PICCOLI GRANDI LIBRI  Silvano Fausti
Per una lettura laica della Bibbia

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EDB – ANCORA 2008

Una lettura cristiana della Bibbia è necessariamente «laica» La Bibbia va letta come qualunque altro libro
Un'esperienza di quasi quarant'anni Storia di questa lettura della Bibbia

I.
PAROLA, LIBRO E LETTURA

II. LETTURA
DELLA SACRA SCRITTURA
III.
ISPIRAZIONE E CANONE
IV. DALLA TESTIMONIANZA
ALLA COMUNIONE

Cos'è la parola

Come leggere la Bibbia Premessa Testimonianza

Parola e identità dell'uomo

Cos'è la Bibbia Sull'ispirazione Parola e testimonianza

Parola, comunicazione e comunione

Bibbia ebraica e Bibbia cristiana Ispirazione non è dettatura Testimonianza e credibilità

Parola e compimento della creazione

Particolarità del Nuovo Testamento: Gesù come svolta definitiva della storia Ispirazione e sue fonti Testimonianza, carne della Parola

Parola e sacramenti

Radice della particolarità del Nuovo Testamento: l'incarnazione Cos'è l'ispirazione? I poveri, carne di Cristo

Libro e lettura

Primo livello di lettura Ispirazione e discernimento Poveri e inculturazione nel mondo globalizzato

Parola e libro

Secondo livello di lettura Ispirazione, interpretazione e purificazione Discepolato e martirio

Lettura, atto di fiducia

Terzo livello di lettura Una «riscrittura» costante Statuto del testimone

Perché leggere la Bibbia

Cosa avviene leggendo la Bibbia Ancora sul discernimento Ancora: evangelizzare con il Vangelo

Bibbia: opera classica

Esperienza del potere della parola Discernimento, cantiere aperto Comunità di riconciliazione

Bibbia: codice culturale dell'Occidente

Differenza tra catechesi narrativa e moral-dottrinale Unità e pluralismo di ispirazione e di interpretazione Parola e comunità di riconciliazione
Elementi e funzioni della catechesi narrativa dei Vangeli Sulla canonicità Riconciliazione con Dio
Vangelo come «logoterapia»: racconto che mi ri-racconta Canonicità e ispirazione continua Riconciliazione con gli uomini
Lettura e fede Scritti canonici e lettura «canonica» Riconciliazione con sé
Fiducia: «come-se» Riconciliazione con la natura
Verifica della fiducia... Libertà
L'uomo vive di fede Compassione
Legittimità della lettura cristiana Comunione
La Bibbia come promessa di vita Cattolicità e comunione nella diversità
Il Nuovo Testamento, compimento «oggi» di questa promessa Diversità di carismi a servizio reciproco
Novità di Gesù
Vangelo e Spirito del Figlio
Lettura e ri-creazione
Conclusione Appendice
Postfazione Cammino catechetico del Vangelo di Marco

Hai letto una cosa interessante
e vuoi comunicarla?
Non dire ciò che hai capito,
ma ciò che senti nel cuore.
E dillo con parole semplici.
Solo così può interessare ad altri.

(dal libro Ovvietà ignorate)

Con gratitudine al caro Filippo
e agli altri miei maestri della Parola,
in particolare agli amici fraterni di Villapizzone
e ai giovani dei campi estivi di Selva

Prefazione

Innanzi tutto ringrazio i confratelli con cui ho cercato e cerco di vivere la Parola, in particolare Filippo Clerici, Beppe Lavelli e Stefano Bittasi, che mi sono stati vicini nella stesura di queste pagine con i loro suggerimenti preziosi. Ringrazio poi Carlo Maria Martini, Tomaso Beck e Francesco Rossi de Gasperis, miei iniziatori alla lettura della Parola. Ringrazio pure G. Ronchi, M. Galli, F. Montagna ed E. Bonalume per la battitura e la correzione del testo. Non ho parole per ringraziare le persone della comunità di Villapizzone, di Selva e di tanti altri luoghi, con le quali ho letto la Bibbia: mi hanno insegnato più di qualunque maestro. In tale contesto nasce questo libretto, che è una chiacchierata familiare sulla Parola.

Da sempre consumiamo acqua e aria, senza pensarci. Di continuo produciamo parole, senza chiederci come e perché. Sappiamo che la parola è fondamento di ogni realtà umana. Ma un fondamento, appunto perché necessario, è dato per ovvio. È destino: ciòche è scontato, resta ignorato.

