PICCOLI GRANDI LIBRI  ROGER SCHUTZ
Priore di Taizé

DINAMICA DEL PROVVISORIO

MORCELLIANA 1965

Titolo originale dell'opera: Dynamique du provisoire  Les Presses de Taizé - France 1965
Traduzione delle BENEDETTINE DI SAN MAGNO

Ai Padri dell'Oratorio di Brescia 

PER UNA NUOVA DIMENSIONE DELL'ECUMENISMO

EVITARE LA FRATTURA TRA LE GENERAZIONI

ANDARE INCONTRO A COLORO CHE NON POSSONO CREDERE

RAGGIUNGERE
IL MONDO DEI POVERI

VIVERE IL MISTERO
DELLA CHIESA

RESTARE NELL'ATTESA CONTEMPLATIVA DI DIO

L'ecumenismo è rimasto angusto
Atti per uscire da noi stessi.
Alle sorgenti della vita contemplativa
Dire di sì all' oggi
Sete di realizzare
Ritrovare il Vangelo nella freschezza primitiva
Creazione comune
L'ecumenismo, un preliminare
Dialogare con ogni uomo
Povertà senza carità; ombra senza chiarezza
Attuare la prima Beatitudine
Vivere lo spirito di povertà
Per una dottrina sociale dell'ecumenismo
Accettare le istituzioni ecclesiali
L'autorità, fattore di unità
Solidarietà con tutti i battezzati
Accorrere, non fuggire
Cancellare la rottura
Inseriti nella storia
Attesa e provvisorietà
Conservare la serenità
Apportatori di ecumenicità
Intimità e solitudine
Attesa contemplativa

VIVERE IL MISTERO DELLA CHIESA

Accettare le istituzioni ecclesiali

L'istituzione è un ambiente in cui generalmente ci troviamo posti fin dalla nascita. È talvolta un pesante impedimento alle nostre relazioni con il Cristo e con la Chiesa come se ci caricasse di un peso quasi insopportabile, e rischiasse di soffocare in noi quella freschezza evangelica che caratterizza il cristiano. Si vorrebbe allora quasi convertirsi di nuovo, essere quasi battezzati di nuovo.

Ma a poco a poco, per mezzo di una lenta elaborazione della vita del Cristo in noi, e con pacifico cammino, scopriamo che la vita spirituale di ogni cristiano è proprio ciò che permette alle istituzioni ecclesiali di rinnovarsi. Devono assicurare delle continuità, trasmettere la fede, ma non sarebbero niente senza la vita interiore personale degli uomini e delle donne che « essendo stati afferrati dal Cristo, vogliono alla loro volta afferrarlo » (5).

Tale è la nostra prima relazione con le istituzioni cariche del peso degli anni: la nostra adesione al Cristo le rianima e rende loro la vita.

Senza un ritorno alle fonti della fede, non vi è riconciliazione possibile, né sforzo per raggiungere un mondo che non può credere. Solo chi è solidamente ancorato al mistero della Chiesa è capace di andare incontro ad ogni uomo.

A causa della loro origine, le Chiese orientali .ci sono di grande aiuto in questo caso. Dato che insistono di più sui valori mistici, il che equilibra l'accento messo di preferenza sulla teologia speculativa in occidente, esse ci conducono alla contemplazione dei misteri della fede che, meglio di qualunque specificazione, permette di venerare la presenza dello Spirito Santo, di comprendere il senso della comunione dei santi. La loro liturgia lascia trasparire qualche cosa dell'invisibile, di quell'invisibile al quale tutti aspirano più o meno, credenti o non credenti.

Considerando il mistero della Chiesa, consentendo alla solidarietà che esiste tra tutti i battezzati, si opera a nostra insaputa una purificazione: senza che sappiamo come, il Signore opera in noi.

Aderire alle istituzioni della Chiesa, essere solidali con esse significa diventare veramente capaci di essere il lievito nella pasta. Quando un lievito è un vero fermento, quale forza per sollevare la pasta e per fare scoppiare la crosta che si forma sempre sulle istituzioni invecchiate! Niente resiste ad un tale fermento.

Reagire alla pesantezza di un corpo ecclesiale può essere necessario per rinnovare ciò che vi è di caduco in esso. Ma se coloro che si pronunciano si mettono a protestare e se oltre a ciò si raggruppano ed esigono dal di fuori, bloccano le istituzioni già stanche per il lungo cammino e ne impediscono le riforme.

