PICCOLI GRANDI LIBRI   Silvano Fausti
Lettera a Sila

Quale futuro per il cristianesimo?

PIEMME - 1991

Prefazione

INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

Vita apostolica: partecipazione piena alla vita del Figlio, inviato dal Padre

«Fece dodici»: la comunità punto di partenza e d'arrivo della missione

«Per essere con lui»: la comunità apostolica ha come fine, mezzo e principio la comunione con lui

Essere con lui con il cuore: la preghiera

Essere con lui con gli orecchi e gli occhi: lettura e contemplazione della Parola

Essere con lui con i piedi: seguirlo in una vita conforme alla sua

Essere con lui con le mani: toccarlo e unirsi a lui

«E per inviarli»: unione con lui sorgente della missione

«Ad annunciare»: l'annuncio mezzo specifico della missione

«E avere potere sui demoni»: parola come esorcismo fondamentale

PARTE SECONDA Questioni pratiche

Inculturazione
Inculturazione e povertà
Inculturazione e identità: preghiera, Parola e aiuto a cercare Dio
Inculturazione e valori religiosi: la croce
Inculturazione e potere
Inculturazione e riappropriazioni varie
Cristianesimo e modernità
Unità e diversità
Impermeabilità delle grandi religioni
Fede: esperienza personale e diretta di Dio
Catechesi: non ideologica, ma storico-narrativa
Matrimonio e verginità: espressioni diverse dell'unico amore
Desiderio di comandare
Apostolo e pastore: differenza da non sottovalutare
Carità: essere poveri ed educare la domanda del vero pane
Carità e altri carismi
«Beati i poveri»
Evangelizzazione e promozione umana: ambiguità
Carità intelligente
Rapporti col povero
Il vero male
Eresie teoriche: verità parziali
Eresie pratiche: scelte mondane
Sette e divisioni
Discernimento

CONCLUSIONE

PARTE SECONDA

QUESTIONI PRATICHE

Dopo averti detto l'essenziale sul principio, i mezzi e il fine dell' apostolato, mi pare opportuno darti qualche suggerimento pratico che ti può essere utile per circostanze particolari.

Inculturazione

Ti troverai presso popoli che parlano, vivono e pensano in modo diverso dal tuo. Dovrai inculturarti.
Per questo non fare come tutti gli uomini, religiosi o meno, che amano la certezza più che la verità. Non essere un presuntuoso assertore di certezze, ma un umile ricercatore di verità. Questa è sempre più grande di ogni nostro pensiero, e rende timida ogni nostra sicurezza.
Esimiti dal dire ciò che sai; può essere insignificante per l'altro. Impara ad ascoltare ciò che senti; è sempre importante per te. Ascolta con grande rispetto, e rispondi solo se lo Spirito ti suggerisce qualcosa.
Non commettere l'errore di credere che l'inculturazione preceda l'evangelizzazione. È piuttosto conseguente. Chi ha accolto il vangelo, annunciato in povertà e nella potenza dello Spirito, scoprirà come viverlo nella sua situazione concreta.
Per questo tu preoccupati di spogliarti di tutto, anche di te stesso, per non annunciare te stesso, il tuo modo di parlare, vivere e pensare, invece del Signore di tutti. Anch'io mi sono fatto giudeo con i giudei, greco con i greci"e barbaro coi barbari (1 Cor 9,19-22).
Anche se capiterà tra molti anni, forse due millenni, non ti nascondo che nascerà, all'improvviso o quasi, una nuova cultura, così distante dalla presente quanto questa lo è da Adamo ed Eva.
Sarà una cultura (o incultura?) potente come il bastone di Mosè, capace di fagocitare tutte le altre. Sarà un sistema unificato, a immagine di se stesso, con un unico linguaggio e un unico mercato, un solo modo di parlare e un solo modo di vivere: quello del più forte, che non sarà certo il più intelligente e rispettoso dei valori. Sappi però che questa è Babele più che Pentecoste.
Ci può essere anche una mondialità disumana, bestiale: Da questa bisognerà difendersi. Ma sarà bene tenerla presente, senza ingenuità, perché sulla destra e sulla fronte del credente non ci sia la cifra 666 - il suo agire e il suo pensare non sia quello della bestia (Ap 13, 11-18).
Non bisognerà perdere di vista la complessità della situazione. Questa però non impedisca una valutazione critica, riducendo ogni scarto tra ciò che c'è e ciò che ci dovrebbe essere. Sempre con un occhio si guardi la realtà, ma con l'altro si traguardi la verità, la mèta verso cui camminare. Il pensare sia conoscenza precisa, ma non santificazione stupida dell' esistente. A questo fine sarà molto utile guardare bene, oltre ciò che differenzia i popoli, ciò che accomuna i poveri. E come il massimo comun divisore dell'umanità. I valori di una cultura li trovi sempre al di là della siepe, tra gli emarginati. Questi sono segnati sulla fronte della lettera «Tau»(Ez 9, 4), gloria e salvezza potente di colui che si è identificato con loro, dicendo: «Quanto fate ai miei fratelli più piccoli, lo fate a me» (Mt 25, 40): infatti «il più piccolo tra voi tutti, costui è il Grande» (Lc 9,48).
Il povero, in quanto residuo ultimo di umanità, è il «locus theologicus», ossia il luogo da cui si può parlare di Dio, conoscibile solo dalla verità dell'uomo. Per questo è il luogo privilegiato di ogni inculturazione.

Inculturazione e povertà

L'Inculturazione, al di là della ricchezza di tutte le argomentazioni teologiche, ti sarà possibile nella misura in cui sarai realmente povero in tutti i sensi. Se andrai con ricchezza, potere e cultura, dominerai sugli altri e li farai tuoi coloni, portando ovunque te e il tuo peccato.
Dalla tua predicazione nascerà una Chiesa debole, che stenterà a decollare, e i cui capi saranno amanti del denaro, del potere, del prestigio, del vino ecc. (cf. 1 Tm 3,3).
E non lamentarti di loro. Rimprovera piuttosto te stesso, che sei stato loro modello.
Uno pensa e parla come mangia. Attorno al cibo - è la vita! - si struttura tutta la cultura, il modo di lavorare e di rapportarsi di un popolo. Dimmi come mangi, e ti dirò chi sei! Per questo «mangiate quello che vi sarà messo dinanzi», disse Gesù (Lc 10, 9) e l'angelo ordinò a Pietro (At 10,13). Abituati quindi, per quanto possibile - quanto più, tanto meglio! - a mangiare, vivere e vestire come gli altri. Così entrerai nella loro cultura facendoti loro fratello, e testimoniando coi fatti ciò che annunci con la parola.
Se non ci riesci, sentiti colpevole. È giusto! Ma con tranquillità, senza cercare troppo di rimediarci. Rischieresti di fare del male. Non potendo fare te come gli altri, cercheresti di fare gli altri come te.
Il senso di colpa ti giovi per umiliarti davanti a Dio e al fratello. Conseguirai un duplice vantaggio: non ti metterai sopra l'altro e non ti sentirai a lui estraneo.
Gli manifesterai la tua buona volontà e la tua incapacità, chiedendogli perdono. Egli te l'accorderà volentieri, con il grande risultato che non si sentirà in colpa per non essere come te. Così non vedrà come bene il male e come male il bene.
Se dovesse avere invidia per te o cercare emulazione con te, ciò sia nell'abnegazione e nell'umiltà che vede in te.

