PICCOLI GRANDI LIBRI  Paolo Brunacci  Centro Formazione Missionari Laici PIME
APOSTOLI nel QUOTIDIANO

L'avventura straordinaria di sette missionari laici del Pime

EMI - 2006

Prefazione (Gian Battista Zanchi)
Le caratteristiche del nostro essere missionari

L'operaio della prima ora 

Una vita lungo il fiume

Un maestro nella foresta

Dalle scarpe ai pennelli

Il coraggio del muratore

Lebbroso come loro

Genio e Vangelo

Riflessioni conclusive

 

Centro Formazione Missionari Laici PIME - Via Lega Lombarda 20 21052 BUSTO ARSIZIO (VA)
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UNA VITA LUNGO IL FIUME

Francesco sapeva già dal mese di giugno che sarebbe partito per la missione dell'Amazonas, in Brasile. In una lettera a un amico confessa: "Scrivo la presente con l'animo pieno di esaltazione e di riconoscenza verso il Signore che nella sua bontà si è degnato di concedermi la tanto sospirata grazia di essere destinato per la missione. Qui in Italia ho cercato di imparare il mestiere del falegname, spero possa essere utile alla missione alla quale sono stato destinato".
La partenza sembrava non arrivasse mai, in quanto durante la preparazione Francesco Galliani, nato a Roccafranca nel 1925, aveva avuto seri problemi di salute, artrosi e disturbi del sonno. Con il tempo e le cure appropriate gli impedimenti iniziali furono superati e nel settembre del 1956 fratel Francesco partì in nave per il Brasile.
Quando arrivò a Rio de Janeiro era un giorno nuvoloso, con una caligine fitta che impediva di vedere la bellezza della città, compreso il famoso Cristo redentore che accoglie con le braccia aperte chi sbarca in terra brasiliana. li missionario faceva parte di un gruppo di dodici persone tra padri e fratelli.
Ad attenderli al porto c'erano i responsabili regionali del PIME, uno dei quali venne ricoverato d'urgenza proprio in quei giorni per un problema al pancreas. Francesco lo assistette in ospedale per venti giorni, durante i quali gli infermieri si sbellicavano dalle risate sentendolo imitare in un portoghese maccheronico le richieste che gli faceva il padre malato sul letto della degenza.
Tra una risata e le nuove amicizie che nacquero lungo le corsie dell'ospedale, l'emergenza al pancreas rientrò, così il missionario poté continuare il viaggio fino a Parintins, la sede della sua missione, dove arrivò pochi giorni prima di Natale.
A differenza delle zone costiere, che per tradizione hanno avuto intensi rapporti con il resto del mondo per via di una fitta e consolidata rete di scambi commerciali, Parintins si trova nel cuore della regione amazzonica, sulle rive del Rio delle Amazzoni, geograficamente e culturalmente separata dalla cosiddetta civiltà moderna, piccolo centro che all'epoca dell'arrivo di Francesco contava cinquemila abitanti, con le case quasi tutte di legno o di paglia.
Iniziò lo studio della lingua, che perfezionò stando a contatto con la gente, soprattutto con i muratori. Mise in piedi una falegnameria rudimentale nella quale fece le porte e le finestre nuove per la residenza dei missionari. Intervallò questa attività con l'insegnamento della cucina italiana alla gioiosa cuoca brasiliana: insomma si diede da fare per bruciare i tempi di inserimento.
La missione affidata ai missionari del PIME esisteva già da, sette anni, era stata fondata nel 1948, e si basava prevalentemente su un servizio umanitario e spirituale fra gli indios e i poveri caboclos, i meticci nati dalla mescolanza dei bianchi con le popolazioni indigene. I missionari partivano dalla loro residenza e visitavano i villaggi affastellati lungo il corso del fiume che penetra maestosamente la foresta, con lo scopo di ascoltare e apprendere le lingue locali e poi formare le prime comunità cristiane che si facevano carico dei problemi sociali ed educativi.