Non si riforma un corpo, per piccolo che sia, con una minaccia di rottura. Sempre dal!'interno e con infinita pazienza si rianima quello che deve esserlo. Solo allora il confronto edifica. Ogni rottura che, sul momento, sembra calmare la tensione, è in definitiva un impoverimento. È un rifiuto di operare i superamenti essenziali in ogni vita pienamente responsabile e solidale in Dio.

Certo per tal uni è grande la tentazione di ritirarsi e costituire poi un piccolo gregge con i migliori. Ma bisogna sapere che sotto la pressione della storia, i « piccoli resti» rischiano di indurirsi e di non essere più portatori di vita. Ora tutto ciò che non promuove la vita, è destinato alla morte.

La diversità delle famiglie spirituali nella Chiesa è un fattore di sanità e di unità. Ma coloro i cui particolarismi non possono sussistere che a prezzo di una separazione si oppongono all'unità.

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Venerare il mistero della Chiesa, riconoscere le nostre impossibilità di fronte a certi pesi, significa mettersi in grado di potere, quando è necessario e nel momento opportuno, domandare, supplicare, esortare e permettere che scoppi in seno all' istituzione l'avvenimento, senza tuttavia rompere l'unità.

Colui che, nella vita personale o in quella della Chiesa, si contentasse di aspettare solo l'avvento di Dio e si ponesse perciò solo nella prospettiva del provvisorio, vedrebbe infirmata la sua attesa. Non accettando che l'avvento di Dio si integri nella storia, nella continuità della tradizione, si esporrebbe ad essere come una pietra preziosa gettata ai porci.

Ma, dal canto suo, un'istituzione che si rifiuta di considerare l'avvento di Dio sempre possibile, dimentica il valore dell'attesa, si priva del dinamismo dei provvisorio, si condanna all'indurimento ed alla mancanza di irradiazione. Mantenere forme stereotipate, in nome della tradizione, significa mettere in caricatura la tradizione stessa, questa grande corrente che traversa il tempo e la vita della Chiesa, portando con sé e in sé valori essenziali, la Parola vivente di Dio. Colui che non aspetta più niente diventa statico, si priva di ogni potere di comunicazione.

Può essere che, nel momento in cui sorge l'avvenimento in seno all'istituzione, vi sia una forte tensione, ed anche grande sofferenza. Più che mai allora, .la contemplazione del Cristo e del mistero della Chiesa viene in soccorso della nostra impazienza e ci restituisce la serenità.

L'autorità, fattore di unità

Fra le diverse istituzioni ecclesiali, l'autorità specialmente, è sempre più contestata. Questo rifiuto va di pari passo con una mentalità che non vuol più riferimenti di rapporto parentale.

L'autorità nella Chiesa ha la funzione di suscitare l'unità. L'autorità è là per raccogliere, unire coloro che sempre si separano, si dividono, si oppongono. Colui che ha ricevuto la funzione di autorità è prima di tutto un servitore. Il suo compito pastorale, il suo servizio, consiste nell'aiutare la comunità cristiana che gli è affidata a tendere verso l'unanimità, cioè letteralmente a non avere che un'anima sola, « una anima ». La Chiesa è una società strutturata, ma prima di tutto una società di fratelli.

Il microcosmo, l'immagine visibile di unità che costituisce una comunità cristiana, ha bisogno di una testa per realizzarsi, di un uomo che abbia ricevuto il compito di riunire, di esortare quando ce ne fosse bisogno, e soprattutto di ricordare a tutti lo spirito di misericordia senza il quale non vi è comunità cristiana possibile. Se la Chiesa esige alla testa di ogni comunità un uomo che susciti l'unanimità, che raggruppi quello che sempre si disgrega, non deve forse accettare un pastore dei pastori e delle comunità, per riunirle infaticabilmente?

*

Ed ecco che molti rifiutano ogni autorità, affermando che i responsabili della Chiesa cedono, più degli altri, all'ambizione. È vero che l'orgoglio e la vanità minacciano gli uomini della Chiesa.

L'ambizione umana è l'opposto della povertà di spirito. Quando a poco a poco guadagna terreno, non ha mai abbastanza per saziarsi. Le ci vuole sempre un pascolo nuovo; le correnti di psicologia contemporanea creano in molti una volontà di « realizzarsi ». Quanti hanno corso dietro al miraggio dell'ambizione per « realizzarsi»! Ma che significa nel linguaggio evangelico «realizzarsi»?

