ENRICO UGGÈ

RADIO ALVORADA

Il Vangelo tra gli indios Sataré-Maué

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

La vecchia Veronica... e un feticcio in canoa La piccola scure di pietra La leggenda del pitone Il serpente boa dalle molte vite
"Padre, sono quarant'anni che l'aspetto" L’incontro con il giaguaro susuarana Tempesta nell'Andirà Anhag (il demonio)
La casa senza... Jacaré La "pepeua" ladra Colui che mantiene le promesse Il cerbiatto al posto del rospo
Il guaranà degli indios satere-maué Il piranha e il dito del padre L’orologio di Ponta Alegre Due religiose tra gli indios
Come gli indios educano i figli Il Purantin L’ingozzamento di "donna mulatta" Il guanto e il diadema della Tucandeira
La prima evangelizzazione in... latino Un vecchio pescatore Il cane "Fin Quando" Un animaletto chiamato potò
Meraviglie di un viaggio in canoa Un ubriaco in chiesa Un angelo cantore Ila e Mauro
La tucandeira dei satere-maué La danza del Maen Maen La realtà terrena e celeste Un ombrellino colorato per Lenita
Grazie piaì La campana e i satere-maué Svegliati Agostino! Il giorno dei defunti e l'aeroplano
Una collana per il papa Un aeroplano nel campo della manioca La casa del Sole e della Luna Mammina del cielo
Nessuno è felice da solo

Top  LA LEGGENDA DEL PITONE

L'artigianato è molto diffuso tra gli indios, che sono abilissimi nel fare collane, braccialetti e anelli con i prodotti della foresta. Molto bella anche l'arte di intreccio di cestelli, setacci, stuoie, cappelli... Sappiamo che gli antichi indios Maués erano grandi maestri anche nell'arte plumaria: gli ornamenti e le coreografie folcloristiche di alcune feste attuali dei meticci dell'Amazzonia hanno radici molto antiche. Ma perché gli indios hanno sviluppato queste tradizioni? L'india Maria Lopes Trindade dell' Andini mi racconta la leggenda del Grande Pitone.

"C'era un semidio che passeggiava per la foresta in cerca di cibo. In quel tempo non c'erano sentieri e si smarrì; così, scesa la notte, rimase nella foresta e si cercò un rifugio in un tronco, ma nel tronco c'era già il Grande Pitone. Il serpente tentò di tutto per divora re il semidio, ma quello riusciva a sfuggire, anzi gli te

se una trappola per farla finita con i misfatti del Grande Pitone. Coinvolse i pappagalli arara che avevano il nido sopra un grande albero; sotto il loro nido c'era

un'altra pianta, una specie di palma (il primo inajazeira). Il semi dio avvisò gli arara che il Grande Pitone li avrebbe raggiunti per mangiarseli di notte. Per questo dovevano nascondersi bene e fingere di non sapere del suo arrivo; ma nel momento in cui sarebbe apparso, avrebbero dovuto mettersi a gridare a tutta voce "han,

han" per spaventarlo. E così avvenne. Quando gli arara si misero a gridare, il pitone, che stava in cima all'albero, si spaventò così tanto da perdere l'equilibrio e

cadde in giù sui rami affilatissimi della palma. Fu così che il Grande Pitone si tagliò a pezzi. Dai pezzi del serpente ebbero origine vari esseri viventi, animali e vegetali, come la pernice, la lumaca, la canna... Tutti questi pezzi furono benedetti da Dio che li trasformò in cose buone e utili. Per questo - conclude l'india Maria - anche ai nostri giorni si fabbricano tipiti (strizzatoio), cestelli e altro con le fibre vegetali di una canna chiamata aruma (ischnosiphon aruma), per ricordare l'origine degli esseri viventi secondo le forme e i colori dell'antico Grande Pitone che era molto bello".

"Fin da quando Dio ha creato il mondo. gli uomini con la loro intelligenza possono vedere nelle cose che egli ha fatto le sue qualità invisibili ossia la sua eterna potenza e la sua natura divina" (Lettera ai Romani 1.26).

 

Top   TEMPESTA NELL’ANDIRÁ

Il 23 settembre 1973 alle ore 15 mi trovavo sul battello a motore "san Giuseppe". Con me c'era fratel Agostino Sacchi, missionario laico. Avevamo fatto un lungo viaggio di parecchi giorni per visitare le comunità indigene del Rio Andirá, e stavamo tornando.