Inculturazione e identità:
preghiera, Parola e aiuto a cercare Dio

Ogni uomo ha bisogno di una identità.
Non farla consistere nella tua cultura, bensì in ciò che mette in crisi e salva la cultura tua e altrui.
Comincia presto e continua sempre a imparare a pregare, leggere la Parola e aiutare le persone nel cercare e trovare Dio.
Pregare, leggere e aiutare nella ricerca di Dio sono le tre cose che più facilmente si trascurano, perché non immediatamente operative. Questo è invece l'albero che dà frutto. Queste tre cose sono necessarie, e le puoi fare a tutte le latitudini e longitudini, e senza soldi. A differenza di altre, con il passare degli anni puoi farle anche meglio. E più sei povero, meglio le fai!
Se fai consistere in questo la tua identità, sarai in grado di procedere verso una inculturazione vera.
E sarai agile anche nel reinculturarti quando tornerai nella tua patria. Non sarai un disadattato, un leone in gabbia o un leviatan in piscina.
Diversamente sarai come la lumaca: ovunque andrai, ti porterai la tua casa, ricostruirai il tuo ambiente abituale. Ti aggrapperai a tutto ciò che hai e fai, per sapere chi sei, e non morire d'inerzia o d'angoscia.

Inculturazione e valori religiosi: la croce

Le grandi religioni, a differenza delle sette, hanno la capacità di formare cultura, proponendo valori vivibili da molti, in situazioni diverse e in modi molteplici.
La fede in Gesù Cristo ha la capacità di adeguarsi a tutte e di trasformarle tutte.
Ogni religione, più o meno, vuol essere un cammino per salire a Dio e piacergli. Per questo lega o rilega l'uomo con delle leggi morali e culturali.
Il Signore Gesù invece non lega, ma scioglie l'uomo, e lo rende libero di rispondere al suo amore.
Per questo annuncia la croce di un Dio che ha tanto amato gli uomini fino a scendere tra loro e portare su di sé i loro peccati, per restituirli a una vita filiale e fraterna, in perenne lode e rendimento di grazia al datore di ogni bene.

Predica Gesù Cristo, e questi crocifisso (1 Cor 2,2). Il suo annuncio è liquidazione di ogni religione e di ogni ateismo, e salvezza per tutti. Ciò che ogni religione cerca - e ogni ateismo detesta (l'ateismo è sempre noiosamente religioso!) - è l'homo incurvatus, osservante e zelante, pieno di pietas e di eusebeia, possibilmente ottuso e fanatico. Il cristianesimo parla invece di un Deus inclinatus sull'uomo, per raddrizzarlo e renderlo libero. Se la religione, nella migliore delle ipotesi, è una «filotea», un' arte per amare Dio - cosa buona solo se uno s'accorge che gli è impraticabile! - il cristianesimo in- ' vece presenta innanzitutto l'amore di Dio per noi, la sua filantropia, ricca di sympatheia e di macrothymia verso tutti.
Su questo punto sta' attento ai facili irenismi e concordismi. Sii delicato ma fermo. La libertà, l'amore, la compassione e la tolleranza non si mercanteggiano.
Personalmente non so cosa più possa aiutare od ostacolare l'incontro con il Signore: se la religione, con le sue giuste leggi che confondono l'uomo, o l'ateismo, con il vuoto abissale che gli lascia nel cuore. Sono due vie diverse, con le loro peculiarità, ambedue da percorrere secondo l'opportunità. E comunque un dato di fatto che, dei due fratelli, il minore è il primo a tornare a casa; il maggiore, quello giusto, vuoI restare fuori (Lc 15). Il primogenito sarà l'ultimo a sedere al banchetto del Padre, e ci siederà solo quando si identificherà con l'ultimogenito (Rm 11,28-32). «O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie (Rm 11,33)»!

La parola di Dio né semplicemente nega né semplicemente approva una cultura, qualunque essa sia. Chiama a conversione tutti, e offre a ciascuno un nuovo orizzonte di pensiero e di azione, rivelandogli la verità di ciò che è: figlio di Dio e peccatore, riscattato a caro prezzo.

E bene rispettare ogni cultura con le sue diversità. Ma non dimenticarti di rispettare la Parola di Dio e Dio stesso nella sua specificità, che chiama tutti a guardare e ascoltare il Figlio crocifisso (Mc 9, 7). Solo lì conosciamo Dio (Mc 15,39) e ci convertiamo al suo amore. È questa la verità che ci fa liberi (Gv 8, 32). Se mi sono fatto tutto a tutti, è solo per guadagnare il maggior numero a Cristo (1 Cor 9,22.19). E lui che conta, perché è lui il Signore. Non la mia cultura, con i miei stupidi o intelligenti complessi di superiorità o di inferiorità.
Tutti i popoli hanno in sé cose buone, traccia della bontà del Figlio disseminata in tutta la creazione. Accettale ed evidenziale, per entrare con loro e uscire con loro verso il Signore.
Ogni cultura è però anche pesantemente segnata dal peccato. Per questo individua quali tradizioni degli uomini annullano il comando di Dio - che è l'amore dell'uomo - e, pur con tutto il rispetto, rifiutale (cf. Mc 7,8-13).
Sii semplice come colomba e prudente come serpente (Mt 10, 16).
Sii semplice come un bambino quanto a malizia, non quanto a giudizio; in questo sii uomo maturo (1 Cor 14,20). E, quando credi di sapere, cerca anche di sapere come bisogna sapere, perché non ogni sapere edifica. La scienza da sola gonfia (1 Cor 8, 2); per questo fai la verità nella carità (Ef 4, 15).
Il Vangelo non parte mai da un ipotetico uomo ideale, come dovrebbe essere, per finire poi per tagliare la testa all'uomo reale, com'è. Parte invece sempre da un uomo negato, schiavo del male, della malattia e della morte - lebbroso, paralitico, sordo muto e cieco.
Prende in considerazione e ama l'uomo così com'è, senza mai identificarlo col suo male. Anzi, lo dissocia da esso, ponendolo come indebito, venuto da una causa esterna che diagnostica con cura.
E così è in grado di fare la terapia, prendendosi cura di lui, per guarirlo e restituirlo a se stesso.
I racconti di guarigione evangelici servono per farci conoscere questo procedimento, in modo che, riconoscendoci nel miracolato in questione, desideriamo, vogliamo e chiediamo anche noi il dono che è raccontato.

Inculturazione e potere

A causa del Vangelo io soffro in catene. Ma la Parola di Dio non è legata (2 Tm 2,9). Verranno però tempi in cui si annuncerà il Vangelo al seguito dei potenti. L'appoggeranno in ogni modo, purché tu li appoggi o non li contraddica.
Preoccupati allora molto. Tu sarai libero. Ma la Parola di Dio sarà incatenata.
E quando ti insulteranno e ti perseguiteranno ingiustamente a causa sua, rallegrati (Mt 5, 11 s.). La tua fedeltà al Signore sarà come oro, purificato nel fuoco sette volte (1 Pt 1, 7).
Guai a te quando ti capiterà o cercherai il contrario (Lc 6,26).

Inculturazione e riappropriazioni varie

Nel gregge che il Signore si costruirà, sorgeranno periodicamente tendenze a «riappropriarsi» di ciò che si ritiene più proprio. E giustamente. Ma poche parole sono più contrarie di questa a quel Dio che si è espropriato di tutto ciò che è suo per amore nostro. A questo scopo si serviranno di Dio e della sua parola, facendo varie teologie appropriate a tali appropriazioni debite o indebite.
Ma, se guardi bene, in ogni cultura il problema è uguale: l'uomo si serve di tutto e di tutti per avere potere I ed apparire di più, sempre di più. E questo è il peccato che distrugge lui e la sua storia.
Un peccato poco originale, perché comune a tutti fin dall' origine.
Il corvo lo riconoscerai sempre dal suo grido e dalle sue penne, come anche dal suo amore per le immondizie.
Tu comunque abbi pazienza, e vedi in questi errori lo specchio perfetto dei tuoi. Abbi quindi indulgenza con gli altri, ma molto discernimento e severità con te. Stat crux, dum volvitur orbis!

