PICCOLI GRANDI LIBRI  Paolo Brunacci  Centro Formazione Missionari Laici PIME
APOSTOLI nel QUOTIDIANO

L'avventura straordinaria di sette missionari laici del Pime

EMI - 2006

Prefazione (Gian Battista Zanchi)
Le caratteristiche del nostro essere missionari

L'operaio della prima ora 

Una vita lungo il fiume

Un maestro nella foresta

Dalle scarpe ai pennelli

Il coraggio del muratore

Lebbroso come loro

Genio e Vangelo

Riflessioni conclusive

 

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IL CORAGGIO DEL MURATORE

sei destinato ad Hyderabad, in India, addetto alla costruzione della missione. Parti subito per Roma, dove si trovano già tutti gli altri partenti". Emozionato e confuso, Pasquale Sala, nato a Curno, provincia di Bergamo, nel 1908, teneva in mano il biglietto proveniente dalla direzione generale del PIME, visibilmente stordito da quelle poche righe, tanto gradite quanto inaspettate.

Un impegno per la vita

In quel momento si prefisse di iniziare il nuovo cammino con umiltà, ma anche con la determinazione di non fermarsi mai davanti alle difficoltà e allo scoraggiamento, come aveva promesso solennemente quando aveva fatto il "Giuramento" di fedeltà alle missioni e all'Istituto. Non sapeva ancora che questa promessa, alcuni anni dopo, lo avrebbe aiutato a superare grosse difficoltà.
Sin da giovane aveva manifestato il desiderio di partire, in particolare da quando, durante una predica nella sua parrocchia, sentì parlare per la prima volta delle missioni e dei missionari.
Le parole di chi aveva fatto un' esperienza di evangelizzazione all' estero alimentarono nel ventenne Pasquale una chiarissima vocazione, a tal punto che il desiderio di spingersi verso luoghi lontani cresceva con la pericolosità delle situazioni che i missionari cercavano di far immaginare attraverso i loro racconti di vita. Seguendo il richiamo di questa passione, Pasquale fece domanda per entrare nel PIME, dove fu ammesso a partecipare ai corsi che abilitavano a impegnarsi come missionari laici. Non furono facili i dieci
anni di formazione, oltretutto lui scalpitava per partire e di certo lo studio teorico non rappresentava l'ambito più congeniale per le sue qualità, ma aveva una capacità straordinaria nell'assimilare tutto ciò che facesse parte dell'arte della manualità.

Una dura preparazione

A lui sarebbe piaciuto iscriversi alla scuola di architettura, ma i superiori del PIME lo vedevano meglio in mansioni meno intellettuali, così lo avviarono alla cura degli ammalati. Le giornate erano piene di impegni, la mattina a fare pratica in ospedale, il pomeriggio nel laboratorio del calzolaio e la sera, ormai affaticato, sui banchi di scuola.
Un giorno il professore di lettere gli rifilò un tre con il quale lo invitò a desistere dal frequentare le lezioni di grammatica. Dopo molti anni, divenuto superiore generale dell'istituto, quel docente severo ed esigente visitò la missione in cui operava Pasquale e constatando i progressi realizzati si rivolse al suo ex allievo con un tono sardonico che tuttavia celava una fraterna soddisfazione: "Fratel Pasqualino, vedo che lei ha approfittato molto dei miei insegnamenti. Ha imparato benissimo i verbi attivi e passivi, transitivi e intransitivi." "Padre" gli rispose il missionario, "non ci capisco ancora niente".
In grammatica non era un'aquila, ma in questioni di pronto soccorso se la cavava molto bene, riuscendo a strappare alla commissione esaminatrice uno splendido trenta quando, per ottenere la qualifica di infenniere, fu interrogato su come ci si deve comportare in caso di tubercolosi, insolazione e tigna, tutte eventualità alquanto frequenti in terra di missione.
A dispetto di tutta questa preparazione, il destino lo dirottò senza preavviso su un'altra strada, che del resto si intersecava con l'aspirazione originaria di diventare architetto: sei destinato alla costruzione della missione.

In nave verso l'India

Il 18 agosto del 1938 Pasquale si imbarcò a Genova e dopo un viaggio di undici giorni attraverso il canale di Suez, il Mar Rosso e il Golfo arabico, sbarcò a Bombay. Il primo impatto con l'India fu traumatico. Lo turbò la vista di quella massa di diseredati vestita di stracci e rinsecchita che ciondolava sfinita sotto l'ombra malsana di palazzi opulenti.
La sera stessa appoggiò la testa ancora invasa da pensieri tristi sul finestrino del treno che lo portava a Hyderabad. Ad attenderlo c'era tutta la comunità in festa, con le ghirlande di fiori di calendula al collo e intorno alle loro teste l'eco delle campane che si moltiplicava nell' aria umida. Pasquale si unì a quella processione chiassosa e allegra che si dirigeva verso la chiesa, la tristezza si stava sciogliendo, lasciando il posto a una crescente gioia per un sogno che si era finalmente realizzato.
La prima esigenza da affrontare era dedicarsi a tempo pieno allo studio dell'inglese, importante viatico per entrare in contatto con la nuova realtà, con il quale venivano scritti i vocabolari e le grammatiche delle lingue indigene come l'urdu, il telegu e il tamil. Nel frattempo l'India prendeva forma davanti agli occhi esterrefatti e curiosi di Pasquale, insieme alla vita della gente, le case, gli abiti, i sistemi di lavorare la terra e di costruire, gli animali in piena libertà per le strade, i negozietti stracolmi di merci di cui lui non sapeva nemmeno l'esistenza. Dopo le impressioni iniziali e i primi approcci con la lingua, il vescovo locale comunicò al missionario che si doveva recare nel distretto di Kanchanapally.
I cento chilometri da Hyderabad alla nuova destinazione furono percorsi in parte dentro a un treno malandato e il resto sopra un bandy, il tradizionale carro da trasporto indiano trainato da 2 buoi, fatto di legno a due ruote e a telaio rigido, di una lentezza esasperante e in balia di continui scossoni. Fu durante questo primo spostamento attraverso la campagna che Pasquale intuì la vera consistenza della realtà missionaria. La sua mente ritornò alla giovinezza e al
lungo periodo trascorso in Italia per prepararsi alla partenza. L'ideale missionario era stato raggiunto e rimaneva intatto anche se in quella calura indiana veniva temprato dalla realtà del dovere quotidiano.

