PICCOLI GRANDI LIBRI  Paolo Brunacci  Centro Formazione Missionari Laici PIME
APOSTOLI nel QUOTIDIANO

L'avventura straordinaria di sette missionari laici del Pime

EMI - 2006

Prefazione (Gian Battista Zanchi)
Le caratteristiche del nostro essere missionari

L'operaio della prima ora 

Una vita lungo il fiume

Un maestro nella foresta

Dalle scarpe ai pennelli

Il coraggio del muratore

Lebbroso come loro

Genio e Vangelo

Riflessioni conclusive

 

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LEBBROSO COME LORO

Massimo Teruzzi era un missionario laico innamorato dei poveri e degli ammalati, degli ultimi della società. È stato l'unico missionario del PIME in Bangladesh che ha contratto la lebbra lavorando fra i malati del lebbrosario di Dhanjuri. Ma, mentre i confratelli dell'Istituto erano preoccupati per questo, Massimo era sereno e diceva: "La lebbra è una malattia come le altre. Se il Signore mi aiuta guarirò, altrimenti non sarò il primo missionario che muore lebbroso".

La veloce preparazione

Massimo era nato a Lesmo, in provincia di Milano, il 14 ottobre 1902. Avrebbe desiderato studiare dopo le scuole elementari, ma la sua famiglia era povera e dovette andare a lavorare all'età di undici anni. Incominciò ad aiutare i muratori, portando calce e mattoni, poi, dopo il servizio militare, continuò in questo lavoro faticoso. Al mattino, dopo una visita in chiesa per fare la comunione, lo si incontrava per le strade del paesino con un panino avvolto in un giornale per il pranzo a mezzogiorno. Lavorava molto, ma era anche un giovane riflessivo che leggeva e si istruiva da autodidatta.
Non si sa come sia maturata la sua vocazione missionaria. Veniva da una famiglia di profonda vita religiosa e aveva respirato in casa propria, oltre che in parrocchia, gli insegnamenti del Vangelo. Meditando le parole di Gesù: "Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la vita per me e per il Vangelo la salverà", Massimo decise di mettersi a disposizione della missione, per testimoniare il Vangelo ovunque sarebbe stato mandato.
Dopo un solo anno di preparazione nel PIME di Milano, il 15 agosto 1928, a 26 anni, partì per la missione di Dinajpur, non ancora membro effettivo dell'Istituto, col solo giuramento temporaneo di fedeltà alla vita missionaria. I superiori volevano metterlo alla prova mandandolo in Bengala, allora ritenuto "la tomba degli europei", perché c'era bisogno di uno della sua tempra. Diventerà successivamente membro effettivo dell'Istituto, nel 1932, emettendo il giuramento perpetuo.