Chi conosce questo fiume sa che forma un vasto lago di circa 30 km di lunghezza e mediamente 5-6 km di larghezza. Tutti quelli che lo percorrono, nell'area indigena, conoscono il pericolo e lo spavento che vento e temporali incutono ai naviganti sul lago chiamato Grande Andirá.

Quel pomeriggio il lago era calmo e il nostro battello, con il tipico rumore del suo motore, si avvicinava all'imboccatura del grande lago; mancava poco più di un' ora di viaggio alla meta, occorreva solo attraversare il lago dell'Andirá. Non era la prima volta che lo attraversavo e guardavo verso oriente se c'era qualche segnale di vento o temporale: tutto tranquillo e calmo. In direzione di Barriera di Andirá e di Freguesia, due villaggi da cui solitamente arrivavano i temporali, il cielo era limpidissimo.

Fratel Agostino era alla sua prima esperienza di viaggio sull' Andirá, così rimasi al timone chiedendo gli di dare un'occhiata al motore. Dopo circa 20 minuti di traversata, improvvisamente incominciarono delle forti raffiche di vento a destra del battello. Vidi infatti, osservando bene, un'oscura striscia di nubi nere: non detti molta importanza alla cosa, perché solitamente da quella parte non veniva il pericolo. Ma non fu così: in pochi minuti le onde cominciarono ad alzarsi e a sbattere contro il battello che - povero "S. Giuseppe" - ormai era scosso da tutti i lati. Chiudemmo le finestre e le porte di accesso quando già la pioggia cadeva a dirotto accompagnata da un forte vento. Agostino mi guardò preoccupato. lo stesso non ero molto tranquillo, comunque ebbi il coraggio di rassicurarlo che altre volte avevo viaggiato in quelle condizioni. Giunse quindi il temporale, che in Amazzonia chiamiamo d'estate; temporali rapidi ma violentissimi e pericolosi. Non potrò mai dimenticare ciò che accadde in quei pochi minuti: il battello fu avvolto da una fitta e strana oscurità con pioggia e vento persistenti, le onde alte, una dopo l'altra, la visibilità quasi nulla. Pensai che il pericolo era molto serio perché le onde irregolari potevano improvvisamente capovolgerlo. Cominciò a entrare acqua dalla prua, dalle fiancate e anche dalle fessure delle finestre. Erano le cinque pomeridiane quando guardai l'orologio; cominciai a pensare al peggio e avevo molta paura, tuttavia la mente rimaneva lucida e cercava una soluzione.

Compresi che eravamo proprio nell' occhio della tempesta. Guardando meglio intuii la direzione del vento attraverso l'inclinazione della pioggia che cadeva fitta. Sapevo che il battello in quelle condizioni non avrebbe resistito a lungo ed era in completa balia del temporale. Presi la decisione di guidare il battello controvento verso la parte più oscura, per attraversare la tempesta; non avevo la certezza di riuscirci e rimaneva il pericolo del possibile naufragio e della morte.

Non avevo mai visto, in vita mia, la morte così vicina. In pochi attimi, come in un film, mi passarono per la mente tutti gli istanti della mia vita, da quando ero piccolo fino a quel momento. Non avrei mai immaginato che una persona davanti alla morte potesse provare simili emozioni. Ho ancora oggi presente la nitida immagine che mi apparve nella mente, un ricordo del passato molto remoto: ero piccolo, malato, con una febbre altissima, credo di essere stato in pericolo di vita, il volto pieno di lacrime di mia madre. E poi un flash sul presente: la sofferenza che avrei dato a mia madre quando avrebbe saputo della mia morte.

Dopo queste rapide visioni, mi venne spontaneo un dialogo con Dio, una preghiera, una forte supplica alla Madonna perché aiutasse due giovani missionari da poco arrivati in Amazzonia. Giunsi al punto di fare un voto alla Madre di Dio nell' eventualità che fossi sopravvissuto e nello stesso tempo mi sentivo calmo e tranquillo, pronto ad accettare ogni evenienza dalle mani di Dio.