L'impatto con la povertà

Il carro procedeva molto lentamente, il paesaggio si estendeva monotono: terra brulla disseminata di sterpi e di rari alberi, palme, capanne di paglia e terra battuta che si confondevano con l'ambiente circostante di risaie e piccoli appezzamenti e dappertutto la sensazione di una miseria immensa, rassegnata, apparentemente invincibile. L'idioma del popolo assomigliava a un vortice di suoni indecifrabili e il cibo produceva un certo sconquasso nello stomaco; nonostante ciò Pasquale era felice in quanto aveva finalmente toccato la terra della sua missione.
Il lungo viaggio per raggiungere Kanchanapally era stato pesante e il missionario si sentiva travolto e intontito nel vedere quella sterminata fila di persone denutrite che solcavano la terra spaccata dal sole, che tendevano incessantemente la mano per chiedere l'elemosina. Sarebbe stato più consono fermarsi e riposarsi, invece il padre che accompagnava Pasquale volle continuare.
Dopo altre due ore di viaggio, trovarono in un misero villaggio alcuni malati di febbre malarica deturpati da piaghe e tormentati da infezioni di varia natura. Vi ritornarono per tre giorni, applicando le nozioni del tirocinio milanese con i medicinali che avevano a disposizione. La determinazione con cui venne affrontata l'emergenza sbriciolò la stanchezza: Pasquale non aveva avuto paura davanti alle vene aperte dell'India.
In breve tempo, da un villaggio all'altro, si sparse la voce della sua abilità medica che, per questa popolazione abbandonata da tutti, rappresentava una risorsa inestimabile. Frotte di reietti si misero in cammino per raggiungere la residenza del missionario, dando vita a un bussare ininterrotto per ottenere a qualunque ora un po' di sollievo. Nei tre mesi che restò a Kanchanapally Pasquale si prese cura di loro con dedizione e competenza. Gli studi assimilati con fatica qualche anno prima si rendevano utili per un servizio alla gente più povera. Era questo in fondo che Pasquale aveva sempre sognato e bramava di realizzare.
Solo successivamente, obbedendo a un ordine superiore, si trasferì a Reddipalem, dove il padre che seguiva la comunità cristiana era anziano e in più si doveva costruire una casa per le suore indiane.

Una vita movimentata

Il trasferimento nella nuova missione fu fissato per 1'8 dicembre, giorno della festa patronale di Reddipalem. I bagagli e le scatole di medicinali furono sistemati su un carro trainato da buoi lenti e magri, gli scossoni e i cigolii erano sovrastati dalle grida dei conducenti che incitavano gli animali nei punti più irregolari e faticosi, mentre Pasquale e un altro padre precedettero il carico in bicicletta, pedalando lungo una stradina assolata e piena di buche.
I due "ciclisti" giunsero a destinazione prima di mezzogiorno, giusto in tempo per preparare la festa. Terminato di decorare le strade e le capanne del villaggio con festoni di carta colorata e di addobbare la chiesa parrocchiale, verso !'imbrunire tutta la comunità con tamburi e pifferi uscì in processione.
Il mattino seguente fu occupato dalle funzioni religiose, dalle cresime e dall'ascolto delle richieste di aiuto della popolazione. A mezzogiorno la missione offrì un pranzo sociale per lunghe file di persone accovacciate per terra che usavano pezzi di foglie di banano come piatto e le dita al posto delle posate. Le celebrazioni continuarono al pomeriggio con l'offerta delle candele alla Madonna da parte non solo di cristiani ma anche di indù e musulmani.
I devoti, ordinati in processione e raggiunta l'entrata della piazza della chiesa, avanzavano ginocchioni sul ruvido terreno con le candele accese in mano per offrirle alla statua sacra esposta solennemente davanti all'altare tra centinaia di luccichii e fiori. Nella sua fede, quella povera gente si genufletteva per sciogliere i voti che aveva fatto durante l'anno: voti per guarigioni da gravi malattie, per essere scampati alla siccità, di donne sterili per avere avuto il dono di un figlio.
Alla sera, tra preghiere e fuochi d'artificio, si mosse la processione con la statua della Madonna a cui partecipò una folla estasiata venuta per la festa anche dai villaggi lontani: cristiani, indù e musulmani tutti insieme in comunione. Per fratel Pasquale la missione non poteva incominciare in un modo più simbolico e significativo: la missione come preghiera, condivisione e servizio, nella buona come nella cattiva sorte.
A Reddipalem rimase per un anno a svolgere mansioni di ogni tipo legate allo sviluppo della comunità e della missione, fino al settembre del 1939, quando il vescovo gli inviò un telegramma: "C'è bisogno di te a Bramanapally. Mettiti subito in viaggio".

Da dottore a paziente

Arrivato nella sua nuova destinazione visse una "avventura" che lo aiutò a capire molte cose delle tradizioni e usanze indiane. Stava per iniziare la stagione delle piogge, che immancabilmente portava con sé svariate malattie tra cui una forma di congiuntivite granulosa, molto infettiva e dolorosa, causata oltre che dalla sporcizia da un piccolissimo insetto. Gli occhi si arrossano, bruciano fortemente e le palpebre si gonfiano fino a chiudersi quasi completamente. Durante quell'autunno del 1939, dopo aver curato dall'infezione più di duecento persone, anche Pasquale cadde malato, per fortuna solo all'occhio destro. Si lavò con acqua e collirio ma non ci fu nulla da fare poiché il bruciore continuava e il gonfiore si faceva preoccupante: era ormai sera e il dolore era lancinante.
In ogni villaggio indiano operavano dei guaritori i cui strumenti erano intrugli vari e strani accompagnati con oscure formule magiche. Pasquale era pronto ad accettare qualunque cosa che potesse calmare il suo male e così cedette al consiglio del maestro del villaggio, il quale mandò a chiamare una donna famosa per i suoi poteri taumaturgici.
La donna si presentò con due palline della grandezza e del colore di un chicco di caffé. Da un aiutante si fece consegnare una "cugia", vaso di terracotta per l'acqua potabile, e dentro vi sfregò le due palline fino a trasformarle in una polvere fine e rossastra. Poi la raccolse con la punta dell'indice, si avvicinò a Pasquale e con una mano gli aprì l'occhio e con l'altra vi strofinò sopra la misteriosa sostanza.
Dopo nemmeno un secondo un calore terribile e un male insopportabile fecero sobbalzare il missionario che per tutta la notte non riuscì a placare quel tormento. Erano ormai le due del mattino quando i capi del villaggio, riunitisi in consiglio, decisero di provare una nuova cura.
Uno tornò con una zappa nuova, un altro aveva raccolto delle erbe portando con sé un sasso bianco granuloso come sale. Gli uomini pestarono il sasso insieme alle erbe e ne fecero una poltiglia che misero a scaldare sulla zappa già rovente sul fuoco. Poi la spalmarono non direttamente sull' occhio di Pasquale ma sulla fronte e sulle palpebre. Appena conclusa questa operazione il bruciore e il gonfiore si fecero più sopportabili e il missionario poté quindi prendere sonno e riposare per qualche ora. Solo dopo alcuni giorni, quando l'occhio ormai si era completamente ristabilito, Pasquale venne a sapere che la sostanza usata dalla prima guaritrice non era altro che pepe. Imparò dunque la lezione di non fidarsi dei rimedi alquanto pasticciati di aspiranti stregoni, comunque divenne in seguito amico di quella donna, che gli fece sperimentare, senz'altro in maniera rocambolesca, un esempio della mentalità indiana. Ma capì anche
che l'India era custode di una grande tradizione medica che meritava di essere studiata e rispettata, in modo da poterla associare, quando necessario, alle diagnosi e ai rimedi di quella occidentale. Attraverso questa osmosi si sarebbero ottenuti i risultati migliori: a spese del suo occhio aveva capito una regola d'oro di grande saggezza.