Cristianesimo e modernità

La modernità è crisi del vecchio. Non può quindi essere altro che la morte. Ed è naturale che sia così. Tutto è finito, e deve finire!
Il problema è se l'ultima parola è la fine o il fine.
Quando non c'è speranza di un fine, la modernità è sempre distruttività. Spinto dalla paura della fine inevitabile, l'uomo non può che anticiparne per vertigine la mossa vincente. Ma anche quando la sua speranza è solo ideale, non va meglio: ciò che muore è sostituito da un cadavere che già puzza.
Per questo detesta tutte le ideologie, comprese quelle buone - pretendono sempre di essere tali! Più illudono, più deludono. Illusione e delusione, monotono pendolo di chi vuole felicità senza fare i conti con la realtà! La felicità, chi la cerca non la trova. E un omaggio offerto in dono a chi, facendo ciò che è bene, cerca ciò che ama e ama ciò che trova.
Ci sarà un tempo in cui, per la puntuale smentita di ogni promessa ideologica, non ci sarà più speranza, né di evoluzione, né di rivoluzione.
Soddisfatti, almeno come possibilità, i bisogni animali provvedendo all'utile, si farà consistere il bisogno d'essere uomo - fuoco che arde e non si estingue - nel consumo del futile. Ci si esporrà all'effimero e al caduco, bruciando l'attimo fuggente. Non ci sarà più né passato - è il presente purificato attraverso il crogiolo del tempo - né tanto meno futuro. La stessa memoria per vivere sarà esterna. All'uomo non resterà che la «memoria mortis», destrutturazione e distruzione di tutto ciò che ha ed è.
Il piacere, fiume che dovrebbe essere dell' oblio, ne alimenta il ricordo. Infatti è acqua che dà sete. Solo la gioia è acqua che disseta.
Il cristianesimo non è di sua natura tradizionalista o conservatore; non si oppone alla modernità. Nonostante tutti i pii tentativi, cominciati subito appena possibile, il corpo di Cristo non si riuscì a imbalsamarlo. La nostra tradizione da conservare è la memoria di un novum assoluto tanto desiderabile quanto impensabile.
Il cristianesimo è crisi del vecchio e sua morte, ma non in nome di una «memoria mortis», bensì di una «memoria vitae»: il Signore Gesù, come conseguenza ultima di una vita tutta spesa nell' amore, ha svuotato il sepolcro. Questo è il fatto da ricordare, da portare-al-cuore di ogni presente, aprendolo al suo futuro e rompendone il guscio mortale.
Alla memoria della fine, ineluttabilmente vitanda e inevitabile, il credente sostituisce la memoria del fine, liberamente amato e perseguito.
La modernità distruttiva, che cancella il tempo, cede il passo alla modernità costruttiva. N asce la possibilità di un cammino, di una storia con un prima e un dopo rispetto al qui e ora. Il presente non è più un punto inesistente sospeso nel vuoto, ma ponte da una riva all' altra. Ciò che era si fa memoria, capacità di progettare e fare ora ciò che ancora non è.
Il cristianesimo si differenzia dall'ideologia perché non celebra un'ipotesi futura, bensì la memoria di un fatto che non solo è stato, ma anche ha la forza di fecondare il presente e anticipare il futuro. Il passato è padre di un presente in grado di generare il suo futuro. Il tempo non è più l'attimo irrepetibile - solo la morte è irrepetibile! - ma il crescere paziente e quotidiano del novum.
Ogni realtà non è un prodotto con scadenza immediata, da consumarsi all'istante, che subito sfugge. Tutto è tessera di un mosaico che la mano sapiente di Dio sta eseguendo. Nella nostra storia egli va disegnando il volto stesso di suo Figlio, fino a quando sarà tutto in tutti (1 Cor 15,28).
Questo, e non un altro migliore o possibile, è il mondo che Dio ama e nel quale agisce. Quindi non dire con semplice nostalgia o con vuoto desiderio: «Ci fu un tempo», o «ci sarà un tempo». Ciò che fu e ciò che sarà non è. Dio invece è colui che è. Per questo il tempo migliore è sempre il presente. Infatti è l'unico che c'è, nel quale incontriamo la Presenza di colui che è.
Certamente la realtà in cui viviamo è complicata e lo sarà sempre di più. Non fare indebite semplificazioni.
Tu con un occhio cerca di abbracciarne tutta la complessità. Ma non fare di questa l'alibi al discernimento e alle scelte. L'altro tuo occhio sia rivolto con purezza all' azione di Dio, di cui già ti è stata donata la memoria.
Senza questo strabismo, non sarai né uomo né credente. Negherai infatti sempre la realtà dell'uomo e quella di Dio, che in essa opera e non altrove.

Unità e diversità

Gesù non vuole fare di tutti gli uomini un solo ovile, come spesso erroneamente si dice. Non vuoI rinchiudere nessuno in un recinto. Anzi, come ha condotto fuori dal recinto Israele, così porta le sue pecore fuori da tutti gli steccati, per guidarle ai pascoli della vita. Al chiuso infatti le pecore sono solo munte e tosate, e muoiono di fame.
Non quindi un solo ovile, ma esodo da ogni recinto, per formate un solo gregge e un solo pastore (Gv10,4. 16). Un popolo di fratelli, uniti attorno al Figlio! Tutti i vari ministeri nella Chiesa servono a questo.
Un'unità sì fatta regge la sollecitazione di ogni diversità, peraltro voluta da Dio come espressione della multiforme sua ricchezza, contro ogni appiattimento e riduttività.

Impermeabilità delle grandi religioni

Ti chiederai: «Perché le grandi religioni sembrano restare refrattarie all' annuncio, anche dopo mille e più anni?».
Ti risponderò dicendo: Primo, perché i piccoli sono sempre privilegiati (Mt 11, 25). Infatti Dio resiste ai superbi e agli umili dà la sua grazia (Pr 3,34 LXX; Gc 4,6). Secondo, perché noi non stiamo con Cristo, e lo annunciamo nella potenza e nella sapienza della carne, non in quella dello Spirito.
Con le tue opere buone potrai adescare solo uno che abbia bisogno del tuo aiuto materiale. Con il dono accetterà anche la confezione, che però scarta e butta via.
Ma uno che abbia una forte religiosità o non abbia bisogno del tuo aiuto, non ti ascolterà mai. Vedrà in te il filantropo o l'impresario di opere buone, o addirittura il colonizzatore culturale. Per questo ti loderà, ti apprezzerà o ti detesterà. Ma non si volgerà al Signore, bensì solo a te, anche con sentimenti contraddittori.
Solo se vedrà in te uno che prega, sta con il suo Signore e lo testimonia nella potenza dello Spirito, potrà convertirsi a lui.
N elle grandi religioni entrerai solo se sarai uomo di Dio, e annuncerai Gesù Cristo, e questi crocifisso (1 Cor 2,2). Ciò che è scandalo per i religiosi e stupidità per i sapienti, è potenza e sapienza di Dio (1 Cor 1,22 ss.), a salvezza di chiunque l'accoglie (Rm 1, 16).
Cominceranno sempre per accoglierlo i poveri e quanti, come loro, avendo fame saranno in ricerca di ciò che possa saziarli.

