PICCOLI GRANDI LIBRI  Paolo Brunacci  Centro Formazione Missionari Laici PIME
APOSTOLI nel QUOTIDIANO

L'avventura straordinaria di sette missionari laici del Pime

EMI - 2006

Prefazione (Gian Battista Zanchi)
Le caratteristiche del nostro essere missionari

L'operaio della prima ora 

Una vita lungo il fiume

Un maestro nella foresta

Dalle scarpe ai pennelli

Il coraggio del muratore

Lebbroso come loro

Genio e Vangelo

Riflessioni conclusive

 

Centro Formazione Missionari Laici PIME - Via Lega Lombarda 20 21052 BUSTO ARSIZIO (VA)
PER CONOSCERE MEGLIO LA VOCAZIONE MISSIONARIA LAICALE SCRIVI A: info@pime.org

GENIO E VANGELO

Come tante figure eccezionali, anche Davide Giani ebbe una vita travagliata. Ci sono infatti delle persone che fin dall'infanzia devono vivere con un' ombra sulla loro esistenza. Quando nacque a Milano il 18 novembre 1908, il padre naturale non lo riconobbe. Visse quindi nella sua nuova famiglia di adozione costruendo la propria personalità con un carattere a volte scontroso e introverso, ma soprattutto desideroso di spazi e di libertà. Con il trascorrere degli anni le sue aspirazioni andavano verso nuove e più ampie realtà.

Architetto alla ricerca del cielo

A Milano, ottenuta la licenza artistica presso l'Accademia delle Belle Arti di Brera, si distinse subito per estro ed eccellente tecnica. Tuttavia la passione per l'arte non fu sufficiente per distoglierlo da una profonda crisi spirituale, che iniziò a superare grazie al consiglio di un amico che lo incamminò verso alcuni incontri di meditazione e preghiera. Il disegno di Dio su di lui passava ancora una volta da un periodo buio.
Durante quei momenti di riflessione, si manifestò in lui assai prepotentemente il desiderio di andare in missione. Entrò dunque nel PIME, dove accettò la mansione di tuttofare in tipografia, benché avesse una professionalità che lo avrebbe potuto gratificare molto di più. Concluso il noviziato, il suo servizio all'Istituto in Italia durò sette anni, dopodichè Davide, nel dicembre 1948, fu mandato in India, dove diventò ben presto direttore delle costruzioni della diocesi. Cominciò per lui un lungo periodo in cui mise le sue capacità e competenze al servizio della sua nuova terra di adozione. Qui finalmente poté respirare con serenità e iniziare a studiare come coniugare la spiritualità indiana e cristiana con la tradizione e le nuove forme artistiche legate alla modernità. Non ebbe certo tempo da perdere, perché ben presto tutti si sarebbero rivolti a lui.
In India ci sono centinaia di santuari grandi e piccoli dedicati a Maria. Nell' estremo sud del Paese si può incontrare il santuario di Nostra Signora di Kuravilangad, risalente al III secolo dopo Cristo, circa cento anni prima che in Occidente l'imperatore Costantino concedesse ai cristiani la libertà di culto.
Allo stesso modo, nel santuario della Madonna di San Tommaso, posto su uno sperone di roccia nella pianura di Coromandel, c'è un piccolo quadro di legno, attribuito a san Luca, raffigurante Maria: si ipotizza che si tratti dell'immagine più antica della Madonna e che sia stata portata in Oriente proprio dall'apostolo Tommaso.