Dopo questi pensieri si squarciò davanti a me, come per miracolo, l'oscurità delle nubi; il battello aveva superato l'occhio scuro, il centro del temporale. Onde e vento continuavano, ma la pioggia era cessata. Il mio orologio segnava le cinque e dieci minuti del pomeriggio. I dieci minuti più lunghi e indimenticabili della mia vita erano terminati.

"Essendo poi salito su una barca. i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora. accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: "Salvaci, Signore, siamo perduti!". Ed egli disse loro: "Perché avete paura, uomini di poca fede?"

Quindi levatosi. sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia" (Matteo 8,23-26).

 

Top   COLUI CHE MANTIENE LE PROMESSE

Maués, Amazzonia, maggio 1978, festa del Patrono della città: il Divino Spirito Santo. Molta gente nel pomeriggio attorno alla chiesa madre in attesa dell'inizio della processione. Tutto pronto, compresa la portantina con l'immagine del Divino Spirito Santo.

Il parroco, p. Giovanni Andena, tarda con un devoto che gli sta spiegando di aver fatto un voto:

- Padre, io ho fatto una promessa allo Spirito Santo: di partecipare alla processione standoci in testa.

- Non c'è problema, - risponde il padre - puoi andare davanti dove ci sono i chierichetti con la croce.

Devoto:

- Sì padre, ma la mia promessa consiste esattamente nel precedere la processione facendo tutto il percorso in ginocchio.

A questa uscita p. Giovanni rimane piuttosto sorpreso e pensa tra sé e sé: "Cosa? La processione ha inizio alle cinque pomeridiane, con un uomo che la percorre in questo modo, chissà quando finisce, non è possibile, ritarda tutto il programma, la Messa e tutte le altre iniziative". Ma il devoto continuava a insistere:

- Padre, io ho fatto un voto, non posso tirarmi indietro.

- È vero, figlio mio, - disse il sacerdote - ma io mi sono impegnato con il Divino Spirito Santo e con la gente di portare a termine la processione, di celebrare la Messa, di dare compimento a tutta l'organizzazione che il comitato della festa ha stabilito.

Il devoto e il parroco si guardano a vicenda. E adesso come risolvere il caso? Alla fine, p. Giovanni, dopo aver chiesto con tutto il cuore luce allo Spirito Santo, ha un'ispirazione e così dice al buon uomo:

- Sì, tu devi adempiere al tuo voto, devi andare in ginocchio per tutto il tragitto della processione, ma in questo momento lo Spirito del Signore mi dice che devi essere ancora più umile: devi rimanere dietro !'immagine, nell'ultima fila. E in ginocchio puoi andare per tutto il percorso della processione.

Il pover'uomo seguì il consiglio del padre e percorse tutto il tragitto in ginocchio, adempiendo felice al suo voto.

"Dio ha dato prova della sua potenza, ha distrutto i superbi e i loro progetti. Ha rovesciato dal trono i potenti, ha rialzato da terra gli oppressi" (Luca 1,5152).

 

Top   L'OROLOGIO DI PONTA ALEGRE

Nel mese di ottobre del 1984 andai in barca a motore fino alla comunità indigena di Ponta Alegre del Rio Andirá, per consegnare una campana di oltre 80 chili e un orologio meccanico per il piccolo campanile della chiesa di s. Giovanni Battista della stessa comunità. Il capo del villaggio e la gente riunita sulla riva del fiume attendevano il mio arrivo. In quel momento, dopo anni di attesa, si stava realizzando il desiderio della gente di avere una grossa campana e l'orologio che battesse le ore del giorno e della notte.

Con l'aiuto del muratore Claudico di Barreirinha, del falegname Abel e del maestro Alvaro di Ponta Alegre, era stato costruito un piccolo campanile in muratura di undici metri di altezza e due di larghezza, addossato al muro della cappella. Nel campanile era già pronto l'alloggiamento sia della campana che dell'orologio. L'orologio, che doveva essere collocato a metà torre campanaria, aveva due funi di acciaio coi relativi pesi di cemento per il caricamento. All'interno furono collocati due grossi percussori per le campane collegati al meccanismo dell' orologio: dovevano battere sulle campane i rintocchi delle ore e delle mezze ore.

