ENRICO UGGÈ

RADIO ALVORADA

Il Vangelo tra gli indios Sataré-Maué

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

La vecchia Veronica... e un feticcio in canoa La piccola scure di pietra La leggenda del pitone Il serpente boa dalle molte vite
"Padre, sono quarant'anni che l'aspetto" L’incontro con il giaguaro susuarana Tempesta nell'Andirà Anhag (il demonio)
La casa senza... Jacaré La "pepeua" ladra Colui che mantiene le promesse Il cerbiatto al posto del rospo
Il guaranà degli indios satere-maué Il piranha e il dito del padre L’orologio di Ponta Alegre Due religiose tra gli indios
Come gli indios educano i figli Il Purantin L’ingozzamento di "donna mulatta" Il guanto e il diadema della Tucandeira
La prima evangelizzazione in... latino Un vecchio pescatore Il cane "Fin Quando" Un animaletto chiamato potò
Meraviglie di un viaggio in canoa Un ubriaco in chiesa Un angelo cantore Ila e Mauro
La tucandeira dei satere-maué La danza del Maen Maen La realtà terrena e celeste Un ombrellino colorato per Lenita
Grazie piaì La campana e i satere-maué Svegliati Agostino! Il giorno dei defunti e l'aeroplano
Una collana per il papa Un aeroplano nel campo della manioca La casa del Sole e della Luna Mammina del cielo
Nessuno è felice da solo

 Top  LA PICCOLA SCURE DI PIETRA

Nella regione amazzonica, quando si prepara un terreno per la semina o si scava in profondità per costruire le case, può capitare di trovare piccole asce di pietra levigata. Sono i resti di antiche culture e civiltà indigene: sono pietre piccole e dure, tonde e levigate a forma di scure; la parte superiore è concava per essere legata al manico, quella inferiore è più sottile e tagliente.

Pare che queste piccole scuri di pietra fossero oggetto di scambio con le tribù del nord delle Ande dove era più facile trovare pietre molto dure.

Un giorno chiesi all'indio Ignazio, un saterè-maué di s. Maria del Rio Urupadi, come fosse possibile che gli antichi utilizzassero queste piccole asce per abbattere gli alberi e ripulire i terreni. Ignazio sorrise e mi disse:

- Padre, i nostri anziani ci raccontavano che gli antichi non tagliavano direttamente l'albero con la scure ma scortecciavano solo la fascia esterna della corteccia del tronco; il tempo faceva il resto: l'albero non poteva vivere a lungo e dopo alcuni mesi marciva nella parte scoperta della corteccia e di lì a poco rovinava a terra. Certo questo sistema richiedeva un certo tempo per preparare il terreno per le coltivazioni, ma gli indios pianificavano i loro interventi da un anno all'altro.

Allora, raccontano gli indios, caccia e pesca erano abbondanti e la gente poteva permettersi il lusso di scegliere quali animali e pesci catturare per la propria alimentazione. Più tardi arrivarono i "civilizzati" e tutto divenne più difficile. Gli indios sono sempre stati pazienti con la natura, mentre i "civilizzati" volevano tutto e subito: cominciarono a tagliare legname, a sfruttare il caucciù, i minerali, a costruire dighe e così via. La foresta subì molti danni.

Per decine di secoli gli indios, buoni conoscitori della natura, avevano saputo approfittare con intelligenza e rispetto dei prodotti della terra e della foresta. La terra era rispettata come la madre che dà alimento, e la foresta come quella che accoglie e cura i suoi figli. Per questo, ancora oggi, nei racconti e nelle narrazioni indigene il suolo è chiamato madre terra e gli alberi e la vegetazione madre foresta.

Il progresso e la tecnologia sono utili e necessari se utilizzati per il bene di tutti e nel rispetto della natura. Purtroppo il progresso e la tecnologia vengono impiegati nello sfruttamento selvaggio di fiumi, laghi, foreste, per ottenere vantaggio, lucro e ricchezza per pochi. Il resto della gente fa la fame e vive nella miseria. In queste condizioni, a che serve il progresso?