Uno dei grandi combattimenti da affrontare contro se stessi è proprio quello dell'umiltà, messa alla prova per colui che assume l'autorità. La soddisfazione dell'orgoglio apporta momentaneamente una tranquillità, ma il bisogno di potenza riappare sempre più imperioso.

Nel cuore del governo della Chiesa e delle comunità cristiane coloro che detengono il potere sono soggetti talvolta agli stessi processi interiori, autoritarismo, abilità, e a quelle ferite dell'umiliazione che, per calmarsi, cercano un compenso nell'ambizione.

Strutture ecclesiastiche non gerarchizzate non preservano i responsabili e non li pongono in una situazione privilegiata. E successo che un pastore sia diventato vittima di un potere ecclesiastico disumano. L'autoritarismo si insinua dappertutto, nei capi di Chiese protestanti come altrove. Non vi è forse, in taluni di essi, quel bisogno di potenza che talvolta rimproverano proprio a coloro che appartengono ad un'istituzione gerarchizzata?

È importante tuttavia, per beneficiare di quel valore del Vangelo costituito dall'autorità, comprendere coloro che, messi ai posti di responsabilità della Chiesa, non arrivano più talvolta a trovare il tempo necessario per mettersi in colloquio con Dio. Evidentemente, uomini di Chiesa sovraccarichi di funzioni finiscono col considerare di prima necessità il compiere il meglio possibile dei compiti schiaccianti. Rinunciano talvolta al dialogo con Dio per mancanza di tempo. L'ipertrofia delle attività non permette loro più di prendere in Dio il necessario slancio.

La comprensione profonda di queste situazioni umane è una via che permette di vivere il mistero della Chiesa.

Solidarietà con tutti i battezzati

La vocazione ecumenica ci conduce immancabilmente ad una riflessione sulla Chiesa, perché una fede che non riflette è condannata all'etisia. È minacciata di sentimentalismo e rischia di non potersi trasmettere.

Uno dei temi, su cui è importante meditare, è l'appartenenza di tutti i cristiani attraverso il battesimo a Cristo ed al suo Corpo mistico. Ortodossi, cattolici, protestanti siamo segnati con un sigillo universale attraverso il battesimo, designati a diventare uomini capaci di discernere in ogni creatura l'immagine stessa del Creatore.

La nostra relazione con il Capo, il Cristo, e con il suo corpo, la Chiesa, la confessiamo nello stesso modo nel Credo. Quando dichiariamo «credo nella comunione dei santi », affermiamo: credo che tra i testimoni scomparsi e i cristiani viventi sulla terra, tra la Chiesa trionfante e la Chiesa militante, che combatte e prega, esiste una relazione, che niente può distruggere. Un'identica comunione lega i battezzati che vivono oggi suHa terra. A causa di questo battesimo comune. a tutti e che ci radica nel Cristo, ci viene richiesto di vivere solidali con tutti i battezzati e di restare una fraternità incrollabile.

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Per un cattolico essere solidale con tutti i battezzati significa, prima di tutto, essere solidale, all'interno della sua Chiesa, con tutte le famiglie spirituali che formano il cattolicesimo. In questo periodo della storia, aspettiamo dai cattolici che non si oppongano gli uni agli altri. Se le diverse correnti che si manifestano impedissero il dialogo, sarebbe una prova senza pari per l'ecumenismo.

In seno alloro smarrimento, coloro che hanno il senso della continuità, il senso del sacro, vedano davanti a loro un interlocutore preoccupato prima di tutto del dialogo con gli uomini lontani dalla fede. Ora quelli che hanno ricevuto il senso del mistero della Chiesa non conservino per sé i valori insostituibili ai quali si sono attaccati, ma cerchino di capire coloro che, prima di tutto, hanno la passione del dialogo con l'uomo contemporaneo. Ugualmente i cattolici, che stanno su posizioni avanzate, imparino di nuovo che, senza un ritorno quotidiano alle fonti, ben presto non potranno offrire che il vuoto.

Dopo un primo periodo di tensione inevitabile, ci attendiamo che le famiglie spirituali diverse scoprano reciprocamente il meglio del deposito, i valori evangelici contenuti in ciascuna di esse.

