ENRICO UGGÈ

RADIO ALVORADA

Il Vangelo tra gli indios Sataré-Maué

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

La vecchia Veronica... e un feticcio in canoa La piccola scure di pietra La leggenda del pitone Il serpente boa dalle molte vite
"Padre, sono quarant'anni che l'aspetto" L’incontro con il giaguaro susuarana Tempesta nell'Andirà Anhag (il demonio)
La casa senza... Jacaré La "pepeua" ladra Colui che mantiene le promesse Il cerbiatto al posto del rospo
Il guaranà degli indios satere-maué Il piranha e il dito del padre L’orologio di Ponta Alegre Due religiose tra gli indios
Come gli indios educano i figli Il Purantin L’ingozzamento di "donna mulatta" Il guanto e il diadema della Tucandeira
La prima evangelizzazione in... latino Un vecchio pescatore Il cane "Fin Quando" Un animaletto chiamato potò
Meraviglie di un viaggio in canoa Un ubriaco in chiesa Un angelo cantore Ila e Mauro
La tucandeira dei satere-maué La danza del Maen Maen La realtà terrena e celeste Un ombrellino colorato per Lenita
Grazie piaì La campana e i satere-maué Svegliati Agostino! Il giorno dei defunti e l'aeroplano
Una collana per il papa Un aeroplano nel campo della manioca La casa del Sole e della Luna Mammina del cielo
Nessuno è felice da solo

Top   IL SERPENTE BOA DALLE MOLTE VITE

Un giorno ero giunto alla comunità indigena di Conceiçao (Concezione), situata alle sorgenti del fiume Andirá del comune di Barreirinha, l'ultimo villaggio delle sorgenti. Da Conceiçao prevedevo di raggiungere con un lungo cammino nella foresta un'altra comunità indigena, Campo do Mirití, che è già nel comune di Maués.

Mezz'ora prima di partire da Conceiçao, mandai avanti due indios, uno dei quali si chiamava Chicão, con fucile e munizioni, per catturare qualche animale e assicurarci il cibo per la giornata. Più tardi, con gli altri ci inoltrammo nello stretto sentiero della foresta; dopo circa tre ore di cammino, gli indios che mi accompagnavano si fermarono per indicarmi un grosso serpente boa non molto distante da noi, attorcigliato ai piedi di un albero.

Due ragazzi del nostro gruppo tagliarono un ramo lungo e flessibile, alla cui estremità assicurarono un laccio di liana e cominciarono a stuzzicare il boa nel tentativo di catturarlo per la testa e di trascinarlo lontano. Con un altro indio proseguii il cammino fino ad un ruscello dove incontrammo Chicão e l'altro che stavano preparando il fuoco per arrostire una grossa scimmia (guariba) che avevano abbattuto.

Qualche minuto più tardi udii un rumore di passi di corsa sul sentiero alle nostre spalle; erano i ragazzi che avevano preso allaccio il serpente e lo trascinavano sul sentiero verso di noi. Avevano fatto di corsa tutto il percorso senza mai fermarsi per evitare di farsi mordere dal serpente. Andai a vedere l'animale: era veramente grosso, circa quattro metri, un boa gigante; lo trascinarono sulla riva del corso d'acqua lasciandolo mezzo dentro e mezzo fuori dall'acqua. Vidi la testa e la gola, pieni di sangue, a causa di un profondo taglio provocato dal laccio e mi convinsi che il serpente fosse morto.

Tornai presso il fuoco sul quale arrostivano i pezzi di guariba; nessuno più pensava al serpente, affamati com' eravamo e intenti a destreggiarci con i pezzi di carne. Dopo circa mezz'ora mi girai verso il luogo dove era stato abbandonato il boa e con mia grande sorpresa vidi che era scomparso. Chiesi al giovane Giacinto, ora purtroppo morto per il morso di un serpente velenoso, cosa fosse accaduto. Egli mi spiegò che il boa ha molte vite e che se n'era andato nel fiumiciattolo. Aggiunse anche che loro non potevano uccidere un serpente in quei giorni perché era estate e tempo di bruciare la foresta e di preparare i campi per le coltivazioni. Se il grande serpente fosse morto in quel tempo, ci sarebbe stata una grande pioggia, che avrebbe ostacolato il disboscamento della foresta attuato tramite il fuoco per la preparazione del terreno e la coltivazione dei campi.

"Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra" (Genesi 1,26-28).

 

Top   ANHAG (IL DEMONIO)

Nella tradizione religiosa dei popoli indigeni della regione tupinambarana, in particolare in quella dei saterê-maué, c'è la figura dello spirito del male chiamato Anhag (pronuncia: Agnàg).