Fede: esperienza personale e diretta di Dio

Ricordati che la fede, anche se è per tutti, non è mai un fenomeno di massa. Questa è una somma di individui, dove ognuno è per sé. Manipolabile a piacimento e sempre giocabile sull'interesse, non forma mai un popolo.
Il popolo di Dio invece è fatto da persone libere che hanno fatto esperienza del Signore.
La persona è tale per il suo rapporto unico e irrepetibile con lui: è suo partner. Incredibile dignità dell'uomo!
«Il mio diletto è per me e io per lui» (C t 2, 16). La fede è una relazione di appartenenza mutua, in cui l'uomo realizza la sua dimensione più profonda. Immagine del Dio amore, non solo ha bisogno di compagnia, ma è anche, e soprattutto, bisogno di «essere di» qualcuno. Chi è di nessuno, è del nulla. Non esiste!
Senza questa esperienza, lo stesso battesimo è semplice rimozione di sporcizia (1 Pt 3,21), non lavacro di rigenerazione e rinnovamento nello Spirito (Tt 3,5).
Il sì a Dio non è frutto di indottrinamento, con cui si appiccicano o si mettono dentro idee nuove, anche buone. E amore personale per Gesù, come risposta alla conoscenza del suo amore per me, testimoniato dalla parola della croce. Questa, come è udita dall'orecchio, ha il potere di muovere il cuore a consentire liberamente - a tempo e modo suo - perché alfine ognuno possa dire: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

Catechesi: non ideologica, ma storico-narrativa

Ci possono essere vari catechismi, «idioti» o «ecumenici», ossia particolari o universali. Sono molto lodabili in sé e utili all'umiltà di coloro che li scrivono, i quali, lungi dal correre il pericolo di inorgoglirsi, rischiano di raccogliere un manipolo di ventiquattromila critiche. Essi danno, tanto al lettore che al compilatore, l'opportunità di farsi una panoramica di tutta la dottri12-a, anche se vista dall' angolo angusto di quel momento. E comunque da dire che questi scritti, peraltro buonissimi, non sono sempre tanto profittevoli come si desidererebbe.
Per questo nella nostra tradizione più che millenaria la catechesi del popolo è sempre stata la Parola del libro che, narrandoci di Dio, ce lo rivela.
La nostra fede non si radica in un'ideologia o in un'illuminazione, bensì in una storia, in ciò che egli ha fatto e fa per noi. È quindi una realtà, indeducibile e improducibile, che, come ogni altra, è oggetto di comprensione e di racconto.
Per questo è necessario che la nostra catechesi, più che proporre nozioni astratte su Dio, che poi si incollano a Cristo, racconti la storia di Gesù, esegesi del Dio ignoto (Gv 1,18), Verbo dell'Ineffabile, Icona dell'Invisibile (Col 1,15).
Mentre le idee hanno significato diverso secondo le diverse culture, le cose e i fatti hanno un' evidenza propria, uguale per tutti, anche se di spessore sempre diverso col progredire dell' esperienza di ciascuno.
Il sole scalda e l'acqua irriga, il giorno è chiaro e la notte buia, la vita bella e la morte brutta ovunque, pur con tutte le infinite gradazioni.
Inoltre: mondare un lebbroso e far saltare un paralitico, liberare dal male e dalla morte, vivere e morire per l'altro significa per tutti la stessa cosa, pur con peso specifico diverso per ognuno.
La verità di Dio nessuno la conosce. Solo il Figlio ce l'ha spiegata (Gv 1, 18). Ce l'ha manifestata in ciò che ha detto e fatto per noi, e soprattutto in ciò che si è fatto per noi, dicendoci tutto il suo amore nel darci se stesso.
Non le nostre idee, ma la sua carne ce la fa conoscere. Questa è il criterio supremo della nostra fede e di
ogni discernimento spirituale (1 Gv 4, 2). È quindi dottrinalmente più sicuro e pastoralmente più profittevole parlare di lui, più che delle nostre idee e interpretazioni. Le quali hanno per altro un ruolo determinante nella teologia.
Essa, necessaria riflessione sull' esperienza di fede, senza questa diventa riflessione sul nulla, pura logologia, parola su parole udite ma non capite.
Proprio e solo nella carne di Gesù ascoltiamo, udiamo e tocchiamo chi è Dio per noi, e chi siamo noi per lui.
Il luogo ermeneutico oggettivo da cui capire le Scritture sia sempre l'eucaristia, memoria vivente del Risorto crocifisso per noi, nell' attesa del suo ritorno. È la realtà di cui tutta la bibbia parla, l'A. T. come promessa e il Nuovo come spiegazione.
Somma di tutti i doni di Dio, Dio stesso come sommo dono, essa ci dà tutto ed è tutto, come dirà in futuro qualcuno.
Il luogo ermeneutico soggettivo sia l'identificazione con il malfattore, ingiusto giustamente giustiziato, e con 'empio giustiziere di Gesù. Illadrone e il centurione, rei confessi, sono gli unici ermeneuti autorizzati della croce: riconoscono e accettano il Signore nello scandalo del suo eccessivo amore per noi (Ef 2,4).

Matrimonio e verginità: espressioni diverse dell'unico amore

L'uomo è il sì che dà come risposta al sì che il Signore dice a lui.
Il matrimonio è un grande mistero (Ef 5,32), proprio come immagine e somiglianza di questo amore tra Dio e uomo, come fra sposo e sposa.
L'uomo è radicalmente incompiuto e mancante. Ha bisogno dell' altro per essere se stesso. Ma non di un altro qualunque, bensì dell' Altro. Dio è l'altra sua parte!
Il matrimonio è segno di ciò che si vive in pienezza nella verginità. Questa manifesta visibilmente il destino sublime di ogni uomo: l'amore totale e assoluto per il Signore, comando fondamentale per Israele (Dt 6,4 ss.) - primogenito di ogni popolo e figura di ogni persona.
Il segno particolare della verginità non sarebbe stato necessario se non ci fosse stato il peccato, che ha posto tutto sotto il dominio del possesso e della morte.
Anche se è vero che non tutti capiscono per sé questa parola (Mt 19,11), tutti almeno capiranno l'eccellenza in sé della verginità per il regno di Dio - anche quelle culture che sono meno adatte, come per esempio la nostra greco-romana!
Dio susciterà a suo piacimento il carisma della verginità, dove, quando e come vorrà. Ma non può essere
imposto a nessuno. È infatti meglio sposarsi che bruciare (1 Cor 7,9).
Il cuore dell'uomo è un abisso. Fatto per l'infinito, è un vuoto incolmabile che desidera essere riempito. Natura abhorret a vacuo! O amerà il Signore, o cercherà invano di colmarsi di ciò che non lo colma. Capacem Dei quidquid Deo minus est non implebit.
Metti in rilievo ovunque e comunque la dignità della persona, che è pienamente tale nel suo libero rapporto d'amore con Dio.
Solo così è comprensibile la verginità. Lo stesso matrimonio, sottratto al livello animale di pura conservazione della specie, diventa specchio del suo amore fedele.
Circa la verginità vorrei che tutti fossero come me, per amare il Signore con cuore indiviso (1 Cor 7, 7). Ma non può essere imposta a nessuno né deve essere necessariamente legata ad alcun servizio. È piuttosto un dono che il Signore ha concesso a qualcuno per testimoniare a tutti quell' amore per lui che è la vita di ogni uomo.
Essa non è né facile né difficile. È impossibile all'uomo, se non nella misura in cui gli è donata e lui stesso la coltiva.
Non consiste nell' essere «scapoli», più o meno felici o infelici. E un amore appassionato e sponsale per il Signore, che trabocca in amore gioioso per i fratelli, soprattutto per gli ultimi.
La verginità è un fiore che trova nella povertà la terra, nella preghiera l'acqua e nell' amore il sole per vivere e crescere. Senza povertà, senza preghiera e senza amore ti sarà impossibile.
Se tu farai così, anche altri, vedendolo in te, scopriranno in sé lo stesso dono di Dio.