Vicino ai bengalesi

Giunto in missione nel novembre 1928, dapprima pensò che il suo mestiere di muratore fosse il più utile alla missione e si mise di buona lena a costruire chiesette in serie, tetto di lamiera su muri di fango e anche qualche edificio in muratura. Ben presto però s'accorse della miseria enorme imperante nel Paese. Troppi erano gli ammalati inesorabilmente condannati a morte per la mancanza di medicinali o per l'impossibilità di comperarli.
Fratel Massimo abbandonò definitivamente gli strumenti del muratore e si mise a studiare i libri popolari di medicina, iniziando poi a praticare in dispensari improvvisati con bambù e paglia. Si sentiva male alla vista di tanta povera gente e non si dava riposo finché non aveva visitato tutti. Non c'era orario per lui: gli ammalati poveri erano i suoi padroni e potevano presentarsi anche di notte.
Questa sua appassionata dedizione agli ultimi della società bengalese lo segnalò ai superiori, che lo mandarono a Dhanjuri, dove a quel tempo stava nascendo il lebbrosario. Nel 1926 padre Luigi Brambilla scriveva a proposito delle
epidemie che colpivano alcune tribù bengalesi: "Tra i Santal la lebbra è una malattia molto comune, è raro trovare un paese che non ne sia infetto. Il problema che noi missionari ci siamo posti fin da quando siamo entrati in contatto con la tribù dei Santal è questo: cosa possiamo fare per i poveri disgraziati infetti dalla lebbra? Qui a Dhanjuri l'idea di un lebbrosario potrebbe essere tradotta in pratica con poca difficoltà. Dhanjuri è situata in piena foresta, nei pressi di un lago. I lebbrosi, pur vivendo un po' isolati, potrebbero darsi alla pastorizia, alla pesca, alla caccia prediletta dai Santal" .
Nel 1929 padre Giuseppe Obert comprò un vasto terreno sulle rive del lago e non lontano dalla missione di Dhanjuri, luogo ideale per un lebbrosario. L'anno seguente Massimo Teruzzi costruì le prime abitazioni per i lebbrosi, mentre praticava quella poca arte medica che conosceva.
Quando nel 1934 arrivarono le suore di Maria Bambina, come infermiere diplomate per la cura dei lebbrosi, fratel Massimo anzitutto costruì il loro convento, poi si limitò a osservarle mentre lavoravano per imparare da loro l'assistenza agli ammalati.
Le suore gli volevano bene e lo ammiravano, in quanto era sempre disponibile per qualsiasi servizio, ma soprattutto le commuoveva la sua totale dedizione ai lebbrosi, che erano i suoi prediletti. Però lo rimproveravano spesso perché non teneva conto dei principi di igiene e di prevenzione dalla lebbra che loro stesse praticavano.
La vita spirituale di Massimo era davvero profonda e forse pochi lo intuirono, data la sua natura introversa. Voleva vivere con i lebbrosi e come i lebbrosi, proprio per un motivo spirituale: vedeva in loro !'immagine più toccante del sacrificio di Gesù, per cui mangiava, fumava, giocava e scherzava sempre in loro compagnia.
Non aveva certamente dimestichezza con la teologia eppure seppe mettere in pratica alla perfezione la frase di San Paolo: "Farsi giudeo con i giudei, greco con i greci", facendosi bengalese con i bengalesi, Santal con i Santal, lebbroso con i lebbrosi.

L'esperienza della lebbra

Negli anni '30 del secolo scorso, al lebbrosario di Dhanjuri non c'era ancora l'attrezzatura disponibile adesso. Fratel Massimo puliva col bisturi le piaghe dei lebbrosi all'ingresso della capanna. In un momento di stanchezza e di disattenzione il bisturi impregnato di pus e di sangue del malato produsse un taglio nel braccio del missionario. Il batterio della lebbra, come un nemico vendicatore che non perdona, si infiltrò immediatamente nel suo sangue. Tuttavia Massimo non si scompose e, come se già fosse preparato a quell'evento, preparò la sua valigetta e andò a bussare alla porta dell'ospedale di Calcutta, in quel tempo il più moderno presidio indiano contro la lebbra. Lui, direttore e "medico" di un lebbrosario, diventa un lebbroso, un numero di letto in un lebbrosario.
Il suo fisico allora era forte e, seguendo con scrupolo le cure più moderne, in pochi anni la progressione della malattia fu fermata, neutralizzando il suo potenziale infettivo. Massimo ringraziò i dottori, rifece la sua valigia e ritornò ai suoi ammalati con un' esperienza medica in più, fatta sul suo corpo. L'anima si affinò nella comprensione della sofferenza e lui riprese senza riserve il proprio posto accanto al popolo sofferente.
Durante la seconda guerra mondiale, nel 1942, dovette subire, perché italiano, le "delizie" del carcere militare: pidocchi, fame e sporcizia. Meravigliava tutti, inglesi e bengalesi, con la sua testimonianza di vita coerente, la sua bontà e serenità anche in quelle deplorevoli condizioni. Rimase in carcere solo pochi mesi, poiché gli inglesi si convinsero che non rappresentava alcun pericolo per il governo di Londra.