Impegnato nel sociale

Iniziava in quel periodo un profondo e lungo processo di vita comunitaria e di coscientizzazione che avrebbe successivamente costituito un argine solido contro l'ingordigia delle grandi aziende, che a mano a mano si stavano spartendo il polmone verde del mondo, sempre più agguerrite per lo sfruttamento indiscriminato delle risorse dell'Amazzonia.
Furono gettate le premesse per la creazione di cooperative, di sindacati rurali e di scuole di alfabetizzazione che unirono la gente nella rivendicazione e poi nella difesa dei propri diritti. Contrariamente a ciò che accadde in altre parti del Brasile, dove l'annosa questione del possesso della terra si acuì in uno scontro cruento, a Parintins gli zelanti avvocati del grande capitale, difesi da sgherri mercenari, trovarono la popolazione già organizzata con in mano i contratti di proprietà e la guardia ben alta a proteggersi da manovre fuorilegge.
A Parintins si era realizzata sin dagli anni '50 una pastorale di formazione dei laici all'apostolato, attraverso le "Congregazioni mariane" e le "Signore dell'apostolato della preghiera", che mandavano i laici nei villaggi a svegliare la coscienza del popolo e a preparare le fondamenta delle comunità di base, la risposta cristiana alla speculazione che minacciava tutta la regione.
Francesco divenne protagonista di questa storia di liberazione e di giustizia, nella quale il Vangelo si impastò inevitabilmente con la rabbia e l'ansia di riscatto di una popolazione da secoli irrisa e calpestata dagli interessi legati al denaro. Fu una sorta di lotta di Davide contro Golia, una vera epopea missionaria, che fece della diocesi di Parintins un luogo di partecipazione e di battaglia civile contro la prepotenza dei ricchi e gli abusi di potere.

Tra gli indios del Rio delle Amazzoni

Finito il periodo di adattamento, il superiore regionale mandò Francesco tra gli indios del Marao, insieme a padre Iseo, anche lui un missionario del PIME italiano. L'area indigena alla quale furono destinati era vasta e contava quasi cinquanta villaggi spersi nella foresta e lungo le ramificazioni del grande fiume. Scelsero un luogo e vi costruirono la loro casa completamente di paglia, con la quale conquistarono subito la simpatia degli indigeni perché aveva porte, finestre e divisioni interne che loro non avevano mai visto.
Successivamente costruirono una scuola che utilizzarono anche come cappella. Padre Iseo dava lezioni basandosi sul programma delle elementari e celebrava la messa, mentre Francesco insegnava agricoltura, culinaria, orticoltura e catechismo. Si occupava anche di un piccolo laboratorio che avevano costruito per impartire medicazioni e distribuire medicinali.
I.:obiettivo della loro presenza tra gli indios era anche di mitigare !'influenza dei protestanti che si approfittavano dell'ignoranza delle tribù nello scambio delle merci. Una sera si presentò da Francesco un indio che, sapendo che lui doveva recarsi al mercato di Mauès, gli portò delle pelli da vendere, perché con il ricavato comprasse dei prodotti di prima necessità.
Al ritorno il missionario gli diede riso, zucchero, caffé e alcune padelle. I.:indio, che non era molto avvezzo al commercio, chiese come avrebbe potuto pagare tutta quella roba e Francesco gli rispose che non doveva sborsare nulla, perché tutto era stato già pagato con il ricavato della vendita delle sue pelli.
La voce di quel guadagno miracoloso passò di villaggio in villaggio e nel giro di pochi giorni molti indios si recarono da Francesco a chiedere di vendere i loro prodotti. Fu allora che lui organizzò una specie di cooperativa: caricava i manufatti su un barcone a motore e con alcuni indigeni andava in città a venderli.
La cooperativa andò avanti per i primi tempi con il suo aiuto, in seguito divenne un'organizzazione autonoma in mano agli abitanti dei villaggi. Contro questa impresa commerciale, che conferiva per la prima volta agli indios potere decisionale sulle loro risorse, non mancarono i delatori, e vi fu chi tentò di mettere il bastone tra le ruote al missionario: alcuni trafficanti lo denunciarono al tribunale, che per fortuna non diede mai credito a tali accuse, per sfruttamento degli indios, e altri lo minacciarono di morte, in quanto aveva osato intromettersi nei loro loschi affari.

