PICCOLI GRANDI LIBRI   Silvano Fausti
Lettera a Sila

Quale futuro per il cristianesimo?

PIEMME - 1991

Prefazione

INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

Vita apostolica: partecipazione piena alla vita del Figlio, inviato dal Padre

«Fece dodici»: la comunità punto di partenza e d'arrivo della missione

«Per essere con lui»: la comunità apostolica ha come fine, mezzo e principio la comunione con lui

Essere con lui con il cuore: la preghiera

Essere con lui con gli orecchi e gli occhi: lettura e contemplazione della Parola

Essere con lui con i piedi: seguirlo in una vita conforme alla sua

Essere con lui con le mani: toccarlo e unirsi a lui

«E per inviarli»: unione con lui sorgente della missione

«Ad annunciare»: l'annuncio mezzo specifico della missione

«E avere potere sui demoni»: parola come esorcismo fondamentale

PARTE SECONDA Questioni pratiche

Inculturazione
Inculturazione e povertà
Inculturazione e identità: preghiera, Parola e aiuto a cercare Dio
Inculturazione e valori religiosi: la croce
Inculturazione e potere
Inculturazione e riappropriazioni varie
Cristianesimo e modernità
Unità e diversità
Impermeabilità delle grandi religioni
Fede: esperienza personale e diretta di Dio
Catechesi: non ideologica, ma storico-narrativa
Matrimonio e verginità: espressioni diverse dell'unico amore
Desiderio di comandare
Apostolo e pastore: differenza da non sottovalutare
Carità: essere poveri ed educare la domanda del vero pane
Carità e altri carismi
«Beati i poveri»
Evangelizzazione e promozione umana: ambiguità
Carità intelligente
Rapporti col povero
Il vero male
Eresie teoriche: verità parziali
Eresie pratiche: scelte mondane
Sette e divisioni
Discernimento

CONCLUSIONE

PARTE PRIMA

VITA APOSTOLICA:
PARTECIPAZIONE PIENA ALLA VITA DEL FIGLIO,
INVIATO DAL PADRE

Il Signore Gesù «fece dodici, che chiamò anche apostoli, per essere con lui e per inviarli ad annunciare e ad aver potere di scacciare i demoni» (Mc 3,14 s.).
La vita apostolica è una chiamata alla comunione fraterna perché comunione con il Figlio. Questa è la nostra salvezza, operata dalla sua parola che, vincendo il divisore, ci fa aderire e ci unisce a lui, nostro Signore.
Compimento perfetto della vita cristiana, la missione ti fa entrare in tutto il mistero di Dio: il Padre ti mette in compagnia del Figlio, facendoti partecipare pienamente alla sua condizione.
Egli infatti, che è una cosa sola con il Padre (Gv 10,30), conoscendo il suo eccessivo amore per ciascuno dei suoi figli (Ef 2,4), non si vergogna di farsi loro fratello (Eb 2, 11), per annunciare loro il suo nome (Sal 22,23). Per questo dice: «Ecco, io vengo, per fare la tua volontà» (Sal 40,8; Eb 10,5 ss.). La sua volontà è che si faccia solidale con tutti, per mostrare loro il suo volto di padre. Nella sua fraternità infatti è visibile la paternità comune: «chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9).
Il principio della missione è l'essere con lui, il Figlio che conosce l'amore del Padre.
Il fine è che tutti gli uomini entrino in questa comunione.

Il mezzo è farsi fratello, proclamando a tutti il «nome» di Gesù in cui ritroviamo la nostra verità di figli e fratelli. Perché «in nessun altro c'è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4, 12). Guai a me se non evangelizzo (1 Cor 9, 16). Non interessandomi dei fratelli, ignorerei il Padre e sarei separato dal Figlio.

«Fece dodici»:
la comunità punto di partenza e d'arrivo della missione

Dopo aver chiamato singolarmente alla fede ciascun discepolo, Gesù «fece dodici». Sono i dodici patriarchi, le dodici colonne, la radice del nuovo popolo. Questa comunità è fatta dal Signore stesso, con un atto creatore. È il suo atto definitivo, con cui ci salva, perché ci unisce a sé e ci fa così figli del Padre e fratelli tra di noi.
«Quanto è buono e quanto è soave che i fratelli siano insieme» (Sal 133, 1). Nella fraternità risplende il volto del Figlio, la gloria del Padre, la luce dello Spirito.
La comunità fraterna è l'ambita mercede del vangelo che annunciamo, il frutto maturo, punto d'arrivo di ogni missione. Ma insieme è anche il suo luogo di partenza, dove chi annuncia vive in prima persona e testimonia con forza la verità di ciò che annuncia.
Per questo, il Signore ha inviato i suoi a due a due (Mc 6, 7). Due è segno di comunità. La missione non è un affare privato, un' avventura solitaria. «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Anch'io ho atteso a Corinto l'arrivo tuo e di Timoteo, prima di dedicarmi totalmente alla predicazione (At 18,5).
Il nemico farà di tutto per rompere la comunità, sapendo così di distruggere l'opera di Dio. Satana, l'accusatore, ti farà vedere il male del fratello, invece di quello, ben più grave, che fai tu quando lo giudichi o condanni, anche «giustamente». Il diavolo, il divisore, ti separerà da lui, rendendotelo pesante più di qualunque fatica apostolica.
Ricordatelo! I difetti che trovi più insopportabili in chi ti è vicino, sono semplice specchio dei tuoi. Invece di irritarti con lui, chiedi perdono per te e ringrazia Dio che ti ha messo accanto uno che ti ridimensiona e ti sopporta.
Il Signore permette le miserie tue e altrui non per farti cadere, ma per renderti simile a sé, il Figlio misericordioso come il Padre (Lc 6,36).
Nei litigi inevitabili, il perdono sia la parola ultima su tutto. In esso si rivela la verità stessa di Dio, che è amore gratuito per tutti i peccatori. È necessario che avvengano le divisioni, per manifestare i veri credenti (1 Cor 11, 19).
La comunità perfetta non è quella dove non si sbaglia. Sarebbe una comunità di farisei! È quella dove ci si accetta nei propri limiti: ci si perdona e grazia a vicenda, come Dio ha graziato noi in Cristo (Ef 4, 32).
Il giudizio dell'uomo è come un setaccio: lascia passare la farina e trattiene la crusca. Quello di Dio è come un vaglio: lascia passare la crusca e trattiene la farina. Valuta sempre come lui, che tiene il bene e lascia il male. La croce è il suo unico giudizio: ci stima tanto, da dare la vita per noi, mentre ancora siamo nel peccato (Rm 5,8).
Sta sotto il suo giudizio, libertà piena per te e per tutti.
L'uomo vive o muore dello sguardo altrui. Il tuo occhio rimandi a ognuno un'immagine molto buona di lui, come quella di Dio (Gn 1,31), che dal primo giorno si rispecchiò nella sua pupilla.
Coltiva all'interno della comunità l'amore fraterno, quella compagnia e comunione che suppone la comunicazione. L'amicizia nel Signore giova molto all',apostolo contro le tentazioni di evasione, di fuga e di compensazione affettiva.
Godi del bene del fratello. E più difficile, ma anche più perfetto, che piangere del suo male (Rm 12, 1 s.).
Se uno ama più di te, è più zelante di te, ha successo più di te, è più povero di te, ringrazia il Signore, gioisci e loda per lui. Lo spirito di lode trasforma anche l'inferno in paradiso, come quello d'invidia ha trasformato l'Eden in un deserto.
Per te il fratello e il suo ministero sia sempre più importante del tuo. Non far nulla per spirito di rivalità o per vanagloria (Fil 2, 3). Quanto cosiddetto lavoro apostolico è semplice autoaffermazione, un girare a vuoto di chi è vuoto. Non essere una trottola roteante su se stessa, che si scosta da tutto ciò che tocca.
Se proprio vuoi gareggiare, gareggia nello stimare sempre di più l'altro (Rm 12,10), considerandolo in tutto superiore a te (Fil 2,3).
Così sperimenterai gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5). Avrai in te il suo sale: avrai il suo sapore e vivrai in pace con tutti (Mc 9,50; Rm 12,18).
Frena sempre l'ira. L'ira dell'uomo non compie la giustizia di Dio (Gc 1,20). L'ira di Dio, infatti, che compie ogni giustizia tra gli uomini (cf. Mt 3,15), è la croce, misericordia e salvezza per tutti.
Molta attività è spesso frutto dell'inquietudine di chi non sa stare con gli altri. L'uomo, sempre avido di affetto, quando ne è privo, cerca di sostituirlo figliando infinite opere. Esse però sono nocive tanto all' autore quanto al destinatario.
Solo quando saprai vivere e collaborare con gli altri, potrai anche vivere e lavorare da solo, se fosse necessario.
Perché non sei mai solo, ma solo e sempre collaboratore del Regno.

