PICCOLI GRANDI LIBRI  Paolo Brunacci  Centro Formazione Missionari Laici PIME
APOSTOLI nel QUOTIDIANO

L'avventura straordinaria di sette missionari laici del Pime

EMI - 2006

Prefazione (Gian Battista Zanchi)
Le caratteristiche del nostro essere missionari

L'operaio della prima ora 

Una vita lungo il fiume

Un maestro nella foresta

Dalle scarpe ai pennelli

Il coraggio del muratore

Lebbroso come loro

Genio e Vangelo

Riflessioni conclusive

 

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UN MAESTRO NELLA FORESTA

Dopo un viaggio di oltre due mesi che lo portò ad Hong Kong, Aden, Singapore e Penang, Pompeo Naselli, classe 1850 di Pregnanza in provincia di Milano, raggiunse Rangoon, capitale della Birmania. Era il mese di febbraio del 1873. Qui non c'erano strade percorribili né trasporti regolari, dovette quindi attendere l'alta marea per risalire il fiume Sittang verso nord alla volta della sua destinazione finale: Toungoo, nella regione di Pegu.

Risalendo il grande fiume

Quella notte aspettò la luna nuova e con essa il tempo in cui l'acqua del Mare delle Andamane avanza e incontra il fiume lasciando passare le barche, formando un unico e immenso percorso acquatico.
Il fruscio dei remi di bambù che affondavano nell'acqua si mescolava alle parole bisbigliate di Pompeo, alle sue orazioni e alle brevi frasi in birmano che stava tentando di imparare.
L'imbarcazione procedeva silenziosamente sotto un cielo madido di stelle mentre l'esiguo equipaggio - il giovane missionario laico, assieme a un padre del PIME e alcuni rematori del luogo - scivolava dentro la foresta monsonica che in certe zone degradava in una savana dominata da felci e come un lungo braccio oscuro si distendeva verso Toungoo, ormai prossima a essere raggiunta.
Pompeo rimase tutta la notte incantato da quello spettacolo notturno, di ombre mute che delineavano i profili dei giganteschi alberi immobili, lungo le sponde del Sittang, ormai rese invisibili dal livello dell'acqua. Alla luce flebile di
una candela, iniziò a prendere appunti e a cercare le parole per spiegare quello che stava ammirando, pensando alle persone che aveva lasciato in Italia.
Quella fiammella dentro a un ambiente naturale buio e dai contorni incerti assomigliava un po' al suo stato d'animo, poiché si sentiva minuscolo e contemporaneamente acceso di fronte alla missione che stava per aprirsi, proprio come la foresta nel momento in cui accoglie il passaggio del fiume nella sua intricata e secolare storia.
L'indomani, con le primi luci del mattino, la pianura iniziava a vivere, emanando nell'aria il suo verde incontaminato e profumato, segno di una fertilità solcata da corsi d'acqua e ricca di essenze pregiate. Tuttavia, dopo il momentaneo riposo per riprendersi dalle fatiche del viaggio e per ambientarsi al nuovo clima, non c'era tempo per specchiarsi in quella purezza.

I primi flagelli: topi ed epidemie

Infatti già il mese successivo Pompeo partì per il villaggio di Leikthò, situato sui monti abitati dai Karen, con !'immediato proposito di studiare e apprendere il ghebà, la lingua locale, che non era ancora stata scritta, il cui primo abbecedario sarebbe venuto alla luce solo qualche anno più tardi.
Sfortunatamente, verso la fine del 1873, l'arrivo di Pompeo fu segnato dall'invasione dei topi che a milioni distrussero i raccolti portando inevitabili carestie ed epidemie.
L'emergenza umanitaria durò tre anni, costringendo tutta la popolazione, compresi i missionari, a cibarsi perfino delle radici degli alberi. Per provvedere ai primi bisogni i Karen vendettero i loro chisi, tamburi di bronzo, e con il ricavato comprarono del riso. Ma assai presto le scorte alimentari furono esaurite e allora ricominciarono i problemi.
Alcuni, abbandonate le famiglie, scesero dai monti fino ai villaggi della pianura e si offrirono come schiavi alla
più potente comunità dei Birmani, quelli che invece rimasero sulle montagne vendettero figli, figlie e la moglie al prezzo di dieci rupie, in cambio delle quali potevano al massimo ricevere 40 misure di riso che poi sparivano in un momento.

