PICCOLI GRANDI LIBRI  Paolo Brunacci  Centro Formazione Missionari Laici PIME
APOSTOLI nel QUOTIDIANO

L'avventura straordinaria di sette missionari laici del Pime

EMI - 2006

Prefazione (Gian Battista Zanchi)
Le caratteristiche del nostro essere missionari

L'operaio della prima ora 

Una vita lungo il fiume

Un maestro nella foresta

Dalle scarpe ai pennelli

Il coraggio del muratore

Lebbroso come loro

Genio e Vangelo

Riflessioni conclusive

 

Centro Formazione Missionari Laici PIME - Via Lega Lombarda 20 21052 BUSTO ARSIZIO (VA)
PER CONOSCERE MEGLIO LA VOCAZIONE MISSIONARIA LAICALE SCRIVI A: info@pime.org

DALLE SCARPE AI PENNELLI

L'artista delle scarpe

Il superiore del PIME era un anziano missionario con una certa esperienza di uomini e guardava con meraviglia, misto ad un pizzico di perplessità, quel giovanotto mingherlino proveniente da un orfanotrofio di Avellino che aveva fatto venti ore di treno in 3a classe per venire a Milano alla sede del PIME. Infatti qualche settimana prima Michele De Pascale aveva risposto con rapidità alla lettera inviata dal missionario, e alla domanda: "Quale mestiere conosci?", aveva scritto: "Sono un artista delle scarpe", intendendo con un po' di enfasi che faceva il ciabattino.

Un inizio pittoresco

D'altra parte Michele non sembrava volesse fare il gradasso, e, dalle poche parole che era riuscito a scambiare, sembrava pure simpatico. Dato che aveva fatto un lungo viaggio, di oltre 800 chilometri, e continuava a ripetere di voler diventare "fratello" missionario laico, tanto valeva metterlo subito alla prova.
Era il 1936 quando fu accettato ed iniziò il cammino verso quella missione che sognava da adolescente. Non sapeva ancora che altre circostanze particolari avrebbero ritardato la sua partenza, ma lui era ormai sicuro di aver preso la strada giusta.
A quei tempi una buona parte della formazione consisteva non solo nell'apprendere e migliorare la spiritualità missionaria e comunitaria, ma nel saper mettere a servizio della comunità le proprie competenze professionali. Dato che
era un "artista delle scarpe" il superiore fu ben felice di avere trovato una soluzione alla riparazione delle calzature di tutti i 70 seminaristi, 40 padri e 40 fratelli che componevano la "comunità allargata" della Casa Madre del PIME di via Monte Rosa a Milano. 
Facendo un semplice calcolo Michele aveva circa 300 pa
ia di scarpe da sorvegliare, e quindi ogni settimana attraversava il corti e con una carriola piena di scarpe rotte che, qualche giorno dopo, riconsegnava riparate e lucidate ai "suoi clienti". Bisogna dire che in qualche mese il superiore si rese conto che Michele il lavoro lo sapeva fare bene, e lo faceva pure in fretta e con allegria.
Aveva anche cominciato a capire che questo giovanotto non era un ingenuo o uno sprovveduto, ma il suo atteggiamento era frutto di una ricerca di servizio umile, nascosto, "all'ultimo posto". Questa serena umiltà, assieme alla genialità "napoletana", sono sempre state le caratteristiche della lunga storia di Michele.

La scoperta della sua strada

Nato nel 1917, essendo orfano di padre aveva trascorso tutta la sua infanzia presso un orfanotrofio di Avellino gestito da una congregazione religiosa. Dopo aver frequentato le scuole elementari venne messo "a bottega" da un artigiano calzolaio. La sua vocazione iniziò quando a 17 anni incontrò un frate questuante, uno di quei religiosi che ancora giravano di casa in casa per chiedere l'elemosina per i bisogni dei poveri e del convento.
Era un fraticello con tanto di saio e bisaccia, che trasmetteva serenità e pace. Michele ne fu subito attratto: "Padre, io vorrei fare come voi che girate per tutti i paesi e siete sempre sereno e contento". Con, uno sguardo benevolo il fraticello gli rispose: "Non sono un prete, ma un semplice fratello questuante". Questa risposta stupì Michele, che non riusciva a capire questa distinzione a lui finora sconosciuta:
"Se uno aveva una veste o il saio da frate doveva per forza celebrare messa".
Continuò quindi a fare altre domande fino a quando capì: per aiutare gli altri non era necessario aver studiato tanto e diventare sacerdote, ma era indispensabile avere la pace nel cuore e vivere con semplicità il Vangelo. Si era aperto un nuovo cammino praticabile per lui, quello di camminare a fianco delle persone che, come lui stesso, avevano ricevuto poco o niente dalla vita, ma quel poco volevano metterlo a disposizione degli altri.
Questa convinzione lo portò a ricercare la strada più valida per realizzare questo desiderio che ormai non lo lasciava più tranquillo. La prima tappa lo portò appunto da Avellino a Milano, dai missionari del PIME.