L’odierna società tecnologica è forse migliore dell'antica società indigena della piccola scure di pietra?

 

"Noi abbiamo capito che cosa vuol dire amare il prossimo, perché Cristo ha dato la sua vita per noi. Anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli. Se uno ha di che vivere e vede un fratello bisognoso, ma non ha compassione e non lo aiuta, come fa a dire: "lo amo Dio?". Figli miei, vogliamoci bene sul serio, a fatti. Non solo a parole o con bei discorsi!" (Prima Lettera di Giovanni 3,16-18).

 

Top   L'INCONTRO CON IL GIAGUARO SUSUARANA

Un giorno stavo scendendo con la canoa dalle sorgenti del fiume Andirá. Con me c'erano due suore che lavoravano nell'area indigena, sr. Veronica e sr. Adele, e due indios che ci accompagnavano. Partimmo da Concezione, l'ultima comunità indigena dell'Andirá, alle sei del mattino per arrivare alla sera al villaggio Kukuí. Il viaggio di ritorno è sempre più veloce di quello dell'andata perché si va col favore della corrente, ma anche più difficoltoso a causa delle strettoie del fiume, che è pieno di tronchi e rami caduti, e delle difficoltà di controllare la canoa spinta dalla corrente. Stavo a poppa e guidavo il motore fuoribordo; al mio fianco l'indio Manduca, in mezzo alla canoa sedevano le due suore e a prua stava l'altro indio.

Verso le undici ci fermammo sulla riva del fiume per accendere il fuoco, bollire l'acqua e preparare il pranzo. Mi sentivo un po' stanco e, guardando nella foresta, vidi due alberi che sembravano cresciuti apposta per legarvi l'amaca. Presi il machete e mi feci strada verso quella posizione per me ideale. C'era del fogliame secco per terra e una bella ombra: legai l'amaca e mi sdraiai. Dalla mia posizione intravedevo il fumo del fuoco e sentivo le voci degli indios e delle suore che parlavano.

Stavo solo dormicchiando quando sentii un rumore di passi che calpestavano il fogliame e che avanzavano lentamente verso di me. Pensai fosse Manduca, il ragazzo indio che mi accompagnava, un allegro burlone che amava spaventarmi con qualche scherzo imitando gli animali della foresta. Certo che fosse lui, me ne stavo tranquillo nel mio dormiveglia, in attesa dello scherzo del ragazzo, ma nulla... nessuna sorpresa. Anzi, dopo qualche altro istante di attesa, sentii quel fruscio allontanarsi.

Rimasi ancora un po' nell'amaca, guardai l'orologio e, calcolando che fosse ormai ora di pranzo, mi alzai, riposi l'amaca e raggiunsi tranquillo le suore e i ragazzi. Appena arrivato, tutti e quattro mi guardarono stralunati e a una sola voce mi dissero:

- Padre, non ha visto nulla?

- Perché, - chiesi - che cosa è successo?

- Un giaguaro, - disse sr. Adele - un giaguaro che

camminava vicino a lei.

- Un giaguaro? Che storia è questa?

E Manduca aggiunse:

- Sì padre, noi qui abbiamo visto tutto. Un giaguaro marrone è passato vicino a lei e poi se ne è andato.

- Era un susuarana (felis concolor) - precisò l'altro indio.

A quel pensiero mi venne la pelle d'oca e mi ricordai che un'altra volta sul medesimo fiume Andirá, nella comunità di s. Giuseppe, avevano ucciso un giaguaro molto grosso e io stesso avevo preso parte alla cena preparata con le sue carni. Buon per me che il giaguaro che mi era girato intorno non sapesse che in passato avevo mangiato un suo parente.

"State attenti e ben svegli, perché il vostro nemico, il diavolo, si aggira come un leone affamato, cercando qualcuno da divorare. Ma voi resistete, forti nella fede!" (Prima Lettera di Pietro 5,8-9a).