L'attenzione ai sofferenti

Dopo tre anni trascorsi nel Marao, Francesco fece ritorno a Parintins, dove c'era bisogno di tutto, soprattutto in campo sanitario. C'era un ospedale nuovo con trenta letti e una sala operatoria completa, ma mestamente chiuso per mancanza di medici e infermieri. Funzionava una piccola farmacia, gestita da una certa Dona Nena, che vendeva un po' di medicinali che riusciva a racimolare qua e là. Inoltre faceva qualche medicazione o iniezione e se qualcuno si feriva lo ricuciva lei alla bell'e meglio.
Il primo aiuto lo diedero i missionari del PIME, che fecero arrivare medicinali, latte in polvere per i bambini e una grande quantità di vitamine. Istituirono anche un corso di igiene e di infermieristica al quale partecipavano ragazze e signore desiderose di imparare. Anche fratel Francesco fu tra quelli che diedero vita a questi corsi. Avevano portato dall'Italia manuali e dispense, fatto venire altresì strumenti per piccoli interventi, mostrando durante le lezioni quello che avevano imparato alla Scuola di medicina per missionari di Milano.
I primi ambulatori furono le barche a motore dei missionari, vere case itineranti. Con i missionari collaboravano un anziano medico giapponese e soprattutto Valdir, un indio che poteva essere definito una via di mezzo tra uno stregone e un erborista. Per i casi più complicati, come ricorda lo stesso Francesco: "C'era solo il buon Dio".
In quel tempo la gente in Brasile moriva anche di lebbra. Quasi definitivamente scomparsa in Europa, in Brasile mieteva ancora vittime dal XVI secolo, quando fu portata dalla colonizzazione portoghese. I lebbrosi erano scacciati da tutti, perché erano considerati un pericolo pubblico, buttati fuori dalle famiglie e dai villaggi. Con questi "esclusi dal
mondo e dagli uomini" Francesco stava per iniziare un cammino difficile, ma anche meraviglioso, che avrebbe dato una svolta alla sua vita.

In guerra contro la paura e l'indifferenza

Un giorno un collaboratore di Francesco gli disse che nel fiume c'era una canoa arenata sulla riva e sopra di essa un vecchietto che sembrava morto. Il missionario mandò il suo amico a prenderlo ma quello tornò spaventato: "No, non lo tocco, è un lebbroso".
Francesco si fece coraggio, poiché la lebbra intimoriva anche lui, ma prese lo stesso in braccio quel vecchio e se lo portò nella residenza della missione, dove lo pulì, lo nutrì e lo mise a letto. Quel lebbroso era stato messo in una canoa e spinto nel fiume dalla sua stessa famiglia, che voleva mandarlo a morire nelle rapide del Rio delle Amazzoni.
All'inizio però non fu facile ospitare un lebbroso, in quanto se la notizia si fosse diffusa per i villaggi nessuno sarebbe più andato alla missione. Allora Francesco gli costruì una capanna nella foresta, dove andava ogni giorno a portargli da mangiare e a curarlo: da quel giorno vennero altri lebbrosi e il missionario che era venuto in Brasile come falegname divenne il loro vero e unico aiuto.