Costruttore e contestatore

Per il milanese Pompeo, l'impatto con la missione fu indubbiamente drastico, tuttavia la drammaticità della situazione non lo scoraggiò. Iniziò dunque a visitare le famiglie stremate e a distribuire alimenti, seppur scarsi,  come anche medicinali. Si diede inoltre da fare per riparare la residenza dei missionari, avendo imparato in Italia il mestiere di falegname, introducendo elementi architettonici come porte, finestre e tavoli che da quelle parti erano decisamente delle novità.
Poté esprimere liberamente le sue competenze professionali quando, in un secondo momento, gli fu affidata la costruzione della chiesa di Leikthò, per la quale ebbe carta
bianca sia per quanto riguardava le scelte stilistiche, sia per questioni di grandezza.
In
quel contesto di prostrazione, la sua generosità gli permise di entrare in amicizia con il popolo che giorno dopo giorno imparava ad apprezzarne le qualità, a tal punto da riservargli il nome di Sarà Pè, che in lingua ghebà significa "Maestro Pompeo". Attorniato dal calore della gente, Pompeo iniziò a muoversi in solitudine e a piedi all'interno del distretto missionario toccando numerosi villaggi, la maggioranza dei quali aveva già conosciuto l'opera evangelizzatrice delle chiese anglicane, molto attive in Birmania come nella vicina India.
I poveri Karen impararono subito ad amare la bontà di
Pompeo, e lo seguivano ovunque andasse nel tentativo di esporgli la situazione in cui versavano. Ma vedendo che non riuscivano sempre a farsi capire, un giorno lo presero per un braccio e lo portarono a vedere i resti di un campo coltivato a riso divorato dalle scorribande dei topi.
Quella visione di devastazione e quei visi in lacrime scuoterono la sensibilità del giovane missionario laico, e furono i primi segni della terribile carestia che si stava abbattendo sulla popolazione che per tre anni dovette combattere con la fame e con i topi, la cui furia nessuno riusciva ad arrestare.
Una mattina salì a Leikthò un ufficiale della monarchia birmana a riscuotere le tasse. La carestia stava allentando la sua morsa, così i villaggi poterono finalmente raccoglie
re un po' di riso, vera manna dal cielo. Ma per pagare le tasse al re avrebbero dovuto vendere anche quel poco di riso che erano riusciti a salvare e che era il loro unico sostentamento.
Pompeo non poteva tollerare quell'ingiustizia, con fermezza si oppose alle richieste dell'ufficiale, mostrandogli un pugno di terra come se fosse il simbolo di ciò che i Karen avrebbero messo nello stomaco se avessero pagato i balzelli regi. L'ufficiale si arrese davanti all' ostinazione del missionario e all' evidenza e con molto buon senso ritornò in città, dove chiese e ottenne l'esenzione dalle tasse per alcuni anni per tutti quelli che erano stati colpiti dalla carestia.

La pedagogia di Pompeo

La carità che Pompeo mostrò verso tutti gli affamati diede luogo a vere e proprie conversioni di massa. In mancanza di autentici e preparati catechisti, i padri del PIME diedero a lui !'incarico di evangelizzare i villaggi incastonati sulle montagne.
Benché in Italia si fosse fermato alla licenza elementare, aveva ugualmente ricevuto il mandato di insegnare il Vangelo e difatti si rivelò un ottimo divulgatore delle sacre scritture e quando si imbatteva in qualche disputa teologica con i catechisti protestanti, che come lui si aggiravano soli per
le montagne, non lesinava dotte argomentazioni formulate con stile efficace a difesa delle sue convinzioni.
Si fermava in un posto quel tanto che era necessario per la prima istruzione sommaria del catechismo e per insegnare le preghiere. Radunava la gente due volte al giorno nella capanna più grande che esisteva nel villaggio, finché non avesse preparato con l'aiuto della gente una cappella dalle pareti di stuoie e il tetto di paglia.
Circondato dai suoi catecumeni spiegava con similitudini appropria te le parabole del Vangelo e appena fu in grado di battezzare i più influenti del paese, li incaricava di completare l'istruzione degli altri per passare poi in altri villaggi.
Gli spostamenti erano pesanti, soprattutto durante il periodo delle piogge, quando a causa dei temporali improvvisi e del vento freddo i saliscendi che collegavano le varie zone montane diventavano delle piste lisce come il ghiaccio, tanto che non era raro vedere Pompeo affrontare una salita con le mani a terra o misurare una discesa addirittura, come lui stesso racconta con sano umorismo in una lettera, con il deretano appiccicato al suolo.
Nella borsa con cui girava per le montagne e la foresta, Pompeo teneva una buona provvista di medicinali, disinfettanti, pillole e rimedi più comuni e più urgenti, ma anche libri di medicina e un taccuino, su cui annotava i casi più disperati che incontrava lungo il cammino e che poi esponeva a qualche missionario più esperto.
Sconquassati dai monsoni, avvolti dalla canicola e lacerati dai morsi della fame, gli indigeni, che con lui condividevano la vita di stenti nella foresta, si stupivano sempre di più della creatività di quel giovane tenace e coraggioso.