Con molta attenzione e con l'aiuto di un piccolo argano, riuscimmo a sollevare la campana maggiore fino al suo posto. Nel campanile, su una robusta base di travi, trovò collocazione anche il pesante meccanismo di ferro e di ghisa dell'orologio e, all'esterno, il quadrante bianco in plexiglass delle ore con le lancette. Tutto il lavoro di montaggio, di sistemazione, di regolazione dell'orologio durò due giorni. Finalmente tutto era pronto: con alcuni giri dell'apposita manovella l'orologio fu caricato, i due pesi furono sospesi e il grande pendolo era pronto per iniziare il suo instancabile tic-tac. Tutta la gente del villaggio, con in testa il tuxaua Antonio, venne ad assistere all'avvio dell'orologio. Non mancò la funzione religiosa di benedizione delle campane, dell'orologio, accompagnata da canti e preghiere, e qualche mortaretto festoso per lo straordinario e storico evento. Subito dopo fu data la prima spinta al pendolo e così l'orologio cominciò a funzionare con ritmo così forte e vibrante da far risuonare tutto il piccolo campanile.

Piccoli e grandi stavano con il naso all'insù in attesa del battere dei rintocchi. Era certamente una grande novità che doveva essere ammirata. Gli unici a non gradire i rintocchi regolari dell' orologio furono i cani del villaggio. In quella prima notte di vita dell'orologio, ogni volta che suonavano i rintocchi delle ore, i cani abbaiavano in continuazione.

Sono ormai passati molti anni da quel giorno e l'orologio continua preciso e fedele a fare il suo dovere, aiutando la gente, specie quando piove e di notte, a regolare le proprie attività. Un giorno un indio mi disse:

- Padre, ora che l'orologio scandisce il tempo e le ore, !'indio che fa il pigro lo è perché lo vuole.

"Non stanchiamoci di fare il bene perché, a suo tempo, avremo un buon raccolto. Così dunque, finché ne abbiamo l'occasione, facciamo del bene a tutti, ma soprattutto ai nostri fratelli nella fede" (Lettera i Galati 6,9-10).

 

Top   L'INGOZZAMENTO DI "DONNA MULATTA"

A Livramento, una comunità indigena alle sorgenti del fiume Andirá, c'è una piccola cappella di fango coperta di paglia, dedicata alla Madonna di Livramento (Liberazione) .

Nel settembre del 1988 ero in viaggio nelle comunità indigene e ricordo di essere giunto in un pomeriggio a Livramento. Un viaggio molto faticoso, molte ore di canoa su fiumi stretti, ostacolati da rami e tronchi caduti, ma quando arrivai al villaggio tutto passò e fui accolto gioiosamente dagli indios.

Dopo il saluto nella chiesetta e la benedizione, feci un giro per le case per un breve saluto a tutti, invitando alla preghiera della sera, alle confessioni e alla messa del giorno dopo. Feci un bel bagno ristoratore nelle fresche acque dell' Andirá e poi mi diressi alla casa del tuxaua dove rimasi a conversare con lui e con alcuni uomini. Improvvisamente venne qualcuno a chiamarmi:

- Padre, padre, la "donna mulatta" sta male in casa di Jurimar.

Mi alzai prontamente per andare a vedere: c'era un'india, già avanti negli anni, seduta su uno sgabello davanti alla casa, circondata da un gruppo di gente:

- Padre, si è ingozzata con un pezzo di carne di guariba (scimmia) arrostita.

La poveretta era proprio in una situazione disperata, stentava a respirare, si teneva la gola con le mani e soffriva molto. Accanto a lei c'era già lo sciamano Alipio che la teneva per la testa dicendo preghiere. La cosa appariva molto seria: la donna non riusciva ad inghiottire nulla, neppure l'acqua. Se la gola si fosse ulteriormente infiammata avrebbe rischiato di soffocare. Anch'io cercavo di aiutare la donna indicandole dei movimenti per facilitare la respirazione, dandole anche qualche lieve colpo sulla schiena nel tentativo di farle ingoiare o espellere quel benedetto pezzo di guariba.

I minuti passavano ma sembravano un' eternità e la povera mulatta gemeva da far pena rannicchiandosi sullo sgabello. Anche la mia preoccupazione aumentava. Fu una fortuna per quella donna che mi avesse accompagnato in quel viaggio un'infermiera molto pratica di ospedale, Lenilda di Barreirinha, che le venne in '

aiuto con un cucchiaio di olio da cucina. La povera donna riuscì a poco a poco a ingerire l'olio e la situazione cominciò a migliorare. Alla fine tirò un grande sospiro di sollievo: il pezzo di carne era finalmente sceso nello stomaco. Le faceva ancora un poco male la gola ma il pericolo era scongiurato.