 

«Per essere con lui»:
la comunità apostolica ha come fine, mezzo e principio la comunione con lui

Il Signore ha fatto i dodici «per essere con lui». Lui stesso è al centro della sua comunità, come nel cuore di ognuno.
Gesù non ha creato gli apostoli perché «facessero» qualcosa di buono, ma perché «fossero» con lui!
Ovunque andrai, la tua preoccupazione prima non sia il fare per lui, come Marta, ma l'essere con lui, come Maria.
Essere con lui, il Figlio, è il destino ultimo di ogni creatura. Tutto è fatto per mezzo di lui e in vista di lui, e solo in lui sussiste (Col 1,16 s.).
L'apostolo desidera stare con Cristo, perché è lui la sua vita (Fil1, 23. 21), ormai nascosta in Dio (Col 3, 3).
Non è bene che l'uomo sia solo (Gn 2, 18). Infatti è bisogno di compagnia, immagine e somiglianza di colui che è amore.
Non l'altro, bensì la solitudine è l'inferno.
Solo con il Figlio l'uomo colma la sua solitudine abissale, e ritrova la realtà di cui è riflesso.
Se non sarai «con lui», il vuoto del tuo cuore ti spingerà a fare tante cose buone, tranne l'unica che sei chiamato a fare. Darai alla gente tutto, anche l'impossibile, tranne ciò che dovresti dare. Creerai continue domande che non spetta a te soddisfare, e rimanderai a tempo indefinito l'evangelizzazione, ostacolandola a lungo anche per chi verrà dopo di te.
L'apostolo non è un impresario di opere più o meno buone; neanche un filantropo più o meno disinteressato.
È uomo di Dio, uno che sta con il Signore Gesù e insegna a fare altrettanto.
Nell'intimità liberante e appagante con lui sperimenterai in prima persona ciò che devi annunciare agli altri: «Va' e annuncia ciò che il Signore ti ha fatto» (Mc 5,19).
Solo se sei con lui, puoi essere suo testimone fino agli estremi confini della terra, come ci ha comandato (At 1,8). Allora annuncerai colui che hai conosciuto e veduto, contemplato e toccato, perché anche altri siano in comunione con noi, la cui comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo (1 Gv 1,1-3).

Essere con lui con il cuore: la preghiera

Sii con lui innanzitutto con il cuore, stabilmente fisso in lui. Dove è il tuo tesoro, sia anche il tuo cuore (Lc 12,34).
Questo intendo quando dico che bisogna pregare sempre, senza cessare (1 Ts 5,17; cf. Lc 18,1).
La nostra comunione con lui è la nostra vita. Staccati da lui, siamo morti, come tralci recisi dalla vite (Gv 15,1-6).
Il tuo centro di gravità non sia in ciò che fai, ma in lui, che ami sopra ogni cosa e cerchi in ogni cosa.
Dedicandoti al servizio dei fratelli, non cadere nella tentazione di non trovare il tempo per stare con lui. Sarebbe grave, anzi mortale. Ti taglieresti dalla tua sorgente, e non serviresti più i fratelli. Te ne serviresti per sentirti vivo, forse utile, addirittura buono. Dio te ne scampi, per la sua misericordia!
Ordina la tua vita al suo fine, che è «essere con lui».
Allora sarai come un vaso traboccante di acqua viva.
Sii conca e non canale. Tutti potranno attingere da te, e tu rovescerai intorno dalla tua abbondanza!
Se non preghi, corri invano e batti solo l'aria (1 Cor 9,26s.).
Come puoi portare i fratelli a essere con lui, se tu stesso ne sei lontano? Nessuno dà ciò che non ha e nessuno ha qualcosa se non l'ha ricevuto (1 Cor 4, 7).
La tua prima occupazione sia la perseveranza nella preghiera, come fecero gli apostoli sempre, prima e dopo pentecoste (At 1,14; 6,4).
La preghiera è il respiro della fede. Coltivala quindi come prima cosa.
Il desiderio di essa rimanga sempre; ma si traduca anche in realtà. Diversamente resterà solo un' esigenza velleitaria e frustrante.
Passerai dal piano del desiderio a quello della realtà quando troverai per essa ogni giorno concretamente un tempo e un luogo propizio - il migliore e il più tranquillo - che diventerà un po' alla volta il centro della tua giornata. Il luogo spirituale sia in fondo al tempio, col pubblicano che invoca perdono (Lc 18,13). Qui conosci la realtà tua e di Dio: tu sei peccatore e lui ti è padre. Adoralo quindi nello spirito di perdono e nella verità del Figlio, in cui sei da lui costituito (cf. Gv 4, 24).