"Nel momento in cui decisi di assistere il malato del fiume era come se andassi incontro a una nuova chiamata del Signore",
diceva Francesco quando gli domandavano del suo servizio a favore dei lebbrosi. Innanzitutto si recò in Spagna per un corso specialistico di tre mesi, poi ingrandì quella semplice capanna, trasformandola in un luogo più adatto ad ospitare i malati, dandogli il nome di "Isola della Pace", dove a causa delle modeste dimensioni poteva in un primo momento accogliere solo sei o sette persone. Il lavoro principale consisteva nel visitare a domicilio i pazienti, cercare nuovi casi e portare medicinali alle persone già schedate nelle rispettive unità sanitarie.
Un giorno uno dei ricoverati dell'Isola della Pace aveva bisogno di fare esami e cure per un disturbo al cuore. Francesco andò all'ospedale governativo a chiedere assistenza per quell'uomo, ma i dottori gli risposero che non era possibile, poiché loro non accettavano lebbrosi. Il missionario
quindi prese in braccio quel corpo deturpato dalle piaghe e lo portò sulla soglia dell' ospedale, attraversando a piedi la città perché tutti lo vedessero.
Poi entrò, appoggiò il malato sopra il primo letto libero e ai medici e agli infermieri che gli si erano accalcati intorno disse gridando: "Quest'uomo è brasiliano, ha diritto come gli altri ammalati di essere curato". Il primario accorse subito e per placare l'ira di Francesco gli concesse di lasciare il malato in una stanza singola e lo autorizzò a venire tutti i giorni: "Qui nessuno vuole prendersi cura di questo lebbroso. Venga lei, gli dia da mangiare, lo curi e noi le insegneremo come fare". Cominciava così la sua battaglia contro l'emarginazione e la paura, a favore dei lebbrosi e di tutti quelli che, come loro, venivano esclusi. Sapeva che il cammino che stava per iniziare avrebbe messo anche lui dalla parte di chi non conta niente per la società. Ma il suo animo era pronto ad affrontare con volontà e coerenza di vita un percorso che percorrerà fino alla fine dei suoi giorni a Parintins.
Francesco andò quindi in ospedale tutti i giorni, due volte al giorno, per circa tre mesi. Tuttavia non poté impedire la degenerazione della malattia, arrivata ormai ad una fase troppo avanzata. Al momento della morte di quell'uomo era presente anche il primario, che si commosse vedendo la mano del moribondo cercare in un estremo segno di amicizia quella del missionario: "Fratel Francesco, lei ha vinto la sua battaglia e ha rotto le barriere che ci dividevano dai lebbrosi. Il nostro ospedale prima non li accoglieva. D'ora in avanti può portare tutti i lebbrosi che vuole, li curiamo noi".

La mano della Provvidenza

Quella prima battaglia era stata vinta ma non la guerra contro il pregiudizio. Quando si iniziò a costruire un ricovero più grande, la gente venne a sapere che era un' opera destinata ai lebbrosi e logicamente ebbe paura. Così non solo il terreno si svalutò, ma fu anche abbandonato dagli abitanti presi dal panico. Il PIME, invece, decise di sostenere il progetto, acquistare il terreno e di avviare i lavori di costruzione. Francesco si diede da fare per ottenere le risorse economiche necessarie a quest'opera di carità, ma gli aiuti non giunsero con la rapidità che ci si aspettava. Inevitabilmente i lavori subirono dei rallentamenti, in quanto i finanziamenti arrivavano a singhiozzo. Tuttavia la sua fede nella Provvidenza e nella bontà di questo servizio agli ultimi non venne mai meno. Sapeva che non stava combattendo per un suo progetto personale e quindi "Dio avrebbe fatto la sua parte" .
Mentre Francesco stava lavorando all'ampliamento dell'Isola della Pace, veniva sovente il superiore regionale a dirgli: "Fratello, ferma i lavori, perché siamo andati in rosso. Riprenderemo quando arriveranno altre offerte". I giorni successivi il missionario e i lebbrosi pregavano affinché la situazione si sbloccasse e, con un tempismo incredibile, dopo poco tempo il superiore ritornava dicendo: "Adesso vai pure avanti, è arrivata la Provvidenza".
Comunque, in mezzo a continui rinvii e successive riprese, l'Isola della Pace si trasformò da semplice rifugio in un
ambulatorio degno di questo nome, una risposta convincente alla mancanza cronica di assistenza sanitaria tra queste popolazioni amazzoniche.
Alla fine degli anni '60 la missione di Parintins poteva considerarsi una tra le più attive nel lavoro pastorale e sociale, attraverso il quale la realtà di sottosviluppo venne per la prima volta concretamente attaccata. Un ostacolo all'opera di evangelizzazione e di promozione umana era rappresentato però dalle distanze. Le varie comunità si trovavano molto lontane tra loro e un missionario, anche se avesse rispettato puntualmente la tabella di marcia e non ci fossero stati contrattempi, avrebbe potuto visitarle al massimo quattro volte l'anno.