Alla sera durante la preghiera nella cappella, "donna mulatta" era là in prima fila. Aveva gli occhi e il cuore pieni di gratitudine, rivolti verso l'immagine della Patrona: la donna era convinta che la Madonna della Liberazione mediante il padre, lo sciamano e l'infermiera, l'avesse salvata.

"Uno di loro vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò:

'Quei dieci lebbrosi sono stati guariti tutti! Dove sono gli altri nove?'" (Luca 17, 15-17).

 

Top   IL CANE "FIN QUANDO"

Nelle mie visite nell'area indigena del fiume Andirá nella comunità di Simao, quando mi fermavo alcuni giorni tra quella gente, ero ospitato dalla famiglia di Bernardino, il catechista. A casa sua trovavo sua moglie Evarista, il figlio Davide e la nonna materna Geminiana; quest'ultima aveva un particolare interesse per l'orto e il pollaio. Aveva questa abitudine: ogni volta che nell'area indigena passavano i missionari, padri o suore, Geminiana interrava una piantina di arancio con il nome del padre o della suora appena arrivati. E così c'è un aranceto con piante di vari nomi: p. Mario, p. Vittorio, p. Leone, p. Amadio e così pure sr. Stefania, Sr. Adele, sr. Veronica, sr. Rita e in più p. Vincenzo e perfino Mons. Cerqua.

Il piccolo Davide aveva una formidabile memoria a ricordare i canti e le musiche di chiesa. Quella volta accadde un fatto curioso. Mi trovavo già da qualche giorno a Simao e frequentavo regolarmente la casa di Bernardino. Nei villaggi indigeni del fiume Andini tutti parlano la lingua saterê. Durante il pranzo, Evarista, Bernardino, Davide e la nonna Geminiana parlavano tra di loro e con gli ospiti sempre in lingua saterê-maué. Mi accorsi in quei giorni che la loro conversazione era frequentemente intercalata dalla parola "por enquanto" ("fin quando"). Non era mai accaduta una cosa simile; era molto strano sentire nel bel mezzo della lingua indigena, tanto diversa dal portoghese, quella benedetta parola, "por enquanto". Mi chiedevo perché gli piacesse tanto quella parola fin quando, e non riuscivo a darmi una spiegazione logica. Anche quando cacciavano il cane da sotto la tavola, si sentiva quella benedetta parola.

Alla fine chiesi a Bernardino perché pronunciavano quella parola portoghese mentre parlavano nella loro lingua. Ed egli sorridendo mi rispose:

- Padre, "fin quando" è il nome che Davide ha dato al suo cagnolino, perché tutte le volte che gli regalano un cucciolo poco tempo dopo muore; sono già quattro i cagnolini morti. Per questo il bambino ha pensato bene di chiamare quest'ultimo "fin quando"... non morirà!

"Voi dite: Oggi o domani andremo in quella città e ci fermeremo un anno; faremo affari e guadagneremo molti soldi. Ascoltate: in realtà voi non sapete cosa accadrà domani, e come sarà la vostra vita. Non siete altro che fumo; un fumo che per un po' si vede e poi scompare" (Lettera di Giacomo 4,13-14).

 

Top   UN ANGELO CANTORE

All'interno della foresta amazzonica c'è un paesino chiamato Cametá, una comunità di caboclos, i meticci dell'Amazzonia brasiliana, lungo il fiume Parana del Ramos della diocesi di Parintins. Avevo progettato la visita a Cametá e fissato la data in precedenza avvisando la gente, i catechisti e i capi della comunità per celebrare le prime comunioni dei bambini.

Arrivare a Cametá era sémpre stata una grande gioia per me, perché c'era gente accogliente e contenta. Una presenza numerosa agli incontri di preghiera alla sera e lunghe file per le confessioni. Un posto dove si svolgevano corsi di formazione, ritiri spirituali e persino delle rappresentazioni sacre. La mattina del giorno stabilito con la barca a motore partii da Barreirinha per raggiungere nel pomeriggio Cametá. Durante il viaggio diedi un' occhiata alla lista dei ragazzi e adolescenti che avrebbero fatto la prima comunione e mi assicurai di aver portato con me medaglie e ricordini.