Il bernoccolo della pittura

Pur non avendo avuto l'occasione di studiare molto, Michele era un ragazzo che amava conoscere e capire il mondo nelle sue diverse espressioni. Le scarpe erano il suo mondo, ma a lui piaceva guardare il cielo, i paesaggi e i volti delle persone. Era anche affascinato dai grandi quadri che vedeva nelle chiese. Si domandava spesso come avevano potuto degli uomini normali fare degli affreschi così belli e complicati.
Finalmente decise di confidarsi con il superiore che lo aveva accolto a Milano e gli chiese di aiutarlo a capire queste cose più grandi di lui. Il padre, non sapendo bene come rispondere, ebbe l'eccellente intuizione di mostrare a Michele alcuni libri della biblioteca che spiegavano la storia e le opere di alcuni grandi pittori italiani del Rinascimento.
Da quel giorno, quando aveva un po' di tempo libero, Michele andava a rifugiarsi nella biblioteca per leggere e capire la pittura e la scultura. Ma questo non gli bastava, voleva anche lui disegnare. Iniziò a riprodurre questi capolavori su fogli di carta. Chiese quindi consiglio al superiore, che lo
autorizzò a sviluppare questo suo desiderio, che, gli spiegò, poteva essere anche un dono di natura. 
Mise però due condizioni: di non tralasciare di riparare
le scarpe, e di andare ad imparare da chi ne sapesse qualcosa in più di lui. A Michele non sembrava vero, e scoppiò in un pianto di gioia. In segno di riconoscenza, si mise in ginocchio davanti al saggio missionario che lo lasciò sfogare e gli fece infine promettere di impegnarsi con costanza, pazienza e serietà: "perché questo è il segreto di un buon missionario".
Queste parole non lo lasciarono mai più e divennero il suo ritornello quando, molti anni più tardi, divenne lui stesso un "maestro" per gli altri.
Intanto in Italia arrivò la guerra e Michele, ormai diventato fratello missionario laico nel PIME, non poté partire
subito per le missioni e fu assegnato a diverse mansioni di servizio presso le case missionarie in Italia. Ma non fu tempo perso per lui che seppe migliorare, pur sempre come autodidatta, le sue capacità artistiche, senza tralasciare la "nobile professione di calzolaio", come amava chiamarla.

A fianco di un grande missionario: p. Paolo Manna

Tuttavia le sue competenze dovevano ancora allargarsi ad un ulteriore settore, grazie a una coincidenza provvidenziale. Infatti, in quegli anni, il mondo missionario aveva potuto usufruire dell'opera e degli scritti di un eccezionale missionario come p. Paolo Manna, soprannominato per il suo ardente spirito missionario "Anima di fuoco".
Al termine di una vita come missionario in Birmania e poi come superiore generale del PIME, ormai malato, si era ritirato a vivere a Ducenta, cittadina vicino a Napoli. P. Manna era nativo di Avellino, proprio come Michele, al quale i superiori del PIME pensarono bene di chiedere un servizio per assistere il loro ex superiore generale.
Michele ammirava questo grande missionario e ritenne un onore e una gioia stare a fianco di p. Manna, che considerava come un "vero padre per lui". Il suo affetto era ricambiato dal padre quando chiamava affabilmente Michele "il miglior ciabattino del mondo e unico infermiere per me".
Seguirono anni di stretta condivisione di vita tra due personalità molto diverse tra loro per carattere, cultura ed età, ma che si seppero capire e apprezzare. Al suo fianco Michele seppe acquisire un ardente spirito missionario, sostenuto da un forte spirito di preghiera.