 

Top   LA "PEPEUA" LADRA

È un rettile molto noto il primo serpente che ho conosciuto in Amazzonia. Ha il dorso molto scuro, quasi nero, l'addome giallo chiaro, il corpo grosso, coperto di larghe squame; la sua lunghezza va da un metro e mezzo a due metri e mezzo e quando si irrita la sua

gola si gonfia, si appiattisce e si allarga, ma non è un serpente velenoso. Il suo nome amazzonico è pepéua, quello scentifico è xenodon merremii.

Una pepéua molto lunga e grande nel cortiletto della parrocchia di Barreirinha aveva trovato la sua dimora ideale per depredare e mangiare le uova che le galline deponevano dentro e fuori il pollaio, tutto a scapito dei legittimi proprietari, p. Mario parroco, e il sottoscritto suo collaboratore; senza parlare del disappunto della signora Isabella che accudiva il pollaio ed era la cuoca della casa parrocchiale. Più di ogni altro la donna si era accorta della sparizione delle uova senza capirne il motivo. È chiaro che nessuno sospettava di un serpente. La donna teneva d'occhio i muratori e i falegnami che in quel periodo stavano lavorando nei pressi della casa parrocchiale. E anche i ragazzi un po' monelli, che spesso apparivano per giocare, non sfuggivano al suo controllo, sia nel cortile sia nei pressi del pollaio.

L'unica testimone silenziosa e involontariamente complice della razzia era una catasta di legname ammucchiata in mezzo al cortile: era lì che il serpente ladro trovava sicuro nascondiglio prima e dopo le "visite" al pollaio. La cosa andò avanti per molto tempo e la domanda era sempre la stessa: chi portava via le uova dal pollaio? E come ci riusciva da tanto tempo senza essere scoperto?

Alla fine madre natura diede una mano ai missionari. La pepéua così golosa e ladra si mise a mangiare così tante uova da perdere l'agilità e la velocità. Il serpente fu avvistato da un muratore che lavorava sopra ad una impalcatura, il quale diede immediatamente l'allarme ai colleghi, che subito iniziarono a dargli la caccia. Il malcapitato non riuscì ad infilarsi nella catasta di legna e venne afferrato per la coda e tirato fuori. Il suo corpo presentava cinque vistosi rigonfiamenti che corrispondevano a cinque uova quasi intere. Gli operai non ebbero pietà per il serpente, lo uccisero e gli sfilarono le cinque uova dalla pancia. Si può ben capire il perché di un' esecuzione così sommaria: era la punizione per il prolungato danno materiale e poi dovevano recuperare l'immagine della loro onestà che in qualche modo era stata messa in dubbio dalla signora Isabella... E fu così che la pepéua ladra pagò i suoi misfatti.

"Fa' cessare la malizia dei malvagi, dà sicurezza agli uomini giusti: tu che scopri i pensieri più nascosti, tu che sei un Dio giusto!" (Salmo 7, 7,10).

 

 

Top   IL PIRANHA E IL DITO DEL PADRE

Negli anni '80 era parroco di Barreirinha p. Vincenzo Pavan. Amava molto pescare, e ancor di più in una città dell'interno dell'Amazzonia dove la maggior parte degli uomini erano pescatori. Per questo non era difficile per p. Vincenzo uscire ogni tanto al mattino presto con qualcuno di loro per andare a pescare nei laghi che circondano la città. Ricordo alcuni nomi di questi uomini, o meglio il soprannome, perché là si riconoscevano con un appellativo, questi abituali compagni di pesca del padre: uno era Maluco (il pazzo), l'altro Birico, l'altro Lobisomen (uomo lupo), poi Barrigudo (pancione) ed anche Balaio (cestone) che ora è già morto.

Questi esperti pescatori mi dicevano che p. Vincenzo era un buon pescatore, che sapeva usare la canoa, attraversare i canali, e che conosceva i posti nei laghi in cui si poteva trovare abbondanza di pesce. E poi che rimaneva delle ore in canoa con la canna da pesca in mano ad attendere che il pesce abboccasse; che sapeva anche preparare il fuoco nella canoa e cucinare il pesce come chiunque altro di loro ed aveva tante altre abilità tipiche dei caboclos pescatori della pianura allagata della nostra regione del Basso Amazonas.