Come sempre all' arrivo della barca di un padre missionario, adulti e bambini mi vennero incontro sulla riva del fiume. Canti, saluti e poi iniziammo a salire la lunga scalinata che dalla riva del fiume portava alla chiesetta.

Durante la salita mi informarono che c'era un bambino di undici anni gravemente ammalato. Il suo nome era Adail e avrebbe dovuto fare la prima comunione il giorno seguente. La casa del ragazzo si trovava subito dietro la chiesa. Mi dissero anche che quindici giorni prima Adail, mentre giocava sulla riva del fiume, era saltato sopra un'asse di una canoa dove spuntava un vecchio chiodo arrugginito e si era bucato un piede. Al momento non era sembrata una cosa grave ma dopo alcuni giorni il male era peggiorato. Pensai subito al tetano.

Quando entrai nella casa di Adail incontrai il papà e la mamma affranti e gli altri parenti che a mala pena trattenevano le lacrime. Purtroppo la mia supposizione era vera: il ragazzo aveva il corpo contratto e rigido, le mani chiuse a pugno, dolori alla colonna vertebrale e la febbre alta; la malattia era ormai irreversibile. Il tetano lascia i malati con la mente lucida. Dissi a Adail che il mattino seguente gli avrei portato Gesù, il Gesù della prima comunione, e che doveva avere molta fiducia in Lui che sarebbe rimasto nel suo cuore. Il ragazzo cercava di appoggiarsi a me e con uno sguardo supplicante mi diceva:

- Padre, non voglio morire.

Il ragazzo combatteva contro un male senza via di

scampo ed era sull' orlo della disperazione. Rimasi con lui da solo, cercai di rasserenarlo, e gli diedi il sacramento del perdono. Mi disse che desiderava tanto fare la prima comunione. Venne la notte e per Adail fu molto difficile: farmaci e iniezioni lenirono un poco le sue sofferenze ma la speranza di vita diminuiva sempre più.

Al mattino presto fu celebrata la santa messa; Adail dalla casa vicina alla chiesetta, nella propria amaca, udiva tutti i canti e le preghiere. Tutti pregavano per lui. Durante il canto dell'alleluia, come più tardi mi raccontò sua madre, Adail cantò anche lui, perché gli piaceva molto cantare. Dopo la comunione, insieme a tutti coloro che avevano fatto la prima comunione andammo in processione a portare l'ostia santa al ragazzo malato. Quello che accadde dopo che Adail ricevette la comunione, il Gesù che tanto desiderava, non saprei spiegarlo. Il suo volto si trasformò, era più sereno, meno teso, l'agitazione scomparsa e persino i dolori sembravano diminuiti. La febbre continuava e la malattia era inesorabile, ma Adail sembrava che fosse già con la mente e il cuore in un altro mondo.

Scese su di lui una grande serenità mentre i compagni cantavano vicino a lui il canto della Prima Comunione, che per lui sarebbe stata anche l'ultima. Più tardi chiesi al ragazzo se potevo conferirgli la cresima e così avrebbe ricevuto la forza dello Spirito Santo e sarebbe rimasto ancora più vicino al Signore Gesù. Adail mi rispose di sì facendo segno con la testa, e accompagnò con lo sguardo l'amministrazione del sacramento.

Dopo la cresima rimase con lo sguardo fisso davanti a sé e sorrideva come se vedesse qualcuno venirgli incontro. Per i suoi genitori e per tutti i presenti il forte dolore di una morte così prematura era alleviato dalla certezza che Adail stava salendo in cielo. Poche ore dopo, quando Adail morì, ebbi la sensazione che in paradiso fosse arrivato un angelo cantore.

"Noi crediamo che Gesù è morto e poi è risuscitato. Allo stesso modo crediamo che Dio riporterà alla vita insieme con Gesù, quelli che sono morti credendo in lui" (Prima Lettera ai Tessalonicesi 4,14).

