PICCOLI GRANDI LIBRI  Paolo Brunacci  Centro Formazione Missionari Laici PIME
APOSTOLI nel QUOTIDIANO

L'avventura straordinaria di sette missionari laici del Pime

EMI - 2006

Prefazione (Gian Battista Zanchi)
Le caratteristiche del nostro essere missionari

L'operaio della prima ora 

Una vita lungo il fiume

Un maestro nella foresta

Dalle scarpe ai pennelli

Il coraggio del muratore

Lebbroso come loro

Genio e Vangelo

Riflessioni conclusive

 

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L'OPERAIO DELLA PRIMA ORA

Al paesino di San Giovanni alla Castagna, in provincia di Lecco, lo si vedeva a volte sgattaiolare dalla piccola officina paterna per sfuggire ai ceffoni che mulinavano nell'aria quando combinava qualche guaio. Giovanni era obbediente e placido ma il padre, indurito da una vita immiserita trascorsa tra il maglio e !'incudine, non era affatto comprensivo e per un'innocente ragazzata andava facilmente in escandescenza.
Il giovane doveva quindi schizzare via più velocemente delle pesanti mani del genitore e ringraziare qualche santo, come santa Lucia, che nel fervore del sentimento religioso popolare, attraverso un voto espresso dalla famiglia, lo aveva miracolosamente guarito dai problemi di deambulazione.
Nel periodo dell'infanzia la salute di Giovanni fu molto cagionevole, si liberò delle grucce solo dopo aver partecipato a una processione alla quale lo condusse il padre, che poi non perse tempo ad avviarlo al mestiere di fabbro, non appena il figlio ebbe raddrizzato la spina dorsale e irrobustito le gambe.
Così iniziò a lavorare a nove anni nell'officina di famiglia, che necessitava di innesti nuovi per aumentare la produzione e far fronte ai debiti contratti con alcuni fornitori. Al contempo cresceva nel ragazzo il desiderio di dedicare la propria vita alle missioni, nondimeno il padre si rifiutava di dare il suo consenso.
Fortunatamente l'officina riuscì a risalire la china, a rimettere in sesto il bilancio e Giovanni Sesana, nato nel 1828, fu libero di entrare nel seminario del PIME per prepararsi alla missione. A 27 anni, il 19 febbraio del 1855, conclusa la necessaria formazione, il missionario lasciò l'Italia con destinazione il Bengala centrale: per la seconda volta consecutiva gettava a terra le grucce, per camminare lontano e non tornare più.

In viaggio verso il Bengala

Nei documenti redatti dalla Compagnia delle Indie e presentati al governo britannico, che all'epoca formavano una specie di di archi a sulla regione, il Bengala era definito la "tomba dell'uomo bianco", una pianura caratterizzata da un clima caldo umido e densamente popolata, solcata da fiumi imponenti, martoriata da periodiche carestie, pestilenze, cicloni, terremoti e inondazioni: un posto che metteva i brividi solo a pensarci.
Il vicariato apostolico del Bengala era esteso da Calcutta
alla Birmania e al Tibet. Istituito nel 1834 venne diviso nel 1850 in Bengala occidentale (Calcutta) e Bengala orientale (Chittagong), ma nonostante quella separazione le due regioni continuavano a essere troppo vaste. Il Vaticano decise di erigere una propria rappresentanza apostolica nel Bengala centrale e la offrì a tre congregazioni già operanti in India, le missioni estere di Parigi, i salesiani di Annecy e i carmelitani scalzi, ma tutti e tre si rifiutarono di raccogliere questa nuova sfida.
Dopo il fallimento della missione in Oceania, dove l'evangelizzazione aveva incontrato difficoltà insormontabili, tanto che i missionari dovettero rientrare in Italia, il PIME accettò la proposta di Roma inviando in Bengala tre padri, Albino Parietti, Luigi Limana e Antonio Marietti, accompagnati da fratel Giovanni. Il gruppo sbarcò a Calcutta all'inizio di giugno del 1855 e già il I? raggiunsero Berhampur.

Cominciarono una vita claustrale fatta di preghiera e studio serrato dell'hindi, del bengalese e dell'inglese che dovevano perfezionare. Vivevano in una povertà estrema e, visto il lavoro e l'enorme territorio a loro affidato, non appena
riuscirono a comunicare decisero di andare ognuno in una direzione diversa.
Parietti rimase a Berhampur, Marietti andò a Jessore e Limana a Krishnagar con Giovanni. In tutte e tre le stazioni missionarie i quattro del PIME dovettero subire le angherie, le calunnie e i tentavi di cacciarli da parte dei protestanti che arrivarono in Bengala decenni prima: questa ostilità sintetizza significativamente l'alto rischio che rappresentava essere venuti in quella parte di mondo così inospitale.