I miracoli del "Dottor Pè"

Con le erbe che le foreste potevano offrire, Pompeo riusciva a ottenere delle sostanze che davano ottimi risultati contro certe malattie. Per di più, mettendo in pratica le ridotte ma utilissime conoscenze nel campo della chirurgia, capitava che ammaliasse letteralmente gli abitanti dei villaggi che andava a trovare. Tra le montagne correva voce che dopo aver disinfettato la ferita ad un uomo quasi maciullato dalla potenza di un bufalo, lo avesse fatto rinvenire facendo gli annusare dell' ammoniaca e somministrando gli un liquore tonificante di sua produzione. La sua fama di guaritore aumentava e lo precedeva aprendogli molte porte sul suo cammino.
Non erano però le scornate a terrorizzare i Karen, bensì il vaiolo e la peste, considerati alla stregua di maledizioni divine. Per tradizione, quando si registrava un caso di con
tagio, i villaggi venivano evacuati e i moribondi lasciati al loro destino. Animato da grande affetto per i malati e da uno spirito instancabile di carità cristiana, Pompeo, che si era ormai acquisito la fama di "santo guaritore" protestò sempre contro tale pratica. Pur nel rispetto della sapienza popolare non si arrese mai davanti ai pericoli e alle difficoltà, ma seppe affrontarle con coraggio e dedizione, memore delle parole evangeliche di poter "nel nome di Gesù superare le malattie e i morsi dei serpenti".
Un giorno capitò nel villaggio fantasma di Pepolì, da poco svuotato dei suoi abitanti, dove tra le capanne non si aggirava anima viva né si sentiva una voce umana. Il missionario allora si mise a gridare in quel silenzio duro di morte. Uscì dunque dal villaggio e dopo aver vagato per un'ora incontrò delle persone che gli dissero che era scoppiato il vaiolo e che qualcuno ne era rimasto colpito.
Pompeo chiese loro di indicargli dove si trovava il moribondo ma quelli erano talmente spaventati che svelarono il luogo della capanna solo dopo una certa insistenza. Bastava !'idea del vaiolo per scatenare una psicosi generale, al primo
apparire della terribile malattia la gente fuggiva a gambe le vate e lasciava dietro di sé i malati, anche se sono figli o genitori.
Pompeo arrivò alla capanna e trovò l'uomo ormai morto.
Lo avvolse in una stuoia, scavò una fossa poco lontano, lo seppellì sotto una semplice croce. Dopo essersi disinfettato ritornò tra quei paurosi e li rimproverò per la loro poca carità.
Essi non si curarono un granché delle parole di Pompeo, piuttosto lo tenevano alla larga, temendo che anche il loro missionario prima o poi avrebbe manifestato i sintomi della malattia. Ma vedendolo i giorni seguenti in buona salute si persuasero che quell'occidentale, che aveva osato sfidare il male, fosse una specie di essere soprannaturale.
In quel delirio di superstizione e miseria, tale credenza non durò molto poiché le epidemie erano così frequenti e devastanti che anche lui si ammalò, seppure in forma lieve, a forza di soccorrere chi veniva contagiato.
A quei tempi il morbo compariva spesso, non risparmiava nessun villaggio, spargendo il terrore nella foresta e sulle montagne. Pompeo era sempre pronto ad accorrere e a prendersi cura dei poveri abbandonati. Li visitava continuamente, disinfettava le loro pustole puzzolenti e marciose, riuscendo a salvarne molti da una morte dolorosa e soprattutto in solitudine. Quando invece non poteva fare nulla per evitare il decesso, se li portava al cimitero e spargeva su di loro preghiere e lacrime di carità.
Anche a Leikthò, la sede dei missionari del PIME, comparve il vaiolo. Un ragazzo ospite dell'orfanotrofio, costruito nel frattempo da Pompeo, fu preso da febbre e coperto in breve tempo da un lenzuolo di foruncoli purulenti. Il villaggio e lo stesso orfanotrofio in un baleno si svuotarono, poiché tutti si nascosero nei boschi. Rimase solo Pompeo che onde evitare la propagazione dell'infezione isolò il malato in una piccola capanna di bambù fuori del villaggio.
Qui lo curò con amore e non lo abbandonò nemmeno un
istante. Pochi giorni più tardi, non appena il piccolo fanciullo mostrò i primi segni della guarigione, il nostro missionario laico cominciò anche lui a sentirsi addosso i sintomi della malattia. Per fortuna fu colpito da una forma lieve, così poté in fretta riprendere il suo servizio di infermiere.
Questo incrementò la sua fama non solo di medico, ma anche di "maestro di saggezza e di vita".
Fra i tanti poveri montanari curò un uomo dell' etnia Tabarà, la quale non aveva frequenti contatti con i missionari. Questi era sceso a Toungoo per fare delle commissioni e sulla via del ritorno, nei pressi di Leikthò, stramazzò a terra, febbricitante. Appena si accorsero che si trattava di vaiolo, i suoi compagni lo lasciarono steso sull' erba, inghiottito dalla fitta boscaglia, che strozzava le sue grida disperate.
Avvertito da qualcuno, Pompeo accorse immediatamente da quell'uomo, gli somministrò i rimedi più urgenti e infine lo trasportò presso il villaggio dove lo curò così bene che in pochi giorni rinsavì completamente.
Quel misero Tabarà non conosceva il missionario e mai avrebbe immaginato di Incontrare tanto spirito caritatevole. Strappato sul ciglio del burrone verso la morte, era come se fosse rinato. Si convertì perché comprese la forza e il significato di quella salvezza e in seguito i due coltivarono un affetto reciproco che durò tutta la vita.
Erano nel frattempo trascorsi vari anni dal primo spostamento sul fiume Sittang, durante i quali il missionario a poco a poco si era immerso completamente nella storia del popolo, senza roboanti proclami ma semplicemente con atti di quotidiana e concreta solidarietà. Fu un periodo di sofferenze e di privazioni, durante il quale accadde una circostanza significativa che testimonia il grande carisma di Pompeo, grazie al quale penetrò nell'anima della comunità.