Con le ultime forze

Dopo 24 anni ininterrotti di lavoro in Bengala, nel 1953 ritornò in Italia per una breve vacanza. Qualcuno, vedendo quella lunga barba bianca, quegli occhi stanchi, quelle spalle ormai curve, gli consigliò di restare. "No - rispondeva fermo in un modo che non ammetteva replica - il mio posto è là, tra i miei poveri" .
In effetti nel 1953 fratel Massimo non godeva più di buona salute: oltre alla lebbra aveva un' ernia, soffriva molto di asma, era debole di cuore e aveva una bronchite cronica, per non parlare dei parassiti intestinali, della sciatica e dell'ulcera gastrica. Non è possibile enumerare tutti i suoi malanni: era un ospedale ambulante, ma non si lamentava mai. Anzi, ripartì per il Bengala e si diresse in una missione più povera della precedente: Ruhea, nell' estremo nord del Paese, dov'era allora parroco padre Cesare Pesce.
I missionari del Bangladesh ricordano che padre Pesce realizzò il gesto forse più bello ed eroico della sua vita missionaria accogliendo frate l Massimo a Ruhea nel 1956, quando tutti sapevano che era lebbroso, correndo così coscientemente il pericolo di contrarre lui stesso, inavvertitamente, la terribile malattia, in anni in cui la lebbra era quasi incurabile. E faceva paura a tutti.
Suor Franca Nava, missionaria dell'Immacolata giunta in Bangladesh nel 1953 in veste di infermiera, ricorda che fratel Massimo, quando fu dimesso dal lebbrosario di Dhanjuri, andò a Ruhea, dove lo accolse padre Pesce mentre altri lo rifiutavano, per non creare problemi alla loro missione, in quanto avere in casa un lebbroso, a quei tempi, era un
fatto terrificante per tutti. Quando la suora arrivò a Dhanjuri, tutti dicevano che Massimo si era infettato perché lo voleva, nel senso che viveva a stretto contatto con i lebbrosi e desiderava quindi condividere la loro vita sentendosi loro fratello. "Per me, che in quegli anni ero nel lebbrosario", afferma suor Franca, "padre Pesce ha fatto uno dei gesti più eroici proprio nell'accogliere Massimo come un fratello. La loro condivisione di vita è stata per tutti noi un esempio e una testimonianza di dedizione".