. La parola è come il sole: fa vedere ma non è facile da guardare. L'uso che ne facciamo non basta per capirla. L'esperienza diventa tale quando è riflettuta, compresa ed espressa. È quanto cercheremo di fare. Non è impresa facile: «Non è pileggio da picciola barca / quel che fendendo va l'ardita prora, / né da nocchier ch'a se medesmo parca».

Avverto l'inadeguatezza. Come parlando a mezza voce, farò variazioni in tono minore sulla parola. Grazie ad essa l'uomo è uomo: da lei viene il suo sentire, capire e agire, il suo essere intelligente, libero e responsabile.

Per offrire una visione generale di cos' è e cosa fa la parola - ogni parola, da quella umana a quella divina, da quella falsa a quella vera - citerò spesso la Bibbia, che sull'argomento non è avara di indicazioni. La parola «Bibbia» significa (raccolta di) «libri»; e un libro altro non è che parola sempre a disposizione di chiunque voglia accostarla.

La Bibbia inizia dicendo che la parola è principio dell'universo (Gen 1,1ss). L'ultimo Vangelo fa eco: «In principio era la Parola», aggiungendo che la Parola è insieme Dio stesso e principio di quanto è altro da lui. Essa, come è vita di quanto esiste, è anche lume d'intelletto e d'amore per gli uomini (cf Gv 1,1-4).

In quanto Parola, Dio è comunicazione e comunione. Non è quindi «tutt'altro» dal resto, come talora si dice, ma il non-aliud il non-altro da ogni altro (N. Cusano, La caccia della Sapienza, Casale Monferrato 1998, pp. 70-73; più dettagliatamene l'argomento è trattato nella sua opera Non-altro, Torino 1972). In quanto nonaltro da ogni altro, il Dio Parola è talmente altro da essere ogni altro. Infatti «Il Verbo è comunicante ed è tanto comunicante che non ha nulla che non comunichi comunicando se stesso» (M.M. de' Pazzi, Tutte le opere, Firenze 1960-1966, voI. IV, p. 108). Essendo comunicazione pura, senza residuo di non comunicazione, Dio è veramente più me stesso di quanto non lo sia io: è «intimior intimo meo» (Agostino, Confessiones, 3,6,11). Per questo lo stesso autore può dire: «Quid tam tuum quam tu, quid tam non tuum quam tu?» (Agostino, In Johannis Evangelium, XXIX, 5).

Morte e vita sono in potere della parola (Pr 18,21): quella falsa uccide, quella vera dà vita. Qualsiasi parola, non solo quella di Dio, è efficace. Se dico a uno: «Sei brutto, stupido e cattivo», anche se è persona bella, intelligente e amabile, subito si rabbuia di tristezza o di rabbia. Se dico invece: «Sei bello, intelligente e buono», subito si illumina e vuole bene a sé e a me.

La vocazione dell'uomo, secondo la Bibbia, è ascoltare e rispondere a Dio: è suo interlocutore, suo partner. Per questo è simile a lui, «partecipe della natura divina» (2Pt 1,4). Non solo siamo chiamati, ma siamo realmente figli di Dio (1Gv 3,1s). Chi accoglie la sua Parola infatti ha la possibilità di diventare figlio di Dio (Gv 1,12). Come vedremo, l'uomo diventa la parola che ascolta. Le citazioni sul «potere» della parola potrebbero essere moltiplicate a piacimento. Basti dire, sinteticamente, che se è vera è «divinizzante» e creatrice, se è falsa è «diabolica» e distruttiva (cf Gv 8,43s).

Spazio tra note, distanza tra cose: così è il silenzio tra le parole. La parola può fiorire solo nel silenzio. Nel rumore è seme inospitato. Il silenzio diventa sempre più un «genere di lusso», che nessuno può comperare. Se scompare, implode l'umanità dell'uomo. È possibilità di ascolto: senza di esso il seme della parola, che genera tutto secondo ,la propria specie, non può essere accolto. Parola e silenzio sono seme e terra - grande madre, da cui viene e a cui torna ogni seme, per moltiplicarsi e ritornare ad essa, in un crescendo di vita senza fine.

Viviamo di parola, detta e scritta, ascoltata e letta. Raccontare e scrivere è offrire la propria esperienza in dono all'altro. Se gli dico quanto sono buone le fragole di bosco, è perché desidero che ne mangi. Da decenni sto dimorando nel bosco della Parola. Desidero indicare ad altri delle tracce per gustarne i frutti.