A fianco di Tupana, che è l'Essere Supremo (Dio), e di Anumarehit, identificato con Gesù Cristo, appare il nome di Anhag. Anhag, dopo l'evangelizzazione cristiana, è identificato dagli indios con il demonio, Satana.

Fin dalla prima evangelizzazione della nostra area geografica tra il fiume Madeira e il fiume Tapajos, a metà del secolo XVII, i primi missionari del Tapajos parlavano della terra del diavolo. Ecco quanto descrivevano i missionari di allora: "C'era nel Tapajos un territorio piano e largo, ben disboscato nella foresta, chiamato del diavolo. Andavano in questo luogo per ballare e per grandi bevute; c'erano i fattucchieri che parlavano con voce roca e grossa che affermavano essere la voce del diavolo" (dalla Cronaca di P. Bettendorff, Superiore provinciale dei Gesuiti dell'epoca).

La paura di Anhag ha sempre accompagnato intere generazioni indigene della popolazione Tupí. Oggi la parola più usata per definire lo spirito del male è quella portoghese di Visagem. Visagem significa anche fantasma o spirito di qualche defunto che in qualche modo riappare e prima o poi provoca malattie e morte. Per l'indio il male è opera ineluttabile di Satana; egli, davanti ai mali invincibili delle gravi malattie e della morte, alle situazioni di grande ingiustizia e miseria dovute all'egoismo umano, è portato all'inerzia e al fatalismo. I miti e le leggende indigene sono pieni di malefici causati dall'azione di Anhag, che si serve di feticci e fattucchieri. In questi racconti mitologici l'interrogativo sulla morte e sul male rimane senza risposta. L'indio cerca una risposta alla tentazione e al peccato, ricercando nella natura l'equilibrio della vita e nel rapporto umano la sensibilità accogliente dell'altro. Pur cercando la felicità, la sua natura è incerta e velata di tristezza, non potendo spiegare il male.

"Sottomettetevi a Dio. Resistete invece contro il diavolo, che fuggirà lontano da voi" (Lettera di Giacomo 4,7).

 

Top   IL CERBIATTO AL POSTO DEL ROSPO

Viaggiando nell'area indigena dei satere-maué talvolta è necessario percorrere a piedi lunghi tragitti, tra radure, foreste e luoghi ricoperti di folta vegetazione, prima di arrivare in alcune comunità.

Una volta stavo andando a piedi dal villaggio indigeno di Fortaleza, situato alle sorgenti del fiume Andirá, verso la comunità chiamata Terra Preta. Quel percorso era di circa due ore di cammino e non era neppure difficile. Dopo circa un' ora di viaggio calcolavo di essere nei pressi di una casa indigena, chiamata in lingua locale móron'hyp, che significa pesciolino. Era una giornata assolata e la stanchezza e la sete aumentavano sempre più. Improvvisamente nel mio stomaco incominciò a sentirsi quella specie di disturbo che aumenta a poco a poco e che tutti conosciamo: incominciai ad avere fame. Grazie a Dio eravamo a "pesci olino" ed era lì che abitava un mio figlioccio di battesimo, un indio di nome Domenico, forte e buon cacciatore. Con i miei compagni di viaggio entrammo in casa dove fummo accolti e accomodati.

Il nostro aspetto era quello tipico degli affamati e 01tretutto era quasi mezzogiorno. Il mio figlioccio era assente perché uscito di buon mattino, mi dissero, a cacciare; c'era solo sua moglie, i bambini e la nonna. Sulla tavola fu posta una grossa ciotola di farina di manioca perché ci si servisse del famoso xibé (manioca mista ad acqua) dell'indio e del caboclo. Al centro della casa, nella parte aperta, sul fuoco c'era un pentolino e dal posto dove ero seduto riuscivo a vedere che cosa ci bolliva dentro. Quello che vedevo però non era proprio cosa da soddisfare l'appetito: rigonfio, con la pancia biancastra rivolta all'insù, bolliva nell'acqua un grosso rospo.

Gli altri si davano da fare con lo xibé; anch'io mi ero sforzato di ingoiarne qualche cucchiaiata ma temevo che il rospo bollito dovesse diventare il mio pranzo. Stavo seduto al mio posto appoggiato a un palo di sostegno della casa pregando Dio che facesse qualcosa per allontanare da me quel benedetto rospo. Stanco e affamato incominciai a sonnecchiare ma non c'era verso che la visione del rospo si allontanasse dalla mia mente. Improvvisamente una voce forte mi svegliò:

- Buon giorno, padre, guarda!