Un'avventura pericolosa

Nel giugno del 1940 Pasquale stava per iniziare una nuova pittoresca avventura. Infatti si trasferì a Silveru, un villaggio dove operava padre Peter, un sacerdote indiano, con il mandato del vescovo di fare un sopralluogo e di scoprire perché la chiesa che vi si stava costruendo fosse in parte caduta. L'edificio, in muratura e a forma di croce latina di circa trenta metri per dieci, arrivava al tetto, quasi del tutto coperto, quando un violento temporale fece crollare completamente la facciata, due dei principale archi centrali e quattro archi laterali.
Terminata la sua ricerca, il missionario laico relazionò al vescovo che lo incaricò di mettersi subito all'opera per rifondare la chiesa. Ottenuto il nuovo compito, Pasquale preparò gli attrezzi, ingaggiò il personale necessario e alle cinque di sera, insieme a tre falegnami indiani, partì in treno arrivando all'imbrunire alla stazione di Giadcerla. Qui salirono sulla corriera per Silveru. Il tragitto avrebbe dovuto essere di soli tre quarti d'ora ma, all'improvviso, dopo alcune fermate, il bigliettaio, senza specifiche spiegazioni, li avvertì che dovevano scendere. La corriera riprese la corsa mentre loro si ritrovarono avvolti nella più completa oscurità, alterati da un certo sbigottimento e per di più ignari del luogo dove erano capitati: stava per iniziare un'avventura che non avrebbero mai immaginato.
Il sentiero che Pasquale aveva percorso pochi giorni prima e che conduceva a Silveru era stata arato e quindi non era più praticabile. Il missionario si consultò con i tre ope
rai e alla fine imboccarono un altro sentiero che a mala pena si distingueva, fiduciosi che non mancassero più di venti minuti di cammino per arrivare a destinazione. Scivolando sullo sterrato, infangati, stanchi, bagnati di sudore e da una pioggia fine che aveva cominciato a cadere, decisero di fare una sosta in quanto erano già passate due ore e del villaggio non si scorgeva nemmeno una capanna.
Qualche minuto dopo essersi seduti sotto un albero, non
molto lontano baluginò una luce di una lanterna e mentre uno rimase a guardia dei bagagli, Pasquale e gli altri due cercarono di avvicinarsi per scoprire che cosa fosse quel lume, attraversando campi e piccoli argini pieni d'acqua. Giunti sufficientemente prossimi per essere sentiti, lanciarono un richiamo ma l'uomo che teneva il lume scomparve rapidamente nel buio, forse impaurito perché stava semplicemente rubando il fieno ammassato da qualche contadino.
Perso quel fragile aggancio per potersi orientare e raggiungere il villaggio, con la paura di essere morsi da serpenti e scorpioni, mentre in lontananza il verso delle iene e degli sciacalli si faceva minaccioso, decisero di ritornare indietro e di disporsi a corona intorno a una palma con la schiena appoggiata al tronco in attesa dell'alba. Alle cinque di mattina passò un viandante che li svegliò e con grande meraviglia e disappunto si accorsero che quel benedetto villaggio, che era stato per tutta la notte la loro disperazione, distava non più di cinquecento metri.
Per ricostruire la chiesa Pasquale impiegò circa sette mesi, turbati dai sentori di un evento tragico e incombente. Da qualche settimana il governo Mussolini aveva dichiarato guerra all'Inghilterra e l'India era sotto dominazione inglese. In quei giorni un tenente di polizia accompagnato da alcuni militari si presentò alla missione che fu ispezionata e il missionario interrogato sulla sua attività. Al termine di quell'operazione gli notificarono l'interdizione a oltrepassare il limite di cinque chilometri nell'area circostante. Pasquale non si impressionò, congedò il graduato con gentilezza e si rimise a lavorare. Lo scontro bellico riversò tutta
la sua ferocia anche sull'India e sulle missioni, ma solo in una seconda fase.
Nel frattempo anche a Silveru Pasquale ebbe modo di conoscere più in profondità la cultura indiana.

Per superare le "caste tradizionali"

All'inizio della stagione dei monsoni, e quindi delle piogge torrenziali, Pasquale sospese momentaneamente i lavori della chiesa, e si dedicò a curare i malati, tra i quali vi erano molti paria, gli intoccabili, i fuori casta, i reietti della società indiana. A un certo punto Pasquale fu avvicinato da uno dei quattro capi cristiani del villaggio, appartenente alla casta reddy, una delle suddivisioni della casta degli agricoltori, denominata sudra: "Noi cristiani di casta reddy non possiamo sopportare che tu faccia iniezioni e dia medicinali a questa gentaccia; essi sono considerati da tutti come esseri disprezzabili, tanto che nemmeno la loro ombra deve sfiorare il nostro corpo di sudra e perciò... ".
Pasquale interruppe quella predica piena di credenze millenarie, ma che riflettevano il disprezzo verso uomini ritenuti inferiori perché nati in una casta inferiore, e con tono fermo ribatté: "Per me non esistono né reddy né paria né sudra. Per me voi siete tutti uguali. Non solo, ma le stesse medicine che i poveri non possono pagare io a loro le do gratis, mentre voi di casta superiore, se le volete, dovete pagarvele. Se ti accomoda è così, altrimenti vattene che in questo momento ho da fare per curare chi sta peggio di te". Quel diverbio fece il giro dei villaggi e da allora nessuno tentò di ostacolare i modi di fare di Pasquale. Aveva capito che a volte i diritti dei più abbandonati si scontrano con schemi antichi di disuguaglianza e di ingiustizia, ma d'altronde il vero missionario deve servire tutti con amore fraterno, senza discriminazioni. Solo agendo in questa maniera Pasquale avrebbe potuto ambire a realizzare i valori del Vangelo e contemporaneamente essere in armonia con il paese che lo accoglieva.
Ma capiva che non sarebbe stato certamente facile e semplice, e ciò che successe in seguito ne fu la prova.

