora ogni cosa.

Mi appartiene nel dono: è mia nel dono, cioè in un possesso che non potrebbe essere più mio e nello stesso tempo più di tutti.

Se capisco il dono, il mio è un possesso che rispetta e fa più bello il possesso di ognuno. Prendo e non sottraggo: mi disseto e lascio che ognuno vi attinga, poiché il dono, quando è posseduto in tal modo, che è poi l'unico vero possesso che rispetta le divine esigenze celate in ogni creatura, è inesauribile.

Se le fonti non hanno più acque, se le terre non danno più grano, la colpa è mia che ho dissipate le fonti e ho calpestato la terra. Per questo muoio di sete e di fame: e gli uomini muoiono di sete e di fame.

C'è una divina rispondenza tra il mio occhio e la bellezza, tra il mio orecchio e l'armonia, tra l'aria e le ali dell'allodola, tra il sole che l'ubriaca di canto e il suo piccolo cuore: un meraviglioso intendersi, un castissimo connubio tra le cose che si cercano, si congiungono e s'accomiatano per ritrovarsi di nuovo: una comunione che se fosse capita e rispettata ci porterebbe lontano sulle soglie del Regno dei Cieli.

Il Signore chiede da bere in ognuno che ha sete. Egli è l'assetato, l'affamato, l'ignudo, il carcerato, il malato, il senza casa...

« E il giudizio è questo: Io avevo fame e tu non mi hai dato da mangiare, avevo sete e tu non m'hai dato da bere... ».

Adesso so chi è colui che chiede da bere alla Samaritana e a me: adesso, so che tutto ci viene da Dio e a Lui tutto dev'essere restituito nella creatura, che ha fame e sete, ed è ignuda e ammalata, prigioniera e senza casa...

Nella goccia di acqua che dono a chi ha sete, pongo inconsapevolmente la mia sete di eterno davanti alla divina carità.

Il mio piccolo gesto dischiude le divine scaturigini dell' acqua viva.

Io chiedo e dono: voglio essere amato, e per trovare chi mi ama, amo. Ho sete, una sete inestinguibile, e do via al primo assetato che incontro la poca acqua che mi è rimasta...

Se io chiedo, c'è uno che mi dà. Ci sei Tu, Signore.

Anche la voce dell'uomo, che grida dal profondo della sua povertà, non tornerà indietro delusa.

« Se voi che siete grami, sapete fare buoni doni a chi ve ne chiede, tanto più il Padre mio celeste, che fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti... Egli sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate ».

« ...ed Egli t'avrebbe dato ».

E' venuto per questo: si è fatto Lui stesso nostro dono.

Almeno, non impediamogli di dare. Non chiudiamo cuore e mani davanti a Lui: non insultiamo la sua carità, rifiutandone il dono.

Poiché il peccato che non può essere perdonato, è proprio questo: - ho rifiutato il suo dono; mi sono rifiutato al suo amore.

Chi si lascia amare, dispone nel proprio cuore le sorgenti dell'Acqua.