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Per un protestante, essere solidale con tutti i battezzati, significa prima di tutto essere solidale con tutte le correnti che esistono nel protestantesimo. È tanto facile tacciare di settario un Battista, un Pentecostale, o qualche altro, in cui non ci riconosciamo. La loro posizione tuttavia è una conseguenza della Riforma e quindi la solidarietà si impone.

A Taizé, cerchiamo di vivere questa solidarietà con tutto il protestantesimo; pensiamo di essere solidali non solo con una famiglia confessionale, ma con tutte quelle che costituiscono il protestantesimo, quali che esse siano.

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Aderire prima di tutto a questa solidarietà sul piano delle famiglie confessionali permette in seguito di essere solidali con tutti quelli che hanno ricevuto il battesimo; questo presuppone benevolenza e serenità. Essere solidali con tutti i battezzati richiede una padronanza di sé rinnovata giorno per giorno. Ma non sbaglia colui che manifesta della generosità verso i battezzati di un'altra confessione.

Questa apertura non significa abbandono di una posizione di fede. Non si oppone ad una vera vigilanza verso coloro che Dio ci ha affidati. Non è relativismo dottrinale, è un rafforzamento nella fede.

Niente è più contrario alla solidarietà di un ecumenismo a doppia faccia, ecumenismo senza rischi. Coloro che lo praticano mostrano molta benevolenza, un giudizio equilibrato nel dialogo con i cristiani di un'altra confessione, ma fanno su di essi delle critiche appena si trovano fra di loro. Con ciò acquistano credito presso quelli dei loro che vogliono l'ecumenismo, a patto che tutto resti come prima.

Questa attitudine doppia, per n'On dire questa «doppia vita» ecumenica è una delle grandi tentazioni: prelude a un futuro di disillusioni. Dirsi ecumenico, temendo l'unità, conduce a imbrigliare l'ondata ecumenica nell'istituzione, a impedirle di slanciarsi, a farla ricadere. La parte dell'istituzione è piuttosto quella di riconoscere ogni vocazione ecumenica.

Accorrere, non fuggire

Nel 1519, commentando il testo della Scrittura «portate i pesi gli uni degli altri e compite così la legge del Cristo» (6), Lutero prese l'occasione di esprimersi riguardo allo scisma degli Ussiti di Boemia, avvenuto prima della Riforma:

« I Boemi, che si sono separati dalla Chiesa Romana, possono invocare delle scuse: non sono che empie ed opposte a tutti i comandamenti del Cristo. La loro separazione è infatti contraria all'amore, che riassume tuUi i comandamenti. Ciò che li accusa di più è proprio quello che avanzano come il loro unico argomento: si sarebbero separati per timore di Dio e per motivo di coscienza, per non dover vivere con papi e preti corrotti. Che i preti, i papi o chicchessia siano corrotti, allora, se bruciavi di vero amore cristiano, non dovevi fuggire ma accorrere, dall'estremo del mondo se fosse stato necessario, per piangere, esortare, persuadere e mettere tutto in movimento.

Sappi che per obbedire a questo insegnamento dell'Apostolo (' portarte gli uni i pesi degli altri'), ciò che devi portare non sono le cose piacevoli ma i pesi. Ne segue che tutta la gloria di questi fratelli di Boemia non è che pura apparenza. È la luce in cui si dissimula l'angelo di Satana.

E noi dovremmo fuggire e separarci perché dobbiamo sopportare i pesi e i mostri veramente insopportabili della Corte Romana? Niente affatto! Niente affatto! Al contrario sgridiamo, indigniamoci, supplichiamo, esortiamo, ma non spezziamo l'unione dello Spirito e non diventiamo orgogliosi. Perché sappiamo che l'amore supera tutto, non solo le istituzioni difettose, ma anche gli uomini che sono mostri di peccato. L'amore che non sopporta che le buone qualità dell'altro è menzognero» (7).

Lutero ha preso l'iniziativa, che doveva finire con la rottura del XVI secolo. Aveva tuttavia un senso acuto della Chiesa, altrimenti non avrebbe scritto un tale testo. Non ha avuto coscienza di una frattura definitiva, ed ancor meno delle conseguenze che constatiamo oggi. Quello che visse, con molti altri del suo tempo, fu un dramma di coscienza.

Forse non saremmo al punto in cui siamo, se il confronto permesso dall'ultimo Concilio avesse avuto luogo nel XVI secolo. Quante volte, sotto le volte di S. Pietro, durante le sedute concili ari non ho evocato Martin Lutero. Mi dicevo: se questo uomo fosse là, non potrebbe che godere di udire espresse le sue intenzioni più essenziali, le aspirazioni che all'inizio, l'hanno animato nel più profondo di se stesso. Ma non si ricostruisce la storia.