Desiderio di comandare

Comune a tutte le creature è la libido del potere: comandare e apparire grandi, o, almeno, «più grandi» degli altri (Mc 9,34).
Dopo di te ci saranno dei tuoi successori che faranno come i capi di questo mondo, che dominano ed esercitano il potere (Mc 10,42). Spadroneggeranno sulle persone loro affidate (1 Pt 5,3). Invece di essere collaboratori della loro gioia, intenderanno far da padroni della loro fede (2 Cor 1,24). Non meravigliarti di questo.
È frutto del peccato di Adamo, che si scoprì nudo, e,
non accettandosi, cercò di essere diverso da sé, «più» grande appunto. Tale grandezza non supera comunque mai una foglia di fico, che a mala pena copre ciò che si ritiene la propria vergogna o piccolezza. Più che scandalizzarti di questo, esaminati bene. Il colpevole sei tu, perché non ti sei presentato in povertà, servizio e umiltà, ma come uno che ha, può e vale.

Apostolo e pastore: differenza da non sottovalutare

C'è sempre diversità di carismi nella Chiesa, e non vanno appiattiti e ridotti a uno.
Non confondere l'apostolo col pastore.
Il primo è servo della preghiera e della Parola, inviato ai lontani, fino agli estremi confini della terra, per fondare la Chiesa.
Il secondo è amministratore sapiente di una Chiesa già fondata, che conduce le pecore al pascolo.
Stai attento che la figura del pastore residenziale non annulli quella dell' apostolo itinerante in povertà. La
Chiesa rischierebbe di chiudersi alla sua dimensione apostolica e cattolica, rendendosi insensibile all' amore del Padre che urge e invia ai fratelli più lontani.
Alle volte, la nascita d'una Chiesa con le sue strutture ab intra, rischia di segnare la fine della Chiesa con la sua spinta necessaria ad extra.
Il pastore non dimentichi mai la dimensione apostolica. A lui Gesù, supremo pastore, chiede, come al lebbroso guarito che tornò indietro a fare eucaristia: «E gli altri nove tuoi fratelli, che non sono qui con te, dove sono? Non sono stati tutti mondati dal mio sangue, versato per loro?» (cf. Lc 17,17).

Carità: essere poveri
ed educare la domanda del vero pane

Ti troverai spesso tra gente che manca di tutto. E ti ricorderai delle parole di Gesù: «Avevo fame, avevo sete, ero nudo, ecc.» (Mt 25,34 ss.).
Inoltre la gente non chiederà da te la Parola, ma il pane e il vestito.
Tu ti sentirai in colpa, perché non manchi di nulla. E, per riparare a questo, invece di essere apostolo, sarai tentato di diventare impresario. Oltre tutto, questo è più facile, più gratificante e più «concreto».
Anche Gesù si è trovato a operare in situazioni simili. Tra l'altro aveva anche la possibilità di moltiplicare il pane sfamando tutti e di imporre le mani guarendo tutti!
Ma non sfruttò i suoi doni in tale senso. Moltiplicò il pane; ma come segno di un altro nutrimento, che è il dono di sé che farà sulla croce. E fuggì da chi credeva di aver trovato in lui la fonte del suo cibo (Gv 6, 15).

Guarì pure un paralitico alla piscina di Betesda; ma per rivelare la misericordia del Padre, che sempre opera a favore dei suoi figli. E subito se ne andò - anche se lì giaceva ancora un gran numero di infelici, ciechi, zoppi e paralitici (Gv 5, 3. 13) - per finire lui stesso immobile sulla croce.
Gesù ha saputo non cedere alle attese errate dei suoi. L'uomo da sempre confonde salvezza con salute!
Educò invece la loro domanda, perché gli chiedessero ciò che era venuto a portare. E non temette il rifiuto. Anzi, fu proprio rifiutato per il suo rifiuto di rispondere alle attese comuni. Deluse tutti, e tutti sfogarono su di lui la loro rabbia e amarezza.
Guardati dal falso spiritualismo, al quale non importa il pane e la libertà del povero.
Ma guardati anche dal materialismo. Sappi che il vero cibo dell'uomo è fare la volontà di Dio (Gv 4,34), e la sua libertà quella di essere figlio.
Questo pane e questa libertà, necessari tanto al povero quanto al ricco, mancano a tutti e due. Proprio per questo c'è il ricco e il povero.
Il pane che tu devi dare rende realmente figli e fratelli, capaci di amare non a parole, ma con i fatti e in verità (1 Gv 3,18).
Esso impoverisce il ricco e arricchisce il povero, dando ad ambedue la vera vita.
Davanti alla morte tutti saremo poveri e senza libertà di scelta. Quelli che tu avrai sfamato, cesseranno di mangiare; quelli che avrai guarito, periranno; quelli che avrai liberato, non sapranno che fare.
Non credere quindi che il pane, la salute e la libertà materiale siano beni assoluti, irrinunciabili e necessari. Chi li crede tali; ne diventa schiavo; e ne priva gli altri, privando se stesso del vero pane.
Il cibo che tu devi dare è quello che vince la disperazione di chi non ha speranza: è capacità di donare, qui e ora, a chiunque l'accetta, quella vita fraterna di figli, che dura in eterno. Essa è offerta a tutti, in qualunque situazione si trovino; anche, e soprattutto, a chi è bisognoso di tutto, esposto a ogni male, perfino a quello estremo, che è la perdita della vita.

Carità e altri carismi

Non fare tutto il bene possibile. Lascia qualcosa anche agli altri!
A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune (1 Cor 12, 7). Ognuno ha il suo dono da donare al fratello.
Non essere avido e non accaparrarti tutti i doni! Distruggeresti te e la Chiesa di Dio.
Riconosci il tuo dono dal Signore; sii contento di servire con quello i fratelli. I nostri limiti ci permettono di entrare in comunione di amore e servizio reciproco, partecipando nel tempo alla danza eterna di Dio stesso, nel suo respiro vitale di dare tutto e tutto ricevere.
Quando, fin dall'inizio, sorse a Gerusalemme il problema della «caritas», gli apostoli capirono meglio il 10ro carisma, e lasciarono ad altri il servizio delle mense (At 6,4).
Quando avrai tante cose da fare a favore dei fratelli, e non avrai più tempo per dedicar ti assiduamente alla preghiera e al servizio della Parola, preoccupati assai. Significa che non sei più apostolo e sei venuto meno alla tua chiamata.
Sappi che è carità verso l'altro anche il non far tutto.
Non umiliarlo con la tua pretesa onnipotenza.
Sappi che è carità verso l'altro anche riconoscere il proprio limite. Umiliati, riconoscendoti nella comune condizione mortale.
Sappi soprattutto che la più grande carità verso l'altro è condividere la sua impotenza e annunciargli che Gesù è il Signore mio e suo.
I tuoi due doveri fondamentali sono parlare a Dio degli uomini e parlare agli uomini di Dio, e ricordati che il secondo parlare deriva dal primo la sua efficacia.
Ricordati anche che parlare a Dio degli uomini è più efficace che parlare di Dio agli uomini.
Individuato il tuo carisma, sii contento che altri facciano altro, senza metterli in questione e sentirti messo in questione dalla diversità.
Siamo un solo corpo, ma non un solo membro. La pluralità delle membra è necessaria perché l'unico corpo viva nell'unico Spirito, che è amore e dono mutuo.
Il tuo servizio ai poveri è quello di tipo più difficile: è la tua stessa povertà, che ti rende solidale con loro, capace di testimoniare il Figlio di Dio che si è fatto nostro fratello.
Hai rinunciato una volta per tutte a tutto, per essere solidale con tutti e poter annunciare ai poveri la comune speranza.
Se guardi bene, vedrai che spesso la tua carità è per tacitare i tuoi sensi di colpa o di impotenza. Non mancando di nulla o non potendo fare tutto, invece di fare come il Signore che si abbassò e condivise la nostra sorte, cercherai di alzare gli altri alla tua. Così mostrerai la tua superiorità e li fisserai nella loro inferiorità, continuando a dare cose senza più trovare il tempo per annunciare il Vangelo.
La gente ti chiederà ciò che tu dai. E tu darai ciò che hai e l'altro non ha.
Per questo, l'unica cosa che tu hai in più dell' altro sia solo il Signore Gesù, che desidera comunicarsi a lui come a te.