Sulle onde del Rio e della radio

Poiché nessun missionario poteva permettersi di avere contatti regolari con le comunità disseminate sul territorio, la formazione di operatori pastorali laici sul posto divenne una priorità. Uno strumento formativo importante fu radio Alvorada (Aurora), che nel 1967 iniziò a trasmettere dalle sei del mattino alle dieci di sera programmi educativi ascoltati in ogni parte dell' Amazzonia: insegnamento dell' agricoltura, lezioni sull'organizzazione di comunità, catechesi, sindacalismo rurale, alfabetizzazione per ragazzi e adulti, ed anche informazione e formazione igienico-sanitaria utili per raggiungere tutte quelle zone che erano troppo isolate per poter usufruire del servizio sanitario itinerante di Francesco.
All'inizio degli anni '70 partì il progetto di fondare colonie agricole sulle "terre alte", nel tentativo di convincere i caboclos ad abbandonare il fiume, almeno come luogo di abitazione e come sistema di vita. Le "terre alte" sono al sicuro dalla piena delle acque, invece le "terre basse" lungo i fiumi, su cui i caboclos vivevano dediti alla pesca e alla coltivazione della juta (una pianta dalla cui macerazione si ricava una fibra tessile), erano periodicamente inondate.

Un esperimento esemplare: agricoltura ed educazione

Nel 1973 le colonie agricole erano 37, con circa 10.000 caboclos coinvolti nel progetto. Ogni colonia era formata da 20 a 40 famiglie, che vivevano in case costruite l'una accanto all'altra, secondo una pianta circolare, con al centro la piazza. Ogni famiglia riceveva due ettari di terreno per la coltivazione di prodotti ad uso privato (miglio, fagioli, manioca, frutta, verdura), mentre il resto del terreno era sotto la giurisdizione del consiglio della comunità e veniva coltivato comunitariamente con prodotti per l'esportazione: guaranà (bacche per bevande rinfrescanti), seringa (albero della gomma), riso e aranceti.
L'esperienza delle colonie agricole fu una vera rivoluzione nella storia dell'Amazzonia, in quanto per la prima volta i caboclos divennero responsabili del loro lavoro e i veri artefici del loro futuro.
Durante l'organizzazione del progetto, Francesco si trovò a Urucarà, un villaggio situato nelle "terre alte", quando il governatore di Manaus, capitale dell'Amazzonia, venne a visitare le colonie. Il politico rimase stupito di come i missionari stavano operando: "Viene un padre dall'Italia, mantiene la gente legata alla propria terra, fa la scuola agricola, convince le famiglie a spostarsi nell'interno, insegna ai giovani l'agricoltura, educa ragazzi e ragazze. Noi abbiamo Manaus che scoppia di gente che viene dall'interno e non siamo capaci di farla restare nei villaggi".
Francesco che era lì vicino gli disse: "Scusi, ma perché non fate anche voi queste colonie e queste scuole agricole? Date a questi caboclos la proprietà della terra, l'assistenza sanitaria, la scuola, i trasporti, l'assistenza tecnica per coltivare la terra ed essi vi seguiranno". Il governatore lo guardò e gli sussurrò in un orecchio: "Non è facile, non è facile".
Malgrado un potere politico generalmente cieco e sordo nei confronti delle esigenze delle classi sociali più deboli, la missione tra le popolazioni dell' Amazzonia, nonostante le difficoltà oggettive dell' ambiente e quelle soggettive delle persone che vi erano impegnate, proseguiva dando anche buoni frutti. E Francesco si distinse sempre come instancabile lavoratore, impegnato a realizzare quello che ormai considerava lo "scopo della sua vita: occuparsi dei lebbrosi e degli emarginati".