Un incontro provvidenziale

Nel 1885 gli inglesi, che già da vent'anni dominavano sulla Birmania meridionale, si spinsero verso nord, conquistando l'antica capitale Mandalay. Il re birmano Thibaw cadde prigioniero e venne relegato in una città dell'India. La popolazione non era in grado di reagire all'ingerenza britannica, così a parte qualche sporadica protesta di piazza e fragili momenti di resistenza armata, l'esercito usurpatore portò il confine della colonia addirittura fino alla Cina. Per sedare qualsiasi tentativo nazionalistico di rivolta, l'autorità britannica impose il divieto del porto d'armi su tutto il Paese, solo gli europei erano liberi da tale provvedimento.
In questo clima di repressione si colloca l'amicizia tra il missionario italiano e il sovrano del regno Shan di Pekkong, situato nel nord-est della Birmania. Il re, all'oscuro delle disposizioni restrittive del governo coloniale, marciando in pellegrinaggio verso la pagoda di Rangoon, luogo sacro del buddhismo, con al seguito molte guardie armate, incappò in una pattuglia inglese che gli sbarrò la strada. Gli fu ordinato di consegnare le armi e di attendere il nulla osta per continuare il viaggio.
Costretto a disarmarsi e ad accamparsi preso Leikthò si trovò a fare i conti con una perdurante carestia, in quanto, come spesso accadeva, l'ultimo raccolto di riso era stato assai scarso. Con il passare del tempo le scorte di cibo si esaurirono e il permesso per proseguire il tragitto non arrivava, il re e il suo sparuto esercito iniziarono a soffrire la fame, punzecchiati da un crescente nervosismo.
Pompeo, venuto a conoscenza della situazione, mandò a quegli affamati varie porzioni di riso senza pretendere nessuna ricompensa. Il mattino seguente, meravigliato per quel gesto di gratitudine, il re andò a portare di persona i suoi ringraziamenti.
Con in tasca il tardivo lasciapassare, prima di ripartire, visitò tutta la missione di Leikthò, si mostrò molto interessato al lavoro dei padri e dei laici, fece domande e chiese spiegazioni, non riusciva a capacitarsi del fatto che degli stranieri potessero prendersi cura di orfani, poveri e malati.
Quando, dopo parecchi anni, il vicario apostolico di allora, insieme ad altri sacerdoti, nei suoi giri pastorali giunse a Pekkong, il sovrano superò !'iniziale diffidenza ricordandosi proprio dell'aiuto ricevuto da Pompeo. Ascoltate le prediche dei padri, alcuni suoi sudditi gli espressero il desiderio di abbracciare la religione cattolica e di diventare catechisti.
Sulle prime il re non era per nulla persuaso della convenienza della loro scelta, infatti li ammonì sul pericolo che
gli stranieri si potevano spesso rivelare meschini truffatori e ciarlatani. Gli aspiranti catechisti risposero che non avevano intenzione di disobbedire alle leggi del regno, bensì che volevano convertirsi a una religione che reputavano più rispondente ai loro desideri rispetto agli antichi principi del buddhismo.
Il re allora chiese loro se perlomeno sapessero da dove
questi stranieri venivano, e quando seppe che avevano la loro residenza a Leikthò ruppe tutti gli indugi poiché gli venne in mente il cuore buono di Pompeo. 
Quell'atto di carità rivolto a un uomo così potente e venerato fu davvero di buon auspicio, poiché nel 1934, in uno
dei primi libri sulla vita dei missionari del PIME, il biografo sottolinea che nel regno Shan di Pekkong si contava il maggior numero di cristiani della missione birmana.