«Beati i poveri»

Qualche volta non saprai se annunciare: «Beati voi poveri, perché vostro è il Regno» (Lc 6,20), o se dar da mangiare a chi ha fame, per entrare tu stesso nel Regno (Mt 25,31 ss.).
È un falso dilemma.
Il tuo servizio è quello «della» fede, che porta l'uomo a conoscere e amare il Signore che per primo lo ha amato.
Dar da mangiare ai poveri è quel servizio «dalla» fede, che porta il credente ad amare il fratello come lui ci ha amati.
È chiaro che quando hai da mangiare, devi darne a chi non ne ha. Ed è chiaro che, se uno ha fame e tu hai pane, ti chiede pane.
Ma chi mangia di questo pane avrà ancora fame; e morirà (cf. Gv 6,49 ss.), per quanto tu gliene dia.
Quando anche tu sarai povero, potrai annunciare ai poveri la loro beatitudine, che è la tua stessa, e testimoniare loro la grazia del Signore Gesù, che da ricco che era si fece povero per arricchire noi con la sua povertà (2 Cor 8,9).
Per questo il Signore ha disposto che coloro che vanno ad annunciare, sia apostoli che discepoli, lo facciano in povertà (Lc 9, 1 ss.; 10,1 ss.). Non è un consiglio. È un ordine (Mc 6,8)!
Anch'io ho organizzato collette (Rm 15,26; Gal 2,10).
Ma non per sfamare i pagani poveri, in modo che credessero all' annuncio; bensì come segno di solidarietà con i santi di Gerusalemme, verso i quali i gentili si sentivano debitori per aver partecipato ai loro beni spirituali (Rm 15,25-27).

Evangelizzazione e promozione umana: ambiguità

È inadeguato distinguere tra evangelizzazione e promozione umana, quasi bisognasse togliere l'uomo dall'ingiustizia e dalla povertà per potergli annunciare l' evangelo.
È vero che non bisogna collaborare con chi fa ingiustizia. Qualora lo si avesse fatto o lo si faccia, bisogna convertirsi. Ma non è bene, per liberarsi dai sensi di colpa, cadere nella stessa logica di chi si vuole combattere. Al di là di ogni illusoria promessa, stesse premesse danno uguale risultato.
Sappi che la prima promozione dell'uomo è l'annuncio stesso dell' evangelo, che gli dona la sua dignità di figlio e gli dà la possibilità di vivere da fratello, vincendo la radice stessa dell'ingiustizia che tiene schiavo il cuore di ogni uomo.
Solo da questa radice nuova nasce lentamente il mondo nuovo e la sua libertà. Diversamente si rimane nel cerchio del mondo vecchio, che gira sempre allo stesso modo, alternando di continuo il sopra ed il sotto, l'oppresso e l'oppressore, ma senza mai cambiare gioco.
N on defraudare anche del bene del Vangelo chi è privo di tutto. Concedi al povero la ricchezza che gli è propria, e che è quella vera!
La tua carità verso di lui non sia aver cose da dargli. Sia l'avergli già dato tutto e l'essergli fratello, in modo che capisca la sua dignità di figlio.

Carità intelligente

Ugualmente ti capiterà, di quando in quando, di esercitare la carità materiale, come a tutti. E a tutti dovrai anche insegnarla.
Ricordati e ricorda che non sia mossa soltanto dalla buona volontà, ma illuminata dall'intelligenza. Una carità cieca fa il povero ancor più povero, rendendolo dipendente e deresponsabilizzato, inducendo gli bisogni che prima non aveva.
In molti paesi poveri uccide più la carità che la carestia, e gli aiuti servono a perpetuare ingiustizie e guerre.
Non tocca a te risolvere i problemi economici, sanitari e politici di un popolo. Cristo non l'ha fatto, anche se avrebbe potuto. La gente da lui si aspettava questo, e non lo accolse perché non soddisfece le loro brame.
Se tu riuscissi a farlo, diventeresti potente. Schiavizzeresti peggio degli altri padroni, e guasteresti l'evangelo, riducendolo a nuovo strumento di dominio.
In genere non riuscirai a tanto. Riuscirai tuttavia sempre egregiamente a evitare l'annuncio dell' evangelo e ad impedirlo a chi verrà dopo di te per qualche generazione.
La carità non consista nel risolvere il problema del fratello, ma il tuo problema di essergli fratello.
Non devi sfamare gli affamati. Devi solo condividere il tuo pane con la fame dell'altro (Is 58, 7). Così farai quel gesto, semplice e possibile a tutti, che, se tutti lo fanno, risolve veramente il problema.
La fame infatti c'è perché non c'è solidarietà. Altre soluzioni, anche se apparentemente più efficaci, sono in realtà possibili solo al ricco che causa la fame.
Invece di dare per misericordia un linimento a chi percuoti, smetti di percuoterlo. Invece di dare l'elemosina, non vivere in quel modo che causa la povertà.
Anche se non sembra risolvere immediatamente nulla - e anche se ti costa molto di più! - la solidarietà e la condivisione è l'unica via per togliere il male. Non la povertà è il male, bensì l'ingiustizia che ne è la causa.

Rapporti col povero

Il povero non entri nella tua casa solo come servo, cuoco e uomo di fatica.
Non ci siano recinti, cani e guardie per difenderti da colui al quale sei inviato ad annunciare l'amore del Padre. Sia tuo ospite, fratello, commensale e collaboratore.
Secondo la grazia che Dio concede a ciascuno, favorirai ogni desiderio tuo e altrui che va nel senso di una maggiore povertà e condivisione.

Il vero male

A tutti fa paura aver fame, subire ingiustizie, essere uccisi. E per questo che si accumula cibo, si affama l'altro, si fa ingiustizia e si uccide.
Tu conosci l'inganno. Quindi temi non di aver fame, ma di affamare, non di subire ingiustizia, ma di farla, non di essere ucciso, ma di uccidere. Non temere quelli che uccidono il corpo, e dopo non possono far più nulla (Lc 12,4).
Quando sarai affamato, perseguitato e ucciso, beato te. Sarai in questo simile ai profeti (Mt 5, 11 s.) e, soprattutto, al tuo Signore.
Il vero male è fare il male, non portarlo.
A noi invece spiace portarlo, non farlo. Per questo siamo nel male e lo operiamo.
Chi lo fa, non lo porta. Ma chi lo porta e non lo fa è in grado di vincerlo, appunto perché non lo fa e lo porta. È associato al mistero dell' agnello; che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).
La tua vita diventi martirio, ossia testimonianza dell' amore del Signore Gesù, ucciso per la sua debolezza e quindi vivificato per la potenza di Dio (2 Cor 13,4).