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Nel campo cattolico, nel XVI secolo vi furono anime nobili, che espressero in una maniera autentica l'angoscia e l'inquietudine. Nel 1522, la dieta di Norimberga riuniva i principi tedeschi per decidere circa un atteggiamento comune di fronte a Lutero ed alla nascente Riforma. Il papa Adriano VI inviò loro un nunzio al quale aveva dato per iscritto questa istruzione:

«Tu devi dire che noi riconosciamo liberamente che Dio ha permesso questa persecuzione a causa dei peccati specialmente dei preti e dei prelati. La Sacra Scrittura ci insegna in tutte le sue pagine che le colpe dei popoli hanno avuto spesso la sorgente nei peccati del clero. Per questo Nostro Signore, quando volle purificare la città di Gerusalemme malata, andò prima di tutto a pregare nel tempio. Noi sappiamo che, anche sul soglia pontificio e, da molti anni, sono state commesse molte abominazioni: abuso di cose sacre, trasgressione dei comandamenti, in modo che tutto è diventato uno scandalo. Noi tutti, prelati ed ecclesiastici, ci siamo allontanati dalla via della giustizia» (8).

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In un certo senso la vocazione della Riforma è stata, all'inizio, la volontà di essere un correttivo ed un approfondimento del cattolicesimo. Tuttavia il protestantesimo si è. stabilito talvolta in un isolamento, che non corrisponde al suo primo passo. Rischia di derivarne un atteggiamento: aspettare semplicemente. che la Chiesa cattolica si «protestantizzi ».

A lungo andare, le posizioni si sono indurite. Quello che era un dramma di coscienza lascia il posto ad atteggiamenti di giustificazione o di soddisfazione, che del resto si ripetono da una parte e dall'altra. Colui che non ha chiesto la frattura si prevale del suo buon diritto, colui che l'ha provocata si crede dalla parte migliore della barriera: non ha forse tolto la zizzania dal buon grano?

Cattolici e protestanti si bloccano in atteggiamenti difensivi. La Chiesa cattolica, per proteggere i suoi e preservarli da nuove :rotture, avvia e promuove una corrente di Contro Riforma. Da tanti punti di vista, il suo pensiero si edifica in opposizione al protestantesimo. Nel campo protestante si costruiscono sistemi confessionali con un riferimento negativo a tutto ciò che appare come cattolico. Inoltre, nella sua storia, il protestantesimo ha conosciuto comunità che, poiché erano minoranze, hanno dovuto giustifioare il senso della loro presenza di fronte a masse cattoliche. Di qui certe abitudini di auto difesa, che hanno contrassegnato una mentalità.

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Se le istituzioni degli uni e degli altri saranno riformate, spunterà il giorno in cui non potremo non ricongiungerci. Se l'aggiornamento si effettua da una parte e dall'altra, alla fine del cammino vi sarà !'incontro. Armonizzerà nella loro complementarietà le correnti nate dalla Riforma e quelle della tradizione cattolica.

Certo, le migliori riforme porteranno sempre con sé elementi di settarismo che sussisteranno. Non dobbiamo scoraggiarci per questo.

Da parte cattolica, il Concilio ha aperto una via. Ecco che appare una promessa per il futuro della cristianità. Si manifesta un dinamismo nuovo in seno all'istituzione cattolica, esplode un avvento di Dio, a rischio di spaventare certi non cattolici che temono di essere sepolti sotto una ondata possente. Ma passato il primo sussulto, i non cattolici più attenti apprezzeranno questo avvenimento che, lungi dal distruggere l'istituzione o dal disgregarla, viene a rianimarla.

Sta a noi protestanti sapere se, dal canto nostro, restiamo volti unicamente verso la nostra storia o se accetteremo, alla nostra volta, di realizzare il nostro aggiornamento e compiere le nostre riforme.

Dopo quattro secoli e mezzo, siamo obbligati a constatare la necessità di un aggiornamento nel protestantesimo per ritrovare la dinamica del provvisorio che avrebbe dovuto essere la sua ragione di esistere: non installarsi per durare per sempre. È vero che questo aggiornamento è reso difficile quando certi cattolici parlano di «ritorno» dei fratelli separati. Questa espressione ferisce perché suppone una resa incondizionata. Un tale concetto è ben lontano dalla mentalità dell'uomo di oggi che tende a superare se stesso in una marcia in avanti. L'unione dei cristiani non sarà il trionfo degli uni sugli altri. Se vi dovesse essere la vittoria degli uni e la sconfitta degli altri, nessuno accetterebbe una tale unità.