In quegli anni anch'io ero a Barreirinha con p. Vincenzo. Una volta, dopo la messa della sera, p. Vincenzo mi disse:

- Domattina presto uscirò con Birico e altri due a pescare.

Il pomeriggio seguente il padre ritornò con una buona quantità di pesce, ma aveva un dito della mano destra vistosamente fasciato con un grosso fazzoletto e sembrava gli facesse male; egli stesso mi raccontò l'accaduto. Mentre stava pescando con la canna, d'un tratto un piranha aveva abboccato ed egli si apprestava a fare ciò che fanno tutti in questi casi, dargli cioè una vigorosa bastonata sulla testa, ma gli era accaduto ciò che può capitare anche ai più esperti, gli era sfuggita la mano e il piranha gli aveva morso il dito staccando gli di netto un bel pezzetto della punta. P. Vincenzo aveva ucciso il piranha e con calma si era fasciato il dito ferito. Dopo di che aveva estratto dalla bocca del pesce il suo pezzetto di dito indice, lo aveva infilato nell'amo usandolo come esca e aveva tranquillamente continuato a pescare. Non aveva dovuto attendere molto, quando un altro piranha più grande, forse ingolosito da un'esca così saporita e inusuale, era abboccato all'amo. Il peggio questa volta non era capitato al padre ma al piranha, che insieme all'altro gli servirono come pranzo.

"Chi è falso ha una lingua velenosa, sia maledetto perché ha già rovinato molti che andavano d'accordo. Se una frusta ti colpisce, ti lascia il segno sulla pelle, ma se ti colpisce la lingua, ti spezza le ossa. La spada uccide tante persone, ma ne uccide più la lingua che la spada. Ma la lingua cattiva non ha presa sui credenti e la sua fiamma non riesce a raggiungerli" (Siracide 28,13.17-18.22).

 

Top   IL PURANTIN

Nell'area indigena dei saterè-maué, presso la comunità di Ponta Alegre, è conservata un'asta di legno chiamata Purantin; è lunga 140 centimetri, larga 12 a un'estremità e si restringe fino a 5 all' estremo opposto. Il Purantin è di legno molto duro e sui due lati sono intagliate forme geometriche; i vecchi indios dicono che queste incisioni narrano le cose buone e belle della tribù e avvenimenti tristi e dolorosi.

Il nome Purantin sembra sia formato dal nome pura (letteralmente in lingua indigena: pala per la torrefazione della farina di mani oca) e ting (dipinto). La vecchia india Maria Trindade, della località Vita Felice, vicino a Ponta Alegre, mi raccontò una bella storia sull'origine del Purantin: eccone la sintesi.

All'origine del mondo il diavolo, o il male, chiamato Cervo Rosso, perseguitava un dio, il bene, chiamato Anhumarehit e usava il Purantin come arma per ucciderlo. Cervo Rosso cercava in tutti i modi di sopprimere Anhumarehit, ma non ci riusciva. Alla fine, il dio del bene riuscì a sottrarre il Purantin al diavolo e così vinse la lotta. Durante gli scontri tra il dio e Cervo Rosso gli indios impauriti si erano nascosti un po' ovunque e dopo la vittoria di Anhumarehit si riunirono di nuovo. Allora il dio li divise in gruppi diversi e diede loro nomi diversi a seconda dei luoghi e delle caratteristiche dei loro precedenti nascondigli. Per questo la tribù dei saterè-maué è composta da vari gruppi chiamati ad esempio: cutias (roditori), inambu (pernice), guarana (frutto), gaviao (falco), cobra (serpente) e così via; in seguito il dio Anhumarehit consegnò il Purantin ai saterê-maué che lo conservarono fino ai nostri giorni.

Oltre alla vecchia Maria, altri anziani, ora morti, mi avevano raccontato del Purantin. Ecco quanto mi diceva il vecchio Deuclide:

- Nel Purantin ci sono le domande e le risposte che riguardano la vita, quando il tempo è bello e quando non lo è, e tutte le risposte agli interrogativi sul bene e sul male nella vita della tribù.