Eresie teoriche: verità parziali

Ovunque e sempre ci saranno eresie.
Eresia significa «scelta». Si sceglie dal tutto una parte che solo nel tutto ha il suo senso. L'eresia più normale sarà quella di scegliere la gloria senza la carne, la risurrezione senza la croce, la libertà senza i costi della liberazione, i frutti senza la fatica del lavoro.
Tu tieni sempre insieme i due, ponendo il lavoro prima dei frutti, i costi prima della libertà, la croce prima della risurrezione e l'umanità di Gesù come luogo in cui si è rivelata pienamente la gloria di quel Dio che nessuno mai ha visto.
Ci sarà sempre la tentazione di negare, ignorare o sottovalutare la sua carne. Ma è il limite dell'uomo, che Dio si è preso per manifestarsi a lui.
Cardo salutis caro!
La concretezza della persona di Gesù - la debolezza della sua carne - è lo scandalo ineliminabile della fede in un Dio che è amore, simpatia e solidarietà totale con noi. Ma insieme è anche l'unica salvezza possibile della nostra storia concreta.

Eresie pratiche: scelte mondane

Oltre le eresie teoriche, ci saranno eresie pratiche, non meno pericolose. Queste riguarderanno la scelta dei mezzi.
Sarai tentato, come già ti ho detto, di usare come mezzi di evangelizzazione quelli che il Signore Gesù scartò come tentazione: l'avere, il potere e l'apparire.
Allora non sarai suo testimone. Sarai solo di ostacolo alla manifestazione gloriosa del suo Regno.
Le persecuzioni e le sofferenze tue invece lo anticiperanno, facendoti completare nella tua carne ciò che
ancora manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo, che è la Chiesa (Col 1, 24).
Il maggior pericolo nel tuo ministero sarà sempre la mancanza di discernimento circa i mezzi al fine. Il fine
non giustifica i mezzi. Il fine buono è raggiunto con quei mezzi che sono della natura del fine, come il seme dell'albero.
Chi crede di stare in piedi, stia attento a non cadere (1 Cor 10, 12). Chi non cade più, è solo perché sta già
del tutto a terra!

Sette e divisioni

Sorgeranno anche sette e divisioni, che guasteranno la fraternità in Cristo, sostanza dell' evangelo.
Comune a tutte le sette sarà credersi migliori - e magari esserlo! - dimenticando che Cristo è morto per i peccatori. Dio ha tanto amato questo mondo di peccato da dare per esso il suo unico Figlio (Gv 3, 16).
L'amore che viene da Dio Padre è necessariamente «cattolico», ossia rivolto a tutti i suoi figli, privilegiando i più bisognosi che sono i peccatori. Ha come modello Mosè, immagine di Cristo, che intercede a favore
del popolo che ha peccato, disposto a dare la vita per esso (Es 32,33).
Ricordati che può essere settaria anche una Chiesa ortodossa, quando si chiude a qualcuno o si apre per proselitismo, non amando con lo stesso amore del Padre.
Le sette sorgeranno spesso dall'innata tendenza dell'uomo che lo porta a distinguersi dagli altri o a cercare sicurezza nella solidarietà «contro» gli altri.
Troveranno abbondante esca nel desiderio di dominio di qualcuno e nella paura della libertà, comune a tutti.
Incontreranno facile consenso offrendo risposte immediate e deresponsabilizzanti ai bisogni «religiosi».
Per vincere questo male bisogna che tu annunci l'evangelo, che apre il cuore a tutti i fratelli. Bisogna che tu rispetti sempre la libertà, che rende l'uomo simile a Dio. Bisogna infine che tu non dia mai risposte immediate a nessuno, ma ponga ciascuno davanti alla Parola di Dio che lo interpella, lasciando a lui la responsabilità, ossia l'abilità di rispondergli con la propria vita, se, quando e come può e vuole.
Nella Parola non cercare risposte. Cerca di risponderle.
Stai attento che l'humus favorevole alle sette è una situazione di Chiesa in cui la singola persona non trova possibilità di comunione e di identificazione. Per questo evita come la peste le strutture mastodontiche. Forse possono sembrare macchine efficienti per produrre servizi, ma sono deresponsabilizzanti. Nessuno in esse si sente di casa, accolto e a suo agio, e riconosciuto per quello che è.
Ricorda inoltre: la curiosità è madre della scienza e della tecnica, la meraviglia è madre della sapienza e della filosofia, disse un saggio gentile. E io aggiungo che 1'ignoranza a sua volta è madre del proliferare delle dottrine umane e divine. Chi sa, è esonerato dall'inventare sempre tutto di nuovo, è conscio che, oltre l'imbecillità propria e altrui, molto di nuovo sotto il sole non c'è. Il tronco ha radice e frutti; il presente ha passato e futuro. Sappi e fa sapere che sempre siamo inseriti in una storia da cui veniamo e che responsabilmente portiamo avanti. Chi non ha memoria, come non ha radici, non dà frutto. Senza passato e senza futuro, rimane privo di identità, per quanto s'affanni a costruirla.
La tradizione è il capitale che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che trasmettiamo ai nostri figli. È il grande tesoro antidoto al settarismo.
Ma stai attento al tradizionalismo, che lo uccide. Perciò esorta sempre chi è ancorato al passato a scoprire la novità di Dio e chi intuisce il futuro ad avere la sua pazienza, capace di tempi molto lunghi.