Alzai lo sguardo e davanti a me c'era Domenico che portava in spalla un enorme cerbiatto (coassus rufus veado vermelho); sembrava un sogno mentre invece era realtà. Il mio figlioccio mi chiese la benedizione e depose ai miei piedi l'animale.

Immediatamente dalla mia mente svanì la visione del rospo rigonfio perché i miei occhi già avevano davanti ben altre immagini; così rimasi a contemplare quel grosso cerbiatto pronto ad essere arrostito sul fuoco. Ricordo bene che l'animale aveva due piccole corna e una lunga lingua che gli usciva da un lato della bocca.

In pochi minuti la scena mutò: la piccola pentola con il rospo sparì per incanto. Il fuoco fu riattizzato con grossi rami secchi e apparvero ad arrostire dei meravigliosi pezzi di carne di cerbiatto per il nostro pranzo.

"Figlio, non prendere al povero quel poco che ha e non rimandare deluso chi ti guarda con occhi supplicanti. Non far soffrire chi non ha da mangiare, non mettere a dura prova chi è senza mezzi. Se uno è disperato, non peggiorargli la situazione; se è nel bisogno, non fargli sospirare il tuo aiuto. Sarai figlio dell'Altissimo che ti amerà più di tua madre" (Siracide 4,1-3.10).

 

Top   DUE RELIGIOSE TRA GLI INDIOS

Negli anni ottanta due suore missionarie hanno lavorato tra gli indios dell'Andirá e Marau. In battello, in canoa, a piedi hanno visitato e assistito, per lunghi anni, le comunità degli indios satere-maué.

Una di esse, sr. Adele Colombo, era una donna semplice che amava visitare le famiglie, ascoltare i problemi e le difficoltà, consigliare e confortare la gente. Aveva il dono di capire subito le persone e per questo era di sollievo alle pene dello spirito e del cuore. Era sempre attorniata dai bambini e a tutti e ad ognuno dava affetto, amore e aiuto. La sua caratteristica era l'umiltà. Ricordo che quando sr. Adele giunse per la prima volta a Barreirinha, p. Mario, che era parroco, in chiesa durante la messa le diede il benvenuto. Al termine della messa qualcuno, uscito di chiesa, andava raccontando che era arrivata una nuova suora. In portoghese suora si dice irma (sorella) e adele vuol dire "sua, di lui". Così si diffuse la notizia che irmadele era la sorella di p. Mario. La povera suora per qualche giorno fu salutata come la sorella di p. Mario e qualcuno si recava alla casa parrocchiale per conoscere la sorella di p. Mario. Sr. Adele trovò divertente l'equivoco e ci scherzava sopra.

L'altra suora si chiamava sr. Veronica Kumagai. I suoi genitori erano emigrati dal Giappone e si erano stabiliti all'interno dello Stato di Sào Paulo, al sud del Brasile. Sr. Veronica era infermiera professionale e aveva particolare attenzione per gli ammalati. In qualunque ora del giorno e della notte fosse chiamata, era sempre pronta e disponibile. Riservata, attenta e instancabile, con quel tipico stile giapponese di rendere facili anche le cose più difficili e complicate, era molto pratica e ammirevole; indimenticabile per tutti il suo costante sorriso. Sempre comprensiva e paziente, sapeva controllare le emozioni e non la vidi mai alterarsi o lamentarsi della gente. Trascorse otto anni ininterrottamente visitando le comunità indigene. Gli indios di Santa Cruz dell' Andini un giorno mi dissero a proposito di sr. Veronica:

- Sai padre, sr. Veronica ha avuto molta pazienza con noi. A mio avviso uno dei migliori riconoscimenti per una suora missionaria che ha lavorato tra gli indios.

"Mi sono fatto debole con i deboli. per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti. per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro". (Prima Lettera ai Corinzi 9. 22-23).

 

Top   IL GUANTO E IL DIADEMA DELLA TUCANDEIRA

All'inizio dell'anno il tuxaua Jurimar, un mio figlioccio della comunità indigena Sant'Antonio delle sorgenti del fiume Andirá, giunse a Parintins e mi venne a trovare. Con mia grande sorpresa mi portò un bellissimo guanto della tucandeira e il diadema di penne (in lingua locale cocar) altrettanto bello degli indios saterê-maué. Era oltre un anno che aveva promesso di darmi questi due oggetti tipici della cultura saterè-maué; c'era anche un altro oggetto: un tubo di bambù chiamato Tum Tum in cui vengono raccolte e custodite le formiche tucandeiras prima di essere sistemate nel guanto della tucandeira.