Lo scontro con la tigre del Bengala

Tra i suoi numerosi impegni, il missionario riusciva anche a trovare un po' di tempo per andare a caccia, che se da una parte non era un'attività rilassante, dall'altra era giudicata necessaria per la difesa dagli attacchi dei numerosi animali feroci, ed anche per procurarsi il cibo necessario per la sopravvivenza. Nella fitta vegetazione della foresta monsonica, oltre che rischiare di perdere la direzione si poteva incontrare una vasta gamma faunistica: elefanti, cervi, daini, lupi, cinghiali, antilopi, orsi, iene, leopardi, pantere, serpenti velenosi e la temutissima e leggendaria tigre del Sud-est asiatico. Su questo argomento la storia e le leggende si sovrappongono mostrando comunque quanto l'ambiente vitale fosse così poco accogliente per le popolazioni prive di mezzi adeguati.
Un giorno, nel corso di una perlustrazione nella foresta,
accompagnato da un indigeno, Pompeo si scontrò proprio con una tigre. In quel frangente, l'accompagnatore svenne per lo spavento mentre il missionario, terrorizzato e impietrito dalla paura, emise un flebile suono che si articolò in una disperata invocazione alla Madonna. A quelle semplici parole, la bestia rispose con un ruggito spaventoso, chinò la testa e sparì nel gorgo cupo delle liane e degli alberi giganteschi.
Se la vicenda si svolse effettivamente in questa maniera non si seppe mai con certezza, sta di fatto che la notizia si diffuse tra la popolazione così rapidamente che valse più di ogni predica o guarigione. Molte persone si avvicinarono maggiormente a questa persona che aveva incontrato la tigre e non era stata uccisa, e si convertirono al cristianesimo.
L'unica cosa certa fu che da quel momento iniziò la caccia sistematica alla tigre che minacciava la vita delle persone nei villaggi, e almeno 14 furono soppresse, usando delle trappole che contenevano la stricnina. Una volta che l'animale stramazzava al suolo per aver ingerito il veleno, Pompeo si assicurava del decesso con qualche scarica di fucile alla testa, dopodiché con le forbici tagliava i lunghi baffi e li bruciava, in quanto secondo la cultura locale erano considerati nocivi alla salute dell'uomo. I Karen si prendevano la carcassa e al missionario veniva lasciata la pelle che in seguito rivendeva per 60 rupie agli inglesi di stanza a Toungoo.

Tradizione e astronomia

Molti altri episodi che illustrano le tradizioni locali vengono poi riportati dallo stesso Pompeo nelle cronache missionarie del tempo. Durante i primi anni di vita missionaria, Pompeo si trovò una sera nel villaggio di Iociopoli, ancora un po' inesperto in riferimento al modo di pensare dei Karen. Nel bel mezzo della notte fu svegliato di soprassalto da un'improvvisa scarica di fucilate e dalle grida di molte persone. Balzò in piedi e in un batter d'occhio si trovò fuori della capanna armato del suo fucile, cercando di orientarsi per capire da dove venisse il pericolo.
Avrebbe potuto essere uno scontro a fuoco tra bande rivali e invece vide sul piazzale del villaggio un ammassarsi di gente che urlava, batteva dei recipienti di latta provocando un rumore assordante e infine sparava all'impazzata verso il cielo. Pompeo chiese subito il motivo di tutto quello schiamazzo e come risposta ottenne: "Sarà Pè, spara anche tu al daino che sta mangiando la luna, se lo lasciamo fare, in poco tempo se la inghiottirà, invece se spariamo il daino si spaventerà e fuggirà via nei boschi".
Pompeo cercò in tutti i modi di spiegare loro che non si trattava di un daino, bensì di una semplice eclissi lunare. Questi lo liquidarono con parole di compassione e di scherno.
Quando poi l'eclissi finì, la gente applaudì e scoppiò in una festa fragorosa, il daino s'era difatti dileguato a causa degli spari e la luna era ricomparsa poiché l'animale l'aveva vomitata. Pompeo tornò nella sua capanna triste e afflitto per tanta ignoranza e superstizione, ma si promise di trovare l'occasione propizia per spiegare ai suoi amici karen come stavano veramente le cose. Non molto tempo dopo ebbe notizia di una imminente eclissi solare, visibile anche in Oriente e subito l'annunciò ai Karen. Come era normale da prevedere per le conoscenze di queste popolazioni, nessuno gli prestò fede. Pompeo non si scoraggiò per così poco.
Alla vigilia dell'eclissi ripeté l'appello e preparò diversi vetri affumicati affinché si potesse osservare lo svolgimento del fenomeno. All'ora stabilita cominciò a farsi scuro, i Karen spaventati ed eccitati volevano imbracciare i fucili e sparare, Pompeo li bloccò e con grande fatica li indusse a guardare il sole attraverso i vetri.
Essi rimasero stupefatti in quando videro esattamente ciò che il loro Sarà Pè aveva predetto. A quel punto si convinsero e rigettarono l'idea tramandata lungo i secoli dalle tradizioni tribali che il cielo fosse dominato da daini affamati di lune e di soli.