La tua preghiera potrà anche essere difficile, distratta e desolata. Ciò sarà a causa dei tuoi peccati e delle tue trascuratezze, che ti han fatto cadere in basso. Ma va' avanti, e rimonta la china con fiducia e perseveranza. Hai bisogno di allenamento. Il Signore ti è vicino e ti incoraggia.
Quando sarai arido, invece di smettere, dedicale più tempo. Non incattivirti perché il Signore tarda a rispondere (Lc 18, 1).
Vuol purificarti per accostarti a lui, il Santo. Egli può e vuole darti più di quanto tu possa domandare o pensare (Ef 3,20). Invece dei suoi doni, vuol darti se stesso come dono.
Se vorrai gustare la sobria ebbrezza dello Spirito, sii temperante nell' avidità della bocca, degli orecchi e degli occhi, nonché in quella più sottile della mente, con le sue molteplici curiosità, e soprattutto in quella dello spirito, bramoso di doni e disattento al Donatore. La temperanza ti renderà più difficile l'ira e più facile la castità.
Oltre che effettiva, la tua preghiera sia affettiva. Chiedilo a Dio con umiltà. Se il tuo cuore non gusterà di . lui, cercherà insaziabilmente di saziarsi di tutto ciò che non sazia.
Sappi che la preghiera è il principale mezzo apostolico. Per questo lotta sempre con me in essa (Rm 15, 30; Col 4, 12).
Da una notte di lotta col Signore nacque Israele (Gn 32). Dall'orazione notturna di Gesù nacque il nuovo Israele (Lc 6, 12 ss.). Inoltre un solo uomo con le braccia alzate - Aronne e Cur gliele sostenevano - può vincere un intero esercito di nemici (Es 17,8 ss.). Ancora lo stesso uomo da solo può rappresentare davanti a Dio l'intera nazione e salvarla dalla morte, come sta scritto: «Dio aveva già deciso di sterminarli, se Mosè, suo eletto, non fosse stato sulla breccia di fronte a lui, per stornare la sua collera dallo sterminio» (Sal 107,23).

Essere con lui con gli orecchi e gli occhi:
lettura e contemplazione della Parola

Sii con lui, oltre che col cuore, con gli orecchi e gli occhi, che vanno dove porta il cuore.
L'amore desidera conoscere e vedere.
Noi non abbiamo ascoltato e visto il Signore Gesù, Verbo fatto carne. Ma sappiamo che la sua carne è tornata Parola, per farsi carne in noi che l'ascoltiamo e contempliamo. Perché l'uomo diventa la parola che ascolta e si trasfigura in colui davanti al quale sta.
La parola che ci racconta la storia di Gesù è per noi la sua carne, norma di fede e criterio supremo di discernimento spirituale. Diversamente ci inventiamo un Dio fatto su misura delle nostre fantasie religiose (cf. Ef 4,20; 1 Gv 4, 2), e crediamo non in lui, ma nelle nostre idee su di lui.
Di Dio non abbiamo nessuna immagine e non dobbiamo farcene alcuna. Lo conosciamo attraverso la sua rivelazione a Israele e la vicenda di Gesù, in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9).
Per questo leggi sempre le Scritture, per conoscere la Parola di cui sei servo a salvezza tua e a favore dei fratelli. È la tua professione specifica di apostolo (Lc 1,2; At 6,4).
Leggile sempre con stupore e rendimento di grazie. La Parola sarà luce per i tuoi occhi, miele per la tua bocca e gioia per il tuo cuore (Sal 19, 9.11; 119,103.111).
Leggi e stupisci; convertiti e gioisci; discerni e scegli, quindi agisci.
Sappi che dove non stupisci, non capisci; dove non ti converti, non gioisci; dove non gioisci, non discerni; dove non discerni, non scegli; dove non scegli, agisci inevitabilmente secondo il pensiero dell'uomo e non secondo quello di Dio (Mc 8,33).
La Parola sia per te il centro della tua vita. È Gesù, il Figlio, che ami e desideri conoscere sempre di più per amarlo sempre meglio e in verità.
Ora capisci perché, fin dall'inizio, tra le tante cose da fare, gli apostoli, alla luce dello Spirito, hanno così capito e definito la propria vocazione: «essere perseveranti nella preghiera e nel servizio della Parola» (At 6,4).

Essere con lui con i piedi:
seguirlo in una vita conforme alla sua

Sii con lui con i piedi, che percorrono la sua stessa via.
Il desiderio di camminare come lui ha camminato (1 Gv 2, 6) sia la speranza che muove la tua vita ad essere conforme alla sua.
Preferisci e scegli ciò che lui ha preferito e scelto, per stargli più vicino e somigliargli più perfettamente.
Questa amorosa speranza liberi il tuo cuore da ogni attaccamento al male, e ti spinga ad amare per amor suo la povertà, l'umiliazione e l'umiltà, la sua insignificanza, la sua piccolezza, la sua castità e la sua obbedienza. Come Mosè, stimerai l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore di tutti i tesori d'Egitto (Eb 11,26). Odiando ciò che il mondo ama e amando ciò che il mondo odia, guarirai dal perverso giudizio che ti fa compiere il male come fosse bene e fuggire dal bene come fosse male. Quanto siamo malati di testa e di cuore!