Queste considerazioni riguardano l'uomo, credente o meno che sia. E possono favorire il dialogo interreligioso. Un dialogo onesto non riguarda Dio, ma l'uomo, sua immagine - che però sempre fa Dio a propria immagine. Dio nessuno l'ha mai visto. Per capirne qualcosa bisogna confrontarsi sull'uomo. Ma si scelga sempre la proposta migliore, da qualunque bocca venga. L'uomo realizza più o meno il sogno che ha di sé: se opta per il migliore, è bene per lui. .. e per Dio. Quanto è bello, buono e desiderabile, è dicibile per analogia, con certa verità e molta cautela, anche di Dio.

Questo fanno i testi sacri. Se il loro tentativo è riuscito, lo si vede dal risultato: aiutano l'uomo a crescere nella libertà, intesa come responsabilità di amare. Chi non prende questo criterio, si destina alla schiavitù, nell'irresponsabilità dell'egoismo. Cosa comune nella società e anche nella Chiesa. Meister Eckhart diceva che dobbiamo «pregare Dio di liberarci da Dio» (Beati pauperes spiritu, in Sermoni Tedeschi, Milano 1985, p. 136). In senso meno ardito del suo, dobbiamo pregarlo perché ci liberi da quel dio che i religiosi affermano e gli atei, giustamente, negano. Solo così conosciamo quel Dio che nessuno ha mai visto e che la «carne» della Parola ci ha rivelato (Gv 1,18).

«Non possiamo non dirci cristiani» (B. Croce): se vogliamo capire la nostra cultura, è doveroso leggere i Vangeli. Senza però presupporre alcuna fede religiosa. Questa può seguire, ma non precedere la conoscenza dei Vangeli.

Protagonista dei racconti evangelici è Gesù. Ciò che fa e dice dice ciò che fa e fa ciò che dice - risulta scandaloso. Da qui la sua eliminazione da parte dei benpensanti, religiosi e non. Egli vuol rivelare all'uomo la sua umanità, unico specchio di Dio. Nella sua carne di Figlio dell'uomo, fratello di ogni carne, vediamo Dio. La storia dell'uomo e del mondo è storia di Dio, sua salvezza in noi e nostra in lui.

Scrisse Pascal: «Non solamente non conosciamo Dio se non attraverso Gesù Cristo, ma noi non conosciamo noi stessi che attraverso Gesù Cristo. Fuori di Gesù Cristo noi non sappiamo cos' è né la nostra vita né la nostra morte, né Dio né noi stessi. Così senza la Scrittura, che non ha che Gesù Cristo come oggetto, noi non conosciamo niente e non vediamo che oscurità nella natura di Dio e nella nostra propria» (B. Pascal, Pensées, 548).

Accostiamo i testi senza feticismo. Nessuna parola può esprimere ciò che sappiamo essere inesprimibile. Ma, come dice Wittgenstein: «L'inesprimibile [è] - ineffabilmente - contenuto in ciòche viene espresso» (citazione da S. Bongiovanni, Lasciar-essere: riconoscere Dio nel pensare, Trapani 2007, p. 135). Il testo va letto e fatto oggetto di intelligenza. Intelligenza (intelligere = intus-Iegere) significa leggere-dentro le righe il non-scritto. L'intelligenza, se non fraintende, nel detto intende il non-detto.

Il linguaggio è di sua natura sim-bolico (symballo = mettere insieme). Rimanda ad altro: dal dire al detto, dal detto al dicente e dal dicente all'ascoltante. È comunicazione e comunione, dove uno è «messo insieme» all'altro, diventando se stesso.

«Parola» deriva dal greco paraballo (da cui anche parabola), che significa gettare-fuori: il dire getta-fuori il detto dal dicente, anzi il dicente come detto. E lo getta in chi ascolta. Con la parola il dicente si esprime: si spreme-fuori di sé per imprimersi nell'altro che lo accoglie. Ogni realtà, grazie alla parola, esce da sé e, in relazione ad altro, diventa se stessa.

La parola coinvolge tutti e tutto in un unico destino, sia quanto c'è sulla terra sia quanto sta in cielo.