Condividendo la vita dei bisognosi

A Ruhea, dapprima in una capanna di paglia, poi in una casetta angusta e soffocante, fratel Massimo seppe portare avanti la sua opera, per tutti i giorni che gli restavano. Padre Pesce, in un articolo apparso dopo la sua morte avvenuta nel 1963, usava queste parole per esprimere il senso di smarrimento dei tanti poveri, d'ogni razza e credo religioso, che con tristezza si assieparono intorno alla tomba del loro fratello missionario: "lo penso, e non temo di sbagliare, che l'uomo più amato di Ruhea e dintorni fu proprio il 'Brother' (fratello). La sua fama di bontà e abilità medica era giunta lontano. Da Tetulia, da Dinajpur, venivano i malati poveri, i lebbrosi, i disperati della scienza medica: il 'Brother' era diventato l'ultima loro speranza. E lui, burbero benefico, a tentare e ritentare con successo, con insuccesso. Con quegli occhiali più vecchi di lui sul naso, a rincuorare con barzellette nel dialetto del paese che aveva appreso alla perfezione. Una figura indimenticabile".
E così, come è vissuto se ne è andato, con semplicità, senza mai lamentarsi, anche durante gli ultimi giorni che si trasformarono in un vero supplizio. Non ne poteva più, ormai trascinava le gambe doloranti, sembrava un vecchio di cent'anni, ma al confratello che amabilmente lo redarguiva e lo invitava al riposo rispondeva sempre: "Riposerò dopo... ". L'ultimo giorno di lavoro, era un giovedì, tra gli ammalati del suo dispensario "Don Orione" di Ruhea respirava a fatica e confessò ai suoi collaboratori e amici: "Basta, stavolta è proprio finita". Il sabato mattina fece chiamare i suoi poveri, vuotò le tasche e l'armadio di quei pochi spiccioli che rimanevano e in silenzio, senza importunare alcuno, andò a Dinajpur all'ospedale cattolico. Pochi giorni di degenza, sempre allegro e sorridente fino alla notte di giovedì 18 luglio 1963. "Non ce la faccio più" disse, e col nome di Maria sulle labbra spirò all'alba del venerdì, dopo aver ricevuto i sacramenti.
A quella massa di poveracci, di rifiuti della società che continuarono ad affluire al dispensario di Ruhea, padre Pesce fu costretto ad annunziare: "Nulla da fare, il dottor Massimo se n'è andato, non a Dinajpur a comperare le medicine per voi, come aveva fatto tante volte nel passato; se n'è andato per sempre, non tornerà più, mai più ".
In quei giorni di afflizione, gli sciancati, i lebbrosi, le vedove e i poveri di ogni genere avevano mille ragioni di piangere mentre tornavano più volte alla missione e si aggiravano in ogni angolo del dispensario quasi a cercarlo, non sapendo capacitarsi di tanta perdita. E se è vero che il pianto
è un balsamo, è altrettanto vero che il balsamo non riempie il vuoto del cuore, poiché rappresenta una grande fortuna poter incontrare sul proprio cammino un fratello generoso, e sostituirlo, soprattutto quando la morte dell'uomo della carità fa precipitare tanta gente nello sconforto più sincero, è davvero un'impresa ardua da compiere.
Nel suo articolo di commemorazione, padre Pesce concluse con una riflessione che è, ancor oggi, di irresistibile attualità: "Fratel Massimo ha lasciato l'esempio di una vita
interamente spesa nell'amore del prossimo nel nome di Gesù. Il bengalese, ignaro del senso di pura carità e gratuità, ha avuto una scossa da questo esempio: forse non diventerà cristiano, ma sarà più buono perché ha constatato che soltanto il cristianesimo può produrre uomini così".

Una vita spesa per gli altri

Molti fratelli e molti padri del PIME conobbero Massimo, e a distanza di tanti anni custodiscono nella memoria l'immagine di questo uomo che sapeva donare a tutti una porzione del suo tempo e delle sue energie. Nel periodo in cui egli prestò servizio a Ruhea, molte persone venivano anche da lontano perché avevano saputo che trattava bene tutti e li aiutava come poteva. Il suo dispensario era una capanna di fango e paglia, non in muratura, giacché allora le costruzioni in muratura erano poche.
Purtroppo il grande affetto che lo circondava non fu sufficiente a preservarlo dagli effetti letali della malattia, che lo condussero alla morte nell' ospedale di San Vincenzo a Dinajpur. "Quando l'ho saputo", racconta con viva emozione
fratel Luigi Brun, "ho preso la moto e sono corso a Dinajpur. Mi hanno detto che era molto debole e che durante la stagione dei monsoni era andato a lavarsi sotto una specie di cascata che spioveva da un tetto;, il freddo e la debolezza gli hanno procurato una branco-polmonite. Allora molti dicevano che era morto il santo protettore dei lebbrosi e degli ammalati".
Dopo tanti anni spesi accanto ai più deboli, si era creato
intorno alla figura del missionario laico un alone di profonda ammirazione, tuttavia fratel Massimo conservò sempre l'umiltà propria dell'autodidatta qual era, infatti, pur non avendo alcun diploma di medico o infermiere, tutti lo chiamavano "dottore", tanto che molti medici andavano da lui a chiedere pareri e consigli. Per Massimo anteporre i suoi malati a tutto il resto era ,un obbligo supremo, per cui quando gli dicevano che si doveva riposare, scrollava le spalle e tirava avanti per la sua strada, lungo la quale sacrificava anche la domenica.