Maestro di vita

Così, con perseveranza e senso pratico, il missionario era riuscito a insegnare qualcosa, a scalfire una pittoresca credenza, pur avendo profondo rispetto per la cultura dei Karen e grande sensibilità per il modo di vivere del popolo delle montagne, così estraneo a tutto ciò che veniva dall' esterno e anche fiero e combattivo rispetto alla proprie tradizioni.
Con il passare degli anni sempre nuovi villaggi venivano toccati dal Vangelo, che grazie all'opera missionaria avanzava per i sentieri delle montagne. Il PIME pensò allora di accogliere a Leikthò alcuni giovani, soprattutto ragazzi abbandonati, per impartire loro i rudimenti del catechismo e mandarli poi a insegnare tra le tribù più sperdute.
Non essendoci alcun padre che potesse assumersi tale responsabilità, il compito venne affidato a Pompeo. Ma il lavoro si presentò subito arduo. Quantunque il missionario laico cercasse di accattivarsi in tutti i modi la disponibilità dei giovani karen, dovette lo stesso registrare molte sconfitte, in quanto pochi avevano la forza di perseverare nello studio.
Quei piccoli abitanti delle foreste, abituati a scorrazzare liberi fra i dirupi, non potevano sopportare alcuna disciplina. La libertà senza limiti di cui godevano, le emozioni della caccia, le feste gioiose che usavano fare intorno alla preda esercitavano su di loro un' attrazione naturalmente irresistibile, più di qualsiasi discorso morale o religioso che Pompeo tentasse di pronunciare.
Con una pazienza davvero santa e amore per quei giovani, molti dei quali orfani, il missionario fu costretto a ricominciare daccapo ogniqualvolta doveva rassegnarsi nel vedere molti di quei ragazzi scappare nella foresta dopo aver ricevuto vestiti e libri.
Ma dopo anni di tentativi e di disillusioni, la scuola cominciò a dare i primi frutti, furono formati eccellenti' animatori e catechisti che svolsero un meraviglioso lavoro di
promozione umana e spirituale tra i villaggi nascosti tra le montagne.
Con l'aiuto di quelle giovani braccia, Pompeo avviò anche la coltivazione di una piantagione di caffé che prosperò per molti anni. Questa intelligente iniziativa portò nelle casse della missione nuova linfa e inaugurò un cammino promettente per l'asfittica economia dei Karen, che non poteva assolutamente sperare di reggersi solo attraverso il commercio di pelli pregiate e per di più sottopagate, poiché poi rivendute nei mercati europei a un prezzo centuplicato, imposto dalle regole del colonialismo.

La forza della preghiera e del servizio

L'amore verso quei giovani fratelli era stato dunque premiato. Per lui era naturale amare il prossimo, e gli altri allo stesso modo gli mostravano un genuino sentimento di affetto.
Nella missione di Leikthò Pompeo era solito alzarsi all'alba e pregare in chiesa, dove si mostrava disponibile per qualsiasi faccenda. Dalla mattina alla sera non si fermava un attimo, andava avanti e indietro per dare supporto a qualche catechista, per portare medicinali in qualche villaggio, per organizzare lavori di falegnameria o in qualche risaia e non girava mai solo, era sempre attorniato da uomini, donne e bambini che gli chiedevano qualcosa o che lo ringraziavano per la sua generosità.
E lui per loro soffriva quando vedeva che mancava tutto, igiene, scuole, cibo, petrolio per mandare avanti la rudimentale tecnologia che era arrivata tra le foreste dei monti. La sofferenza aumentava perché le tribù che i missionari raggiungevano durante le loro spedizioni erano davvero dimenticate da tutti, nessuno si occupava di quei relitti confinati in zone selvagge e inaccessibili, condannati all' oblio e al perpetuo sottosviluppo.
La condivisone con la popolazione locale e l'impegno nel sollevarla dalla sofferenza erano per Pompeo la concreta
realizzazione del Vangelo, e per lui questo significava rimanere fedeli alla sua vocazione missionaria, che non si era spezzata durante la dura vita che aveva trovato sui monti. Anzi, questa vocazione si era rinnovata, facendolo diventare un vanto e un esempio per tutti i missionari del PIME, un sicuro approdo per i viandanti che passavano per i Leikthò e un sincero fratello per i suoi amati Karen.
Dopo vent'anni di servizio disinteressato in ambito sociale, tecnico e umano tra le popolazioni martoriate delle montagne Karen, e di assistenza pastorale alle comunità cristiane per le quali aveva costruito cappelle e chiesette grazie al suo genio di falegname, nel 1893 Pompeo venne trasferito a Toungoo, sede principale della missione del PIME.
Infatti da Toungoo oltre alle informazioni, alle direttive e alle istruzioni dei superiori, partivano anche tutti gli approvvigionamenti per i missionari sparsi sulle montagne. Nell'ufficio amministrativo occorreva una persona che conoscesse sia le diverse lingue karen per trattare con i portatori sia l'inglese per districarsi al mercato. Per tale importante responsabilità fu scelto Pompeo.
Il missionario lasciò con dispiacere i piccoli orfani di Leikthò, ma si consolava ugualmente in quanto ne avrebbe trovati molti di più a Toungoo, dove da tempo si era sviluppata una scuola media promossa e gestita dalla missione. I giovani karen, dopo aver frequentato le prime classi nei loro villaggi abbarbicati sui monti, scendevano a valle e si iscrivevano alla scuola dei missionari, in cui si abilitavano per esercitare varie professioni come l'insegnante, l'impiegato o l'ufficiale. Altri invece si indirizzavano verso la via del catechismo, del seminario e del noviziato.