Ciò che mi attrae di questi oggetti tradizionali indigeni è la bellezza degli ornamenti: tutto proviene dalla foresta, dai fiumi, dagli animali. Il guanto della tucandeira è intessuto con fibre vegetali di una specie di canna chiamata arumá; alla sua sommità è fissato un ornamento chiamato "gonna della tucandeira", formato da varie penne di un pappagallo comune chiamato arara, sulle cui punte sono legate le penne a strisce bianche e nere di un altro uccello, il falco reale (thrasaetus harpyia), una specie di aquila dall'apertura alare sul metro e settanta con artigli che arrivano agli 8 centimetri, e che è anche una figura mitologica. Penne bianche dell'addome dello stesso falco reale invece adornano la base del guanto della tucandeira.

Molto bello anche il diadema di penne, da mettere sul capo, tessuto con fili di cotone naturale, preparato manualmente con uno speciale processo di tessitura, in cui sono fissate decine di lunghe penne di falco reale, del mutúm (crax alector), un altro grande volatile della foresta grosso come un tacchino, dell'arara e di altri nobili e colorati uccelli della foresta amazzonica.

I colori, le forme e la composizione di questi elementi naturali riflettono l'equilibrio tra gli indios e la natura. Possiamo immaginare le centinaia di indios che anticamente con questi diademi di piume, di braccialetti, di cinture e guanti della tucandeira trascorrevano notti e giorni interi danzando e cantando per chiedere a Tupana (Dio), salute, protezione e forza e celebrando sia i giorni lieti sia quelli infausti. La cosa più interessante è che per fare una cerimonia, vestirsi ed adornarsi, gli indios non spendevano nulla; non c'era discriminazione tra ricchi e poveri; piante, fiori, uccelli del cielo e animali della foresta erano alla portata di tutti e di ciascuno, bambini e adulti. Ognuno poteva dipingersi il volto e ornarsi come voleva, senza spendere nulla, e unirsi agli altri nei giorni di festa.

Quanta differenza con la nostra cosiddetta società moderna! Quanta gente è senza mezzi e non è in condizione di divertirsi, fare festa, ornarsi per una celebrazione; ormai tutto è mercificato. Nelle più comuni feste di origine popolare, come le "Pastorelle", il carnevale della strada, le feste di giugno in Brasile, il boi bumbá (festa folcloristica di Parintins), la gente è diventata vittima dei prezzi più assurdi, schiava dei gruppi imprenditoriali che gestiscono tutta l'organizzazione.

"Ora voi siete il popolo di Dio. Egli vi ha scelti e vi ama. Perciò rivestitevi di sentimenti nuovi: di misericordia. di bontà. di umiltà. di pazienza e di dolcezza. Sopportandovi a vicenda: se avete motivo di lamentarvi degli altri. siate pronti a perdonare. come il Signore ha perdonato a voi. Al di sopra di tutto ci sia sempre l'amore. perché è soltanto l'amore che tiene perfettamente uniti" (Lettera ai Colossesi 3.12-14).

 

Top   UN ANIMALETTO CHIAMATO POTÒ

Freguesia di Andirá è un paesino di antica origine, situato sulla sponda del grande lago omonimo formato dal fiume Andirá. Fu appunto in Freguesia, subito dopo il mio arrivo in Amazzonia, che ebbi il primo ma indimenticabile incontro con un ani mal etto un po' strano.

Ecco dunque cosa mi accadde a Freguesia. Quel giorno fui ospitato in casa del responsabile, presidente di quella comunità, Giovanni do Lago Pereira. Dopo le confessioni e la preghiera serale nella cappella, andai a coricarmi; ero molto stanco e presi subito sonno nell'amaca. Al mattino fui svegliato dalle voci dei bambini di casa, quando avvertii un dolorino, come una bruciatura, sopra il sopracciglio destro. Toccai con la mano il punto dolorante ed ebbi la sensazione di una scottatura.

Presi dallo zaino uno specchietto e mi sedetti sull'amaca per osservare meglio: era proprio una scottatura. Cercai di ricordare cosa fosse potuto accadere la sera precedente o durante la notte. Niente, avevo dormito profondamente senza svegli armi. Alzando gli occhi dallo specchietto vidi davanti a me il volto di un bambino, il figlio di Giovanni, che mi disse con tutta tranquillità:

- Eh padre, sembra proprio che il poto ti abbia lasciato una bella scottatura.

Fu così che un bambino con quella parolina così semplice mi fece scoprire l'esistenza di un animai etto tanto noioso e maleducato. Il pot6 è una specie di formica che secerne una sostanza caustica che brucia la pelle. Ma la cosa non finì lì.

Curai la scottatura del pot6 con una pomata, provai anche con polvere antisettica; come se non l'avessi messa, niente, la piaga non seccava, non guariva. Fu così che dovetti ricorrere alla saggezza degli indigeni. Giovanni mi spiegò che per la bruciatura del potó era utile la pasta del dentifricio.