Le ore buie dell'incomprensione

Tale determinazione portò anche a inevitabili tensioni e incomprensioni all'interno della realtà missionaria ed ecclesiale. Come ogni grande meta che si rispetti il cammino per raggiungerla porta sempre una parte di fatica e dolore. Anche per Francesco era arrivata quest'ora buia di solitudine.
Nel 1970 partì da Roma una lettera con destinazione Amazzonia, nella quale i superiori dell'istituto chiedevano al missionario di spiegare il motivo per il quale si era ostinato a rimanere a Parintins nonostante avesse ricevuto l'ordine di rientrare in Italia. Bisogna sapere che in quegli anni erano nate, su iniziativa della diocesi, diverse attività di formazione professionale per la gioventù. Per seguire tutte queste attività i missionari si erano fatti aiutare da alcuni volontari cristiani inviati da organismi di volontariato che si stavano sviluppando con grande rapidità in Italia. Era un'iniziativa all'avanguardia e quindi incontrò solo pareri favorevoli. Le attività andarono avanti per anni, avviando anche una collaborazione tra volontari e missionari laici, entrambi dedicati a testimoniare il Vangelo con la loro vita e il loro lavoro. Francesco si trovò quindi coinvolto in questa evoluzione del metodo di lavoro missionario, e non sempre fu facile capire e farsi capire.
Rispondendo alla lettera giunta da Roma, Francesco si discolpò dicendo che i suoi superiori del Brasile gli avevano assicurato che avrebbero risolto la questione e invece non l'avevano fatto, forse per mancanza di tempo, visto che in missione gli impegni erano sempre tanti e l'Italia troppo lontana.
Al di là del disguido, in quella occasione il missionario raccontò per la prima volta che il suo servizio principale consisteva nell'amministrazione delle officine e della fabbrica di mattoni, 'ma non disse nulla del lebbrosario che aveva inaugurato.
Forse influenzato dai tempi, visto che erano gli anni successivi al Concilio Vaticano II, anni quindi di fermento e di confronto, si permise di enucleare al superiore generale il suo pensiero in modo da poter assicurare la continuità della missione: "Voglio fare una proposta. Lei conosce bene la situazione dei laici volontari, non durerà molto tempo. Le officine: tipografie, elettro tecnica, meccanica e falegnameria sono attrezzatissime, basta sostituire ai laici volontari i fratelli. Sarebbe una buona opportunità per formare la comunità dei fra
telli, avendo tutte le possibilità per fare ciò: c'è una casa con sette stanze, lavoro in officina, apostolato in città, o nelle comunità nell'interno: Villa Amazona, Macurany, Aninga, Parananema. Tutto dipende dal vescovo, ma sembra che anche lui sia del parere e che l'esperienza dei laici abbia insegnato a tutti molte cose". La posizione di Francesco, pur comprensibile, non ricevette l'appoggio della maggioranza della comunità missionaria, e quindi per lui furono anni di amarezza e purificazione. La vita in missione non riserva solo successi, ma anche delusioni, e, come solevano dire i missionari con decenni di lavoro sulle spalle, "non c'è rosa senza spine".
Da quella lettera un po' sgrammaticata, condizionata dalla lunga permanenza in Amazzonia, passarono altri quattro anni, poi Francesco dovette ritornare in Italia.
Giunto a casa, fremeva per ripartire e con la scusa che gli scadeva il visto fece ritorno in Brasile con l'intenzione di rimanervi. Questo benevolo sotterfugio prese un po' alla sprovvista i suoi superiori, che fecero buon viso a cattiva sorte e accettarono la sua volontà di riprendere a lavorare nella missione di Parintins.

Dalla parte dei lebbrosi

Al suo rientro in missione nel 1976 si mise subito a lavorare in modo quasi esclusivo per rafforzare l'ambulatorio. Intanto il governo federale approvò la sua opera e gli concesse anche l'autorizzazione a esercitare a norma di legge nel campo sanitario: della lebbra si continuava a sapere poco o nulla e le istituzioni pubbliche continuavano ad essere refrattarie a trattare la malattia. Francesco, dopo anni di incomprensioni, cominciava a raccogliere qualche frutto della sua scelta di servizio per i lebbrosi. D'altra parte la sua intraprendenza sapeva avvalersi delle risorse che la Provvidenza gli offriva.
Alla fine degli anni '70 un giovane padre appena arrivato in Brasile morì accidentalmente. Colpito da quella improv
visa dipartita, Francesco volle intitolare la sua attività a quel missionario sfortunato. Nacque così la casa "Padre Vittorio Giurin", che nei primi anni '80 si occupava dell'assistenza costante di 30 lebbrosi e di alcune centinaia di persone, sparse per il distretto missionario, affette da svariate patologie.
Per dare sempre nuova energia alla sua opera, Francesco si doveva destreggiare tra mille difficoltà per trovare i soldi necessari per un microscopio decente o per attrezzature di fisioterapia. Così si moltiplicarono le lettere d'aiuto che spediva in Italia per sensibilizzare sulla sua attività e ricevere finanziamenti. Anche il numero delle carrozzelle non bastava mai e perciò, in modo quasi spietato, date le condizioni generali, era costretto ad aspettare la morte di qualche paziente per recuperarne qualcuna.