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Noi protestanti rischiamo oggi di vivere in mezzo a due illusioni.

Figli di una riforma, potremmo pensare che le riforme sono state fatte una volta per sempre. Abbiamo creduto di trovare la purezza che era della Chiesa nel suo primo slancio. Ma ormai è già difficile per noi metterei d'accordo circa il momento in cui si sarebbe concluso questo primo periodo della Chiesa primitiva. Inoltre, le nostre proprie comunità non sono state alla loro volta logorate dalla soddisfazione e dall'accumularsi di tradizioni, di istituzioni, di correnti dottrinali sempre più lontane dal pensiero iniziale della Riforma? Più di quattro secoli rendono pesanti le nostre istituzioni. Chi saprà promuovere nuove e profonde riforme per raggiungere l'uomo contemporaneo?

Un'altra illusione sarebbe supporre che il cattolicesimo vada «protestantizzandosi» in seguito alle riforme uscite dal Concilio. Non significherebbe questo mantenere la s,tessa mentalità di «ritorno» che rimproveriamo agli altri? Non avremmo che da restare ciò che siamo ed aspettare che i cattolici vengano a noi.

Oggi si presenta un'ora di Dio. Sapremo accoglierla con semplicità di cuore e nell'umiltà? Ci rifugeremo in nuove giustificazioni o sapremo accorrere per esortare, persuadere, sostenere e portare le riforme della Chiesa di Dio?

Cancellare la rottura

Il combattimento cristiano è già così esigente! Perché stancarsi a condannare? Perchéstancarsi a disprezzare le correnti contrarie? Ogni argomento, che proviene da un odio sordo non prova niente. Solamente tentativi generosi per comprendere il comportamento del fratello separato possono autorizzarci a sottolineare quello che ci rende diversi.

Quanti cristiani sono capaci oggi ancora di maneggiare l'anatema, specialmente in ambienti di minoranze e qualunque sia la confessione a cui appartengono, come se non avessero altro mezzo di sussistenza che una costante auto difesa ! Nella loro combattività questi uomini affermano sempre di un'altra corrente che essa non è rappresentativa.. Ma cosa rappresentano essi stessi, quelli che tengono questo linguaggio? Quale è il loro irradiamento nel mondo contemporaneo e nella Chiesa in marcia?

Siamo molto spesso ipersensibilizzati in ciò che tocca le nostre posizioni confessionali. I nostri padri non hanno forse difeso queste posizioni con audacia? Il fatto di guardare questo passato di combattimenti e di lacrime paralizza le nostre energie. La sensibilità in tal caso viene presto oltrepassata; si cambia in suscettibilità e, per evitare una ferita, si viene al ripiegamento, alla chiusura su se stessi. La sola via d'uscita è rinunciare a considerare le ferite di ieri e di oggi.

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L'invito alla riconciliazione ed alla solidarietà è un linguaggio accessibile a tutti. Troppo spesso gli uomini dell'istituzione sono tentati di qualificare di ingenuità i passi della fede, che anima uomini e donne che desiderano testimoniare il movimento spingendosi avanti e compiere gesti poco conformisti. È cosa grave mettere in caricatura quello che, nei più umili, rappresenta un'espressione di fede e confondere lo spirito di infanzia con l'infantilismo. Tacciare di ingenuità o di sentimentalità la certezza di coloro che, nella semplicità della loro preghiera, attendono tutto da Dio, significa squalificare l'impegno della loro fede.

Ecco due coppie, ambedue separate, ma desiderose tutte e due di riconciliarsi.

La prima guarda il passato: non vive l'oggi di Dio. Ciascuno vuole giustificarsi, avere delle garanzie, educare il coniuge. Le buone -ragioni si accumulano di nuovo, gli argomenti si moltiplicano. L'incontro resta impossibile.

La seconda ha come un presentimento: se la famiglia vuole un giorno ritrovarsi, viene il momento in cui non resta altra soluzione che riunirsi sotto lo stesso tetto per tentare di vivere e di vivere insieme. Bisogna allora rinunciare a cambiare l"altro, abbandonando una volta per sempre la buona coscienza delle separazioni, per scoprirsi di nuovo in una solidarietà completamente nuova.