- Dentifricio? - chiesi a Giovanni.

- Sì, padre - rispose l'uomo - la scottatura guarirà solo col dentifricio.

Non ci credevo molto ma ebbi fiducia, e la sera prima di coricarmi spalmai un po' di dentifricio sulla piaga che mi stava procurando parecchio fastidio. Il mattino dopo, appena alzato, volli osservare subito l'esito di quella strana "terapia" sullo specchietto e mi accorsi che la piaga era seccata e si era trasformata in una piccola crosta. Davanti a me riapparve il bel faccino del monello di casa che sorridendo mi confermò quasi in tono canzonatorio:

- Eh padre, la bruciatura del potó si cura solo con il dentifricio!

"Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare" (Luca 10,19)

 

Top   ILA E MAURO

Il suo nome era Ila, una bambina dell'area indigena satere-maué. Suo padre mi aveva chiesto di farle da padrino di battesimo e aveva nove anni quando la battezzai. Il tempo passava e durante le mie visite a Ponta Alegre o nelle comunità, la ragazzina mi veniva sempre incontro per chiedermi la benedizione.

Una volta, durante il corso dei catechisti, Ila mi venne a cercare. Era molto triste. Le chiesi se fosse ammalata o le fosse accaduto qualcosa. Mi rispose:

- Padre, io non sono come le altre ragazze.

Detto questo se ne fuggì via. Quella risposta mi rese

pensieroso. Ila aveva circa dodici anni. Pensai che si trattasse di qualche problema da adolescente. Più tardi la incontrai fuori dalla cappella con la sorellina mino re ed allora chiesi loro:

- Volete che vi faccia una fotografia?

Le due sorelline accettarono felici e così scattai la foto. La ricordo la fotografia in bianco e nero: Ila aveva sul volto un sorriso malinconico mentre la sorellina era più serena. Osservando la foto qualche tempo dopo mi venne in mente la frase di Ila: "Padre, io non sono come le altre ragazze".

Che cosa aveva voluto dire con quelle parole? Quell'anno andai in Italia e rimasi assente per alcuni mesi; al ritorno, incontrando sr. Adele Colombo, che all'epoca lavorava con me nell' area indigena, le chiesi notizie degli indios e delle comunità. Suor Adele mi comunicò la triste notizia:

- Padre Enrico, è accaduto un fatto tragico. Quella ragazzina, Ila, la sua figlioccia, in un momento di disperazione si è ferita mortalmente con un coltello; non c'è stato nulla da fare per salvarla e prima di morire ha detto: "Se ci fosse qui il padre, il mio padrino, il mio padrino, non sarei morta".

Rimasi molto addolorato, cercando di capire cosa avesse potuto indurre una ragazzina di 12 anni a togliersi la vita. Ho sempre cercato una risposta, invano. Fu un momento di pazzia o di disperazione? Quale dramma aveva portato Ila a un gesto tanto estremo?

Agli inizi del 1994 una donna india dell' Andirá di nome Santa, mi raccontò piangendo di suo figlio Mauro, un ragazzo che era stato mio alunno nel 1988 alla Scuola agricola s. Pietro nell'Andirá.

Conoscevo Mauro, un ragazzo intelligente e sensibile, aveva amici e gli piaceva suonare la chitarra. Conservo ancora la fotografia in cui è ritratto coi suoi compagni di scuola, scattata il primo anno, quello della fondazione della Scuola agricola nell'area indigena. Il giorno di Natale si era suicidato sparandosi un colpo di fucile, sembra per una delusione amorosa.

"Venite con me, tutti voi che siete stanchi e oppressi: io vi farò riposare" (Matte o 11,28).

 

Top   UN OMBRELLINO COLORATO PER LENITA

Nell'area indigena satere-maué c'è una comunità di indios chiamata Nova America. Vicino a questo villaggio c'era una famiglia che spesso andavo a trovare. Era una famiglia dall'aspetto comune, ma purtroppo i figli erano colpiti da una malattia ereditaria. Dai genitori, apparentemente sani, nascevano figli che diventavano progressivamente paralitici nelle gambe e in parte nelle articolazioni delle mani.

Dopo analisi e diagnosi, la risposta fu che l'atrofia era dovuta a una causa genetica irreversibile. Per il resto della vita quei ragazzi sarebbero rimasti fisicamente menomati.