Essere con lui con le mani:
toccarlo e unirsi a lui

Sii con lui infine con le mani, per toccarlo, ed avere comunione piena con lui. Ciò si compie nella carità.
Dio non è oggetto della tua intelligenza, che ne riflette solo l'immagine. E invece oggetto del tuo amore, che ti unisce direttamente a lui.
Amalo, e la tua vita sarà trasformata nella sua - e potrai dire che non sei più tu che vivi, ma lui che vive in te (Gal 2,20).
Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai giunto alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3, 12).
Sii anche tu conquistato, innamorato di lui, con un desiderio struggente che fa della tua esistenza un unico grido: «Maranà tha: Vieni Signore!» (1 Cor 16,22). È l'eco di amorosa attesa alla sua promessa: «Sì, verrò presto»(Ap 22,20). Allora saremo sempre con lui (1 Ts 4, 17).
Mio caro, la vita apostolica presuppone sia una vita cenobitica, da vivere in comunione coi fratelli, sia una vita eremitica, da vivere in solitudine con lui.
Solo dopo sei abilitato ad essere apostolo, inviato a tutti i fratelli nel suo nome.
Guardati dal pericolo di eliminare le prime due tappe. Se non sai stare coi fratelli e non sai stare con lui, non puoi essere suo apostolo.

«E per inviarli»:
unione con lui sorgente della missione

Nella misura in cui lo tocchi e sei unito a lui, sei inviato. Infatti la tua missione è proprio quella di portare gli altri a essere «con lui».
È apparente la contraddizione tra essere con lui ed essere inviati da lui. Il cuore, quando si stringe, espande la linfa vitale in tutto il corpo. Così tu, stretto a lui, porterai la sua vita fino agli estremi confini della terra. Se aderisci a lui, sei spinto dalla sua stessa conoscenza e amore del Padre verso tutti i fratelli.
Il tempo che dedicherai a lui non sarà sottratto agli altri. Il frutto del tuo apostolato dipenderà dalla tua unione con lui.
La tua missione infatti è la stessa del Figlio. Sei suo collaboratore (1 Cor 3, 9). Ciò significa che è lui l'operaio che fa il lavoro; tu ti associ a lui, facendo il suo stesso lavoro, e a modo suo. Diversamente distruggi ciò che lui fa.
Stai anche attento a non sostituirti a lui, e a compiere un lavoro tuo o a modo tuo. Non saresti più suo collaboratore.
Lui è una cosa sola col Padre, e fa ciò che fa il Padre (Gv 10,30; 5, 19). Così tu sei una cosa sola con loro (Gv 17,22) e compi la stessa opera. Come Gesù compie ciò che vede fare dal Padre (Gv 5, 19), così anche tu compi ciò che vedi in Gesù.
Azione e contemplazione non si oppongono. Azione valida è solo quella che sgorga dalla contemplazione.
La differenza tra Marta e Maria non sta nel fatto che la prima agisce e la seconda no. Sta invece nella diversa fonte del loro agire. Per la prima ciò che conta è il proprio io religioso e le sue preoccupazioni per piacere al Signore e dimostrargli il proprio amore. Alla seconda invece piace il Signore, e gusta del suo amore. Mentre Marta resta nella schiavitù della legge e nel peccato di autogiustificazione, Maria approda alla gioia del vangelo e alla libertà dei figli.
La tua unione con il Signore è quindi la molla e la forza della tua azione apostolica.
Ricordati che l'intercessione di uno solo ha risparmiato tutti (Es 32, 11-14), e che, nella fede di uno solo, saranno benedette tutte le stirpi della terra (Gn 12,3).
Come il peccato di uno solo fu morte per tutti, così un solo giusto sarà la vita per tutti (Rm 5,12-19).
Se non sei giunto alla contemplazione di Maria, il tuo ministero sia solo per breve tempo e per esperimento. Diversamente risulterà non solo inutile, ma anzi dannoso, sia a te che agli altri, dirà un uomo di Dio (Lallemant). Sarà come il muoversi di «un mare agitato che non può calmarsi, e le cui acque portano su melma e fango» (Is 57,20).
Sappi che nel volgerti al Signore e nella calma sta la tua salvezza; nell' abbandono confidente in lui la tua forza (Is 30,15).
Dirà giustamente un grande maestro dell' agape: «È più prezioso e più utile per la Chiesa un atto puro d'amor di Dio, che tutte le altre opere prese insieme, anche se sembra che l'anima faccia niente» (S. Giovanni della Croce).

«Ad annunciare»: l'annuncio
mezzo specifico della missione

Ti dico un grande segreto, che molti nel futuro ignoreranno: l'evangelizzazione si fa con l'annuncio dell' evangelo.
Infatti è piaciuto a Dio salvare l'uomo con la stoltezza della predicazione (1 Cor 1,21).
Non arrossire della debolezza dell'evangelo: è la potenza di Dio che salva chiunque l'accoglie (Rm 1,16). Perché la Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio (Eb 4, 12). Dice il Signore: «La parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata» (Is 55, 11).
La Parola infatti agisce in chiunque l'accoglie non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale Parola di Dio che opera in chi l'ascolta con fede (1 Ts 2,13).
Alla parola esterna, corrisponde l'attrazione interna del Signore, che apre il cuore ad aderirvi (At 16,14). Infatti lui, oltre che Parola annunciata, è il Maestro interiore che agisce con efficacia, liberando dalle resistenze contrarie e convincendo della verità.
La fede è risposta personale alla proposta di Gesù, il Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), perché possa riamarlo con lo stesso amore.
Ma come si può amarlo, se non lo si conosce; e come lo si può conoscere, se l'inviato non lo annuncia (cf. Rm 10, 14)?
Sappi che con l'annuncio tu realmente salvi il fratello. Non perché tu sia il salvatore; ma perché il Padre nel Figlio ha già salvato tutti per grazia, e tu, con l'annuncio, ne fai conoscere l'amore, perché tutti lo accolgano e ne vivano.
Non credere di dover «costruire» il Regno. Il Regno di Dio è Dio stesso che regna, e c'è già. Il Regno del Padre, che invochiamo nella preghiera del Signore, è lo stesso Figlio unigenito - benedetto nei secoli - che è venuto, viene e verrà, allo stesso modo in cui l'abbiamo visto camminare e andarsene al cielo (At 1,11).
Tu semplicemente lo annunci, perché chiunque lo desidera possa conoscerlo, invocarlo, accoglierlo ed esserne accolto.
L'umanità è come la donna che Gesù ha guarito di sabato nella sinagoga. Sta ancora tutta incurvata sulle cose della terra e accartocciata su se stessa, in attesa che le sia notificato il dono che già le è stato fatto: «Sei già stata slegata dal tuo male», e puoi star dritta davanti a lui (Lc 13, 12).
Non aver paura se il nostro ministero dispone solo della debolezza della Parola. Essa è potenza di Dio (1 Cor 2,4), che solo può far invocare il nome che dà salvezza (At 4, 12). Nessuno infatti può dire: «Signore è Gesù», se non nello Spirito Santo (1 Cor 12,3). Il vangelo, di cui sei costituito araldo, apostolo e maestro, è il mezzo potente con cui Cristo vince la morte e fa risplendere la vita (2 Tm 1, 10 s.).