Gioie e dolori della missione

A Krishnagar la missione aprì una scuola femminile diurna con dieci ragazze assistite da donne bengalesi e un orfanotrofio che ospitava alcuni ragazzi, seguiti da Giovanni nella preparazione scolastica e religiosa oltreché nel lavoro: "Ogni giorno poi, fino alle sette devo attendere al lavoro dei ragazzi, che è zappare, portar terra, o altri simili lavori materiali; io devo essere presente sia per mostrar loro come devon fare, sia per la pace e il buon ordine. Alle sette essi mangiano il riso ed io metto mano a un qualche altro lavoro vicino alla mia camera, che è annessa alla scuola e dormitorio dei ragazzi, ho formato una piccola bottega, in cui faccio lavori soprattutto di falegname per i bisogni della casa, e di fabbro ferraio per quello che posso fare adesso che non ho officina ma solamente alcuni pochi arnesi. Alle otto faccio scuola di bengalese ai ragazzi, fino alle undici, poi do una mano a qualche lavoro e nello stesso tempo attendo anche ai ragazzi. A mezzogiorno Angelus Domini in comune. Alle due scuola, come sopra, fino alle quattro, indi pranzo. Dopo pranzo fin sera ora lavoro, ora leggo qualche libro. Appena arriva sera, orazioni ed esame di coscienza in comune, poi un giorno sì l'altro no faccio il catechismo".
A Jessore invece il lavoro non procedeva bene. Una sera, tornando a casa dopo due giorni di assenza, il missionario
Marietti non trovò più nessun ragazzo a scuola: i protestanti avevano pagato i genitori affinché li portassero a casa.
Nell'aprile del 1857 padre Parietti scrisse ai superiori di Roma rassicurandoli che i missionari non erano minacciati da pericoli mortali, ma che erano però affranti e frustrati per aver trovato un ambiente così arido e poco promettente: "Ci vogliono missionari pronti ai lavori forzati e contenti della minima messe".
Anche Giovanni nelle lettere che inviava in Italia raccontava la solidarietà che teneva unito il gruppo missionario, e la solitudine che sentiva facendo il catechista in un contesto in cui !'inserimento era lento e pieno di insidie: "lo mi trovo in ottima salute benché un po' scoraggiato, trovando mi solo nella mia categoria senza poter cambiare parole con alcuno. Del resto sono contentissimo e mi trovo in buona armonia coi buoni missionari... Se lo può immaginare un povero figlio che sempre ha amato la società, trovandosi solo soletto, del resto non ho di che lamentarmi: i buoni missionari mi amano qual loro caro fratello... I giorni passano lavorando ora in cucina, osservando come vanno le cose, ora in chiesa, o al Bazar, il restante del giorno un poco l'ago, il martello, la penna. .. Attendo molto coi missionari allo studio della lingua hindi. .. vado già al Bazar, a comprare, parlo col cuoco delle faccende di cucina... Nei primi giorni ero alquanto turbato, il perché era lo straordinario cambiamento di molte cose, di luoghi, costumi, lingua, non sapendo dir parola se non coi missionari, ma ormai queste (cose) piccolezze sono passate".