 

Top   LA REALTÀ TERRENA E CELESTE

Una volta, anni fa, mi trovavo in una comunità indigena del fiume Andirá, chiamata Torrado. Era notte, una notte di stelle, di quelle mitiche notti in cui le stelle, con il loro bagliore, si riflettono nelle acque dei fiumi e dei laghi come perle. Sulla soglia della grande capanna del villaggio stava seduto il vecchio tuxaua Leonida; guardava silenzioso il cielo come qualcosa di vivo e reale. A un certo punto, indicandomi con la mano un insieme di stelle mi disse:

- Vedi, padre, là c'è il giaguaro, il vero giaguaro, quello primordiale che esisterà per sempre.

E continuava ad osservare in silenzio e a contemplare il cielo come se non solo stesse vedendo, ma anche percependo qualcosa, un messaggio. Poco dopo mi indicò altre stelle dicendo:

- Vedi, padre, quello è il coccodrillo, il grande coccodrillo, e accanto a lui il cane, il grande cane, il primo che abitò la terra e poi se ne andò in cielo. Sulla terra noi abbiamo solo le immagini degli esseri viventi, di tutto ciò che esiste, ma quelli veri, i primi, abitano là, in cielo.

Scrutando le stelle, gli antichi indios conoscevano tutto riguardo alla pioggia e alle temperature, alla semina e al raccolto, alla pace e alla guerra.

Il vecchio tuxaua Leonida restò in silenzio. Accanto a noi c'era sua moglie, la vecchia nonna, come la chiamava, che grattugiava il guarana nella grande ciotola per la bevanda che gli indios chiamano sakpó. La nonna offrì a Leonida la grande ciotola colma e lui la passò a me perché ne bevessi, dicendomi:

- È bevendo il sakpó che i nostri antenati conservavano e ottenevano la conoscenza delle cose del mondo e di Dio.

La ciotola del sakpó passò anche agli altri indios presenti nella grande capanna del tuxaua ed infine tornò alla vecchia che cominciò a prepararne dell'altro. Leonida riprese a descrivere il cielo stellato e il rapporto tra il mondo celeste e quello terrestre. Fu una notte molto bella, ricca di narrazioni e riflessioni degli indios sul fluire del tempo e sui fatti della vita.

Quella notte pensai alle aspettative della gente all'inizio di un nuovo anno. Tutti cercano di rinnovare le proprie speranze, rileggere il passato, accettare il presente e pianificare il futuro. Ma come si può fare? È attraverso il silenzio interiore che si trovano le risposte alle nostre più intime aspirazioni, fino ad arrivare a Dio. Cielo e terra, mesi e anni, l'universo stesso in cui siamo immersi sono innocenti: tutto dipende dall'uso che ne facciamo.

Il vecchio indio Leonida ci ricorda che siamo nati per i valori supremi e spirituali e non per essere schiavi delle cose terrestri; è nella contemplazione religiosa e mistica del creato che l'uomo scopre il Creatore.

 

"Il Signore rispose ad Elia: Esci dalla: grotta e vieni sulla montagna alla mia presenza. Infatti il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì come una lieve brezza. Si coprì la faccia col mantello, uscì sull'apertura della grotta e udì la voce del Signore" (IRe 19,11-13).

 

Top   SVEGLIATI, AGOSTINO!

Nella comunità di Matupirí, situata ai margini delle sponde del fiume Andirá, a circa un' ora e mezza di barca a motore da Barreirinha, negli anni Settanta ci furono delle giornate di ritiro spirituale organizzate dai padri della parrocchia di Barreirinha per uomini e giovani delle comunità del fiume Andirá. Il responsabile della comunità di allora, un certo Agostino, dell'associazione mariana, unitamente agli altri della direzione della comunità e alla gente, preparava tutto per il buon esito del ritiro.

Quella volta fui anch'io invitato con p. Mario Pasqualotto e il vescovo mons. Arcangelo. Erano presenti circa duecento uomini e giovani provenienti dall'Andirá ed anche dall'area indigena. C'era parecchio movimento perché tutti collaboravano per provvedere il cibo necessario; ogni comunità portava farina di manioca e prodotti vari, la parrocchia portò un manzo. Agostino, come gli altri pescatori di Matupirí, si dava da fare con le reti per garantire il pesce.