 

S. F.

Milano, 22 febbraio 2008
Cattedra di san Pietro apostolo

 

Introduzione

Una lettura cristiana della Bibbia è necessariamente «laica»

La Bibbia non è pane per devoti, per eruditi o per potenti. Una sua lettura non può che essere «laica». Religiosamente, scientificamente e politicamente laica.

Gesù era un semplice laico. Non apparteneva al ceto ricco dei sacerdoti, né a quello pio dei farisei, né a quello colto degli scribi. Era sì discendente dal re David, ma senza maggiori pretese di un facchino di Roma Termini che possa avere Romolo come capostipite. Sovvertitore di sani equilibri, fu considerato un destabilizzatore del potere religioso, culturale e politico. Scomodo come tutti i profeti, fu ucciso per bestemmia dai religiosi e per sedizione dai politici. E giustamente. Il suo messaggio non era funzionale all'ordine costituito. Proclamava un cambiamento di mente, di cuore e di azione. Chiamava a conversione: Dio è Padre, non padrone, gli altri fratelli, non sudditi o rivali.

Secondo il Vangelo di Marco, iniziò l'attività con cinque polemiche contro la legge e terminò con altre cinque contro il potere. Mai si prestò ad avallare il dominio dell'uomo sull'uomo. Tanto meno in nome di Dio. Non si può piegare la sua dottrina a giustificazione di reato. Anche se spesso la si usa per paludare le vergogne dei potenti di turno.

Se Gesù apparisse in una chiesa, lo metteremmo là dove simbolicamente sta: sulla croce. Senza sapere quello che facciamo, ora come allora (cf Lc 23,34). Eppure ha detto con chiarezza che sarà con noi tutti i giorni, fino al compimento della storia (cf Mt 28,20): il suo volto è quello di chi emarginiamo, giudichiamo e condanniamo. Immigrati e barboni, malati e carcerati sono la sua carne (cf Mt 25,31-46).

Come cambierebbe il mondo, se lo prendessimo nella nostra barca «così com'era» (Mc 4,36), non come lo pensiamo noi. I Vangeli non giustificano l'esistente, né mai confermano l'opinione del lettore. Sono ispirati da altro fine e da altro principio. La perennità della Chiesa, a differenza di altre istituzioni, deriva da questo: i suoi testi fondanti, invece di giustificarla, con grande amore e cura sempre la sconfessano e richiamano a conversione.

Una lettura pia, dotta o apologetica della Bibbia la sterilizza: non rende conto di ciò che essa ha generato e genera nella storia. Il suo mistero è rivelato non a intelligenti o esperti, ma a infanti (Lc 10,21s), che sanno e dicono niente. Contro tentativi di sequestro ideologico, risuonano le parole di Gesù: «Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito» (Lc 11,52).

Una lettura religiosa, a conferma di proprie convinzioni, è sistematicamente smentita dal testo. La Bibbia non è pezza d'appoggio per indubitabili dottrine. Tende a spiazzare certezze, per aprire alla verità. Se uno vuole certezze, vada a Roma e metta la mano nella Bocca della verità, che si trova nel pronao di S. Maria in Cosmedin. Oppure si accontenti di «una» certezza vera, questa, per esempio: anche se ne ignoriamo la cifra, certamente le salite sono uguali alle discese. Se però vuole più certezze, consulti l'oroscopo o entri in un movimento di ipercattolici. O, meglio ancora, entri in una setta qualsiasi di fondamentalisti, che è più sicuro per lui. .. e meglio per la Chiesa di Dio. Se uno però, invece che certezze, cercasse verità, dischiuda il suo cuore a un Dio semper maior, altro da ogni nostra idea su di lui e sempre non-altro da tutto ciò che pensiamo altro da lui. Benedetto XVI dice bene dei Magi che incontrano Gesù: «Il cammino esteriore di quegli uomini era finito. Ma a questo punto per loro comincia un nuovo cammino. Poiché sicuramente avevano immaginato questo Re neonato in modo diverso. Ora s'inchinano davanti a un bimbo di povera gente. Il nuovo Re si differenziava molto dalla loro attesa. Così dovevano imparare che Dio è diverso da come noi di solito lo immaginiamo. Ora vedevano: il potere di Dio è diverso dal potere dei potenti del mondo. Il modo di agire di Dio è diverso da come noi lo immaginiamo e da come vorremmo imporlo anche a lui. E ciò significa che ora essi stessi devono diventare diversi, devono imparare lo stile di Dio. Devono imparare a perdere se stessi e proprio così a trovare se stessi» (Benedetto XVI, Veglia con i giovani, Colonia, Spianata di Marienfeld, 21 agosto 2005).