1. Debolezza dell'annuncio e tentazioni dell'apostolo - La salvezza viene dalla debolezza della Parola, e non da altre azioni potenti che sarai tentato di compiere per piegare gli altri alla fede.
L'efficacia del tuo annuncio sarà inversamente proporzionale all' efficienza dei mezzi che userai.
Non preoccuparti dell'insignificanza e irrilevanza del Regno. Esso è come un chicco di senape, il più piccolo tra i semi della terra (Mc 4,30 s.).
Non angustiarti se il bene sembra perdente: il chicco che non muore non porta frutto (Gv 12,24).
Tu cerca solo di testimoniare Gesù Signore, luce del mondo. E sii certo che una candela fa più luce di mille notti, ed è capace di provocare un incendio che le illumina tutte.
Non vergognarti della tua debolezza. È la tua forza
(2 Cor 12, 10)! Infatti ti associa alla parola annunciata, ti espone al rifiuto e alla croce. Ma proprio questa è la forza di Dio, amore più grande di ogni rifiuto e della stessa morte.
Dio ha scelto, per proporsi all'uomo, la modestia e l'umiltà della parola. Infatti l'amore non può imporsi con la forza, perché ama essere riamato in libertà.
Per questo anch'io, pur essendone capace, non ho mai cercato di convincere con sublimità di parola e di sapienza (1 Cor 2, 1). Non bisogna svuotare la croce, svuotamento del Signore (1 Cor 1, 17) e salvezza nostra.
In ogni messaggio, il mezzo che usi è la parte principale dello stesso messaggio. Un mezzo potente sarà sempre messaggio di dominio.
Nell'annuncio non ricercare il successo, ma la verità; e non sottrarti al compito di annunciare tutta la volontà di Dio, per non essere tu colpevole dei tuoi fratelli (At 20,26 s.). Se volessi piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo (Gal 1, 10). Infatti amare il mondo è odiare Dio (Gc 4,4).
Con rispetto e amore, poni ognuno davanti a Dio e alla sua parola. Questa agirà in lui con la forza del seme, secondo le disposizioni del terreno.
Ma abbi pazienza e non stare a tirar l'erba per farla crescere. La romperesti!
Non invocare fuoco su chi è indisposto, come Giacomo e Giovanni sui samaritani (Lc 9,54). L'unico fuoco che il Signore conosce è quello che arde e non consuma, anzi vivifica: è lo Spirito Santo.
I tempi di Dio non sono i nostri. Sono i tempi della sua misericordia, più ostinata di ogni nostra durezza ad arrenderci alla verità. Ogni costrizione che sembra accorciarli, li allunga indefinitamente, Egli usa pazienza verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano tempo e modo di convertirsi. Per il suo desiderio di noi, un giorno d'attesa è per lui come mille anni; ma, per la sua tolleranza verso di noi, mille anni sono per lui come un giorno (cf. 2 Pt 3,8 s.).
Il tuo annuncio non sia mosso da spirito di proselitismo - per essere più grandi e più numerosi! - ma dall'amore del Cristo, al pensiero che egli è morto per tutti (2 Cor 5,14). È il suo stesso amore di Figlio verso tutti i fratelli che ti spinge verso di loro.
Il tuo annuncio sia pieno di stima per il fratello, per il lontano, il diverso, il peccatore. Cristo l'ha stimato più di sé, dando la sua vita per lui. E stato comprato a caro prezzo (1 Cor 6,20): vale il prezioso sangue dell'agnello senza difetto e senza macchia (1 Pt 1,19).
Ricordati che ogni volta che non usi i mezzi che usò Gesù, non sarai collaboratore del Regno, ma del nemico, anche se non lo sai!
Tieni presente che le tentazioni sono sempre tutte «a fin di bene». Per fare un maggior bene e con minore fatica - se non addirittura meglio di quanto abbia fatto il Signore stesso! - userai quei mezzi che l'uomo considera avvii. Ma non scambiare l'ovvietà dell'uomo con il pensiero di Dio. Pietro fu chiamato satana, perché pensava secondo gli uomini e quindi rifiutava la parola della croce (cf. Mc 8,31 ss.).
L'uomo cerca l'avere, il potere, l'apparire. Crede così di realizzare se stesso e anche il Regno di Dio. Ma tu sai bene che queste brame, suscitate dalla menzogna del nemico, sono il principio di tutto il male del mondo. Chiudono l'uomo nell' egoismo e lo distruggono, lo pongono in balia di satana e del suo regno. Il Signore è venuto in povertà, servizio e umiltà. Così ci offre il suo amore e ci libera dal nostro male.
Ti troverai tra gente bisognosa di tutto; e cadrai nella tentazione di cambiare le pietre in pane. Essendone, per fortuna, incapace, perderesti però tutto il tuo tempo a sforzarti di farlo!
Ricordati invece che non di solo pane vive l'uomo. Il suo primo pane è la parola che dà la vita eterna (Lc 4, 1-4)! Il Signore Gesù, pur avendo potuto sfamare sé e tutti, non lo fece. Si fece lui stesso fame per diventare nostro cibo che sazia.
Il potere ti alletterà sempre molto. È molto umano, troppo umano, anzi... diabolico. Penserai che, una volta conseguito, tutto sarà tuo (Lc 4,5-8), e sarai in grado di fare tutto il bene possibile. Invece ti sarai piegato al nemico e ti sarai allontanato dal Regno, che non è dominio su nessuno, ma per tutti libertà di amare e di servire.
Sarai anche tentato di fare di Dio uno che ti ascolta, invece di ascoltarlo. Vorrai che lui dia risposte alle tue domande, invece di rispondere tu alle sue; che confermi le tue opinioni, invece di conformarti alle sue. Non. tentare il Signore Dio tuo (Dt 6, 16; Lc 4, 12) e non irritarlo! Questa, che ti parrà gran fede, è la perversione
di essa.
Quando sarai affamato, perseguitato e senza difesa, non cadere nella sfiducia. Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati (2 Tm 3,12). Mi sorprendo che qualcuno si sorprenda di,questo, come se fosse qualcosa di strano (1 Pt 4, 12). E capitato così a tutti i profeti prima di noi (Mt 5, 12) e al Signore stesso che ha detto: «Un servo non è più grande del suo Signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). E una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni, soffrendo ingiustamente (1 Pt 2,19). Infatti è necessario subire molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio (At 14,22).
Sappi che il Regno non è ostacolato dai «cattivi» e dalle loro persecuzioni. Essi ne affrettano la venuta, come avvenne con la croce. Pure Erode e Ponzio Pilato con le genti e il popolo d'Israele, quando si radunarono insieme contro Gesù, non fecero che compiere ciò che il Signore aveva preordinato che avvenisse (At 4,27s). Questa è l'opera esclusiva di Dio, mirabile agli occhi nostri (Sal 118,23): trarre il bene dal male.
Il Regno è ostacolato invece dai «buoni» e dal loro zelo senza discernimento. Infatti, quando usano - a fin di bene, si intende! - gli stessi mezzi del nemico, hanno il potere di guastare e ritardare il Regno senza alcun limite che quello posto dalla pazienza di Dio, che è infinita. Ma non prendiamoci gioco della ricchezza della sua bontà: non diventi pretesto alla nostra empietà, ma sia spinta alla conversione (Rm 2,4; Gd 4).
Questa è l'opera stupida dell'uomo senza intelligenza spirituale: fare il male con il bene!
Non agire mai «a fin di bene»; fa', con purità di cuore, sempre e solo ciò che è semplicemente bene.
Non preoccuparti dei risultati e della rilevanza. Il Signore Gesù ne ebbe pochi. Preoccupati di Dio e della sua verità.
Il nemico ti darà supplemento di zelo, sempre più fanatico, quando mancherai di intelligenza, in modo che tu possa nuocere in proporzione della tua buona volontà. Guai a te se ti aggiudicherai la buona fede! Sarebbe la peggior autogiustificazione. Scopriti sempre in mala fede; chiedi perdono e convertiti.
Il nemico ti darà invece supplemento di intelligenza, sempre più critica, quando mancherai di zelo, in modo che tu resti fiacco e scoraggiato, incapace di compiere il bene che vedi.
Guarda bene ciò che ti manca: se lo zelo, l'intelligenza o ambedue. Tienilo presente e chiedilo nella preghiera.
Pensa che tragedia se, in quella notte in cui il Signore fu tradito, Pietro con la sua spada fosse stato più forte
Dei nemici!...
Di tutti i mezzi che usiamo per combatterli, Dio voglia che presto abbiamo a liberarcene, come Davide dell'armatura di Saul. Affronterà Golia non con la spada, la lancia e l'asta, ma nel nome del Signore degli eserciti (1 Sam 17,45).
E se noi, come è presumibile, non ce ne libereremo, Dio voglia che siamo sempre più deboli del nemico, in modo da venire sconfitti e dover fuggire, come Pietro e gli altri nell' orto. Diversamente il Signore resterà sempre in agonia, per causa nostra!
Ricordati, soprattutto, che Dio non ha nemici. Ha solo figli.
E, per inciso, tieni anche bene in mente che non ha nipoti. Non fare quindi il padreterno!
Guardati dal demonio che istigò Davide al censimento. Non bisogna misurarci quanti siamo e quanto valiamo, né per ricevere plauso né per chiedere aiuto! Dio manderebbe l'angelo sterminatore, con la spada sguainata verso Gerusalemme (1 Cr 21, 1. 16).

