PICCOLI GRANDI LIBRI  Silvano Fausti
Per una lettura laica della Bibbia

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EDB – ANCORA 2008

Una lettura cristiana della Bibbia è necessariamente «laica» La Bibbia va letta come qualunque altro libro
Un'esperienza di quasi quarant'anni Storia di questa lettura della Bibbia

I.
PAROLA, LIBRO E LETTURA

II. LETTURA
DELLA SACRA SCRITTURA
III.
ISPIRAZIONE E CANONE
IV. DALLA TESTIMONIANZA
ALLA COMUNIONE

Cos'è la parola

Come leggere la Bibbia Premessa Testimonianza

Parola e identità dell'uomo

Cos'è la Bibbia Sull'ispirazione Parola e testimonianza

Parola, comunicazione e comunione

Bibbia ebraica e Bibbia cristiana Ispirazione non è dettatura Testimonianza e credibilità

Parola e compimento della creazione

Particolarità del Nuovo Testamento: Gesù come svolta definitiva della storia Ispirazione e sue fonti Testimonianza, carne della Parola

Parola e sacramenti

Radice della particolarità del Nuovo Testamento: l'incarnazione Cos'è l'ispirazione? I poveri, carne di Cristo

Libro e lettura

Primo livello di lettura Ispirazione e discernimento Poveri e inculturazione nel mondo globalizzato

Parola e libro

Secondo livello di lettura Ispirazione, interpretazione e purificazione Discepolato e martirio

Lettura, atto di fiducia

Terzo livello di lettura Una «riscrittura» costante Statuto del testimone

Perché leggere la Bibbia

Cosa avviene leggendo la Bibbia Ancora sul discernimento Ancora: evangelizzare con il Vangelo

Bibbia: opera classica

Esperienza del potere della parola Discernimento, cantiere aperto Comunità di riconciliazione

Bibbia: codice culturale dell'Occidente

Differenza tra catechesi narrativa e moral-dottrinale Unità e pluralismo di ispirazione e di interpretazione Parola e comunità di riconciliazione
  Elementi e funzioni della catechesi narrativa dei Vangeli Sulla canonicità Riconciliazione con Dio
  Vangelo come «logoterapia»: racconto che mi ri-racconta Canonicità e ispirazione continua Riconciliazione con gli uomini
  Lettura e fede Scritti canonici e lettura «canonica» Riconciliazione con sé
  Fiducia: «come-se» Riconciliazione con la natura
  Verifica della fiducia... Libertà
  L'uomo vive di fede Compassione
  Legittimità della lettura cristiana Comunione
  La Bibbia come promessa di vita Cattolicità e comunione nella diversità
  Il Nuovo Testamento, compimento «oggi» di questa promessa Diversità di carismi a servizio reciproco
  Novità di Gesù
  Vangelo e Spirito del Figlio
  Lettura e ri-creazione
Conclusione Appendice
Postfazione Cammino catechetico del Vangelo di Marco

 

Parte prima
PAROLA, LIBRO E LETTURA

Cos'è la parola

Parola e identità dell'uomo

Premetto qualche nozione fondamentale sulla «parola». Per maggiori informazioni, anche se certamente c'è di meglio, rimando per pigrizia ai miei lavori: Ermeneutica teologica, Bologna 1973, pp. 5-156; Il futuro è la parola, Casale Monferrato 2000; oppure, sinteticamente, Elogio del nostro tempo, Milano 2006, pp. 36-48. Molto illuminante è Antonio Spadaro, La grazia della parola, Milano 2006.

L'imperatore Federico II di Svevia, uomo colto e curioso, sapeva di tedesco e siciliano, di latino e greco, di arabo ed ebraico. Una volta gli venne voglia di sapere quale fosse la lingua originaria. Era l'ebraico, nel quale fu scritta la Bibbia? O l'arabo, dato che a Maometto il Corano fu dettato da Dio in quella lingua? Oppure un altro linguaggio a noi ignoto? Decise di fare un esperimento «scientifico». Prese dei neonati, li sottrasse alle madri, li isolò e li affidò a delle nutrici. Dovevano allevarli con cura, ma senza parlare: la lingua che avrebbero parlato spontaneamente, sarebbe stata quella originaria. Le nutrici furono ligie alla consegna. Ovviamente i bimbi non parlarono. Non perché, non avendo udito parola, non erano in grado di dirla. Non parlarono mai perché morirono tutti infanti. «Non di solo latte vive il bambino, ma di ogni parola che esce dalla bocca della madre», disse Jacques Lacan rifacendo il verso al detto biblico «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3).