Guerra coloniale

Nella primavera del 1857 ci fu la rivolta dei sepoys, i soldati indigeni dell' esercito britannico di stanza in India e in Bengala. Scoppiarono disordini e massacri contro gli europei, la situazione poteva precipitare da un momento all'altro e la paura di perdere quei possedimenti indusse la corona inglese a passare da una politica moderata e commerciale a una politica rigidamente coloniale: la Compagnia delle Indie fu abolita e la regina Vittoria incoronata imperatrice.
I moti di ribellione iniziarono a Meerut per poi incendiare tutta la regione settentrionale dell'India. A quel tempo l'esercito coloniale contava 280.000 uomini, di cui 44.000 erano inglesi e il resto indigeni. Le cause dell'insurrezione erano certamente politiche, in quanto miravano a sovvertire l'ordine costituito, ma anche religiose. Molti ribelli si scagliarono contro gli europei, aizzati da una capillare propaganda anticristiana fomentata dai movimenti estremisti indù che non tolleravano la presenza di cattolici e protestanti, e che di conseguenza si macchiarono di violenze sugli indiani convertiti.
La rivolta fu domata dall' esercito di Sua Maestà grazie anche al dispiegamento di forze irregolari nepalesi e musulmane del nord-ovest, dopo un anno di guerra con grande spargimento di sangue da entrambe le parti. L'ultimo gran Moghul, Bahadur Shah II, massima autorità nella tradizione indiana, che era stato assunto dai ribelli come loro bandiera, fu costretto definitivamente all' esilio in Birmania.
Durante gli scontri i civili inglesi residenti in Bengala scapparono. In un primo momento Giovanni e gli altri missionari restarono uniti nella preghiera all'interno delle chiese, poi però per timore di assalti notturni scelsero di nascondersi nella foresta. Altri missionari del PIME, che si erano aggiunti ai quattro della prima spedizione, si rinchiusero nel forte della città di Agra, insieme ai civili inglesi e ai pochi convertiti.
I ribelli devastarono la città ma non riuscirono a espugnare il forte, difeso con il coltello tra i denti dai soldati inglesi. Nel terribile assedio morì di colera il catechista Giuseppe Beltrami, missionario laico come Giovanni, a soli 34 anni.
Si evidenziavano già in quel periodo due diverse concezioni di apostolato in India e in Bengala: molti missionari pensavano che fosse più giusto impegnarsi tra i non cristiani e andare incontro ai loro bisogni, mentre altri, una minoranza, preferirono assistere i molti militari cattolici, i funzionari civili della colonia e le loro famiglie (irlandesi, inglesi, indiani del Kerala e Tamil).
Finita la rivolta, in Bengala tornò la calma e la missione poté svilupparsi nelle tre aree iniziali. A Berhampur (200 chilometri a nord di Calcutta), presidio militare con un forte contingente inglese, padre Parietti si fece conoscere come cappellano dell' esercito.
A Krishnagar (100 chilometri a nord di Calcutta, a metà strada per Berhampur), padre Umana e fratel Giovanni proiettarono la missione verso i non cristiani; gli alunni e le alunne delle scuole-orfanotrofio ricevevano il battesimo e formavano famiglie cristiane. Inoltre molti credenti, che si erano orientati verso i protestanti perché rimasti senza sacerdote per lunghi anni, fecero ritorno alla missione cattolica.
Tuttavia in alcune lettere Giovanni ancora raccontava di essere alle prese con i disagi dell'inserimento in un ambiente a volte per lui totalmente incomprensibile e avverso: "In verità per un povero giovane celibe, nell'età più vigorosa, il trovarsi in questi paesi è assai pericoloso: occasioni cattive, oggetti, gesti che ogni momento passano sotto gli occhi, cibi così accaloranti, ecc.

La tentazione della carne si fa sentire assai. Qualche volta col p. Limana, parlando di questi paesi, mi dice che l'India pare sia stata fatta per scala onde scendere all'inferno; volendo dire che qui tutto pare propizio al male e contrario al bene".

Infine il terzo distretto missionario era Jessore (attualmente in Bangladesh, 100 chilometri a est della linea ferroviaria che andava da Calcutta a Krishnagar), in cui si ottennero buoni risultati nonostante la forte opposizione dei protestanti.