Una volta compiuto i[ dialogo di incontro, l'unione dei cristiani non si compirà senza quell'atto di fede che consiste nel manifestare visibilmente la nostra solidarietà, e nel por-ci insieme in seno alla medesima realtà ecclesiale. Coloro che, separati, restano nell'attesa dell'unità, conoscono il provvisorio della loro situazione. La loro marcia è resa più attiva. Per gli uomini dell'attesa, l'unità dei cristiani si realizza a questo prezzo: essere capaci di superarsi sempre di nuovo in un insieme sempre più ecumenico.

L'Eucaristia, che è insieme mezzo e fine dell'unione, è la sola capace di darci la forza soprannaturale e il potere di compiere sulla terra la nostra unità di battezzati. Vi è in ciò una verità esistenziale. Sacramento di unità, ci viene offerta perché facciamo sparire, in noi ed attorno a noi, tutti i fermenti di separazione. In essa vengono ricongiunti coloro che si disprezzavano perché non si conoscevano.

L'ondata ecumenica ricadrà, se non giungerà presto il giorno in cui si riuniranno attorno alla stessa tavola tutti coloro che, separati confessionalmente, credono alla presenza reale del Cristo nell'Eucaristia.

Inseriti nella storia

Istituendo a Taizé una vita comune nel cuore del protestantesimo, non abbiamo voluto altro se non riunire degli uomini che si impegnino su}le orme del Cristo ad essere un segno esistenziale dell'unità della Chiesa.

Una vita in comunità realizza un microcosmo di Chiesa, dà un'immagine ridotta che contiene tutta la realtà della Chiesa. Così l'umile segno di una comunità può avere una risonanza che supera di molto il l,imite degli uomini che la compongono.

Più che di idee il mondo, oggi, ha bisogno di gesti visibili. Nessuna idea troverebbe credito se non fosse incarnata da una realtà visibile, altrimenti non sarebbe che un'ideologia. Per quanto debole sia il segno, quando è una realtà di vita acquista il suo valore.

Essere autentici in rapporto alla nostra vocazione ecumenica suppone un' esigenza di unità nella vita comune. Il fatto che siamo sessanta uomini appartenenti a parecchie Chiese protestanti diverse non ha creato fra di noi alcuna separazione. L'unità di fede si forma .attraverso la preghiera liturgica, attraverso una lenta elaborazione.

Sappiamo che la nostra condizione non è privilegiata, perché il combattimento è ardente. Ma se dovessim'O ricominciare non esiteremmo.

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A causa dell'immensa libertà inerente alla nostra situazione, avremmo potuto non tener conto di coloro che ci hanno preceduto nella vita comune. Ma quale sarebbe stata questa vita vissuta fuori di ogni solidarietà? La venerazione per il mistero della Chiesa è venuta in nostro s'Occorso per farci considerare che Taizé non è che un semplice germoglio innestato su di un grande albero, senza cui non potrebbe vivere.

A questa riguardo, il fatto che il nostro villaggio sia posto tra Cluny e Citeaux ha senza dubbio un senso.

Da una parte Cluny, la grande tradizione benedettina che ha umanizzato tutta ciò che ha toccato. Cluny, con il suo senso della misura, della comunità visibile, edificata nell'unità, Cluny punta di attrazione per gli uomini che erano alla ricerca cosciente o incosciente della propria unità interiore, della l'Oro unità con il prossimo.

Fra gli Abbati di Cluny figura quel cristiano eminente che fu Pietro il Venerabile, talmente umano, talmente preoccupato di carità e di unità, capace di gesti che sono in anticipo di secoli. Così, propria in nome dell'unità, quando erano stati eletti dal Conclave due papi, fu tanto generoso da chiedere di ritirarsi a colui che era uno dei suoi figli a Cluny.

In anticipo sulla mentalità del proprio tempo, accoglie ed offre un rifugio ad Abelardo, condannato dall'opinione pubblica.