2. Povertà: condizione per l'annuncio- La povertà per l'annunciatore del Vangelo non è un consiglio. È un ordine del Signore Gesù, che ci ha inv:iati col comando di non portare nulla con noi, né pane, né bisaccia, né denaro (Mc 6, 8). Solo quando siamo deboli, siamo forti della sua stessa forza (2 Cor 12, 10), che è la stoltezza e la debolezza della croce (1 Cor 1, 18). Perché la forza di Dio è l'amore, che nulla possiede, neanche se stesso, ma tutto dà, fino al dono di sé. Dio non possiede neanche il proprio essere. L'essere del Padre è l'essere tutto del Figlio e viceversa, e l'essere dello Spirito è l'essere l'amore e il dono totale di ambedue. Inoltre l'essere suo in sé è l'essere tutto fuori di sé in nostro favore. Grande mistero, che fa della povertà la più grande ricchezza sua e nostra!
La povertà rende l'apostolo bisognoso di accoglienza. Così sperimenta in prima persona la realtà che annuncia, quella del figlio che è bisogno di essere accolto, e fa sperimentare a chi lo accoglie la misericordia del Padre, che tutti accoglie.
Uno non è ciò che ha, ma ciò che dà. Chi ha cose, dà cose; chi ha nulla, dà se stesso ed è se stesso. Questa è la verità profonda che la povertà testimonia: un Dio amore.
La povertà è condivisione e solidarietà, unica medicina alla solitudine e all' egoismo.
La povertà non ti permette di dominare. Ti costringe a servire e ti rende umile, facendoti simile a colui che per amore si è fatto servo di tutti.
La povertà ti libera dagli idoli del mondo - l'avere, il potere e l'apparire.
La povertà ti fa porre la fiducia nel Padre. E la madre che ti genera suo figlio.
La povertà ti associa alla croce di Cristo, che con essa ha vinto il nemico.
Stai attento a quanto ti dico: non è la tua testimonianza di povertà che rende efficace e credibile la Parola. Ma la tua controtestimonianza ha il potere di renderla incredibile agli occhi di chi ti ascolta annunciarla con la bocca e ti vede smentirla con la vita.
La povertà è il tuo bastone. Strumento primordiale con cui raggiungi ciò che non è a portata della tua mano, questa piccola cosa di legno ti è data come scettro regale. Con esso Mosè aprì il Mare per salvare il popolo e lo richiuse per affogare il nemico; ,con esso fece scaturire acqua dalla roccia nel deserto. E figura della croce, il nulla con il quale il Signore ha trionfato del male e ci ha dissetati della sua vita.
Quando avrai mezzi potenti, il Signore non ti concederà mai di raggiungere il fine apostolico. Ti dirà, come a Gedeone: «La gente che è con te è troppo numerosa, perché io metta Madian nelle tue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: La mia mano mi ha salvato» (Gdc 7,2).
Come al giovane ricco, l'unica cosa che ti manca e di cui hai bisogno, è paradossalmente proprio ciò che hai e di cui non ti vuoi liberare (Mc 10,21).
Dice Gesù: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33).
Se non hai questo bastone, non sei con lui. E chi non è con lui, è contro di lui; e chi non raccoglie con lui, disperde (Lc 11, 23).
L'unico mezzo onnipotente che hai è la parola della croce, che non devi vanificare con l'uso di altri mezzi di sapienza e di potere (1 Cor 1,17 s.).
Così annuncerai con potenza - la potenza della sola fede - il nome del Signore Gesù, salvatore tuo e di tutti.
L'avevano capito bene Pietro e Giovanni, mentre salivano al tempio per la preghiera. Al povero storpio in attesa di elemosina, Pietro disse: «Guarda verso di noi». Se avessimo oro e argento, te lo daremmo; se ne avessimo tanto, fonderemmo un istituto per storpi; ma, siccome «non possiedo né argento, né oro, ti do quello che ho: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina» (At 3,4ss.).
La povertà e l'annuncio del suo nome hanno il potere di cambiare la condizione dell'uomo e di farlo entrare danzando e lodando nella casa di Dio (At 3, 1-8).
Ti ripeto di non far dipendere 1'efficacia dell' annuncio dai mezzi di efficienza. Questi impediscono a Dio di agire, come l'armatura di Saul impediva a Davide di camminare: «Non posso camminare con tutto questo, perché non sono abituato» (1 Sam 17,39).
In spirito di profezia vedo, ma confusamente, come un carro di fuoco e di tuono, veloce come il turbine, simile a quello che rapì Elia, che proprio così finì il suo ministero (2 Re 2, 11 ss.)! Potrà giovare per essere prima e in più posti. Ma a fare che? Questo è il problema! Speriamo che la rapidità della nostra azione non sia in anticipo su Dio, in modo che, invece di essere collaboratori suoi, sostituiamo la sua con la nostra opera - finendo così anche noi il nostro ministero.
Certamente questo carro di fuoco non favorirà la solidarietà. Susciterà anzi invidia e malcontento in tutti quelli che grideranno invano: «Padre mio, padre mio, prendi anche me sul tuo cocchio» (cf. 2 Re 2, 12).
Sarai beato se ti accontenterai del bastone e dei sandali (Mc 6, 8 s.), tenuta pasquale di chi esce dalla schiavitù d'Egitto alla libertà dei figli (Es 12, 11). Se vuoi, puoi rinunciare anche al bastone, dato che già hai la croce, che sostiene Dio stesso; puoi rinunciare anche ai sandali e andare scalzo come lo schiavo, dato che sei servo della Parola (Lc 1,2), di cui sei debitore a tutti (Rm 1, 14). E come il tuo pane è Cristo, vita tua (Fil1, 21), così sia egli anche il tuo unico vestito, la bisaccia del tuo sostentamento e il denaro che ti media tutto (cf. Mc 6,8 s.). In lui infatti sono nascosti tutti i tesori e nella sua debolezza abita tutta la pienezza della divinità (Col 2,3.9).