Il declino del guerriero

Ad ogni modo, nonostante i numerosi ostacoli, il lavoro proseguì senza sosta ancora per parecchi anni, ogni giorno coordinato dal missionario. Però con il 1996 iniziò drammaticamente il declino fisico di Francesco, anche se il suo rude temperamento, che lo contraddistingueva, gli diede la tenacia di sostenere in silenzio il dolore.
I medici diagnosticarono una cirrosi epatica, conseguenza di un' epatite divenuta cronica a causa di un trattamento inadeguato. Insorsero dunque delle complicazioni dovute a insufficienza cardiaca e a un versamento di liquido nell'addome. I suoi collaboratori cercarono con molta discrezione, per non urtare la sua sensibilità, di accompagnarlo e di alleviargli le sofferenze.
Nel 1997 la situazione clinica si compromise e si decise di farlo tornare in Italia per tentare nuovi rimedi. Il 12 ottobre, festa di Nostra Signora di Nazarè, patrona della comunità cristiana vicina, in occasione dell'imminente partenza di Francesco per l'Italia, la processione sfilò davanti alla casa Padre Vittorio per porgere l'ultimo saluto a chi si era sempre prodigato per la salute degli abitanti di Parintins.
Fu al con tempo terribile ed emozionante vedere il missionario affacciato alla finestra, che a stento si reggeva in piedi e che, commosso, riuscì a dire un semplice "obrigado, grazie", mezzo soffocato dalle lacrime e dal magone che gli serrava la gola.
L'uomo, scontroso e per niente gentile, che aveva sofferto e che aveva consumato la sua vita in quel luogo sperduto dell'Amazzonia, dando un notevole contributo al suo sviluppo sanitario, se ne stava andando.
Stava lasciando tutto per partire nuovamente, ma questa volta ciò che lasciava era la vita intera trascorsa in mezzo al popolo dell' Amazzonia, quarantatré anni di missione. Alla processione parteciparono anche gli indios del
Marao, che ogni anno, da quarant'anni, gli portavano un sacco di arance dicendogli: "Questo è il frutto delle piante che hai piantato per noi" .

La sua opera continua

Francesco morì il 25 ottobre 1997, dopo un ultimo e disperato ricovero in Italia. Ma la sua opera continua con la presenza di missionari laici del PIME che, proprio per continuare lo spirito del "suo fondatore", hanno ristrutturato gli edifici e sviluppato le attività sanitarie. Attualmente la Casa Padre Vittorio, infatti, attende oltre ai lebbrosi anche ai malati di AIDS che sono ormai considerati i "lebbrosi del nuovo millennio".
Quella che era nata come una fragile e improvvisata baracca è ormai diventata una piccola ma moderna struttura ospedaliera, con una sala operatoria, un laboratorio analisi e un centro fisioterapico. Ogni giorno un centinaio di persone vengono curate, ed è garantita anche l'assistenza domi ciliare. Una volta all'anno viene organizzato un corso sulla lebbra della durata di un mese, al quale partecipano infermieri, paramedici, fisioterapisti e medici da tutta l'Amazzonia. Da sottolineare la prevenzione e la cura dell'AIDS che si sta promuovendo e sviluppando gradualmente sul territorio regionale. Infine, proprio seguendo l'intuizione di fratel
Francesco, che circa quarant'anni prima volle costruire un laboratorio di analisi cliniche a Parintins, la sua opera è diventata la sede dove vengono promossi e organizzati corsi per tecnici di laboratorio di analisi.
Forse questi momenti formativi sono il segno più tangibile e prezioso dell'eredità di Francesco, che quel giorno presso il fiume non ebbe paura di abbracciare il lebbroso abbandonato sulla canoa, dando vita a una missione che davvero trasformò gli uomini. E su una facciata esterna della Casa, scritte su piastrelle colorate che luccicano tra l'ombra tranquilla e la luce sof£usa, ci sono ancora le sue parole: "Amare tutti, specialmente i nostri nemici, i poveri, gli ammalati e gli emarginati".