Nel Purantin c'è descritto come è stato formato il mondo, il guarami, la manioca, come pure il primo libro dei nostri antenati.

Il vecchio tuxauá Emilio, oggi morto, diceva: - Il Purantin è la nostra legge.

Anche il tuxauá Manoelzinho del Marau, anch'egli defunto, mi diceva:

- Tutto quello che è scritto nel Purantin è la nostra Bibbia; qui c'è scritto da dove veniamo e dove siamo diretti e anche l'origine della morte. Tutti abbiamo avuto origine dallo stesso luogo che voi chiamate Eden, anche voi che siete bianchi, tutti.

Nell'area indigena saterè-maué vi sono tre copie del Purantin. Quello più antico è conservato in un luogo segreto, con molta cura e rispetto, e anticamente era usato dai capi villaggio. Era il capo supremo che nelle grandi riunioni lo impugnava come un oggetto sacro, segno di autorità e di forza della tribù. Una volta era letto e interpretato dagli anziani; oggi questo non avviene più perché, dicono gli indios, nessuno è più in grado di leggere e interpretare il Purantin.

"Quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati... Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge... Essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori..." (Romani 2,12ss).

 

Top   UN VECCHIO PESCATORE

Molti anni fa, durante i primi viaggi sul fiume Urupadí del Comune di Maués, ho conosciuto un uomo che si chiamava Nelson. Era un caboclo originario del Massauari e si era trasferito con la moglie e la famiglia sul fiume Urupadí, vicino al Rio Marau, nell'area indigena dei saterè-maué. In seguito altre famiglie si erano aggiunte alla sua e si era formata una piccola comunità che col tempo eresse una chiesetta dedicata a San Sebastiano.

Nelson era un ottimo pescatore e amava molto conversare e raccontare storie della foresta, del fiume e degli animali. Era veramente abile a pescare il famoso pesce-bue (manatus inunguis), un grosso mammifero delle acque amazzoniche, che può raggiungere i tre metri di lunghezza e il peso di 1000 kg, dalla testa simile a quella di un manzo e la forma di una enorme foca. Era un grande conoscitore del fiume Urupadí, degli altri fiumiciattoli e delle parti allagate della foresta.

Al mattino prestissimo, senza farsi notare da nessuno, usciva con la canoa per andare a pescare. Allora il fiume Urupadí formava un grande igapó (foresta allagata) davanti alla casa di Nelson, tuttavia col tempo la vegetazione era morta ed era rimasto solo il lago. Il vecchio Nelson tornava sempre dalla pesca con del buon pesce.

Sul far della sera il pescatore amava sedere davanti alla casa a conversare e a me piaceva ascoltarlo. Ero alle mie prime esperienze di vita amazzonica e gli chiedevo sempre del Curupira, un folletto della foresta, del delfino e di altri spiriti. Il vecchio sapeva tutto perché grande era la sua familiarità con quegli esseri: il delfino di notte assumeva forma umana sulla spiaggia; il Curupira vagava per la foresta ed egli ne aveva udito la risata e pure il Lobisomen (l'uomo lupo) non gli era sconosciuto.

Nelson conosceva bene la vita della tartaruga d'acqua, del pesce pirarucu (sudis gigas), del tambaquí (myletes bidens), del tucunaré (cichlas ocellaris), ma più di ogni altro conosceva il pesce-bue. Un giorno gli chiesi come mai aveva imparato così bene a catturare il pesce-bue, che ha bisogno di emergere dall'acqua per respirare ma è molto veloce a sfuggire al pescatore... Il vecchio caboclo rispose:

- Sa- padre, fin da ragazzo ho sempre pescato e osservato con molta attenzione quello che accadeva intorno a me. Ancora giovane, ebbi l'occasione di recarmi a Manaus, la capitale dell'Amazzonia, e ebbi l'opportunità di vedere una mostra fotografica sulle specie animali e sui pesci dell' Amazzonia. Vi erano esposti molti disegni e fotografie che illustravano la vita e i comportamenti del pesce-bue: dove vive, quanto tempo sta sott'acqua... Osservai tutto con molta attenzione e me lo impressi bene nella mente. Così quando tornai a casa, nella foresta, mi sforzai di utilizzare, oltre alle conoscenze pratiche che già possedevo, quelle scientifiche che avevo imparato alla mostra sugli animali dell'Amazzonia.