3. Gratuità: segno della grazia che si annuncia - «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

Il servizio apostolico è necessariamente gratuito, perché partecipa della grazia stessa del Signore morto e risorto per noi.
Chi chiede o riceve il prezzo dell' amore, pecca di prostituzione.
Guai a te se ti farai pagare per il tuo servizio della parola e della preghiera. Come il servo infedele Ghecazi, prenderai su di te la lebbra dalla quale il suo padrone liberò Naaman il siro: una lebbra che «si attaccherà a te e alla tua discendenza per sempre» (2 Re 5, 20-27).
Ricordati che il Signore fu valutato 30 sicli d'argento (Zc 11, 13). Il prezzo dello schiavo (Es 21,32) o dell'asino fu per Giuda quello del sangue di Cristo (Mt 27,3-10). Tu non svalutarlo, almeno!
Parlo in spirito di profezia! Pensa, caro Sila - e inorridisci con e come me! - che si pagherà il sacrificio di Cristo con 10 danari venuti da lungi, da una nazione ancora ignota, posta oltre gli estremi confini della terra, che allora sarà tanto importante da sostituire con la sua moneta l'oro. In questo modo i ministri dell' altare guadagneranno dal suo sacrificio in venti minuti quanto un lavoratore in un mese. E quindi chiaro che molti del popolo ambiranno essere sacerdoti. Ma non certo per associarsi al mistero di Cristo umiliato, bensì per essere potenti ed emergere dal gregge. Ciò danneggerà molto la Chiesa, ostacolando la nascita di anziani validi, amministratori fedeli del deposito della fede e modelli del gregge loro affidato (1 Pt 5, 3). Se l'albero sarà bacato alle radici, la colpa sarà di chi non ha ascoltato la parola del Signore.
Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34). E faranno ciò credendo di rendere culto a Dio, perché in realtà non hanno conosciuto lo Spirito del Figlio (Gv 16,2 s.).
Da Pietro venne Simon mago; e lo tentò con denaro per comperare lo Spirito di Gesù. Ma da te, quando ti presenterai in modo potente, non verranno a chiederlo perché non lo vedranno né apprezzeranno. Allora sarai tentato in maniera più sottile: cercherai non tanto di venderlo - nessuno lo vuole! - quanto di passarlo come omaggio non gradito aggiunto a un dono ambito. Così offrirai agli indifferenti regali e servizi di qualunque tipo, purché accettino anche il Signore. Questa è simonia invertita, che svaluta il Vangelo e impedisce l'accesso alla fede. Infatti a te e ai tuoi successori chiederanno sempre quei regali e servizi, e nient' altro. Sarà addirittura ritenuto cattivo chi vuoi loro offrire il pane di vita condividendo la loro fame.
Ritenetemi pure come un pazzo (2 Cor 11,16), ma vorrei che anche in questo molti fossero come me (1 Cor 7, 7). «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani». E lavorando che si soccorrono i deboli (At 20,34 s.).
L'apostolo che non fa così, viva di elemosina. E non la accumuli, dando e ricevendo gratuitamente come povero che vive della grazia altrui. Il Signore ha proibito di mettere la museruola al bue che trebbia (Dt 25, 4), e ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del vangelo (1 Cor 9,14).
lo ho preferito la prima soluzione, perché sono schiavo del Vangelo, che annuncio non per mia iniziativa, ma perché è un compito affidatomi.
La mia unica ricompensa è quella di evangelizzare gratuitamente, come fece il Signore. Preferirei morire piuttosto che agire diversamente (1 Cor 9, 15-18). E questo non per spirito di orgoglio o di indipendenza, ma come testimonianza più limpida della grazia del Signore nostro Gesù Cristo, che ha dato tutto senza ricevere nulla in contraccambio. Per questo vi è più gioia nel dare che nel ricevere (At 20,35). Soprattutto se tieni presente che la sola ricompensa al bene che ci ha fatto, è la croce che gli abbiamo inflitto!