Il Dio della tradizione biblica non gradisce di abitare nelle nostre idee, inventate dai potenti e confezionate dai sapienti per una forma di decenza. La sapienza divina, preordinata prima dei secoli per la nostra gloria, nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla. Se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (cf 1Cor 2,6-8).

Una lettura scientifica - intenta a stabilire il testo, attenta a grammatica e sintassi, a retorica e forme, a tradizioni e fonti, a redazioni e situazioni diverse - è utile, anzi necessaria per fornire strumenti di comprensione. Ma è incompleta. Trascura il fine del testo, che non è l'analisi del medesimo, ma ciò che esso risveglia nel lettore. Se una persona mi dice: «lo ti amo», non faccio l'analisi grammaticale, logica e retorica per sapere cosa significa. Certa

lettura scientifica della Bibbia non coglie la realtà di cui parla: de- ' scrive i granelli di sabbia senza vedere la spiaggia. E, soprattutto, senza buttarsi in mare.

Una lettura politica infine, ordinata alla presa o alla conferma di potere, smentisce la sua essenza. La Bibbia è uno scritto profetico: chiama ad abbandonare le proprie vie, tracciate dalla brama di avere, potere e apparire, per seguire una via di dono, servizio e umiltà. La via di Dio.

La Bibbia non è mai apologetica. È sempre critica. Ma non come gli scritti di parte, che screditano altri per accreditare se stessi. Critica il suo lettore per aprirlo agli altri e all'Altro, di cui ognuno è immagine e somiglianza. Essendo la critica scomoda, i profeti da sempre soffrono, come Giovanni Battista, di una malattia pro- fessionale: il taglio della testa. Dove ciò non fosse possibile, ogni mezzo è ancora buono per farli tacere.

Per costruire un edificio c'è bisogno del capo-mastro e di uno che potremmo chiamare il contro-mastro. Il primo dirige i lavori, il secondo ne cerca gli errori. Per formare il suo popolo, Dio sempre ha abbinato ai pastori i profeti - spina nel fianco di re e sacerdoti. L'apostolo Paolo ritiene doveroso rimproverare apertamente Pietro di ipocrisia e mancanza di «ortopedia» (cf Gai 2,11-14). È pericoloso abolire il contro-mastro. Sono disastrosi gli osannatori del capo-mastro. Rendono il peggior servizio a Dio e al suo popolo. La lettura della Bibbia, se è corretta, ha una funzione precisa: annunciare un amore che chiama a conversione tutti.

 

Un'esperienza di quasi quarant'anni

Più o meno sette anni fa ho letto, sulla rivista «Concilium», una proposta avveniristica. Non do la citazione, facilmente rintracciabile, per via di un incendio che mi ha bruciato libri, riviste, scritti e casa. Si proponeva di utilizzare per la catechesi il Vangelo di Marco, con una lectio alla settimana nell'arco di tre anni.

È da circa quarant'anni che faccio questo, sempre in compagnia di un collaboratore, che è a turno capo-mastro o contro-mastro. A Milano, dove abitiamo, teniamo incontri settimanali (serali) da ottobre a giugno. Cominciamo con Marco, il Vangelo del catecumeno. È il più adatto per chi inizia. Lo leggiamo in tre anni - il tempo non è secondario perché il seme cresca in pianta e porti frutto -, una sera alla settimana. Riserviamo altri testi biblici, del Nuovo e dell'Antico Testamento, a un secondo tempo. La Bibbia è una proposta di catechesi continua, che diventa pane quotidiano.

Dopo i tre anni di prima catechesi con il Vangelo di Marco ogni anno termina un corso e ne comincia uno nuovo - facciamo una lettura degli altri Vangeli, degli Atti e di Paolo, per una durata media di quattro anni ciascuno. Per l'Antico Testamento offriamo allo stesso modo una lettura del Pentateuco e di vari libri profetici.

La Bibbia è una miniera inesauribile di catechesi. Nella chiesa di S. Fedele, per esempio, solo leggendo i quattro Vangeli, da più di quattordici anni svolgiamo ogni settimana un argomento nuovo: basta esporre in successione i singoli passi di ogni libro. Essendo la Bibbia composta di 73 libri, in una catechesi biblica che continua tutta la vita, solo Matusalem e pochi altri sarebbero passibili di aggiunte o ripetizioni. Comunque, in caso di ripetizioni, non ci si bagna mai nella stessa acqua.