 

"Dio disse: Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo là loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra. E fu sera e fu mattina: quinto giorno" (Genesi 1,20-23).

 

Top   UN UBRIACO IN CHIESA

Le chiese di città e le cappelle dell'interno sono luoghi dove ogni persona può liberamente entrare a pregare e partecipare alle liturgie. In chiesa siamo tutti uguali davanti a Dio; la chiesa è forse uno dei pochi luoghi dove nessuno è discriminato, ricco o povero che sia, colto o analfabeta, vecchio o giovane. In chiesa siamo tutti figli di Dio e sediamo sugli stessi banchi. C'è tuttavia un tipo di persona che è fastidioso anche in chiesa ed è un vero grattacapo per ogni sacerdote o parroco.

È l'ubriaco. Proprio così, quando certi ubriachi entrano in chiesa, la pazienza del sacerdote viene messa a dura prova. C'è l'ubriaco che parla ad alta voce, risponde, commenta i canti o la predica; c'è l'ubriaco docile che si lascia accompagnare fuori, ma c'è anche quello rompiscatole che nessuno riesce a far stare tranquillo.

Una volta a p. Mario Pasqualotto, che era parroco della Cattedrale di Parintins, capitò questo fatto. Una domenica poco prima della Messa, entrò in Cattedrale un ubriaco che voleva fare il chierichetto. Il padre fece di tutto per farlo desistere dal suo intento, ma senza successo. Quel benedetto uomo se ne stava davanti all'altare e reclamava ad alta voce il suo diritto di servire Messa perché anche da piccolo lo aveva fatto e che nessuno lo avrebbe smosso di là. P. Mario, perplesso, non sapeva cosa fare, l'ora della Messa era vicina e oltre tutto doveva essere trasmessa in diretta dalla Radio Alvorada, l'emittente della diocesi. Il padre si ritirò in sacrestia per indossare i paramenti liturgici e ancora preoccupato pregò il sacrestano di fare il possibile per allontanare l'ubriaco dall'altare.

Il sacrestano era un brav'uomo molto esperto, che proveniva dall'interno.

- Non si preoccupi, padre, lasci fare a me.

Ebbe inizio il canto d'ingresso della Messa e p. Mario vide il sacrestano avvicinarsi all'ubriaco e parlargli a bassa voce nell' orecchio. L'ubriaco sorrise e tutto tranquillo seguì il sacrestano fuori dalla chiesa.

Al termine della messa, p. Mario, incuriosito, chiese al sacrestano che cosa avesse mai detto di così magico all'ubriaco per farlo allontanare dall'altare.

- Niente padre, - rispose divertito il sacrestano - gli ho detto: vieni con me che ti offro da bere?

"Non ubriacatevi di vino, perché ciò vi porta alla rovina. Siate invece pieni di Spirito Santo" (Lettera agli Efesini 5,18).

"Dovete sapere che voi stessi siete il tempio dello Spirito Santo. Dio ve lo ha dato ed egli è in voi. Voi quindi non appartenete più a voi stessi. Perché Dio vi ha fatti suoi, riscattandovi a caro prezzo. Rendete quindi gloria a Dio col vostro stesso corpo" (Prima lettera ai Corinzi 6,19-20).

 

Top   LA DANZA DEL MAEN MAEN

Gli indios satere-maué della regione tupinambarana del Rio Andirá e Marau hanno una danza rituale e tradizionale chiamata Maen Maen. Il Maen Maen è una particolare danza che coinvolge tutta la gente. C'è uno che suona un piccolo tamburello e che invita al canto tutti gli altri. Il canto è una particolare melodia in antica lingua nazionale indigena detta nhengatú, che alcuni adulti dell'area indigena e qualche vecchio meticcio del Brasile, specie nella regione nord, conoscono ancora.