Un dialogo difficile

Il popolo non faceva distinzione fra cattolici e protestanti, ma i pregiudizi diffusi contro i protestanti (giunti in questa regione 30-40 anni prima dei missionari del PIME) danneggiavano molto anche i cattolici. La propaganda anticristiana faceva da sfondo al conflitto tra le due missioni, che non nasceva da divergenze dottrinali, bensì consisteva in diversi metodi operativi che non si potevano conciliare.
I protestanti, che conservavano interamente lo stile di vita europeo, condannavano le caste come intrinsecamente negative e ogni "segno di superstizione", quindi anche le immagini sacre, le medaglie e i crocefissi da mettere al collo. Da parte loro i missionari cattolici vivevano alla bengalese, dunque in povertà, però tolleravano le divisioni in caste, anche durante le funzioni, e d'altra parte diffondevano ampiamente i simboli religiosi che la gente riceveva volentieri.
Bisogna giustamente anche ricordare che i missionari italiani di quel periodo non erano abituati al clima ecumenico dell'Inghilterra, per cui interpretavano rigidamente il principio che "fuori della Chiesa non c'è salvezza", e lo predicavano con fermezza e intransigenza, troncando sul nascere ogni tipo di dialogo con le chiese riformate.
In questo clima di intolleranza, di incomprensioni e maldicenze, nel maggio 1859 Giovanni informò i superiori di Roma che la salute lo assisteva, sebbene i medici gli ordinarono di non esporsi al sole, e soprattutto che l'orfanotrofio di Krishnagar stava acquistando fama e che i suoi bambini facevano ben sperare.
Ma anche lui cadde nella trappola della contrapposizione. All'inizio di quell'anno alcuni protestanti vennero dal missionario per chiedergli se fosse stato disponibile ad aprire e gestire una scuola nella loro zona, presso il villaggio di Daerenapore, nella quale avrebbero mandato i figli.
Giovanni giudicò quella richiesta una buona occasione per rasserenare gli animi, fino però ad accorgersi che in realtà si trattava di un trabocchetto, in quanto il vero fine dei protestanti era di non pagare dei debiti ai loro correligionari. Quando scoprì l'inganno era già troppo tardi. I protestanti giunsero a capovolgergli la barca su cui trasportava il materiale per la costruzione della scuola e a rifiutarsi di fornirgli l'acqua del fiume, che doveva essere attinta di soppiatto. Malgrado tutti i boicottaggi subiti, egli mise comunque in piedi una comunità cristiana di 22 ragazzi e 25 ragazze, una vera enclave all'interno di un territorio controllato dai protestanti.

A servizio dei poveri

A complicare la situazione in quei giorni si verificò un'epidemia di colera. Giovanni si prese cura degli ammalati, affiancato da padre De Conti, trasferito si dalla missione di Agra, il quale riuscì miracolosamente a predisporre un farmaco che comportò la guarigione in diversi tempi di molte persone anche colpite in modo grave. Da quel momento, e grazie alle cure tempestive, cessarono anche le ostilità con i protestanti.
Durante l'emergenza, per l'intera comunità di Daerenapore, Giovanni diventò ancora di più il loro "ciota saeb", che in bengalese significa "piccolo padrone", imparando a fare un po' di tutto: medico, farmacista, infermiere ed economo. Attraverso questa esperienza a contatto diretto con la popolazione, prese coscienza altresì di una piaga sociale molto comune in Bengala, e in tutta l'India, ossia l'infanticidio.
I neonati illegittimi o con malformazioni venivano lasciati fuori di casa, dentro a un coccio di stoviglia, per essere divorati dagli sciacalli. Purtroppo la solidarietà dei missionari non riusciva a salvare quanti bambini avrebbero voluto, in quanto le divisioni di caste tendevano a occultare certi comportamenti e di conseguenza era difficile venire a conoscenza di chi era condannato a essere sbranato dalle fiere.
L'omertà, le diffidenze e le barriere culturali rappresentavano solo una parte dei problemi, in quanto innanzi tutto bisognava fare i conti con le miserevoli condizioni di vita. Inoltre le calamità naturali, fenomeni spaventosamente frequenti, colpivano in primo luogo gli strati più degradati della società, ai quali appartenevano i cattolici.
Inondazioni, cicloni, terremoti, pestilenze, carestie e fame seminavano senza tregua la morte, a tal punto che si temeva che i decessi superassero le nascite. Una notevole porzione delle scarse risorse finanziarie della missione era utilizzata per ricostruire le abitazioni e le chiese distrutte e per dare da mangiare ai poveri. Un elemento di ulteriore preoccupazione era la mancanza di personale da mandare in missione, nonché le tante morti premature.

I pericoli della vita in Bengala

Dal 1864 al 1884 su 55 giovani missionari inviati dal PIME in varie zone dell'Asia, ben 30 morirono in Bengala o furono rimpatriati per non morire di gravi malattie. La vita di estrema indigenza, la denutrizione, la mancanza di cure adeguate e di riposo erano le cause principali di questa emorragia di giovani forze, di uomini pieni di volontà e di fede.
L'arrivo di padre De Conti fu dunque per Giovanni una
vera consolazione e si rivelò un forte supporto, in quanto da solo non riusciva a fare tutto e la solitudine stava diventando una tenaglia insopportabile. Quando padre De Conti arrivò a Daerenapore, il giovane missionario aveva appena superato una crisi d'identità che lo trascinò sull' orlo di un abisso di depressione e paura a causa di tutte le difficoltà incontrate.
In una lettera ai superiori in Italia si liberò di tutti i fantasmi che lo tormentavano: "Quanto alla mia salute fisica, questi paesi non mi sono più propizi, e ne ho sempre qualcuna, quando non sono due o tre o più. In quanto poi alle altre miserie, oh! Quante ne avrei mai da dire! Qualunque cosa faccia per raccontarle i malanni e le angustie ella non arriverà mai a farsene una giusta idea.