Durante l'estate invece, in Italia e in altri continenti, teniamo campi scuola intensivi, facendo in due settimane quanto si fa in un anno nei corsi serali settimanali. Usiamo come testo di catechesi un libro della Bibbia, preso nella sua interezza e nella sua connessione di fondo con gli altri. Non supponiamo la fede dei partecipanti. La fede non si trasmette nei cromosomi, ma viene dall'ascolto. La Parola, se supponesse la fede, risulterebbe inutile. I frequentatori sono soprattutto giovani, in parte non credenti e in gran parte senza cultura religiosa.

È sorprendente il frutto che produce la Parola, spiegata in modo semplice e interattivo. L'esperienza, fatta ormai con decine di migliaia di persone, di età, formazione e culture diverse, è andata man mano maturando, restando aperta a ulteriori acquisizioni.

Uno studio di Christoph Theobald (Dei verbum: dopo quarant'anni la rivelazione cristiana, in «il Regno-attualità» n. 22/2004, pp. 782-790) mi ha stimolato a riconsiderare il cammino fatto, vederne i risultati e guardarne i fondamenti teorici. È la spinta che mi ha deciso a scrivere qualcosa circa il metodo usato in quattro decenni. I commenti ai Vangeli che ne sono usciti, tradotti in diverse lingue, portano traccia di questo percorso e di quanti l'hanno fatto insieme.

Ho scoperto una cosa evidente: ciò che noi cristiani riteniamo più nostro, è di tutti. La Bibbia, che ci rivela di essere figli, è per ogni fratello. Essa non offre «una» salvezza religiosa, ma «la» salvezza dell'umanità dell'uomo, nessuno escluso.

La «grazia», che la Parola ci comunica, è quella di restituirci la nostra identità. Ci ridà la nostra «natura»: siamo figli di un Dio «di lui stirpe noi siamo» (At 17,28) - e fratelli tra di noi. Siccome i figli sono uguali al padre, il problema è vedere di che Dio siamo figli. Oltre quello che le religioni affermano contro l'uomo - uguale a quello che gli atei negano a favore dell'uomo - la Bibbia ne presenta un altro. Tanto umano da essere divino e tanto divino da essere uomo.

Proprio adesso, mentre mi trovo in Guinea Bissau per leggere il Vangelo con i catechisti (leggerlo è il miglior metodo per imparare a leggerlo!), mi è capitato tra le mani il Testo nazionale per l'orientamento della catechesi in Francia (riportato in «il Regno documenti» n. 21/2007, pp. 694-707). È uno scritto magistrale, come sanno fare i francesi, sulla catechesi biblica. L'introduzione inizia con le parole di Paolo: «Predicare il Vangelo è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo» (1Cor 9,16) e continua sottolineandone l'importanza, il contesto, le tappe, i modi, eccetera. Chi legge il testo entra in una bella casa - la Chiesa - con la mensa imbandita - i sacramenti -, adorna di tovaglie di Fiandra, porcellane di Limoges, cristalli di Boemia e argenteria di famiglia, la migliore. Non c'è che da riempire i piatti con il Vangelo. Spero che qualcuno lo faccia, perché ci sia sulla mensa anche qualcosa da mangiare. I suggerimenti sono utili, ma non bastano: le cose umane sono fatte solo se si fanno.

Ho parlato di queste cose con un missionario. Mi ha consolato quanto mi ha detto: da più di trent'anni usa come catechesi ai catecumeni il Vangelo di Marco. Senza tanto vasellame pregiato, lo offre nella fragile terracotta di una traduzione in lingua felupe, da lui fatta con passione e cura. Chissà quanti altri fanno queste cose belle, senza che alcuno lo sappia. Sarebbe bene dar voce a loro. Si impara di più ascoltando chi fa che ascoltando chi dà consigli senza (saper) fare.

 

La Bibbia va letta come qualunque altro libro

In queste pagine espongo la nostra esperienza. Siamo una comunità di Gesuiti che vive in una cascina alla periferia di Milano (Villapizzone), inserita in una comunità più ampia di famiglie aperte ai problemi dell'emarginazione. Questo contesto - che ha dato origine al movimento A.C.F. (Associazione Comunità e Famiglia) -, molto frequentato anche da chi non va in Chiesa, è un humus fecondo per il nostro servizio della Parola. A chi è in ricerca proponiamo di leggere la Bibbia come qualunque scritto. Non supponiamo fede in Dio o in particolari scuole esegetiche, anche se siamo credenti e usiamo strumenti esegetici.