«E avere potere sui demoni»: parola come esorcismo fondamentale

Fine immediato dell' annuncio è la vittoria sul demonio. Il vangelo vince la morte e fa risplendere la vita (2 Tm 1, 10). Infatti ci testimonia di colui che è divenuto partecipe del nostro sangue e della nostra carne per ridurre all'impotenza, mediante la sua morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per paura della morte, erano schiavi per tutta la vita (Eb 2, 14 s.). Ci presenta infatti un Dio che ci ama, ed è solidale con noi oltre ogni peccato e morte, per darci la sua vita.
Solo così è sbugiardata la menzogna antica ed è svuotato il pungiglione della morte (1 Cor 15,56), che avvelena tutta la nostra vita. La morte non è più la minaccia inesorabile a cui sottrarsi in un disperato e inutile tentativo di salvarsi a tutti i costi. Origine dell' egoismo e di ogni male, più che l'orgoglio, è la paura del limite e l'angoscia.
L'annuncio dell' evangelo è un esorcismo continuo, che ci libera dal dominio di satana, rivelandoci la nostra verità di figli. Per questo Gesù dice ai suoi discepoli: «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli»(Lc 10,20).
Lo spirito impuro cede il posto allo Spirito Santo, che ci fa figli e grida in noi: «Abba» (Gal 4,6; Rm 8, 15).
Fine di ogni missione è restituirci alla nostra identità di figli nel Figlio, vita di ogni vivente. Questa è la nostra salvezza, compiacenza del Padre ed esultanza del Figlio, che, danzando, canta la sua gioia per la grande rivelazione fatta ai piccoli: «Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Lc 10,21 ss.).
Dove viene la luce cessa la tenebra, dove giunge la verità scompare la menzogna, dove arriva la Parola fugge il demonio.
Luce del mondo è Dio, sua verità è l'amore. La Parola è il Cristo crocifisso, che lo manifesta tutto a tutti.
L'annuncio di un Dio crocifisso per amore, ci strappa dalle mani del nemico, che ci tiene relegati nelle tenebre e nell'ombra di morte (Lc 1, 74. 79; Is 9,1; 42, 7).
Solo la parola della croce ci cura dal male che inquina la fonte della nostra vita. Infatti ci libera dalla falsa immagine di un Dio vendicativo, e ci toglie la diffidenza che ci fa sentire abbandonati, paurosi e incapaci di amore.
La croce è la nostra unica salvezza e liberazione, perché ci porta a una vita filiale e fraterna, visibile qui e ora, in qualunque situazione strutturale, anche la più oppressiva, senza ipotizzare un mondo diverso o migliore. Questo non per giustificare l'oppressione, ma per romperne storicamente le radici. Di ciò erano sommamente delusi i due di Emmaus, che dicevano: «Speravamo che fosse lui a liberarci» (Lc 24, 21). Volevano un altro tipo di salvezza, che in realtà sarebbe stata una conferma definitiva del male da parte di Dio, il quale avrebbe dovuto sposare i nostri criteri. Sarebbe stato un semplice cambiar le pedine, per continuare in eterno a giocare lo stesso tragico gioco. I due in ciò saranno seguiti da infiniti epigoni, tutti incurabilmente malati di millenarismo di diverso stampo, che si rifugiano negli opposti estremismi o si arroccano nei vari centrismi. Si tratta di «teologie da spiaggia», da godere sotto il solleone estivo o nel tepore autunnale; secondo i gusti e le età; sono «pornotheologien», ossia cattivi discorsi su Dio, direbbe un futuro buon dottore (Barth). Hanno sempre in comune l'ignoranza della croce, unico principio di ogni possibile discorso su Dio e vera croce di ogni teologia mondana.

All' annuncio del vangelo è conferito il potere su ogni specie di demoni e su ogni forza del nemico (Lc 9, 1; 10,19) - anche sulla più terribile forza, quella del nemico più tremendo: il demonio sordo-muto, che, tappandoci l'orecchio all' amore ,del Padre, ci rende inabili ad ascoltare e a rispondere. E il demonio di questa generazione incredula, che l'annuncio guarisce dove è almeno invocata la fede in esso (Mc 9,14-27).
Prima il nemico aveva potere su di te; ora tu hai potere su di lui. Prima eri suo schiavo; ora sei libero e lui è tuo schiavo.
Ma stai attento. Lui tenta di ribellarsi e cerca di riprendere il dominio perduto. Se prima la tua condizione era di tranquilla sudditanza, ora è di lotta per mantenere la libertà. Cristo infatti ci ha chiamati a libertà, e ci ha liberati perché restassimo liberi (Gal 5, 13. 1). Bada di non ricadere nella schiavitù. La nuova condizione sarebbe peggiore di quella di prima (Lc 11,26).
Ricordati che la nostra battaglia non è contro i cattivi, che vanno amati di tutto cuore come i fratelli più amati dal Padre, ma contro il male che è in essi, come pure in noi.
Cristo odiò il peccato e amò il peccatore. Se non ami il peccatore, è perché ancora non odi il peccato che è in te. La nostra lotta infatti non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro gli spiriti del male, dominatori di questo mondo di tenebre (Ef 6, 12).
Solo la fede nell' annuncio - ossia la conversione di un cuore che conosce e crede all'amore di Dio per lui (1 Gv 4, 16) - è in grado di vincere questo male, che con inganno si è impadronito dell'interno di ogni uomo.