Subito un gran numero di partecipanti occupò il capannone della comunità e le case adiacenti alla chiesetta. I padri, con il vescovo ed alcuni laici venuti da Barreirinha, furono ospitati in casa del responsabile della comunità, Agostino. Era una tipica abitazione di paglia bianca, ma nuova e confortevole. Eravamo un poco pigiati, ma si riusciva ugualmente a stendere le amache per il tranquillo sonno della notte; anche Agostino aveva steso la sua amaca presso le nostre. La seconda notte vennero vento e pioggia così forti da costringerci a chiudere le porte di paglia e assicurare le finestre per poterci proteggere dal maltempo. lo mi trovavo accanto alla porta a fianco di Agostino; dopo la mezzanotte cessò la pioggia e tutti riprendemmo il sonno.

Al mattino prestissimo, la moglie di Agostino, che aveva già preparato il caffé per il marito e per i pescatori che dovevano uscire per gettare le reti, non vedendoli arrivare venne a chiamarlo. Non volendo disturbare il vescovo e i padri, si affacciò alla porta con !'intenzione di svegliare soltanto il marito; ancora non era giorno e tutti eravamo ancora avvolti nelle nostre amache. Pensando di rivolgersi al marito, prese il mio piede e lo scosse, dicendo sottovoce:

- Svegliati Agostino, svegliati, è ora di andare a pesca.

Io, che dormivo beatamente, feci un balzo sull'amaca ed esclamai:

- Che cosa c'è, che succede?

La donna, accortasi dell' errore, si spaventò più di me e se ne fuggì sussurrando:

- Oh Dio mio, ho svegliato il padre, ho svegliato il padre!

Il più divertito era Agostino, perché sua moglie aveva svegliato me al posto suo.

"C'era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le apri il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa. E ci costrinse ad accettare" (Atti 16,14-15).

 

Top   LA CASA DEL SOLE E DELLA LUNA

Tra gli indios saterè-maué della regione tupinambarana si racconta la leggenda della casa del Sole. Il racconto mitologico dice che il sole volle venire sulla terra ad abitare in una grande casa, molto bella, e sposò una ragazza molto carina di nome Luna. Tutto andava molto bene, ma i due non potevano continuare a vivere sulla terra perché la luce e il calore intenso del sole non consentivano a nessuno di avvicinarsi alla casa; nessuno infatti poteva far visita alla coppia. Così il Sole decise di stabilirsi là nel cielo insieme alla Luna; ma prima di lasciare la terra volle dare alcuni consigli e insegnare cose meravigliose ai suoi abitanti. Ora il Sole e la Luna sono in cielo come nostri fratelli più anziani e saggi. Senza di loro non ci sarebbe luce e vita sulla terra, non ci sarebbe il giorno e la notte.

Ciò che l'uomo fa sulla terra per vivere, coltivare, curare e costruire deriva dagli insegnamenti del Sole durante la sua permanenza sulla terra. Per gli indios tutta la vita vegetale e animale è regolata infatti dal cielo, dal sole e dalla luna.

Gli indios, come tutti i popoli nativi, conservano la tradizione dell'origine dell'universo come qualcosa di sacro, vitale, religioso; vedono il potere e la presenza di Dio nel sole, nella luna e nelle stelle e in essi osservano e scoprono la sapienza divina. Le grandi civiltà degli indios dell' America 'Latina conoscevano molto bene il movimento del sole, della luna e degli astri nel cielo. L'astronomia degli indios maia, per esempio, era superiore a quella dei loro contemporanei europei; già avevano il calendario di 365 giorni, prevedevano le eclissi e conoscevano anche il calendario di Venereo

Anche nella tradizione biblica, al primo capitolo di Genesi, c'è il racconto di come Dio, il quarto giorno, creò gli astri luminosi e in particolare il sole e la luna per illuminare la terra durante il giorno e la notte. Tutto ciò fu creato in funzione dell'essere umano, voluto a immagine e somiglianza di Dio. Nella Bibbia, a differenza delle leggende degli antichi popoli, la creazione degli astri venne direttamente dalla voce di Dio, che dalle tenebre e dal nulla creò la luce e la vita e vide che tutto ciò era molto buono.

"Se guardo il cielo, opera delle tue mani, la luna e le stelle che vi hai posto, chi è mai l'uomo perché ti ricordi di lui? Chi è mai, che tu ne abbia cura?" (Salmo 8,4-5).