Nel libro, fin che sta negli scaffali, la parola è carne surgelata. La si scongela, cucina e mangia aprendo il libro, leggendolo, comprendendolo e applicandolo a se stessi. Il metodo di lettura, come dice una tradizione monastica, si compendia nell'aforisma: «Te totum ad textum applica, rem totam applica ad te» (J.A. Bengel).

Spiego, con semplici metafore, come accostiamo un libro.

Un bel testo è come il Palazzo Farnese. Le pietre non vanno smontate per vederne dimensione, taglio e provenienza. Lo si contempla, gustandone l'armonia.

Un bel testo è una foresta. Non si tagliano le piante per farne cataste, etichettate secondo tipi e sottotipi. Nel bosco è bello perdersi dentro.

Un bel testo è uno spartito musicale. Le note non vanno separate e messe insieme secondo caratteristiche comuni. Vanno suonate, così come sono.

Ogni testo è un organismo vivo. Non lo si pone sul tavolo di anatomia per sezionarlo. Un brano, staccato dal resto; è morto non a caso si parla di «brano» biblico, perché si «sbrana» il testo, riducendolo a pezzi.

Si possono fissare gli occhi in quelli dell'amata. Ma se si strappano per vedere come sono fatti, diventano ciechi e non sono più la luce del cuore.

Il testo biblico è un corpo bello, che si offre per essere abbracciato: ci si unisce e si diventa con lui una carne sola mediante la lettura rispettosa e amorosa.

Leggere certi commenti è come vedere cumuli ben ordinati di pietre invece che il Palazzo Farnese. O come entrare nel bosco dove, con caterpillar e motoseghe, si sono tagliate tutte le piante per catalogarle. O come ascoltare blocchi omofoni dove sono state setacciate e messe insieme le stesse note della sinfonia. O come ascoltare un frastuono assordante, prodotto da mirabolanti sintesi delle note più diverse. O come trovarsi sul tavolo anatomico: invece della persona amata, vederne i pezzi, sezionati e conservati in formalina. Che scempio.

Ecco, cerchiamo di non leggere la Bibbia in questo modo.

 

Storia di questa lettura della Bibbia

Base immediata di questa lettura (i commenti pubblicati sono tracce di percorso con finestre da cui guardare) sono gli studi compiuti dal 1960 al 1970. Come tutti, fin da giovane avevo sete di sapienza e di bellezza. Soddisfacevo la prima con studi filosofici, aperti a tutto campo, e la seconda con letture di ogni tipo, purché belle.

Verso i vent'anni cominciò ad affascinarmi il linguaggio. Attorno ad esso si coagulò la mia riflessione, con attenzione sia all'aspetto logico-formale sia a quello espressivo-comunicativo. Nella Parola infatti è impressa la realtà per l'uomo e si esprime la realtà dell'uomo.

In quegli anni tiravano venti di grandi cambiamenti. Attorno al 1968 si vide, in breve tempo, una mutazione culturale maggiore di quella che c'era stata dall'uomo delle caverne fino ad allora. E da quella data il processo è in accelerazione, a caduta libera. Era naturale voler capire cosa stava succedendo.

Chi aveva una formazione «classica», sentiva di appartenere a una lunga storia, che si apriva a un presente inedito e a un futuro imprevedibile. Pareva di tener un piede poggiato su un passato remoto, mentre l'altro cercava di affidarsi a un futuro sempre più velocemente altro. La distanza tra i due piedi, in termini di tempo, era di decine di millenni.

L'unico ponte gettato sull'abisso era la Parola, che ci aveva traghettato da una sponda all'altra. È merito suo se l'uomo ha percorso questa distanza più che astrale. Per questo cercavo di capire, dal punto di vista filosofico, cosa fosse la «parola», che ha umanizzato l'uomo e il mondo.

Dal punto di vista teologico mi ponevo il problema se e come fosse possibile parlare di Dio. Erano gli anni della secolarizzazione, della morte di Dio, dell'ateismo semantico, eccetera. Era in crisi qualcosa di più profondo della fede. Era cambiato il modello di pensare e di vivere. La mia ricerca, condotta attraverso varie piste, sfociò in un abbozzo di fenomenologia del linguaggio, scritta dal 1968 al 1969 e presentata come tesi di dottorato a Münster in Germania con l'allora professor Walter Kasper (S. Fausti, Ermeneutica teologica, Bologna 1973).