Costruttore geniale

Facendo un salto temporale di diciannove secoli si arriva a Gunadala, periferia di Vijayawada. Su questa collina che domina la città Paolo Arlati, missionario del PIME, fece erigere nel 1924 un santuario per accogliere la statua della Madonna di Lourdes. E qui, oltre dieci anni dopo, arrivò Davide, missionario laico e architetto.
Cominciò ingrandendo la cattedrale, la casa del vescovo, quella delle suore, costruì inoltre una grande scuola, un ospedale con 300 letti e in seguito tutti e nove gli ospedali della diocesi di Vijayawada.
A causa della seconda guerra mondiale fu internato nel campo di concentramento di Deoli, come gli altri missionari, con il compito di lavorare nella dispensa, salvo la breve parentesi concessagli dagli inglesi perché andasse a completare l'ospedale di cui avevano bisogno. Tornato in libertà alla fine della guerra, si lanciò in nuovi progetti anche in altre
diocesi, a Guntur, Vizagapatan, Calicut, Bangalore: collegi per gli studenti, noviziati per i gesuiti, chiese e cappelle. Nel 1950-52 venne la volta del complesso universitario dell'Andhra Loyola College di Gunadala. L'università statale dell'Andhra gli commissionò l'aula magna per trecento posti, poi l'Engeneer College, cinque residenze studentesche, il Politecnico, il salone per il cinema e il palazzo degli uffici.
Intanto in tutto il Paese infuriava la sanguinosa lotta tra musulmani e indù che portò alla divisone tra India e Pakistano Vijayawada, città con molti musulmani, venne risparmiata dalla violenza fratricida grazie al clima di umana comprensione che si instaurò intorno alla statua della Madonna visitata in pellegrinaggio da tante persone delle due comunità.

Creare ponti di solidarietà

Il lavoro di Davide era anche di attivare un ponte di solidarietà e convivenza tra le varie fazioni. Il tempio di Tirupati dedicato a Shiva lo incaricò di costruire collegi, case per i professori, un teatro all'aperto e la Montessori School. Le Missionarie dell'Immacolata di Milano gli affidarono il progetto del loro noviziato, così come i protestanti uniti (luterani, battisti e chiese riformate dell'India) gli commissionarono il loro seminario, con annesse le case per gli aspiranti pastori.
Nei luoghi dove veniva chiamato costruiva non solo chiese e conventi ma anche sale per il cinema e il divertimento: alla fine dei suoi trentaquattro anni di missione in India aveva realizzato ben seicento opere.
Nel 1957 fece sorgere la Sto Joseph's Missionary Brothers, una congregazione di fratelli laici indiani specializzati nell'insegnamento e nelle costruzioni. Questa sua piccola creazione gli consentì di penetrare più a fondo nella cultura popolare. Sul piano squisitamente tecnico introdusse il rivestimento in lastre di pietra, che fino ad allora servivano
solo per i pavimenti, allo stesso tempo innovò esteticamente e funzionalmente sia i soffitti che i servizi igienici.
Le sue opere sono quasi tutte in stile moderno e caratterizzate da una varietà sorprendente, sia nell'insieme che nei singoli elementi, che rivela un'inesauribile vena creativa con la quale Davide riusciva ad amalgamare in modo mirabile semplicità, grazia e imponenza.
I pieni e i vuoti, i giochi d'ombra e di luce sono ammirevoli, mentre l'armonia delle parti, l'equilibrio del complesso e il senso della misura esprimono lo spirito di una India nuova, che iniziava ad aprirsi al mondo esterno. Davide non emulò nessun architetto famoso, seguì solo la sua genialità, le necessità dei committenti locali e le finanze, purtroppo sempre un po' scarse.
Qualche volta per motivi nostalgici dovette echeggiare nelle linee del progetto la chiesa natale di alcuni benefattori italiani, che volevano in questo modo rendere visibile il loro amore e il loro contributo alla missione.