Testimonianza della povertà

Fratel Massimo è stato un apostolo degli ammalati e anche dei poveri. Adorava i poveri, li aveva sempre con sé. Uomini e donne di ogni razza, buoni e cattivi, che anche dopo la sua morte continuavano a riversarsi nel dispensario di Ruhea, incapaci di immaginare che quel "dottore" tanto buono - il quale spesso, oltre ai medicinali, dava loro anche qualche spicciolo per nutrirsi - li avesse abbandonati per sempre.
Soccorreva i poveri col poco che aveva. Quando nel 1962
fu pubblicato un articolo che parlava di lui, giunsero al PIME delle offerte che gli furono trasmesse. Quasi non si riusciva a convincerlo che ci fossero dei benefattori che pensavano a lui. Quando infatti partì per la missione, non poteva avvalersi di un gruppo di persone disposte a sostenerlo finanziariamente. Le uniche offerte erano quelle dei suoi fratelli. Eppure trovava modo di dare ugualmente: dando del suo, di ciò che era a lui destinato dai superiori, privandosi del proprio legittimo "stipendio".
Quando nel 1954 celebrò il suo 25° di missione, padre
Luigi Verpelli, che allora era con lui, dovette comprargli un paio di scarpe e di calze, perché ne era privo, mentre durante il periodo trascorso a Ruhea padre Alvigini lo convinse ad accettare una sua veste bianca, dato che quella che aveva era ormai ridotta in condizioni pietose. Massimo non aveva neppure un letto, ma dormiva su un intreccio di nodose canne di bambù, per coperte e lenzuola usava addirittura dei sacchi vecchi: padre Alvigini li sostituì con qualcosa di più decente. 
Identica operazione il padre la fece con la zanzariera residuo dell' esercito americano nell'ultima guerra - che Massimo si sforzava di rattoppare con dei grandi cerotti. Infine, in luogo di una scrivania funzionale, si accontentava di usare una cassa da imballaggio.
Quando qualcuno gli dava una maglietta o un uovo in più da mangiare, nel 99% dei casi trovava subito il modo di disfarsene. Se gli veniva fatto notare questo suo eccesso di zelo, ribatteva che ormai era troppo vecchio per cambiare e il risultato era che faceva la carità il più nascostamente possibile.

Un gigante di umanità

Qualche volta anche fratel Massimo, tra malanni e ristrettezze, era di malumore, ma appena si presentava la prospettiva di ricevere dall'Italia qualche cassetta di medicinali, si metteva a cantare e a scherzare come un bambino. I medicinali erano la sua passione, nonostante ciò non sono valsi a salvarlo da quella che egli diceva fosse un semplice raffreddore e che invece si rivelò una polmonite; e neppure gli giovò il trasporto all'ospedale di Dinajpur, dove andò allegro e scherzando con tutti.
Infatti, pochi giorni dopo il ricovero, senza troppo soffrire e senza dar fastidio a nessuno, se ne andò al cielo, a ritrovare, come padre Mauro Mezzadonna scrisse nel suo necrologio, "tanti ex poveri ed ex ammalati diventati ricchi per ope
ra sua".
Da questo insieme di ricordi e riflessioni si evince che fratel Massimo è stato universalmente stimato e ammirato, un gigante di umanità che nella pratica quotidiana della modestia, della fede e dell'obbedienza ha saputo donare con vera letizia la propria vita per il prossimo: un modello di cui si avverte la necessità, ora e sempre.
È sempre stato così, dal giorno in cui Gesù donò la sua
vita sulla croce per gli altri: "L'umile sarà esaltato, la sua memoria passerà in benedizione". Fratel Massimo, con la sua umiltà, col suo disprezzo di tutto ciò che sapeva di egoismo, con la sua dedizione alla carità, ha scritto una pagina autenticamente gloriosa nella storia dei missionari del PIME.
Insomma, come il servo laborioso di cui parla il Vangelo...