Il mio primo «lavoro» fu insegnare teologia fondamentale. Impostai il corso sul linguaggio, fondamento di qualunque pensare. L'anno successivo insegnai cristologia. Cercando opere di «cristologia narrativa», trovai dotte pubblicazioni che auspicavano tale approccio, senza andare oltre l'auspicio. Mi decisi a prendere in mano il Vangelo di Marco, per vedere cosa e come raccontava su Gesù. Mi sorprese un'altra cosa evidente (le cose evidenti, se si capiscono, sono sempre delle sorprese): il Vangelo non è una cava di pietre dottrinali o normative, né una miniera di perle morali o mistiche. È narrazione di una storia.

L'identità di una persona è la sua storia, racconto che ne tramanda il ricordo. Tale identità non è fissa: è dinamica, aperta ad altro e comunicabile ad altri. L'ascoltatore la capisce secondo l'esperienza che ne fa; e ne fa esperienza secondo quanto la capisce. Un racconto è infinitamente conoscibile e interpretabile, capace di produrre altre conoscenze. A differenza dei concetti, non è mai afferrabile. Afferra però l'ascoltatore e lo porta dentro la storia raccontata, fin che s'accorge che è anche la sua.

Era ciò che cercavo: un'opera di cristologia narrativa. Anzi, la prima, fondante per le altre. Ho evitato di usare il testo per «provare» le mie idee - come si fa in ogni lettura, anche del giornale. Ho preferito leggerlo come un racconto. Allo stesso modo di un romanzo, per intenderci. E lasciarmi condurre dal testo dove esso vuole.

In genere abbiamo la preoccupazione di salvare credenze, istituzioni e Dio stesso. Vogliamo difenderci da questo mondo, che nega quanto giustamente riteniamo giusto. La Bibbia invece ci racconta di un Dio che non è da salvare, ma che ha tanto amato il mondo, questo mondo perduto (cf Gv 3,16), fino a perdersi per salvarlo. E che sempre rispetta la libertà, anche quando l'uomo va contro di lui, o addirittura contro se stesso - il che per lui è peggio. Lo lascia libero di rifiutarlo e di negargli addirittura l'esistenza. Preferisce essere ucciso per bestemmia (cf Mc 14,64; cf Mt 26,65), piuttosto che uccidere chi lo bestemmia.

Questo tipo di lettura cambia l'ottica del far teologia. Non bisogna spiegare la verità o portare altri ad essa: è meglio lasciarsi spiegare e portare dalla verità stessa.

Cosa produce la lettura della Bibbia? Dove porta, e per quale cammino? Con queste domande cominciò, e continua, la nostra avventura di leggere la Bibbia. La descriverò brevemente.

Chi vuole approfondire questo metodo di lettura, può vedere lo studio già citato di Christoph Theobald, con la bibliografia indicata. Un'ampia e aggiornata descrizione, con relativa valutazione, sui vari tipi di lettura si può trovare in Silvia Pellegrini, Elija - Wegberaiter des Gottessohnes, Freiburg i. B. 2000, pp. 1-144.

Tale approccio trova il suo fondamento nel prologo di Giovanni, che echeggia l'incipit della Bibbia: la Parola è principio di tutto, sia nel creare che nel salvare. Non c'è Parola neutra. Quella vera ci rende figli di Dio (Gv 1,12). Quella falsa ci rende figli del divisore, menzognero e omicida fin dall'inizio (Gv 8,44). Se Dio ci è padre e noi siamo suoi figli, necessariamente gli assomigliamo. Portiamo in noi la sua immagine indelebile. La menzogna vi ha steso sopra uno strato di pece. La parola progressivamente, pezzo a pezzo, la dissolve, per riportare alla luce il nostro volto originario, della cui bellezza siamo nostalgia. È il restauro che il Vangelo opera in noi.

La Bibbia è teo-logia in senso forte, originante: non è parola su-Dio, ma di-Dio su di sé. Non vuole oggettivarlo. Sarebbe idolatria. Dio e uomo non sono oggetti, ma soggetti. Lui è l'ignoto, che parla e si comunica; l'uomo il suo interlocutore, che liberamente si crea e ricrea ascoltandolo e rispondendogli.