Per superare le divisioni sociali

Anche sul piano sociale fratel Davide si inventò delle novità, infranse le regole delle caste insegnando con infinita pazienza e maestria la professione a tutti, senza nessun pregiudizio. La maggior parte degli indiani convertiti al cristianesimo sono dei fuori casta e in quanto paria non potrebbero fare i muratori, ma solo i manovali.
Inoltre, malgrado l'introduzione di una legislazione più moderna, venivano ugualmente relegati fuori dei luoghi sacri come imponeva l'antica tradizione. Per questo motivo, abbracciando il cristianesimo, essi desideravano una comunità religiosa nella quale si potevano sentire uguali agli altri. Pertanto il lavoro di Davide fu preziosissimo, in quanto diede una possibilità di riscatto ai tanti diseredati che conquistarono la loro dignità umana diventando lavoratori specializzati, e contemporaneamente regalò alla
chiesa locale in continua crescita tanti luoghi dove celebrare e pregare.
Ne sono esempi la chiesa realizzata a croce per il lebbrosario di Eluru, la chiesa nella foresta sulle rive del grande fiume Godavary, la chiesa circolare che raccoglie le preghiere dei giovani studenti, cristiani e indù, del collegio universitario dei gesuiti a Vijayawada, la linearità e la leggerezza dell'edificio della parrocchia a Eluru, i lavori di fine architettura per completare con il granito il già ricordato santuario della Madonna di Lourdes sulle colline di Gunadala.
Fratel Davide costruì per tutti, cattolici, protestanti, indù e musulmani, in varie parti dell'India: cappelle, chiese, cattedrali, abitazioni di ogni grandezza, scuole, ospedali, lebbrosari, ambulatori, università, collegi, centri sociali.
Costruì persino il Parlamento per i deputati dello stato dell'Andhra e addirittura gli fu permesso di lavorare sulla collina sacra di Tirupati, vicino al tempio dedicato a Venkateswara (manifestazione di Vishnù) il cui perimetro era proibito ai paria e ai bianchi.
Davide era un fiume in piena, sempre disponibile e aperto a nuove sfide, la sua creatività e le sue doti umane gli consentirono di eludere barriere culturali che duravano da migliaia di anni nella mentalità popolare.

I sogni infranti

Nonostante i successi conseguiti e il grande onore ricevuto nella società indiana, la sua vita è macchiata da due piccole delusioni, due desideri che non riuscì a soddisfare, proprio lui che aveva letteralmente conquistato le vette più alte sul piano missionario.
Uno di questi sogni negati fu il mancato riconoscimento, mediante adozione, da parte del padre naturale, un uomo benestante che aveva sostenuto economicamente Davide durante gli studi e in missione ma che si rifiutò fino al giorno della morte di riconoscerlo come figlio legittimo.
L'altro suo piccolo tormento fu di non poter diventare sacerdote. Alle sue richieste di entrare in seminario, i superiori del PIME risposero sempre con giudizi negativi. Alla fine accettò serenamente di vedere per sé serrate le porte del sacerdozio, dopo l'ennesimo parere contrario proveniente dall'Italia.
Tuttavia in quell'occasione, ormai anziano e appagato per quello che aveva fatto in missione e secondo il suo carattere franco e incline alla dialettica risoluta e scevra di bizantinismi, approfittò per esprimere senza veli e censure il suo intimo pensiero.
Ne è testimonianza una sua lettera datata 9 giugno 1979, spedita da Gunadala e indirizzata al superiore generale di allora, che mette in rilievo lo straordinario desiderio del missionario di mettersi in gioco e di ricercare sempre nuovi obiettivi: "Rev.mo Padre, è da due settimane che ho qui sul tavolo la sua lettera del 1 maggio 1979 e speravo che venisse il monsone e così senza questa atmosfera a 48 gradi, all'ombra, avrei potuto rispondere senza tanto calore. Se le è dato di vedere mons. Beretta, saprà da lui che non è una chiamata a 70 anni, perché sino dal '40, '50 e '60 ho sempre cercato di rispondere alla chiamata del sacerdozio.