Discernimento

Impara infine a discernere i sentimenti e pensieri tuoi. L'uomo non è libero di sentire o meno ciò che sente. Può però avvertire ciò che sente - quanta incoscienza! - e conoscere se è da Dio o meno - quanta ignoranza!
Acconsentire o dissentire, accogliere o respingere è l'unica libertà che sempre ci è concessa.
Ciò cui acconsenti, entra in te e cresce.
Ciò da cui dissenti, si allontana da te, fino a scomparire.
Per questo è indispensabile essere coscienti di ciò che si muove nel cuore, e discernere se viene da Dio per accoglierlo, o se viene dal nemico per respingerlo.
Innanzitutto sappi che i pensieri del Signore non sono i nostri pensieri (Is 55, 8). L'uomo nel peccato infatti cerca l'avere, il potere e l'apparire. Lui invece, che è amore, è povero, servo e umile.
Conoscerai il pensiero di Dio solo contemplando di continuo e con sorpresa sempre nuova la carne di Gesù, che smentisce l'immagine religiosa che di lui ha ogni uomo.
Dalla sua storia, e non dalle tue ovvietà religiose, impara a conoscere il Cristo secondo la verità che è in Gesù (Ef 4,20 s.).
Il «senso religioso», se non è purificato, è una scatola che contiene una cosa e il suo contrario. Può combinare un forte amore per il Signore e un'ignoranza assoluta su di lui. Infatti è inficiato dall'immagine satanica di Dio, propria a ogni uomo, religioso o empio che sia. Come Pietro, gabba anche tutti gli uomini di buoni sentimenti ma di scarso pensiero (cf. Mc 8,31-33).
Nonostante le tue resistenze contrarie, chiedi e prega di stimare l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto, come fece Mosè (Eb 11,26).
Chiedigli con insistenza di preferire di essere povero e disprezzato con lui, piuttosto che ricco e onorato senza di lui.
Solo nella misura in cui amerai e conoscerai la croce di Cristo, sarai in grado di conoscere e scegliere la via di Dio.
Ricordati che il Vangelo non abolisce la legge, ma la compie in tutta la sua pienezza (Mt 5, 17).
Quando andrai contro di essa, il nemico ti incoraggerà, allettandoti con inganno. Il frutto proibito deve apparire bello, buono e desiderabile (Gn 3, 6). Ma sarà solo un piacere apparente che, una volta appagato, invece che sazietà, genererà fame ulteriore. Non il piacere, ma la gioia sfama il cuore. La distanza tra le due sensazioni costituisce la differenza nostra dall' animale, spazio inquieto che Dio ha dato al vagare della nostra coscienza.
Quando invece cerchi il bene, il nemico te lo impedirà con l'assillo di false ragioni: paure paralizzanti, angustie stringenti, tristezze scoraggianti. E per sfiducia che l'uomo omette il bene e commette il male. Il nemico è satana, l'accusatore che ti angustia nel bene, rinfacciandoti sempre il tuo male; è il diavolo, il divisore, che ti separa da tutto e da tutti, lasciandoti in solitudine desolata.
Dio invece ti consola in ogni tua tribolazione (cf. 2 Cor 1, 3-7)! Non ti lascia solo. E l'Emmanuele, il Dio con noi. Tu sei con lui e lui con te, concedendoti la sua presenza, il suo coraggio e la sua luce. Il suo Spirito è il Paraclito: ti difende dall' accusatore, ti consola nella desolazione. È gioia del Signore, forza per ogni bene (Ne 8, 10).
Tale gioia il nemico cerca di impedirla, toglierla o disturbarla con tutti i mezzi. Per questo ti dico, e ti ripeto: sii sempre lieto nel Signore (Fil 4,4). Non contristarti di ciò che ti manca. Guarda l'essenziale, che già ti è stato donato. Il Signore è vicino (Fil4, 5): custodisci i tuoi pensieri in perenne rendimento di grazie al Padre, che ti ha messo con il Figlio e ti ha dato lo Spirito. Quando sei triste o hai paura, non decidere e non cambiare nulla.
Rimani fermo in ciò che il Signore ti ha donato di comprendere e di decidere quand'eri fiducioso e contento.
Quanto ti senti abbandonato da Dio e arido, invece di lasciare la preghiera, rinnovati, e approfondisci il rapporto con lui. Sei stato tu a lasciarlo. Torna a lui, che subito tornerà a te.
Se invece è stato lui a lasciarti, lo ha fatto solo per un momento, più o meno prolungato, per provare la tua fedeltà, farti conoscere la tua miseria e così svuotarti, per colmarti a suo tempo di doni maggiori.
Quando sei consolato, la sua presenza ti impregna del suo profumo. Allora prendi davanti a lui le tue risoluzioni. Ma con prudenza, senza esaltazione, presunzione e sconsideratezza.
Tieni presente che il nemico agisce mediante la paura, che funziona solo con chi si lascia prendere da essa; mediante la menzogna, che funziona solo con chi cerca di tenerla nascosta; mediante l'astuzia, che funziona bene con chi non conosce i propri punti deboli. Per questo rinnova la fiducia quando sei assalito dalla paura, rivela a persona esperta ciò che vuoi tacere, esaminati bene per conoscere le tue fragilità.
Sappi inoltre che solo Dio può dar gioia anche senza nessuna causa.
Egli è a te più interno di te stesso. Lo puoi trovare ogni volta che entri nel tuo cuore, con abbondanza di pace silenziosa e semplice.
Questa ti fa crescere dal bene al meglio, e ti permette di discernere se ciò che fai o decidi è a lui gradito o meno.
Per questo il nemico, come ti ho detto, cerca di insidiarla in tutti i modi, sia spingendoti al male per scoraggiarti, sia spingendo ti a un meglio sempre maggiore per toglierti la serenità.
Ogni inquietudine e tensione, ogni mancanza di gioia e di pace, ogni moto di paura o di ira, anche per cose buone, non è mai da Dio. E il modo con cui il nemico cerca di guastare il bene.
Perché una pianta sia buona, bisogna che tutto sia buono: terreno, radici, tronco, rami, fiori e frutto. Perché sia guasta, basta un baco nel frutto, una gelata sul fiore, una rottura del ramo, un fungo nel tronco, un grillotalpa alla radice, un prodotto nocivo nel terreno. Così il bene deve essere tale in tutti gli aspetti; al nemico basta rovinarne uno solo per tradurlo in male.
Le tue decisioni non siano mai prese sotto la spinta della paura o dei bisogni o di semplici analisi.
Non è conforme a nessun buon progetto pastorale l'alzarsi e l'andare a mezzogiorno su una strada deserta, dove non c'è nessuno. Ma proprio così inizia l'evangelizzazione dell' Africa (At 8,26). Il discernimento, soprattutto apostolico, viene dalla docilità allo Spirito. Sii perciò attento alle sue attrazioni. In mancanza di sue indicazioni indubitabili, quando devi decidere, determina prima bene l'argomento. Poi, seduto, nella pace della preghiera, con occhio limpido verso il fine che è amare Dio sopra ogni cosa, vedi ciò che più giova.
Confrontati con i fratelli, senza volere che prevalga la semplice ragione, che inevitabilmente confondi con la tua opinione. Valuta con libertà una cosa e il suo contrario, disposto a qualunque delle due Dio voglia da te. Decidi infine ciò che meglio aiuta al fine, e, prima di agire, aspetta che lui confermi la tua decisione, dandoti ripetutamente la sua consolazione.

 

CONCLUSIONE

Ti ho scritto queste cose non per erigermi a maestro. Unico è il Maestro tuo, mio e di tutti. Se ti ho detto di farti mio imitatore, è solo perché anch'io sono imitatore suo (1 Cor 4, 16; 11, 1). "

Quanto ti ho scritto è quanto ho appreso da lui, e quanto raccomando a me, per primo.

In conclusione, caro compagno nel servizio del Signore e dei fratelli, cerca nella tua unione con Gesù, nella preghiera e nella sua parola il senso della tua vita.

La contemplazione sia la molla della tua azione. Il tempo che vi perderai sarà tutto guadagnato per il tuo apostolato. Quello che vi sottrarrai, sarà tutto perso.

Non lasciare mai il Signore, neanche quando agisci per lui.

Ama e perdona i fratelli con cui vivi, e così vivrai ciò che dici.

Il dono che il Signore ti ha fatto è quello di annunciare il vangelo. Non ti ha fatto altri doni. Di questo, che è il più umile e il più fondamentale, sii fedele amministratore.

Con la tua preghiera e la tua parola stimola e nutri gli altri servizi necessari alla comunità, senza però farli tu.

Evangelizza in povertà e gratuità, come il Signore ha ordinato. Diversamente non testimonierai il Signore morto e risorto, che ci ha amato e ha dato se stesso per noi.

La povertà ti permetterà di adattarti ad ogni situazione, e di lievitarla con la potenza della croce di Cristo.

E vero che ognuno è quello che è. Ma è ancor più vero che ognuno è quello che diventa. Tutti, con la grazia di Dio, possiamo e dobbiamo cambiare.

Ciò che ti manca, chiedilo con fiducia a colui che può fare e donare più di quanto noi possiamo chiedere e pensare (Ef 3,20). Ma chiedilo senza dubitare, credendo di averlo già ottenuto, e ti sarà dato (Mc 11,23 s.).

Vivi con riconoscenza e responsabilità il dono che ti è stato fatto. Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della Parola (2 Tm 2, 15).

E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza (Fil 4, 7) sia con te, e con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo con amore incorruttibile (Ef 6, 24).