Ricercato dalla polizia

Un giorno venne in chiesa un pezzo grosso della polizia indiana, una specie di capitano, che pregò Pasquale di seguirlo a casa sua, dove il figlio giaceva gravemente malato già da diversi giorni. Il suo villaggio distava però circa nove chilometri, di conseguenza il missionario si vide costretto con dispiacere a rifiutare, a causa del divieto impostogli dal governo. A quel punto il capitano insistette e lo rassicurò, affermando che si poteva considerare sotto la sua protezione e inoltre aggiunse: "lo sapevo che tu avevi una macchina fotografica e che il giorno prima dell'ispezione venne un uomo a dirti di nasconderla o meglio di consegnarla momentaneamente a un operaio, non è vero?".
Pasquale con un po' di sconcerto rispose che era vero e il capitano con molta calma proseguì: "Ebbene, devi sapere che quell'uomo è un mio subalterno e siccome non volevo che tu avessi grane con le autorità, pensai bene di farti avvertire, dato che tu fai molto bene al nostro popolo con la tua opera. Non avere paura quindi, vieni con me e stai tranquillo".
La dimora del capitano era una costruzione decente, muri di fango e di mattoni crudi, intonaci di calce secondo la tradizione indiana, tetto coperto di tegole curve. Sdraiato su una stuoia posta sul pavimento di terra battuta, in una
piccola stanza laterale, buia e non arieggiata, c'era il corpo di una ragazzo in preda al delirio e con febbre molto alta. I familiari tolsero dal soffitto un coperchio rotondo e subito la stanza si rischiarò. Pasquale vide immediatamente i segni della meningite cerebrale, praticò quindi al giovane un'iniezione e inoltre gli diede un calmante. Tornò ancora e dopo quattro giorni di cure intensive i medicinali fecero effetto, la febbre diminuì e i periodi di lucidità diventarono sempre più stabili e lunghi.
Il giorno in cui il ragazzo uscì definitivamente dallo stato delirante, il capitano fece sedere Pasquale sul rialzo di fango all'ingresso della casa e dopo un momento di esitazione gli chiese se la madre del ragazzo poteva vederlo. A quella bizzarra richiesta Pasquale cadde dalle nuvole, dicendo che non ci vedeva nulla di male se la madre assisteva il figlio convalescente. Il capitano lo informò che prima che lui arrivasse nella sua casa, il figlio era in cura dal guaritore del villaggio che aveva proibito alla madre e a qualsiasi altra donna di avvicinarsi al ragazzo per non attirare sulla comunità le ira degli dèi.
Pasquale non riuscì a celare uno scanzonato sorriso. Il capitano allora si convinse che poteva tirare la grande tenda che divideva la stanza dal resto della casa, dietro la quale le donne della famiglia avevano fino a quel momento spiato Pasquale ogni qualvolta veniva a visitare il malato.
Tirata la tenda apparve una fila di diciotto donne. Il missionario chiese chi erano e il capitano rispose che la prima era la moglie che la sua famiglia gli aveva scelto, le altre quattro erano le mogli scelte direttamente da lui e le restanti tredici le figlie nate dai vari matrimoni. Pasquale si congratulò per quella famiglia così numerosa, le incoraggiò a entrare nella stanza e a non avere paura di accudire il loro giovane congiunto.
Da quell'episodio non passò molto tempo che paure e sospetti intorno alle iniezioni del missionario scomparvero, infatti tutte le famiglie. del villaggio, sia indù che musulmane, lo volevano a casa loro. Pasquale era riuscito a vincere le diffidenze e a superare antiche barriere, grazie all'amore e alla dedizione verso i più bisognosi. Il popolo aveva compreso le buone intenzioni del suo impegno e questo non poteva non accendere di felicità l'animo del missionario che vedeva ripagati tanti sacrifici. L'ideale di fare del bene si stava materializzando nei visi e nei corpi di quella gente, che era diventata la sua nuova comunità, in cui aveva introdotto con pazienza e laboriosità il seme della collaborazione tra gli uomini, dando per primo un vivo esempio del disegno di Dio.
Il figlio del capitano si ristabilì completamente, così il villaggio organizzò una grande festa per ringraziare Pasquale e gioire dell'insperata guarigione. Il missionario si ritrovò in sella a un cavallo con al collo una grande ghirlanda e due braccialetti ai polsi composti di fiori bianchi e profumati, in mezzo al baccano di un' orchestra con pifferi e tamburi e a vassoi di pasticcini che passavano di mano in mano. Sospeso tra quei dolci flutti e frastornato per il calore umano che avvertiva intorno a sé, indirizzò per un istante il suo pensiero a due persone che avrebbe voluto vedere festanti a quel convivio di musica e allegria.
Uno era un vecchio indù minato dal cancro allo stomaco, deceduto alcuni giorni prima, che aveva chiesto in punta di morte di essere battezzato. L'altra persona a cui andava il sentimento di Pasquale era una bambina musulmana affetta da tubercolosi a cui di recente aveva auscultato i polmoni. Sarebbe morta due giorni dopo aver ricevuto il battesimo con il nome di Pierina, la madre di Pasquale: anche il cuore ha bisogno della sua parte.
Il contatto con la popolazione è pressoché sincero e profondo, nell'anima del missionario lascia un segno indelebile, tuttavia la missione non è sempre una festa. Per un "fratello" laico, che rinuncia a tutto per diventare uno strumento d'amore tra gli uomini in terre lontane e difficili, poter dare il battesimo accresce la fiducia e la forza per sopportare il distacco dalla propria famiglia e dalla propria gente.

Problemi da risolvere con pazienza, coraggio e tanta fede

Intanto il lavoro di ricostruzione della chiesa di Silveru era stato portato a termine, quando per l'ennesima volta Pasquale ricevette dal vescovo l'ordine di fare fagotto e trasferirsi prima a Dornakal e poi a Khammam, dove c'era bisogno di erigere le nuove abitazioni parrocchiali per alcuni padri. Appena la popolazione seppe del suo trasferimento tutti, cristiani, indù e musulmani, decisero di inviare una delegazione dal vescovo per chiedere t'annullamento di quel provvedimento, ma la loro civile protesta non produsse nessun risultato. Anche loro dovettero capire che il missionario non appartiene a nessuna terra perché appartiene a tutte le persone che hanno bisogno.
Tra Dornakal e Khammam Pasquale trascorse circa un anno, occupato in lavori di progettazione e carpenteria, dedicandosi altresì ai malati che amava tanto e ai battesimi: in quel periodo battezzò sei neonati in pericolo di vita dopo un
parto complicato, dei quali solo una bambina sopravvisse. La sera, dopo una giornata faticosa e dolorosa quando la morte colpisce, il missionario si poteva consolare pregando e pensando a quella creatura, segno vivo della sua missione che come una goccia scende lentamente e senza far rumore si fa strada all'interno della roccia, scavando rifugi di amore e solidarietà, dove si può davvero sperimentare una storia nuova fatta non più di egoismi, di chiusure e di privazioni, bensì di rispetto, di aperture e di generosità.
Il missionario laico in terra di missione è un persona che si sente "fratello di tutti" scavalcando il perimetro della propria esistenza per aiutare gli altri, in forma gratuita, così da contribuire a cambiare la sua singola e piccola storia e la storia più grande dei rapporti con gli altri popoli. Anche quando il peso di certi eventi irrompe nelle nostre scelte di uomini, con una tale violenza che si tende ad arrendersi a una storia che resterà sempre ancorata a un porto rosso di sangue e di oppressione.