È come il male di mare che non
si può farsi un 'idea senza averlo provato. Oh quante volte mi sono provato pieno di angosce in modo tale che se il Signore non vi avesse messo mano, io ero lì lì per voltarmi indietro. Sa che per un povero giovane sono pur anche cattivi questi paesi.
La posizione del catechista
(come erano comunemente chiamati a quel tempo i missionari laici, ndr) è più pericolosa di quello che ci immaginiamo noi in Europa. Se io potessi ritornare a casa senza dispiacervi ed espormi a grandi pericoli di perdere l'anima mia, non esiterei un momento a partire di qui; tanto più che al momento non si vede fra i nativi che finzioni, ipocrisie, ingratitudini. Dagli adulti non c'è speranza alcuna, e dai piccoli, quando si allontanassero dalla scuola, oh che miseria".
Le ore buie del dubbio e della prova lo costrinsero a rimettere in discussione le fondamenta della sua scelta missionaria. Avrebbe avuto tante ottime ragioni umane per lasciare "quell'inferno", ma, pur soffrendo nel cuore, lui non cedette e rimase fedele al suo progetto di vita.

La via della povertà

Con la presenza di padre De Conti, Giovanni prese coraggio e non si fece irretire dalla tentazione di lasciare la missione. I bengalesi avevano una bassa considerazione della religione cristiana, eppure con il sacrificio, la cultura e il tempo si sarebbero potuti ottenere ottimi risultati in una terra così ostica e angusta.
Nel novembre del 1861 il vicario apostolico mons. Charbonneaux mandò in Bengala i suoi due segretari, che nelle loro relazioni finali elogiarono il carisma dei missionari del PIME: "Abbiamo trovato dei missionari degnissimi di questo nome, pii, dediti alloro ministero, che si occupano attivamente ed efficacemente della conversione degli indigeni, industriosi nel cercare e trovare i mezzi per procurare questa conversione, poveri, viventi poveramente e risoluti a perseverare in questa via della povertà apostolica.
Sono, senza smentita, i migliori missionari del nord dell'India... Questa è, di tutte le missioni del nord dell'India, quella nella quale ci si occupa seriamente e il più efficacemente alla formazione di cristianità indigene". Mentre il secondo si rivolse direttamente ai missionari: "Molti fanno voto di povertà, ma voialtri, senza farlo, lo osservate. Voi ci avete assai edificati".
Gli encomi dei due emissari apostolici furono una robusta e bella iniezione di fiducia anche per Giovanni, che vedeva spesso sprecate le sue energie di catechista e per questo si disperava quando soprattutto i bambini abbandonavano 1'orfanotrofio.
Nel periodo successivo a quello in cui esplose 1'epidemia di colera, insieme a padre De Conti fu trasferito nel villaggio di Fulbary. La nuova stazione missionaria era meno comoda perché mancava di tutto, bisognava mandare a prendere anche il pane una volta la settimana a Krishnagar, situata a quindici miglia di distanza. A Fulbary rimasero fino all'ottobre del 1862, dopodichè Giovanni fu chiamato a prendere servizio nel distretto di Jessore, con la mansione di catechista e di amministratore della missione.
Con i catechisti indigeni andava nei piccoli villaggi, addestrava gli orfani nel laboratorio di falegnameria e li preparava al battesimo e alla prima comunione. Con loro lavorava sodo, ma la sera si faceva sempre festa, poi nei periodi di carestia battezzava i bambini che certamente sarebbero periti.
Per meglio attirare i giovani, progettò di formare una
piccola banda musicale, infatti tra le varie richieste che presentò ai superiori "di fazzoletti di tela per il naso e un diamante per tagliare il vetro", inserì anche "un manuale semplice da consultare per imparare a suonare il violino".
Intanto la missione stava cambiando i propri connotati. La direzione del PIME decise di perseguire due obiettivi complementari: esplorare più capillarmente il territorio e mutare metodo di evangelizzazione. Accanto ai distretti più grandi, furono sviluppate stazioni secondarie, dove i missionari stabilirono la loro residenza per avere rapporti più stretti e frequenti con la popolazione.
Nel distretto di Krishnagar fu costruita una casa che ospitava sia il missionario sia alcune famiglie, in un altro villaggio, Bhoborpara, si convertirono i Nikri, pescatori musulmani e vicino a Jessore, a Jogdanandakati, abbracciarono la religione cattolica i Muci, scorticatori di animali e artigiani del cuoio, una delle caste più umili e disprezzate.