Quello che più ammiravo in quei ragazzi e ragazze era !'intelligenza e il dinamismo con cui affrontavano la vita. Uno di loro, Luigi, riusciva a trascinarsi sino alla piccola canoa di tronco d'albero per andare a pescare col filo e l'amo da pesca. Quei ragazzi avevano il libretto dei canti religiosi che imparavano in lingua saterê e portoghese. Riuscivano a confezionare oggetti di artigianato da scambiare con lenze da pesca, ami, indumenti, batterie, amache e quanto necessario per la loro sopravvivenza. Ero ammirato dalla loro forza di volontà e dal loro bel sorriso.

I mesi e gli anni passavano e a volte trovavo alcuni di loro ammalati ma sempre riuscivamo a superare il peggio.

In una delle mie visite Lenita, la maggiore delle figlie, che aveva già circa 18 anni, mi chiese se alla prossima visita le portavo un ombrellino colorato. Le chiesi se era sicura di volere proprio quello. E lei mi rispose:

- Sì, padre. Fin da piccola ho sempre desiderato un ombrellino colorato; vorrei scambiarlo con delle collane.

Risposi che avrei fatto il possibile, ma non potevo assicurarle che sarei riuscito a trovarlo. Annotai nel mio quaderno la richiesta, mentre lei mi osservava attentamente con uno sguardo pieno di speranza. Lenita, la mia piccola india paralitica quasi immobile in un'amaca, che sognava un ombrellino colorato.

Dopo la visita alle comunità, tornai alla sede della parrocchia, Barreirinha. Altri impegni e attività mi occuparono per varie settimane. Quando fissai la data per un altro viaggio all'area indigena del Rio Andirá, già erano passati tre mesi. Mentre stavo facendo gli ultimi preparativi per il viaggio, sfogliando il quaderno degli appunti, mi ricordai della richiesta di Lenita. Come fare per trovarle l'ombrellino colorato? In quei mesi c'era in Barreirinha p. Gabriele Modica, un mio confratello di missione che aveva da poco ricevuto del materiale dall'Italia; andai subito da lui e gli parlai del caso. Nella sua stanza, con mia sorpresa, c'era appeso un ombrellino bianco, rosso e azzurro; l'unico rimasto di tutti gli oggetti che erano arrivati. P. Gabriele me lo consegnò.

Partii per l'area indigena. Nella notte precedente il mio arrivo a Nova America, alcuni parenti di Lenita mi vennero incontro avvisandomi che la ragazza stava molto male. Il mattino presto quando giunsi presso la sua abitazione, tutti erano molto tristi; suo fratello mi venne incontro in canoa fino al battello e mi raccontò che non c'era più speranza per lei. Una forte polmonite con anemia la stava distruggendo.

Entrai in casa: i suoi genitori mi accompagnarono presso l'amaca. Guardando la ragazza compresi che la sua vita era alla fine. Mi rattristai e con grande sforzo trattenni le lacrime. Pregammo insieme per la morente. Poi chiamai Lenita, ella aprì gli occhi e mi riconobbe. Le dissi che avevo portato l' ombrellino colorato e lo aprii. In quel momento un fascio di luce solare irruppe attraverso il tetto di paglia e entrò nella casa illuminando l'ombrellino e l'ammalata. Lenita sorrise, alzò lentamente il braccio e con la mano toccò l' ombrellino, poi il braccio le ricadde. Le diedi l'Unzione degli Infermi con le preghiere di raccomandazione dell' anima e chiesi agli Angeli che la conducessero in cielo. La tristezza e la commozione era sul volto di tutti. Poco tempo dopo la ragazza moriva.

Durante la notte andai a dormire sulla barca a motore, ma il sonno tardava a venire. Quando finalmente presi sonno, sognai. Non ho mai dimenticato quel sogno: era un cielo pieno di angeli in vesti bianche che cantavano una melodia celestiale e in mezzo a loro ce n'era uno che teneva in mano un ombrellino colorato e sorrideva felice. Aveva il volto di Lenita.

"In verità. vi dico che tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli. lo avete fatto a me!" (Matteo 25.40).

 

Top   IL GIORNO DEI DEFUNTI E L’AEROPLANO

Era il 1o novembre di molti anni fa, mi trovavo nella comunità di Santa Croce, nell'area indigena del Rio Andirá, proprio al centro della foresta.

In quei giorni la gente aveva preparato una pista di atterraggio per un piccolo aeroplano monomotore. L’aeroplano atteso era un piccolo Cesna pilotato da fratel Agostino Sacchi della prelazia di Parintins; era la prima volta che un piccolo aereo sarebbe sceso su quella pista. La gente aveva lavorato duro e con buona volontà per spianare il terreno e preparare una pista di... (il termine è troppo lusinghiero) atterraggio, col desiderio che il velivolo scendesse proprio vicino alla loro comunità.