Il suonatore batte rapido il tamburello. Gradualmente dietro di lui si forma una fila che lo accompagna a passo di danza. I vecchi raccontano che il Maen Maen proviene dall'antichità ed è stato Gesù Cristo stesso, prima di salire al cielo, a consegnarlo a s. Pietro.

La danza si svolge per imitare le caratteristiche degli animali e della natura creata da Dio. Danzare il Maen Maen comporta abilità e una certa conoscenza dei movimenti che tutti i partecipanti devono compiere a seconda di cosa devono rappresentare. Per esempio, si rappresenta la creazione dei pesciolini o dell'inambú (la pernice) che sfama i suoi piccoli, o il falco reale che rapina le sue prede, o il grande serpente (serpente primordiale), o le rondini, il vento, le stelle e molti altri elementi della natura e della creazione. Per rappresentare il vento, ad esempio, chi danza in doppia fila si serve di rami o nastri che vengono agitati in senso circolare per imitare il soffio del vento. La rappresentazione del falco reale è più complessa: alcuni, tenendo tra le mani dei ramoscelli come se fossero le ali di un falco, si nascondono tra gli spettatori e quando passa la fila dei danzatori tentano di afferrare i componenti che poi si staccano per condurli in coda alla fila. Un'altra rappresentazione è quella del jurití (leptotila rufaxila), una specie di airone tipico dell'Amazzonia; la gente imita i piccoli del jurití che cercano cibo dalla madre agitando le ali e aprendo la bocca; la madre (il capovillaggio) dà ad ogni partecipante un cucchiaio di cibo da una ciotola.

La danza del Maen Maen è una specie di sintesi fra la tradizione indigena e la religione cristiana. All' epoca della prima evangelizzazione, i padri gesuiti prima, e poi gli altri ordini religiosi presenti in Brasile, incentivarono le danze rituali e le coreografie come espressione religiosa. Nacque così in questa nostra regione la danza del Maen Maen come rappresentazione sacra della creazione del mondo nella lingua e nella cultura indigena.

"Dio nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori" (Atti 14, 16-17).

 

 

Top   LA CAMPANA E I SATERE-MAUÉ

La campana è un oggetto molto comune nelle chiese e nelle cappelle degli indios satere-maué della regione tupinambarana, ed essi le attribuiscono un significato ben preciso. La campana oggi è chiamata dagli indios tamaracá, ma sembra che l'antico nome fosse ipuehag di Anumawato, cioè voce di Tupana (Dio).

In sintesi, per la tradizione indigena, la campana è la voce di Dio che invita il popolo alla preghiera. La spiegazione sta nel racconto mitologico delle sue origini.

Si narra che la campana nacque da un dio la cui sorella era chiamata madre terra. Questo fratello della terra, molto malato, chiese di essere appeso alla porta della Prima casa per dare origine alla campana. Dal corpo di questo dio, dopo la morte, cominciarono a uscire gocce d'acqua che cadevano nel Recipiente primordiale emettendo un suono uguale: tem, tem, tem; questo suono divenne la chiamata del dio alle persone che stavano per morire. Per questo la campana, oltre che la voce di Dio, è la memoria del nostro ritorno alla terra, mediante la sepoltura, e, tramite la terra, del nostro ritorno a Dio. Fin qui la leggenda degli indios.

Le campane usate nelle cappelle delle comunità indigene appartengono alla tradizione cristiana e per gli indios la campana di bronzo, appesa tra il cielo e la terra, è uno strumento che ricorda ogni giorno la presenza di Dio in mezzo a noi, attraverso la sua voce e il suo messaggio.

Dio ci chiama e ci invita a entrare in sin toni a con lui. Per ogni cristiano le campane della chiesa sono i primi mezzi di comunicazione: suonano a festa per il battesimo, la prima comunione e il matrimonio, ma i suoi rintocchi si fanno tristi nel giorno della morte e del commiato per la sepoltura. Le campane accompagnano e segnano da secoli il tempo e la vita di fede di ogni individuo, di ogni comunità e di tutta la Chiesa.