Così pure può trovare nell'archivio (se sono ancora conservate) le mie lettere ai diversi superiori generali. Non sono così ignorante da credere che il sacerdozio sia dato come un cavalierato del lavoro, anzi per questo quando mons. Lourdhuswami mi ha promesso una onorificenza pontificia,
io ho scosso le spalle ed ho rifiutato per non sentirmi dire dopo dal Signore che avevo già ricevuto la mia mercede.
Ancora: se è pure vero che le mansioni nella casa del Padre sono molte è pure vero che il Signore può chiamare all'undicesima ora e per di più non guarda alla miseria dell'individuo, anzi più questo sarà miserabile, più risplenderà la potenza di Dio. Non solo, ma secondo le nostre costituzioni e lo spirito di esse, noi siamo a disposizione delle nuove chiese indigene per integrare ed aiutare il loro lavoro e il PIME non è mai stato superato da nessuno in questa generosità.
Ora se un vescovo, dove crede bene di chiamare un membro laico del P I ME al sacerdozio per il bene di maggiore della sua diocesi, non capisco perché ci deve essere un veto da parte di questa direzione, tanto più che la chiamata del vescovo è segno certo di vocazione e se il soggetto è stato fedele per quasi mezzo secolo al suo umile ruolo di fratello cooperatore, sarà fedele al suo ruolo di sacerdote per
i pochi anni che gli restano a vivere.
Sappia Rev. mo Padre che il Superiore Generale mi ha assicurato che da parte sua era più che disposto al mio grande passo, ma mi ammoniva a non farmi illusioni perché sapeva quanto il Consiglio di Roma fosse contrario a questi passaggi di casta da paria a bramino. In quanto a me, Rev. Padre, Le assicuro che non sono rattristato, anzi mi sento libero di un pesante peso, poiché a 70 anni non è facile trovare il coraggio di cambiare vita ed una vita di santità quanta ne richiede il sacerdozio.
Ma è pure vero che ormai mi sento stanco di costruire le chiese e non la Chiesa. E sebbene ad ogni chiesetta cerco (secondo le finanze) di erigerla più bella che posso, non ci sarà mai un paragone della bellezza di un 'Ego te absolvo a peccatis tuis...' che trasforma un'anima nel più bel Tempio di Dio. Restituirò
i libri di 'Catholic Dogma and Moral Theology' su cui ho sudato lo scorso anno e cercherò di mettermi il cuore in pace, tutto contento di essere ancora libero dalla grave responsabilità del sacerdozio... ".

Una fede sulla roccia

Agli inizi degli anni '80 rientrò in Italia per essere operato di stenosi. Confessò agli amici di non sentirsi più nel proprio ambiente, dopo tanti anni trascorsi all'estero, tuttavia i medici gli suggerirono di non tornare in India. Il superiore regionale dell'epoca, p. Vivenzi, scriveva: "Ciò che in fratel Giani risaltava con luce inconfondibile era l'amore per la sua missione, dove fu mandato 49 anni fa ,e dove volle morire ed essere sepolto". Infatti il suggerimento dei medici fu disatteso, tanto che Davide non resistette al richiamo interiore della missione e di fatti ritornò a Vijayawada, dove in breve tempo si dovette arrendere alla malattia.
Volle rivedere per l'ultima volta la terra che lo aveva accolto e che lui contribuì a impreziosire e a far crescere con ingegno e dedizione. Una terra magica, Gunadala, dove per la festa della Madonna si danno appuntamento ogni anno decine di mig1iaia di persone. Per tradizione la statua è incoronata nel giorno della festa da un musulmano, mentre migliaia di fedeli di ogni religione si fanno tagliare i capelli, adempiendo il voto che avevano fatto di non tagliarseli se non dopo aver compiuto un pellegrinaggio.
La statua è posta in alto sulla collina e può essere raggiunta percorrendo due grandi scale. Per tre giorni pieni, con la luce e con il buio, si assiste a un continuo salire e scendere di devoti che vogliono toccare i piedi di Maria e che offrono fiori, incenso, candele e cibo.
Fratel Davide, che per tutta la vita spese il proprio talento per gli altri e che non ottenne mai dal padre il riconoscimento come proprio figlio, si fece seppellire in seno alla comunità che considerava la sua vera famiglia. L'India, in case cristiane e non, e persino nei templi indù, espone immagini della Madonna. Un bramino spiega con parole semplici l'origine di questa stupefacente devozione: "Il cristianesimo è amore e Maria è la madre anche di noi indiani". Davide, uomo inquieto e un po' brusco, ma anche artista e spirito libero, seppe vivere e accettare le contraddizioni numerose incontrate sul suo cammino. Con i mattoni e le pietre non costruì barriere, ma ponti e luoghi di preghiera comuni alle diverse comunità. Questo è il messaggio che ci viene trasmesso da una persona che pur soffrendo nel suo cuore seppe guardare verso il cielo. Le sue opere servono a ricordare che la bellezza e l'utilità di queste costruzioni sono fondamentali e schiette declinazioni di quell'amore che con una mano sembra togliere e che invece con l'altra dona generosamente e unisce tutti gli uomini.