Il "caso" di una statua... senza testa

Dopo la morte di p. Manna, Michele fu assegnato alla missione sul Rio delle Amazzoni, in Brasile e precisamente nella diocesi di Parintins. A 36 anni cominciava una nuova vita e una nuova awentura, quella che aveva sognato la prima volta nell' orfanotrofio di Avellino. Per lui fu una svolta, anche perché in terra brasiliana smise rapidamente di essere "l'artista delle scarpe" per iniziare a diventare un "maestro pittore" per tanti piccoli allievi.
Tutto cominciò quasi per caso quando si presentò alla casa del vescovo, mons. Cerqua, un'anziana signora brasiliana che abitava all'interno della foresta. In una mano teneva una piccola statuetta di gesso senza testa, e nell'altra due piccole teste, una con lineamenti maschili e l'altra femminili, provenienti da qualche altra statua rotta.
Chiese al vescovo di aiutarla a capire quale fosse la testa giusta per la sua statuetta decapitata, e poi di rimettere la testa appropriata al suo posto originario. Il vescovo sapeva che per l'anziana signora non era tanto una questione artistica, quanto di venerazione popolare. Però lui certamente non aveva molto tempo da dedicare a questo problema, e soprattutto non aveva alcuna conoscenza artistica o manuale.
Bisognava quindi trovare una soluzione a questa delicata questione, e ciò avrebbe richiesto tempi non proprio brevi.
Affidò quindi il tutto al fidato Michele, incaricandolo di tro vare comunque una soluzione positiva per l'anziana signora. Il missionario esaminò minuziosamente la statuetta e le due teste e, dopo aver chiesto tutte le informazioni del caso, congedò la signora assicurandole che dopo 15 giorni le avrebbe riconsegnato la statuetta nello splendore iniziale.
Rimasto da solo, Michele andò nel laboratorio e con i pochi attrezzi disponibili che vi trovò iniziò il lavoro di ripulitura, sistemazione, aggiustamento, limatura e incollaggio della testa. Poi prese i colori che si era procurato in città, e in pochi giorni terminò l'opera. Quella che, qualche tempo prima, non si riusciva a capire bene chi fosse era stata trasformata in una bella statua della Vergine Maria.

Un insegnamento prezioso

La fama di questo miracolo procurò a Michele molto lavoro e apprezzamento da parte della popolazione locale, per la sua capacità di trovare soluzioni utilizzando le poche risorse che trovava sul posto. Ma non solo, se lui era capace di tanto, perché non poteva insegnarlo ai loro figli? Michele sarebbe stato contento di farlo, ma non sapeva dove tarlo. Il vescovo allora, avendo contribuito alla nascita di questa nuova awentura, non poté tirarsi indietro e, non potendo disporre di altro, gli lasciò utilizzare la tettoia dove era parcheggiata la sua motocicletta.
Venne inaugurata, quindi, sotto una tettoia di lamiera, una scuola professionale di pittura e scultura che in oltre 35 anni di attività ha avviato al lavoro e alla vita molti bambini di Parintins. Michele, da buon autodidatta, aveva un suo metodo di insegnamento sia per l'arte che per l'organizzazione della scuola.
Sicuramente non aveva letto molto di pedagogia, ma si ricordava quanto, molti anni prima, gli aveva suggerito il missionario che lo aveva incoraggiato sul cammino della pittura: costanza, pazienza e serietà. Se servivano a fare un buon
missionario, sarebbero certamente state utili per far nascere dei futuri pittori o scultori. Così fece e non se ne pentì.
Accettava una trentina di studenti al giorno, tra bambini e ragazzi, suddivisi in due turni in modo che ci fosse la possibilità per tutti di frequentare le sue "lezioni". Questo perché in Brasile, dato che il numero degli alunni è molto alto e le scuole non sono molto numerose, si fanno normalmente due turni, uno al mattino e l'altro al pomeriggio. In questo modo chi frequentava la scuola al mattino andava da Michele al pomeriggio, e chi frequentava al pomeriggio imparava i rudimenti di pittura al mattino.
Così per tutta la settimana gli "apprendisti" pittori e scultori disegnavano, scolpivano, imbrattavano tutto quello che era possibile reperire: dalla carta ai muri, al legno, ai gusci di tartaruga, ai pesci imbalsamati e, naturalmente, statuette rotte e decapitate.
C'era però una particolarità interessante che Michele aveva introdotto. Quando si riparavano statue sacre o si facevano dipinti religiosi tutti recitavano assieme e ad alta voce il rosario. "Perché", spiegava il Maestro Michele, "se non si prega non si può disegnare o scolpire bene qualcosa di sacro". Quando poi qualche allievo gli chiedeva delle spiegazioni troppo complicate, lui rispondeva che: "Nella pittura, come nella vita, quello che è più importante per migliorare è conoscere e seguire l'esempio di uno più bravo di noi".
Queste frasi sono ancora ricordate dagli allievi più adulti, dei quali alcuni si sono poi affermati come pittori professionisti in Brasile. In tutti questi anni di lavoro e insegnamento nella semplicità, Michele ha decorato innumerevoli chiese e ha dipinto moltissimi quadri sacri, che si possono ancora ammirare nella diocesi di Parintins.