Una scuola speciale

Pompeo ricevette l'incarico di supervisore della scuola sulla quale esercitò un'influenza indelebile e carismatica. Il missionario incaricato della sorveglianza distribuiva tutti i giorni il riso, il pesce, la verdura, inoltre assegnava i compiti giornalieri. Quando Pompeo suonava la tromba tutti i ragazzi scattavano per svolgere le loro mansioni, oppure si radunavano per le preghiere, lo studio, le lezioni e il pranzo comunitario. Nei giorni di vacanza vi era libera uscita per due ore, nelle quali gli studenti approfittavano per recarsi alla spicciolata al mercato e comprare del curry e dei peperoni.
Tutte le domeniche, nel pomeriggio, Pompeo teneva loro una piccola conferenza su qualche nozione del catechismo, parlava in maniera naturale, semplice e sentita, riusciva a farsi capire da quella folta schiera di ragazzi, talvolta superiore a cento, di cui molti senza famiglia, con precisi riferimenti alla vita dei santi.
Una volta acquisito il diploma, i giovani partivano da Toungoo per differenti destinazioni, e benché fossero lontani, Pompeo li seguiva sempre come se fossero stati suoi figli. Essendo Toungoo l'ultimo ufficio postale ai piedi dei monti Karen, il missionario riceveva le lettere dei suoi giovani indirizzate ai loro parenti e i vaglia che essi mandavano ai villaggi d'origine, dopodichè mandava tutto a destinazione utilizzando i portatori che scendevano di tanto in tanto dalle montagne.
La maggior parte degli ex studenti aveva intrapreso la carriera militare e, dopo aver provveduto ai loro cari, se ancora li avevano, riuscivano a mettere da parte un po' di denaro per il loro futuro matrimonio o per altre eventualità, usando fratel Pompeo come depositario, il quale scrupolosamente aspettava che i soldati tornassero in licenza per restituire loro il gruzzoletto che si andava accumulando nelle sue fedeli mani.

Esempio di vita coerente

Nel periodo di Toungoo aveva il suo letto, com' era usanza in quel periodo storico per i convitti, nel dormitorio dei ragazzi e conservava i pochi effetti e i libri in un semplice cesto. All'occorrenza cedeva volentieri il proprio giaciglio per andarsi a sistemare alla buona sui banchi della scuola. Conduceva una vita morigerata, austera e regolare. Per esempio, per fargli accettare l'ormai necessaria dentiera ci volle tutta l'autorità del vescovo, giacché se fosse dipeso da lui avrebbe impiegato quei soldi per sfamare i poveri o curare gli ammalati.
I padri del PIME lo descrivevano come un lavoratore indefesso, era il primo ad alzarsi e l'ultimo a coricarsi, pregava e si dava da fare per ogni problema di ordine pratico, aiutava in chiesa e intratteneva rapporti con tutti. Quando stava male si preparava la sua personale medicina, un tozzo di pane inzuppato in una tazza contenente solo acqua salata, e il giorno dopo immancabilmente lo si vedeva ristabilito, pieno di vigore.
Non apprezzava le convenzioni e non era per niente loquace, tuttavia il fatto di conoscere non solo !'inglese e il birmano ma anche vari dialetti tribali lo favoriva nei rapporti umani.
A volte, la sua espressione seria e burbera di uomo di fatica che non si tira indietro davanti a nessuna difficoltà veniva addolcita da qualche barzelletta che amava raccontare tra un discorso e l'altro. Quella misteriosa allegria, che si celava sotto una pelle indurita da una vita tutta spesa ad aiutare gli ultimi, era anche mista a una sana preoccupazione, un'ansia ed una energia che portava Pompeo a non riposarsi mai, a testimoniare il suo amore per gli emarginati della storia attraverso la dedizione al lavoro.
Per le sue mani passava tutta la corrispondenza che settimanalmente giungeva alla residenza di Toungoo. Lui stesso aveva da anni instaurato un rapporto epistolare con i superiori del PIME a Roma, attraverso il quale descriveva i progressi della missione. Infatti Pompeo era un cronista impareggiabile. Nei ritagli di tempo, nelle lunghe serate di studio dei ragazzi, alle quali sempre presiedeva e assisteva, dopo aver fatto l'appello, si metteva in un banco a scrivere le sue note.
Non gli sfuggiva nulla, annotava tutto, ricordava e voleva che ogni anniversario venisse festeggiato. Quando arrivava qualche sacerdote nuovo, lui si informava subito sulle date importanti da celebrare: finché visse fratel Pompeo nessun missionario sperduto sui monti si sentì separato dalla residenza madre di Toungoo.
Arrivò poi il giorno della sua grande festa, il 9 febbraio 1923, per i cinquant'anni della suo arrivo in Birmania. Fra i regali che più lo commossero vi fu la generosa offerta in denaro che i suoi amici karen raggranellarono tra mille difficoltà, essendo per l'ennesima volta flagellati dalla carestia. Ma non potevano farsi sfuggire quell' occasione per manifestare alloro Sarà Pè quanto lo amavano. Quella somma era costata un cumulo di privazioni e sacrifici, perciò Pompeo, pur accettandola con gratitudine, non ci pensò due volte e la destinò completamente agli orfani abbandonati sulle montagne, denutriti e infelici.