"lo sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" (Lettera ai Romani 8,38-39).

 

Top   UN AEROPLANO NEL CAMPO DELLA MANIOCA

Negli anni Settanta nella prelazia di Parintins c'era un piccolo aereo monomotore Cesna 170, pilotato da fratel Agostino. Per semplificare le visite alle comunità indigene dei saterê-maué, una volta chiesi a fratel Agostino di portarmici in aereo. Avvertii la gente di Vila Nova, dove c'era una pista utilizzata dalla missione battista e dalla Funai (Ente statale di protezione degli indios) del giorno del nostro arrivo. Il viaggio in battello avrebbe richiesto tre giorni di tempo solo per arrivare alle sorgenti del fiume; in aereo poco più di un' ora direttamente da Parintins.

Fratel Agostino era un pilota esperto ma non aveva molta pratica nel localizzare le comunità indigene delle sorgenti dell'Andirá. Gli dissi che, anche viaggiando in aereo, potevo facilmente riconoscere dall'alto i villaggi degli indios e i fiumi grazie all' esperienza che avevo acquisito viaggiando col battello e con la canoa.

Così ci alzammo in volo da Parintins in una bella mattina. Il nostro piccolo velivolo subito prese la direzione sud. Volammo sopra il fiume Parana do Ramos, Uaicurapa e quindi l'Andirá. Lasciando alla nostra destra Ponta Alegre, seguendo le curve del fiume, si potevano vedere i vari villaggi di Molongotuba, Simao, Sao Luis, Torrado e Kukui. Il fiume ormai si restringeva, il tempo era buono, solo alcune nuvole davanti a noi in direzione di Vila Nova. A. un certo punto ci apparve una specie di pista di atterraggio nella foresta, le nuvole erano scomparse, così incominciammo a scendere e a sorvolare il villaggio per osservare meglio le condizioni della pista. Potemmo scorgere il terreno bagnato di pioggia: una lunga striscia attraverso la pista e ai lati l'erba abbastanza bassa. Il campo tuttavia sembrava in discrete condizioni per l'atterraggio: !'ideale sarebbe stato che fosse stato asciutto, ma d'altra parte non potevamo certo aspettare che si asciugasse. Già vedevamo gli indios accorrere ai bordi della pista.

Fratel Agostino si preparò per l'atterraggio: l'aeroplanino entrò in una specie di corridoio tra gli alberi della foresta. Dovevamo atterrare rapidamente perché la pista iniziava in un'area disboscata e finiva sul margine di un avvallamento. L'atterraggio fu abbastanza regolare: anche se con qualche saltello l'aereo toccò terra e corse sulla pista. Ma il terreno bagnato e accidentato rendeva difficile il controllo del velivolo, che sbandava da una

parte all'altra. Fratel Agostino molto abilmente controllava l'aereo governandolo a colpi di freno e tutto andava discretamente quando, per l'effetto di una frenata, la ruota di sinistra affondò nel terreno bagnato e l'aereo si girò d'improvviso entrando in un campo di mani oca dalle pianticelle piuttosto alte. La svolta fu così repentina da non rendercene conto: eravamo spaventati al pensiero di sbattere contro qualche tronco. Fortuna volle che il terreno fosse abbastanza pulito e così l'aereo percorse un tratto di campo coltivato a manioca... La cosa buffa era che l'elica del motore, anche a velocità ridotta, trebbiava le pianticelle di mani oca aprendo un varco nella piantagione e schizzando una nuvola di frammenti verdi sul parabrezza e ai lati del velivolo. Gli indios ci correvano appresso divertiti nel vedere l'aereo tranciare la loro manioca.

A fine corsa il sollievo fu grande: nessun danno, né a noi né all'aereo; soltanto un gran spavento, di quelli che ti sembra ti sia arrivato il cuore in gola.

"Non abbiate paura delle sofferenze che vi aspettano... Siate fedeli anche a costo di morire, e io vi darò la corona della vittoria: la vita eterna" (Apocalisse 2, 10).