Nel campo di concentramento

Era il febbraio 1942 quando il governo coloniale inglese ordinò ai missionari di rimanere confinati nelle loro residenze, consci che da un momento all'altro sarebbero stati deportati in un campo di concentramento. Passarono sei mesi di ansiosa attesa, poi puntualmente a fine settembre ai missionari del PIME fu intimato di salire su un treno che li avrebbe portati a Kota per poi proseguire in autobus fino al campo di prigionia di Deoli, situato in una vasta zona desertica nel nord-est dell'India. Dopo un viaggio di quattro giorni, giunti nella stazione di Kota, rimasero a dormire nella carrozza, con la tristezza nel cuore per aver assistito poco prima al pestaggio di un servo indiano da parte di un sergente inglese.
L'ordine era di trovarsi pronti al mattino seguente alle sette. I padri si alzarono all' alba per avere il tempo di celebrare la messa, sapendo che ogni ritardo o tentativo di disubbidienza sarebbe ricaduto con severità esemplare su tutto il gruppo. Così alle sette in punto tutti i prigionieri si trovarono con le valigie pronte davanti alla stazione per continuare il tragitto su una corriera.
Il viaggio da Kota a Deoli durò quattro ore e mezzo attraverso un paesaggio mozzafiato, tra colline azzurre e file di cammelli che si spostavano da un villaggio all'altro, alcuni attorniati da mura antiche, vestigia di un passato sontuoso. Nell'ultimo tratto la corriera percorse una strada che ai lati aveva grandi campi recintati di filo spinato con baracche basse e allineate, di mattoni e cemento: erano i campi di concentramento riservati ai prigionieri militari e civili, dove vennero rinchiusi anche francescani, carmelitani, gesuiti, salesiani e tutti i missionari del PIME, compresi quelli di stanza in Birmania e in Bengala.
Espletati i controlli dei documenti e dei bagagli, gli uomini vennero condotti alle baracche in cui avrebbero trascorso la loro prigionia, inibiti da sinistri reticolati e guardati a vista da poliziotti con i fucili spianati.
Anche per Pasquale la libertà era ormai una disperata illusione che si allontanava come rapita da un vento teso e implacabile al di là del filo spinato. Questo periodo disumano si protrasse per due anni, nei quali lo spirito missionario malgrado le varie costrizioni continuò a vivere. Costretti a una inerzia obbligata, abituati a lavorare duramente e a mettere giornalmente a frutto le loro capacità, i missionari si sentivano morire, come dei leoni in gabbia. Furono la solidarietà, la preghiera e la pietà che scacciarono via i demoni dello scoramento dalla mente dei prigionieri. A ognuno era stato affidato un compito, per esempio Pasquale fece prima il lavandaio e poi il cuoco. La vita segregata assunse così un ritmo monotono che procurava avvilimento nelle persone che erano state costrette a interrompere la missione, il loro umile e quotidiano lavoro a fianco dei più poveri.
Per difendersi dal caldo torrido del deserto circostante, che tra l'altro portava nel campo tremende nubi di sabbia, i missionari erano soliti riunirsi al tramonto, quando l'aria si faceva meno afosa, in momenti conviviali che spezzavano la dura monotonia della loro condizione di reclusi. La sera dell'8 agosto 1943, memoria di san Domenico, festa quindi per i padri domenicani, Pasquale e altri organizzarono una festicciola con caffè e dolci. Tra una risata e l'altra il tempo era passato in fretta, tutto scorreva così fluido e leggero che non si accorsero di aver oltrepassato di molto il limite imposto dal regolamento.
Adirato come non lo avevano visto mai, il responsabile militare del campo uscì dalla sua stanza e si mise a sbraitare contro i partecipanti alla baldoria che furono puniti per quella infrazione: d'ora in avanti tutte le libere uscite di un
giorno alla settimana sarebbero state negate. Quel giro di vite rese la prigionia ancora più snervante, il tempo questa volta veniva percepito come un corpo paralizzato, senza più senso né dignità.
Passarono mesi tristi, nei quali l'immobilismo coatto aveva sedimentato nell'animo dei missionari un certo pessimismo. Contemporaneamente in Europa la guerra stendeva i suoi ultimi tragici veli sulle popolazioni, gli eserciti e le città, le forze anglo-americane conquistavano posizioni e la capitolazione di Berlino era ormai cosa di pochi mesi. Mano a mano che dal teatro di guerra europeo giungevano dispacci che davano per imminente la fine del conflitto, le autorità del campo concedevano ai missionari di fare ritorno scaglionati alle loro comunità e ai loro villaggi.

La ripresa dei cantieri di vita e di lavoro

Il 18 dicembre 1944 venne il turno di Pasquale. Rivedere la sua gente fu una gioia immensa, giacché equivaleva a ricominciare da zero il lavoro intrapreso a servizio dei poveri e degli ammalati, l'unica missione che conferiva un significato alla sua esistenza.
Ritornato a Secunderabad iniziò subito a creare e a costruire, senza sosta e a pieno ritmo. Mise in piedi molte residenze missionarie, chiese, campanili e saloni parrocchiali. Inoltre trovò anche il tempo, l'ingegno e la forza per restaurare due chiese storiche, una inaugurata dai cattolici di Goa in stile coloniale portoghese, l'altra risalente alla metà dell'Ottocento, eretta dai cattolici tamilici provenienti da Madras, al seguito degli ufficiali inglesi come cuochi e servi.
In tutto il distretto missionario assegnato al PIME, Pasquale diresse i lavori per la costruzione di numerose scuole, dove si iscrissero più di tredicimila indiani, senza distinzioni di casta, razza e religione.
I cantieri e gli impegni quindi si moltiplicavano, il volume di lavoro aumentava giorno dopo giorno a un punto tale che i carri trainati dai buoi non ce la facevano più a fornire in tempo il materiale agli operai. Appurata la situazione, il vescovo acconsentì all'acquisto di un autocarro e di una
motocicletta che avrebbe sostituito la sgangherata bicicletta usata fino ad allora da Pasquale. Si apriva anche per le missioni l'occasione e l'opportunità di fare un altro difficile salto di qualità. L'era della modernizzazione richiedeva ai missionari un nuovo sforzo di intelligenza e buon senso per non creare altri emarginati.
La comunità cristiana era un manciata di riso in quella galassia sterminata di indù e musulmani, eppure cresceva come un bell'albero dalle radici solide e sicure. Il suo carisma si diffondeva perché tutte le opere della missione erano tese a favorire l'armonia tra i vari gruppi e far progredire l'intera società partendo dagli ultimi, dagli strati più bassi,
dagli emarginati che bivaccano con la loro sudicia stuoia sui marciapiedi della periferia della storia.

La grande sfida della scuola

L'impegno e !'investimento nella scuola, ad esempio, furono un'intuizione e una scelta fondamentali per scardinare le catene di un'ignoranza secolare che causò l'oppressione di tanti uomini e di tante donne. Rappresentava dunque uno strumento formidabile per il riscatto di un'intera generazione ferma nelle sabbie mobili dell'analfabetismo.
La cultura del missionario Pasquale non derivava certo dalla frequentazione di biblioteche o dalle dotte dissertazioni nelle aule universitarie, era semplicemente il frutto di una dolce alchimia, di una miracolosa miscela di buon senso, intelligenza, senso pratico, sensibilità e amore per il Vangelo.
Per volontà della Santa Sede la missione di Secunderabad e Hyderabad fu affidata al clero locale, che ormai era sufficientemente organizzato e numeroso per poter assolvere un compito di tale portata. Pertanto i missionari del PIME furono dislocati in una zona più a oriente, più povera e priva di strutture, che avrebbe costituito la nuova diocesi di Warangal. In questa nuova avventura la Provvidenza aveva i suoi piani.

Ripartire da zero

La fondazione della nuova missione implicava l'acquisto di un appezzamento di terreno che fu individuato all'incrocio delle strade che conducevano alla città. Le trattative però non giunsero mai a conclusione, anzi si trascinarono per mesi e mesi a causa della guerra scoppiata tra i Razakars, truppe islamiche, e le milizie comuniste che avevano instaurato un governo illegittimo in alcune province.
Le speranze di ottenere questo terreno erano pressoché
svanite quando si presentò un'altra occasione che per motivi burocratici venne affondata in poco tempo. Dopo estenuanti tira e molla, il PIME riuscì a ottenere l'assenso di un grosso latifondista che pose la sua firma su un contratto di compravendita riguardante un altro terreno. Apparentemente il terreno era troppo esteso per le esigenze dei missionari, ma aveva il vantaggio di essere a un prezzo davvero conveniente e, nel giro di pochi anni, avrebbe costituito la base logistica della nuova diocesi.
Concluso l'affare Pasquale fu spedito in ricognizione. Il 18 agosto 1949, caricati su un autocarro la motocicletta, la bicicletta, una tenda, tre maialetti e altre piccole cose necessarie, assieme a un giovane indiano, partì per Warangal. Arrivarono all'imbrunire e si trovarono davanti agli occhi un vastissimo terreno, su cui si poteva intravedere soltanto una capanna, il resto era pietrisco e boscaglia composta da alberi di varie dimensioni, regno incontrastato di serpenti, iene, sciacalli e leopardi che nottetempo si avvicinavano famelici alla città in cerca di prede, di rifiuti e di cibo.
Cominciava a scendere la notte e pioveva a dirotto. Davanti a quello spettacolo di solitudine e abbandono Pasquale ebbe un attimo di scoraggiamento. Ma durò poco perché si ricordò dell'impegno solenne che aveva fatto prima di partire per l'India, quando aveva deciso di non indietreggiare mai davanti alle difficoltà. Nel giro di poco tempo questa promessa sarebbe stata messa più volte a dura prova.