Mani e cervello

Michele realizzò anche opere più piccole, che venivano vendute ai numerosi visitatori che passavano dalla tettoia dove faceva scuola ogni giorno. Anche il suo modo di rapportarsi con i visitatori aveva qualcosa di particolare e fuori dal comune.
A tutti spiegava il significato di questa attività semplice e nascosta offerta gratuitamente ai giovani di questa terra. Non chiedeva mai direttamente degli aiuti per sostenere le spese della scuola, ma non perdeva neppure occasione per offrire agli altri l'opportunità di fare del bene: "Questa è un'opera della Provvidenza. lo metto solo le mani e un po' di cervello". Un giorno ricevette la visita di un suo amico proveniente dall'Italia. Dopo aver a lungo guardato l'esposizione, chiese di poter acquistare qualche oggetto di artigianato preparato da Michele o dagli allievi. L'amico aveva alcuni biglietti da 100 dollari e pensava di scegliere diversi pezzi per arrivare ad un totale di 150 dollari. Non sapeva poi come lasciare un piccolo dono senza farglielo pesare.
Fece quindi una scelta accurata guardando i prezzi affissi su ogni oggetto e infine chiese il conto. Michele cominciò a prendere in mano i diversi oggetti e a calcolare ad alta voce la somma totale: "Allora sono 150 dollari! Questo è il prezzo per gli sconosciuti e i clienti anonimi. Ma so che sei un amico e allora, perché tu non faccia pazzie di generosità, facciamo più 30% per l'amicizia che ci lega e arrotondiamo a 200 dollari". L'amico scoppiò in una risata e lasciò altri 1 00 dollari in più per premiare l'arguzia e il buon senso di quest'uomo saggio che non gli aveva fatto pesare un gesto di carità e di amicizia.

Il passaggio di testimone

Nel 2005 Michele compie 88 anni ed è ancora sulla breccia, sempre sulla riva del grande Rio delle Amazzoni. Ha ridotto di molto le sue attività di insegnamento, ma gli abitanti di Parintins hanno voluto mantenere vivo il suo ricordo intitolando gli una vera scuola di "belle arti". Non solo. Nel 2002, nella tradizionale "Festa del Bue" che ogni anno si celebra negli ultimi giorni di giugno, una delle canzoni che accompagnano la sfilata dei carri allegorici e dei danzatori abbigliati con costumi folcloristici è stata dedicata proprio all'opera di "Fratel Michele", missionario laico con il talento artistico.
In questa canzone si ricorda la storia di un uomo semplice e silenzioso venuto da lontano sul grande fiume. Un uomo saggio che sapeva valorizzare le piccole cose e dar loro vita attraverso il colore. Quest'uomo non ha tenuto per sé questo segreto, ma lo ha insegnato ai figli dell'Amazzonia perché facessero altrettanto.
La vita di Michele è la prova che ogni cristiano, quando prende sul serio il Vangelo, arriva lontano, e non solo in senso geografico. Nessuno all' orfanotrofio di Avellino avrebbe scommesso molto su quel giovane calzolaio. Dio invece aveva grandi progetti su di lui, come per tante altre persone. Michele ha saputo recepire nella sua storia i segni di una "chiamata" particolare. Il suo lavoro, calzolaio prima e pittore poi, è stato lo strumento, comune e nello stesso tempo privilegiato, per testimoniare che Dio è Padre e vive accanto a tutti i suoi figli. Ed è un mezzo a disposizione di tutti.
Michele ne è convinto, e al contempo affaticato, ed è per questo che attende sulla riva del Rio che qualcuno venga a sostituirlo.