Sulla breccia fino alla fine

Benché avesse superato la settantina, era sempre in moto, impiegato in numerose attività. Per alleggerirgli il peso della vecchiaia gli avevano affiancato un giovane missionario laico, nell'intento di vederlo riposare almeno qualche ora ogni giorno. Invece così facendo si sentì mortificato, poichéil servizio era diventato per lui un bisogno, al quale non sapeva rinunciare.
Per tutto il periodo di permanenza in Birmania Pompeo non stette fermo un minuto, solo la malattia lo fermò, purtroppo in maniera definitiva.
Era il 4 luglio 1927, quando cadde bocconi a terra, tra spasmi e dolori atroci all'addome. Il medico di Toungoo gli alleviò il dolore con qualche calmante, poi all'ospedale si decise di operarlo, nonostante la sua età avanzata, in quanto lui insisteva convinto che grazie all'operazione avrebbe ripreso a lavorare.
Dopo l'intervento chirurgico in effetti gli tornarono le forze e l'appetito, ma fu un periodo di effimera serenità: il 24 settembre 1927, a 77 anni e dopo 55 anni di lavoro in Birmania, Pompeo morì.
L'ultima sua iniziativa fu la manutenzione di un pozzo con !'installazione di una pompa fatta venire da Milano. I bambini ci giocavano intorno, erano contenti di vedere fuoriuscire da quel buco acqua pura e cristallina, per loro era una festa, era una benedizione per le loro gole secche sotto il ferro zincato della cattedrale di Toungoo, uno dei pochi rifugi dove trovare l'ombra quando il sole infierisce senza tregua.
La festa di quei bambini risuonava lungo i corridoi della residenza dei missionari anche negli ultimi giorni di quel settembre, mentre i padri assistevano Pompeo sul letto di morte, colpito da un male incurabile, più invadente del vaiolo e più aggressivo della tigre.
Si dice che prima di spirare espresse un mormorio di sollievo per il fatto che gli veniva data finalmente la possibilità di riposarsi, ascoltando come un riverbero indistinto proveniente da fuori la festa dei bambini che continuava intorno al pozzo, intorno alla vita.

Un giornale chiamato "Pompeo"

A ricordo del servizio che Pompeo aveva organizzato per far circolare le informazione tra i missionari sparsi sui monti, fu realizzato a Toungoo subito dopo la sua morte un bollettino diocesano ufficiale di informazione che chiamarono rispettosamente «Il Pompeo».
La sua è stata una delle figure tra le più significative della missione in Birmania. Si considerava un "soldato semplice a servizio di tutti", non per impreparazione, ma per desiderio di servizio. Al vigore del suo carattere ha saputo mescolare una sana allegria e ironia. Sembra che il suo portamento e la sua corporatura non favorissero un facile approccio. Tuttavia ha saputo trasformare queste caratteristiche in elementi utili alla formazione dei giovani Karen.
Non aveva lauree o diplomi, ma fu un "maestro" in molte discipline, che approfondì come autodidatta e imparando dall' esperienza. Con ingegnosità, forza di volontà e costanza, seppe risolvere con i pochi mezzi a disposizione grandi problemi. Ha saputo affrontare carestie ed epidemie. Oggigiorno gli avrebbero dato un premio, ma lui ha preferito agli onori la compagnia dei poveri e degli emarginati. Il premio glielo hanno dato in Paradiso.