La fatica del quotidiano

Con la solita determinazione con cui affrontava i sacrifici, il mattino seguente piantò la tenda stando ben attento che la parte inferiore non toccasse terra perché le formiche bianche non la rovinassero: diede inizio alla fondazione della nuova missione, con nel cuore il brivido della nuova frontiera e nell'anima l'eco della preghiera che lo aiutava nei momenti difficili.
I primi tempi furono duri, pioveva di continuo e Pasquale faceva spesso la spola tra il terreno e Warangal per comprare cibo e il materiale da costruzione, pali, sassi, mattoni, blocchi e sabbia. Una notte, dopo ventiquattro ore di pioggia torrenziale, improvvisamente una raffica di vento fece volare via la tenda. .Non era il caso di mettersi a puntellare di nuovo la tenda sotto quella cascata d'acqua e in quel terreno ormai quasi allagato, allora Pasquale decise di andare a dormire nella cabina dell'autocarro.
Sotto la tenda di giorno si bruciava dal caldo e la notte si gelava per il freddo e inoltre non era uno strumento efficace per difendersi dai cobra che infestavano la boscaglia tutt'intorno. In più l'autocarro poteva essere solo un'alternativa per qualche notte. Occorreva dunque costruire perlomeno una capanna di legno che Pasquale eresse rapidamente, non senza qualche grattacapo.
La sua presenza infatti aveva attirato l'attenzione della popolazione dei villaggi vicini, che si era subito mostrata insofferente. Si opposero in ogni modo al lavoro di Pasquale, si rifiutarono di collaborare anche dopo l'offerta di un salario, gli facevano dispetti di ogni sorta fino a che una notte, mentre dormiva, giunsero al punto di dare fuoco alla sua capanna di legno. C'era d'aver paura: un uomo solo e per di più straniero contro una popolazione così poco favorevole.
Un'altra persona avrebbe rinunciato e invece il missionario insistette, un po' perché aveva ormai la pazienza allenata, un po' per testardaggine e tanta speranza che non poteva certo inabissarsi davanti a un atto intimidatorio. Ma non era una sfida motivata dall'orgoglio personale, era un atto di fedeltà e ottimismo verso il futuro. Di conseguenza si mise al lavoro per costruire una baracca con un bagno, però per evitare che gliela bruciassero decise di fare i muri di fango e coprirli con tendoni acquistati dai militari a poco prezzo.
Aveva iniziato da poco tempo, giacché i muri del bagno non erano ancora giunti all'altezza stabilita per pensare al tetto, che vide arrivare con grande foga un ispettore del municipio di Warangal, certamente avvertito dalla popolazione, il quale prima ancora di rivolgergli la parola diede ordine ai tre uomini che lo accompagnavano di abbattere tutto quello che Pasquale aveva costruito, poi inveì contro di lui intimandogli di presentarsi lo stesso giorno in municipio a chiarire la sua posizione: da quel momento iniziò la lotta con la farraginosa burocrazia indiana. Pasquale si raccomandò a tutti i santi che conosceva, ma sapeva anche che la Provvidenza che l'aveva destinato a questo progetto non l'avrebbe lasciato da solo.

Gli scherzi della Provvidenza

Pasquale si recò dall'ispettore dell'ufficio costruzioni e dopo un breve battibecco per il progetto dei fabbricati che aveva già presentato da sei mesi e sottoposto alla loro approvazione senza mai ricevere una riga come risposta, si sentì dire che sul terreno della missione non si poteva edificare perché l'autorità municipale lo aveva destinato ad altre opere pubbliche. A volte, si disse, la Provvidenza ha i suoi tempi e se avesse cambiato i piani originari non poteva certamente che adeguarsi, anche se con qualche dispiacere. Bisognava forse avere solo un po' di fede in più. Decise quindi di aspettare il seguito dell'avventura. E le sorprese non mancarono di certo.
Tornato a Secunderabad. il missionario scrisse ai superiori del PIME informandoli della situazione di stasi in cui la missione si era venuta a trovare. I superiori si adoperarono per rimuovere tutti gli ostacoli e per districare tutte le pastoie burocratiche, ma non ci fu nulla da fare, per il momento gli indiani non arretrarono di un millimetro dal loro diniego.
Questo stato di cose, fra incertezze e sospensioni, durò più di un anno. Intanto Pasquale stava ugualmente preparando il materiale per le future costruzioni, quando ricevette l'ordine di cessare ogni attività in quanto il terreno era da
considerasi perduto. Di nuovo la missione si trovava bloccata in un vicolo cieco, e con essa fratel Pasquale era impigliato in una tela di ragno che gli instillava nell' anima solo depressione.
Per il missionario quell'immobilismo evocava implacabilmente la morte di ogni ideale. Una favolosa occasione per scrollarsi di dosso il torpore che lo avviliva gli venne dalla Compagnia Parastatale dei trattori, che volendo aprire una sua agenzia nella città di Warangal, gli chiese di diventare il loro agente e rappresentante. Pasquale accettò e dopo dieci giorni vide arrivare da Hyderabad quattro trattori con i rispettivi aratri e il personale addetto.
Fece arare una parte del terreno che avrebbe dovuto essere assegnato alla missione e poi affittò i mezzi agricoli ai numerosi indiani che gli eli chiedevano. Praticamente per circa un anno si portò avanti con il lavoro malgrado il divieto delle autorità locali e dei superiori del PIME. Non era nella sua indole restare con le mani in mano e per di più la speranza che un giorno la questione si sarebbe risolta in positivo gli dava coraggio di andare avanti anche da solo, lontano dall'appoggio degli altri missionari rimasti nelle diverse sedi.