La condivisione come scelta di vita

Furono promossi orfanotrofi e scuole, la missione venne estesa fino a raggiungere regioni sempre più lontane, come le Sunderbunds, dove il Gange si riversa nell'oceano indiano dividendosi in mille rivoli, lungo terre ricoperte da una fitta e rigogliosa foresta.
La missione si indirizzò con rinnovato dinamismo verso i più poveri e dimenticati, comunità di uomini semplici la cui unica fonte di sostentamento era legata alla condotta dei bufali selvatici, poiché non ci sarebbe stato nulla di cui cibarsi se questi avessero distrutto il riso seminato nelle buche. Uomini indifesi che andavano nella foresta a tagliare la legna sfidando l'aggressività dei leopardi, delle tigri e dei rinoceronti. Molti morivano, compreso qualche missionario.
Un altro elemento di novità introdotto in quegli anni fu la decisione di alcune suore di visitare a piedi i villaggi, sostando alcuni giorni nelle capanne, occupandosi dell'istruzione di donne e ragazze, curando gli infermi con attenzione e disponibilità d'ascolto verso ogni casta e ogni religione. Mutò anche il modo di presentarsi alla gente. I missionari abbandonarono la veste clericale italiana per indossare il turbante e il longhi, indumento tipico bengalese.
Fratel Giovanni fu uno dei primi ad arrivare nel Bengala, tra i chiamati della prima ora a lavorare in una vigna aspra e turbolenta. La scelta di mescolarsi alla popolazione, di condividere la vita con gli ultimi, di mettersi realmente nei
panni degli altri furono segni inequivocabili di un cammino lungo e difficile, ma progressivo, verso l'inculturazione, l'armonia e la pace tra le varie anime della comunità bengalese.
Andando avanti su questo cammino Giovanni molto spesso si sentì solo, si disperò, commise anche degli errori proprio per la normale fallibilità del genere umano, tuttavia ogni suo tentativo di servire la missione produsse le prime crepe nel muro delle divisioni che impediscono agli uomini di riconoscersi nello stesso impasto.
Nei primi giorni di febbraio del 1867, dopo solo 12 anni di missione, si ammalò gravemente per una forte infiammazione al fegato che investì anche la milza. Non volle farsi curare da un medico inglese e preferendo la medicina indiana si sentì meglio, riprese a mangiare e a passeggiare. Tentò perfino un viaggio a Fulbary per riabbracciare un suo figlioccio di nome Lorenzo, che aveva però nel frattempo lasciato l'orfanotrofio per seguire i protestanti.
Questa cocente delusione, le escursioni termiche notturne e la debilitazione fisica concorsero ad aggravare la malattia che gli procurò la morte nel giro di pochi giorni.
In quello stesso anno, dalla sua città natale in Italia dove si stava riposando, padre Umana, l'artefice dei recenti cambiamenti di rotta che diedero nuovo impulso alla missione, scrivendo al superiore generale lo ricordava così: "Sentii poi con grandissimo dispiacere la morte di Giovanni Sesana. Era un ottimo catechista, zelante e, nello stesso tempo, buon artista. La povera nostra missione va sempre a perdere i migliori. Se Iddio mi darà la salute, l'anno venturo ritornerò all'India e, se per quel tempo potesse preparare un catechista, io me lo condurrei via volentieri, perché a Jessore hanno reale bisogno".

Il dono della vita

Qui finisce l'avventura di un uomo semplice e gracile, ma proprio per questo anche ingegnoso e forte. È la storia di un giovane operaio che ha solcato i mari e si è impegnato, anche con i suoi limiti personali che non ha mai nascosto, in una scelta di vita difficile e al con tempo straordinaria. La grandezza di Giovanni non è misurabile solo nelle opere e nelle attività che ha saputo avviare, ma nella sua capacità di ricominciare da capo, con determinazione e coerenza, dopo i momenti di difficoltà.
Anche per lui il fantastico Bengala è diventato la sua nuova terra e la sua tomba. La sua è una storia straordinaria per la fedeltà nel restare sulla breccia anche quando il
pericolo consigliava il contrario. Ma è anche la vita ordina ria di "un artigiano" che ha messo a frutto le sue capacità e conoscenze umane, tecniche e spirituali perché gli altri potessero crescere.