In un certo peI1iodo della storia è lui ancora che solleva l'uomo annunciandogli in un linguaggio di fuoco la potenza di un incontro:

«Gesù sarà sempre con me, e non si allontanerà mai da me in alcun tempo. In nessun tempo, certamente, perché sdegnando e rigettando tutto quello che non è Lui, mi attaccherò a Lui solo. Gesù sarà la mia vita, il mio nutrimento, il mio riposo, la mia gioia. Sarà per me la patria e la gloria. Gesù sarà tutto per me: qui in terra per quanto è possibile attraverso la speranza e.l'amore, fino alla soglia dell'eternità: allora lo vedrrò faccia a faccia, l'ha promesso» (9).

Dall'altro lato Citeaux, riformata all'epoca di Pietro il Venerabile da un altro cristiano non meno eminente: san Bernardo.

San Bernardo fa presentire tutto l'ardore riformatore che esploderà nel XVI secolo. Rinnova Citeaux per riformare la regola che si viveva a Cluny. Rifiuta ogni compromesso di fronte all'assoluto evangelico. Ha gli accenti di un riformatore, ha il senso dell'urgenza prima di avere quello delle grandi continuità. Scrive ad uno dei suoi monaci:

«Non vi è niènte di stabile a questo mondo... per cui bisogna necessariamente avanzare o indietreggiare. Restare nello stato a cui si è arrivati è impossibile. Chi non vuol progredire indiétreggia. Gesù Cristo è il premio della corsa. Se vi fermate mentre Egli avanza a gran passi, non solo non vi avvicinate alla mèta, ma 'la mèta stessa si allontana da voi»  (10).

Unire al senso dell'urgenza il senso della continuità attraverso le generazioni costituisce un fattore incomparabile di pace interna e di umiltà: sono un servo inutile; quello che non compio io lo compiranno altri dopo di me. Altri potranno cogliere il frutto maturo di ciò che non è ancora maturo.

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Chiamati allo stesso impegno, siamo riconoscenti a coloro che ci hanno preceduto per essere rimasti fedeli al grande invito evangelico: lasciare tutto e ricevere in terra il centuplo, più le persecuzioni.

Attraverso la testimonianza della vita fraterna che ha fatto dire così spesso: «vedete come si amano », con l'obbedienza a Dio manifestata con l'umile fedeltà quotidiana, con la continuità della loro lode lungo il corso dei secoli, con tanti valori mantenuti attraverso i tempi, essi sono per noi un sostegno ed una ragione per sperare.

Pur in una grande diversità di famiglie spirituali, hanno conservato l'unità necessaria all'edificazione del Corpo di Cristo. Per mezzo di questa testimonianza di unità, come attraverso l'offerta della vita, rinnovata giorno per giorno, ci portano sulle orme stesse del Cristo.

Alcuni di essi affermano talvolta che a Taizé abbiamo voluto liberare la vita comune dal peso delle tradizioni. Se tale fosse stato il caso, la nostra esistenza conterrebbe un giudizio che, per essere implicito, non sarebbe meno severo. Andremmo contro alla nostra stessa vocazione: quella dell'unità. Saremmo dei «protestatari» e, perciò stesso, ci chiuderemmo in una posizione di sufficienza. Il cammino dell'unità non può passare attraverso la protesta. A volere stigmatizzare dall'esterno gli errori degli altri, non si può che chiuderli in se stessi.

Se ci interpellano per certo stato di malessere che grava su l'una o l'altra istituzione, stiamo zitti, tanto è vero che i giudizi dall'esterno hanno sempre finito con !'indurire le posizioni. Quando certuni soffrono, desidereremmo amarli di più. E se ci è dato di esprimerci, lo facciamo solo quando siamo certi di non creare uno spirito di rivolta.

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Alla grande svolta della storia contemporanea, diventa più che mai urgente considerare tutti insieme la nostra vita comune nella sua essenza e attuare in essa ciò che deve essere attuato. Per la stessa natura, ogni vita di comunità è volta verso Dio e verso gli uomini. Se non favorisse che la purezza della vita, rischierebbe di soccombere ad una lenta morte. Esige una capacità di adattamento al rinnovamento. Coloro che la vivono si servono della libertà della loro condizione quando sono in anticipo di un'ora sul quadrante del mondo e della Chiesa. Troppo anticipo non servirebbe a niente; ma dei ritardi verrebbero a distruggere lo slancio di una vita consacrata.

Oggi come non mai, se si carica della linfa che le è propria, se si riempie della freschezza della vita fraterna che la contraddistingue, la vita in comunità diventa per la Chiesa e peril mondo un lievito potente, capace di sollevare montagne di indifferenza, apportando agli uomini una qualità insostituibile di presenza del Cristo.