Faccia a faccia con la guerriglia armata

Nel frattempo in India si stavano realizzando profonde trasformazioni. Il Paese aveva ottenuto !'indipendenza dall'Inghilterra e le truppe del nuovo governo appena insediato non persero tempo per occupare lo stato del Nizam, zona musulmana nella regione dell' Andhra Pradesh. Si venne a creare un periodo di instabilità, insanguinato da vendette trasversali. Alcuni signorotti locali e vari alti funzionari governativi furono uccisi, e gruppi di guerriglieri si diedero alla macchia nella foresta, tramando contro il governo, pronti alla minima occasione favorevole a uscire per le loro scorribande.
In quel clima di violenza Pasquale continuava a procurarsi il materiale per le costruzioni: occorreva molto legno per le porte, le finestre, le capriate dei tetti, le verande e soprattutto bambù per le impalcature. Sostenuto dalla speranza e dal senso del dovere, riuscì a mantenere la calma e a farsi guidare dalla saggezza, anche se intorno a lui si stava scatenando una piccola guerra civile. Per risparmiare andava con il suo autocarro sulle piste della foresta e non aveva paura se doveva inoltrarsi anche di parecchi chilometri tra la boscaglia fitta e intricata pur di valorizzare al meglio le risorse economiche per la missione.
Un giorno, mentre girava nel labirinto verde della meravigliosa vegetazione tropicale, intento a schivare gli alberi e gli anfratti, dopo una decina di chilometri si dovette arrestare davanti alla sponda di un imponente affluente del Godavery, il fiume principale che attraversava il territorio. Alcuni minuti dopo aver spento il motore, un rumore misto a un misterioso vocio che progressivamente aumentava
squarciò il silenzio placido della foresta, da dietro una schiera di alti bambù sbucarono fuori uomini armati di fucili, pistole e pugnali: era la famigerata guerriglia che si opponeva al governo indiano.
Nella testa di Pasquale passò come una scarica elettrica il lugubre pensiero che fosse giunta la sua ora. I guerriglieri lo circondarono, gli puntarono la canna di un fucile sul petto e iniziarono a tempestarlo di domande sul suo paese d'origine, sul motivo della sua presenza in India e se fosse stato coinvolto nelle attività del governo. Linterrogatorio finì solo quando gli uomini armati si resero conto che Pasquale non era un loro nemico e quindi lo lasciarono andare.
I fucili si abbassarono, gli uomini si distrassero in un
movimentato conciliabolo e non fecero quasi caso al fatto che il missionario si stava accomiatando, con un sorriso sereno sul viso marchiato dal sole, un impasto di pelle, fatica e sottili rughe intorno agli zigomi, di allegria e di tristezza.
I guerriglieri erano ormai lontani, Pasquale si era appena ripreso dallo shock e stava guidando sulla strada principale,
con l'ansia di arrivare in tempo per guadare il fiume, visto che sopra la sua testa si stavano gonfiando pericolose nuvole cariche di pioggia. Quando lambì il lago morto di Bussapura l'acqua torrenziale correva all'altezza di circa venticinque centimetri e già sull'argine del fiume Chiaurati Genipotu, il più pericoloso e insicuro, erano incolonnati corriere di passeggeri e alcuni autocarri di militari governativi.
Tornare indietro non si poteva perché alcune persone riferirono che anche il fiume alle loro spalle si era ingrossato. La notte fu dunque tenibile. Tutti furono costretti a trovare riparo ammassati come sardine dentro le corriere e gli autocarri, insonni per il frastuono che producevano all'unisono la pioggia battente, il vento e la corrente impetuosa del fiume. 
Solo a mezzogiorno del giorno dopo, stremato dalla fame e da un leggero attacco di malaria, Pasquale riuscì a guadare il fiume e far ritorno alla base, alla baracca che aveva costruito, sempre minacciata dalle prevaricazioni delle autorità, sul terreno che aveva scatenato la discordia tra il PIME e il municipio di Warangal.
Passarono i giorni e il missionario riprese le sue incursioni nella foresta per il solito rifornimento di legname e di bambù, imperterrito e guardingo nell'evitare le imboscate dei ribelli. Nei pressi di un bungalow adibito anni prima a ospitare gli ufficiali inglesi fu fermato da una pattuglia di poliziotti indiani che gli chiesero se fosse stato disponibile a trasportare in città due agenti e un gruppetto di prigionieri stanati dai loro nascondigli nella foresta, alcuni dei quali facevano parte della squadra che lo aveva interrogato alcune settimane prima.
Pasquale accettò con un po' di apprensione in quanto lo spazio era esiguo e angusto, comunque fece salire i poliziotti nella cabina dopo che questi ultimi ebbero sistemato i guerriglieri, legati a una lunga e pesante catena, nella parte posteriore dell'autocarro, appollaiati sopra le cataste di bambù.
Faceva un caldo infernale e il sole sembrava avesse la
forza di bruciare le ossa, Pasquale decelerò e poi si fermò, chiedendo ai poliziotti se gli concedevano il permesso di dare da bere ai detenuti che sicuramente avevano la gola secca come il deserto. I due poliziotti lo guardarono inorriditi, non potevano concepire di alleviare le sofferenze di nemici che si erano macchiati di delitti atroci, tuttavia dissero che si poteva fare, con molto disappunto. Per Pasquale non c'era differenza tra esercito e guerriglia, e il missionario non poteva perdere un' occasione come quella per fare del bene a dei poveri disgraziati, per perdonare e sentire pietà per qualsiasi persona, poiché prima di tutto viene la dignità umana che deve essere sempre difesa.
Quello strano viaggio fu portato a termine, e arrivati al comando generale della polizia i prigionieri scesero scortati dai poliziotti. Pasquale salutò tutti e ripartì, con in testa il solito, drammatico assillo: quando le autorità indiane, che continuavano a essere irremovibili, avrebbero concesso il nulla osta per l'acquisizione definitiva e l'utilizzo completo del terreno?

Il "miracolo" della Madonna Pellegrina di Fatima

Dalla sua base solitaria di Warangal il missionario tornava qualche volta a Secunderabad per incontrarsi con il vescovo, con i padri e seguire i lavori di altre costruzioni. Fu durante una di queste visite che il discorso cadde sulle feste che in molte parti dell'India si facevano in onore della Madonna, in occasione della visita della statua della Madonna di Fatima in pellegrinaggio attraverso le diocesi.
Tutti insieme discussero dell' opportunità di far arrivare la statua anche nella loro diocesi, sebbene alcuni sacerdoti espressero delle perplessità, invitando alla prudenza, dal momento che la diocesi in cui operava il PIME sorgeva su una zona ad alta concentrazione di musulmani. Tuttavia, a seguito di ponderate riflessioni, i dubbi furono definitivamente accantonati e il risultato fu che la Madonna Pellegrina fece visita alle varie parrocchie della diocesi dal 13 al 14 maggio 1950.
La statua fu collocata su un autocarro guidato da Pasquale, illuminato e addobbato, e portata in processione tra due ali di tutto il popolo in giubilo: cristiani, musulmani e indù. Ad ogni stazione i padri tenevano discorsi in inglese, tamil, indi e telegu, per spiegare il significato di quel simbolo religioso e la sua storia.
Durante i due giorni di processione si verificarono numerosi miracoli e guarigioni misteriose: una donna da tempo muta riacquistò di colpo la parola e una Parsi si sentì inspiegabilmente guarita da una grave malattia alla spina dorsale.
Furono giorni intensi, di preghiera, di canti e di gioia, nei quali le varie comunità religiose della diocesi si diedero appuntamento per dare vita a un vero inno a Dio e alla fratellanza. Purtroppo quel momento di furori mistici e di profonda civiltà si dissolse in fretta, ma un disegno misericordioso, anche se ancora poco visibile, cominciava a realizzarsi a dispetto di tutte le difficoltà burocratiche e umane.
Dopo il trionfo della Madonna Pellegrina, Pasquale ritornò nel suo avamposto solitario a Warangal, inviso al potere municipale che lo teneva bloccato tra le zolle secche del terreno oggetto della contesa.
Una mattina il postino gli consegnò una lettera da Hyderabad. Pasquale si lamentò per il ritardo di diciotto giorni sul timbro della data di emissione e il postino si difese adducendo che era stato difficile scovarlo visto che la baracca del missionario si trovava su un terreno senza nome. In effetti il solerte funzionario non aveva tutti i torti.
Dunque Pasquale si affrettò a inventarsi un indirizzo, perlomeno per evitare grane con l'ufficio postale. Dopo vari tentativi scelse il nome di Fatimanagar, "città di Fatima", in onore del recente pellegrinaggio della statua della Madonna e del suo indimenticabile carisma che aveva pervaso la popolazione.
Da quella festa erano passati cinque mesi e lo stato giuridico del terreno versava sempre nelle stesse condizioni di immobilismo e inerzia. Improvvisamente, senza motivi umanamente prevedibili, il superiore del PIME si recò dalle autorità municipali per trattare della questione. Questa volta, miracolosamente e in barba a qualsiasi pronostico, !'ispettore dell'ufficio urbanistico del municipio approvò senza riserve il progetto della missione e firmò il permesso di avviare i lavori di costruzione.
Fu dunque unanime tra i missionari riconoscere !'intervento della Madonna di Fatima in questo insperato e radicale ribaltamento della situazione.
Dopo tanta fatica, dopo aver superato da solo prove difficili e momenti amari, finalmente Pasquale poteva accogliere gli altri missionari che si trasferirono definitivamente nella nuova sede.
In un tripudio di canti, preghiere e di festa, la diocesi di Warangal fu inaugurata il 13 maggio 1953. Su quel terreno, durante questa seconda avventura missionaria, Pasquale costruì l'episcopio, le scuole, le chiese, le parrocchie e infine l'ospedale, che, in un certo senso, fu proprio lui a inaugurare. Dove un tempo regnava incontrastata la boscaglia e tutto era lasciato a un triste destino di trascuratezza, ora sorgeva una comunità viva e produttiva.