In quel mattino del giorno di Tutti i Santi, con gli indios mi trovavo nella cappella per la messa. Nel momento del segno della croce all'inizio della celebrazione... ecco che i bambini sentirono il rumore dell'aereo che si avvicinava. La soluzione più sensata fu di rimandare la messa poiché tutti fremevano dalla voglia di correre fuori ad assistere per la prima volta a un atterraggio.

Fu una vera festa. Come un grande uccello l'aereo atterrò saltellando sulla pista dal terreno alquanto sabbioso, ma fratel Agostino riuscì nell'impresa senza troppe difficoltà. Tutti gli indios, attorno all'aereo, lo scrutavano con curiosità.

Con fratel Agostino ispezionammo meglio la pista per verificare se fosse sufficientemente ampia e lunga per consentire il decollo, ma ci accorgemmo che c'erano diversi tratti sabbiosi e questo avrebbe reso difficile l'indomani il decollo del piccolo aereo.

Il giorno dopo, quello della Commemorazione dei defunti, fratel Agostino doveva ripartire: il capovillaggio e tutti gli indios erano sulla pista per assistere al decollo. Fratel Agostino rifece una ricognizione sulla pista e salì sull'aereo un po' preoccupato: avviò il motore, provò l'accelerazione, tutto in ordine. L’aeroplanino iniziò la sua corsa, ma a metà pista non prendeva sufficiente velocità, percorse altri trenta metri, poi si fermò. Tutti erano là a osservare stupiti la scena. Il problema era effettivamente la sabbia che frenava le ruote. Il monomotore fu spinto e riportato dagli indios al punto di partenza: per loro era un divertente diversivo e non sospettavano la nostra preoccupazione.

Con fratel Agostino decidemmo di segnare il percorso ogni 50 metri con dei paletti a cui appendemmo delle magliette. Erano come segnali, perché il pilota si rendesse conto della distanza percorsa sulla pista al momento del decollo.

Fratel Agostino risalì sull' aereo per un secondo tentativo; ma ancora una volta la velocità non fu sufficiente per alzarsi in volo e si fermò nuovamente al termine della pista. Inoltre, per nostra sfortuna, non c'era neanche un alito di vento che avrebbe certamente dato una mano al decollo. Alleggerimmo l'aereo del superfluo, cassa degli attrezzi, sedili, estintori, bagagli, lasciandoci solo il sedile del pilota. Fratel Agostino mi disse intanto che se non fosse riuscito al terzo tentativo, sarebbe stato ancor più difficile riprovarci.

Eravamo molto preoccupati, non volevamo che un aereo rimanesse nel bel mezzo della foresta senza poter decollare. A quel punto avevamo fatto tutto quanto intelligenza e prudenza umana potevano suggerirci, restava solo l'aiuto di Dio. Era appunto il 2 novembre. Dissi a fratel Agostino:

- Senti, oggi è il giorno dei morti; sai che i morti sono i protettori dei nostri viaggi; prometto di celebrare con tanta devozione per loro tre Messe di suffragio se . tutto si conclude felicemente.

Detto questo, lasciai che gli indios riportassero l'aereo al punto di partenza e da solo mi portai al termine della pista. Ad occhi chiusi elevai questa preghiera:

- O mio Gesù e Madonna Santissima, ieri tutti i Santi hanno aiutato questo aeroplani no a scendere, per non deludere gli indios che desiderano le visite più frequenti dei missionari; in questo momento chiedo sol

tanto che le anime dei defunti intercedano e diano una spintarella a questo aeroplanino perché possa decollare ora... adesso, cioè... subito subito.

Quando riaprii gli occhi, l'aereo stava già percorrendo la pista. Improvvisamente si alzò un vento forte e inaspettato che fece staccare l'aereo dal suolo. Il piccolo Cesna ora volteggiava leggero come un uccellino lassù nel cielo.

"Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito" (Giovanni 3,5-8).

 

Top   "MAMMINA DEL CIELO"

Era il mese di maggio, mese dedicato alla Madonna. Ero andato a far visita alla comunità di Marinheiro, situata sulla sponda del fiume Paraná del Limone, nella Parrocchia di Barreirinha.

Quel mattino, dopo le sette, ero già in chiesa coi bambini a ripassare i canti della S. Messa. Era un bel gruppo di tutte le età che cantava con gioia e temperamento. Sul tavolo c'era il registratore: sapevo che i bambini andavano matti per riascoltare le loro voci. Era molto bello vedere le loro espressioni soddisfatte mentre ascoltavano nel più assoluto silenzio. A un certo punto mi portarono una bambina sui tre anni e mi dissero:

- Padre, questa piccola ha una voce bellissima e sa una bella canzoncina per la Madonna.