La purificazione della malattia

Era dal lontano 18 agosto del 1949 che Pasquale conduceva una vita dura. Dal giorno in cui, caricato il suo autocarro, aveva lasciato Secunderabad per impiantarsi sul terreno nuovo, innumerevoli erano stati gli spostamenti, le notti insonni, la febbre malarica, i pasti affrettati e insufficienti, il lavoro, la pioggia, il caldo, le preoccupazioni e la paura di non essere amato dalla popolazione.
Da tempo sentiva forti dolori allo stomaco e al fegato e appena aperto l'ospedale si manifestò un forte attacco di itterizia che lo costrinse a ricoverarsi.
Da quel primo ricovero si riprese, e con la salute di nuovo ristabilita ritornò al lavoro quotidiano, con lo stesso ideale che in principio lo aveva portato in India, cioè quello di cercare di fare la volontà di Dio in qualsiasi occupazione: Pasquale era convinto che non è tanto importante il ruolo che si ricopre, sia esso di capo o di manovale, ma lo spirito con il quale lo si vive.

Intanto la nuova missione si stava dunque consolidando, anche grazie ad altre attività come la coltivazione di tabacco, riso, peperoni e arachidi e all'allevamento di bufali, buoi e maiali. Era stato proprio Pasquale a intraprenderle e a farle girare a pieno regime, e così il ricavato della commercializzazione dei prodotti agricoli e del bestiame poteva essere utilizzato per l'acquisto dei materiali da costruzione.

Nel 1964 la salute però gli giocò un brutto tiro. Su consiglio dei superiori accettò di tornare in Italia, dopo ventisei anni di continuo servizio missionario, per riposarsi e sottoporsi ad alcuni controlli medici in quanto gli acciacchi di una vita spesa con dedizione e spirito di sacrifico si erano ormai accumulati. La notizia della sua imminente partenza fece subito il giro della missione, giungendo fino a Hyderabad, capitale dello stato dell' Andhra Pradesh.

Una risposta da saggio

Dopo tante battaglie e avventure, Pasquale era diventato un personaggio famoso e conosciuto tanto che il ministro Hayagriva Ciari, avvertito dell'improvviso rimpatrio del missionario, spedì un suo collaboratore a Fatimanagar per organizzare una festa.
Alla cerimonia, oltre al ministro, parlarono anche i rappresentanti delle tre comunità islamica, induista e cristiana. Nei loro discorsi sottolinearono il genio pratico e creativo di Pasquale che, anche se aveva conseguito solo il diploma di terza elementare, aveva sempre manifestato un grande spirito di fratellanza verso ogni indiano con il quale aveva condiviso la vita, senza fare distinzioni. In quel clima di festa, di unità e di riconoscenza, tutti si auguravano di rivederlo presto di nuovo in India rigenerato nel fisico e nell'anima.
Alla domanda del ministro, vestito elegantemente sul palco degli oratori, su dove e come avesse imparato a fare i calcoli del cemento armato, il missionario rispose che mai nessuno gli aveva insegnato nulla in materia di ingegneria civile, ma lui si dilettava a farli di notte, semplicemente perché c'era il silenzio adatto ad applicarsi senza paura di essere disturbato per qualche emergenza.
Qualunque fosse stata la risposta a quella domanda, era certo che la gioia della missione l'avesse ripagato di tutti i sacrifici, dell'obbedienza mostrata in ogni occasione e della rinuncia a vivere con la famiglia nel suo paese natale.
La cerimonia volgeva al termine, una luce obliqua e arancione illuminava la fronte dei partecipanti, il refrigerio della sera si posava sui loro corpi accaldati e nella mente di Pasquale prese forma un pensiero accompagnato da una visione.
Fratel Pasquale intuiva che non avrebbe fatto più ritorno nella sua cara India, infatti, a causa dell'aggravarsi della malattia, i medici e i superiori lo bloccarono in Italia, ma iniziò a pregare e sperare che, in futuro, altri giovani missionari laici, provenienti da altri Paesi, avrebbero scelto di lasciare tutto per continuare l'opera da lui intrapresa in India, come nuovi mattoni per una sola casa di tutti.

Fratello di tutti

In quanto missionario laico sapeva che la sua opera doveva essere una testimonianza della cultura della solidarietà, sempre al servizio dell'uomo, anche il più lontano, quello che con la sua povertà, la sua malattia o semplicemente la sua diversità culturale ci mette a disagio perché destabilizza le nostre sicurezze legate al nostro egoismo e al nostro benessere.
In bicicletta o a cavallo di una moto, in un cantiere aperto o circondato dalla tristezza di un filo spinato, Pasquale seppe condividere questo cammino di servizio e di amore con gli indiani, con lungimiranza, con umiltà e ben consapevole di avere in mano solo piccoli semi da sparpagliare nel terreno dello sconfinato progetto di Dio di edificare la pace tra gli uomini e le nazioni.
Il sogno di Pasquale si è avverato e molti altri missionari laici hanno continuato a lasciare la loro terra animati anche loro dall'ideale di "fraternità" che lui aveva realizzato con grande ingegnosità durante gli oltre ventisei anni di ininterrotta condivisione di vita con i popoli dell'India. Non solo, ma sull' esempio di Pasquale e di altri, anche alcuni giovani indiani hanno iniziato a lasciare la loro terra per andare a fare quello che avevano visto vivere dai missionari: il sogno di Pasquale continua a realizzarsi.