La piccola si avvicinò al registratore e con la sua vocina vibrante e bellissima eseguì per intero quella canzoncina in onore alla Madonna che diceva: "Mammina del cielo, io non so pregare... so solo ripetere che ti amo tanto... e voglio un giorno vederti là in Cielo".

Mi piacque così tanto la voce e il modo di cantare di quella piccola innocente che anche dopo aver lasciato la comunità conservai la registrazione del suo canto e di quelli degli altri bambini.

Alcuni mesi dopo tornai nella medesima comunità per un'altra visita; avevo portato con me quel nastro registrato ed invitai di nuovo i bambini nella chiesetta per riascoltare i canti.

Ricordo che in chiesa c'erano anche alcune donne con i loro piccoli. Osservai in particolare una giovane donna seduta nella prima panca, un po' appartata e sola, con un volto pallido e triste.

Venne il momento in cui dal registratore uscì la canzoncina di quella bambina di tre anni: "Mammina del cielo, io non so pregare...". La giovane donna cominciò a piangere silenziosamente e col dorso della mano si asciugava le lacrime. Quando domandai ai bambini perché quella donna piangeva, mi dissero che era la mamma di quella piccola della canzoncina. La bambina era morta qualche settimana dopo la mia partenza.

Mi commossi profondamente di fronte al dolore di quella mamma. Senza saperlo avevo conservato la voce della sua figlioletta, che non avrebbe mai più rivisto.

Mentre ascoltavamo quella canzoncina dal registratore, noi tutti avemmo la sensazione che venisse da un altro mondo, dove certamente la piccola cantava e contemplava felice la sua "Mammina del Cielo".

"Lasciate che i bambini vengano a me e non gliela impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio" (Geremia 1,5).

 

Top   NESSUNO È FELICE DA SOLO

A volte si sente dire: "lo credo in Dio, voglio bene al Signore, ma non sento la necessità di andare in chiesa, di accostarmi ai sacramenti. Non faccio del male a nessuno, Dio mi comprende e quando sbaglio gli chiedo perdono" .

È nel giusto chi ragiona in questo modo? L'esperienza ci dice che una persona che crede di risolvere tutto da sola è destinata all'infelicità. Abbiamo bisogno "dell'altro", di Dio e del prossimo. Nella società moderna si insiste sulla necessità di realizzare le proprie aspirazioni, di fare ciò che ci piace, di ricercare il proprio tornaconto e che il senso della vita dipende solo da noi stessi.

Anche per la religione esiste il pericolo di costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza dimenticandoci del Dio vivo della Sacra Scrittura, di Gesù Cristo, della Chiesa e dei Sacramenti. Le conseguenze sono tristi, infatti la semplice ricerca di una soddisfazione personale si riduce a un piacere momentaneo che non è felicità.

La felicità della persona consiste nel rendere felici gli altri; ciò viene dal fatto che Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza e Dio è Amore che si manifesta attraverso le sue creature. Chi non ama non può essere felice.

Un giorno chiesi ai catechisti indios del fiume Andirá come si comportavano i loro antenati quando nasceva un bambino. Mi risposero:

- Padre, quando nasceva un bambino, tutti andavano alla casa del neonato per vederlo, si complimentavano con i genitori, offrivano regali come farina di manioca, frutta o altri alimenti, pregavano per la salute del piccolo e dopo i più anziani cercavano di dargli un nome.

Il nome per gli indios è molto importante, perché ricorda alla persona la sua origine e le indica quello che sarà nella vita. Così i bambini indios crescono conoscendo la propria origine e il loro impegno nella vita; dovranno soffrire, lottare, ma non si sentiranno mai soli perché la tribù li protegge.

Ci sono tradizioni e norme da rispettare sia per i bambini che per i giovani e gli adulti. Anche per il lavoro, la caccia, la pesca, il matrimonio, le malattie e la morte, le danze e altri momenti della vita gli indios seguono le regole delle loro tradizioni.

E noi "civilizzati"? Se guardiamo le periferie delle grandi e anche piccole città del Brasile, quanti bambini abbandonati, genitori che non possono seguirli, parenti che li dimenticano, enti pubblici e stato assenti: una desolazione!

Non tutti possiamo avere la possibilità di sfamare o aiutare chi soffre, ma possiamo donare a chi soffre vicino a noi il conforto del nostro ,amore, ascolto e comprensione. Ancora una volta possiamo osservare come i popoli, che noi chiamiamo "primitivi", ci insegnano che una persona non può essere felice da sola.

 

"Chi dice di amare Dio ma odia il proprio fratello è un bugiardo" (Prima Lettera di Giovanni 4,20).