Per conservare la vita animale è necessario respirare circa tredici volte al minuto e alimentarsi ogni giorno, se possibile. Per diventare uomo è necessario ascoltare e parlare. Come il DNA informa l'organismo materiale, così la parola informa quello spirituale. Mentre però il DNA è, o meglio era, fisso, la parola resta aperta ad altro e all'altro: è tanto mutabile e mutante che è riuscita a mutare anche il DNA. E fa volare l'uomo verso l'alto, se è vera, bella e buona. Ma lo precipita in basso, se è menzognera, brutta e cattiva.

Ogni seme, accolto nella terra, germoglia e la trasforma secondo la propria specie. Ogni parola, deposta in quell'humus che è l'uomo, germoglia e lo trasforma secondo la sua specie. La parola, accolta nell'orecchio - meglio in due orecchi, perché non entri nell'uno ed esca dall'altro -, si ferma nella testa e dà forma all'intelligenza, sete di verità; scende poi nel cuore e informa la volontà, amore di bellezza; arriva infine ai piedi e alle mani, con cui si cammina e agisce secondo ciò che si capisce e ama. La parola determina il capire, il volere e l'agire, tutto l'essere dell'uomo.

Senza parola non c'è né religione né arte, né filosofia né scienza, né politica né economia. Scompaiono la storia e la cultura. E scompare anche l'uomo, la cui natura è cultura. Infatti l'uomo non è ciò che è: è ciò che ancora non è. E diventa ciò che è, immagine e somiglianza di Dio, grazie alla parola. Senza di essa scompare tutto ciò che è umano. Il creato stesso diventa un non-senso: abitazione disabitata, libro non letto, spartito non suonato.

A differenza del denaro, che da solo produce altro denaro ma non beni o benessere, la parola è deposito e capitalizzazione di sapere che produce sapere. Ma sapere è potere: apre l'uomo alle sue possibilità, per sé senza limiti.

Il passato - la storia con tutto ciò che c'è (stato) - se non è ravvivato dalla parola che lo ri-corda, scompare nel nulla. Il ricordo, che riporta-al-cuore del presente il passato, costituisce la nostra identità: ci fa essere ciò che siamo. Uno è la memoria che ha. Infatti sente, pensa e agisce secondo ciò che ri-corda: ciò che sta nel cuore e gli sta a cuore, anche nell'inconscio, è la sua vita. Per questo un Padre del deserto si lamentava che i monaci tenessero la Scrittura negli scaffali. Gli antichi, diceva, la tenevano nel cuore: la sapevano a memoria.

Solo ciò che è salvato nella memoria, rimane in vita. Diversamente scompare nel buco nero dell'oblio. Giustamente scrive Czeslaw Milosz: «Ciò che non è espresso tende a non esistere. È stupefacente pensare alla moltitudine di avvenimenti del ventesimo secolo e alle persone che vi hanno preso parte, e capire che ognuna di queste situazioni sarebbe stata degna di un'epopea, di una tragedia o di un poema lirico. E invece nulla, si sono inabissate, lasciando dietro di sé una traccia evanescente. Si potrebbe dire che persino la più possente, sanguigna e vitale personalità è solo un'ombra in confronto a un'efficace combinazione di parole, per quanto poche esse siano, per quanto non descrivano altro che una luna nascente» (Il cagnolino lungo la strada, Milano 2002, p. 74).

Parola, comunicazione e comunione

La parola non solo comunica notizie, ma «contiene» anche chi parla ed è «contenuta» in chi ascolta: esprime chi parla, imprimendolo in chi ascolta. Il termine «parola», come già detto, viene da para ballo: getta-al-di-là di sé, comunicandolo all'altro, colui che la dice. Se non è un «dolo», trappola per impadronirsi dell'altro, ogni dire («dico» viene da deiko = indico, manifesto) è indicazione e manifestazione, dono di sé all'altro. Il dire è un dirsi; e il dirsi, un darsi. Ogni parola è gravida di chi la trasmette e ingravida chi la riceve. Il suo significato e senso, comunicandosi dall'uno all'altro, si apre a ventaglio, all'infinito.

«Non è bene che l'uomo sia solo» (Gen 2,18), disse Dio, rimangiandosi il «molto buono» detto poco prima (Gen 1,31). La solitudine è il male radicale, anteriore a ogni errore. È infatti negazione dell'uomo, il cui essere è relazione - come quello di ogni altro, Dio per primo. Siamo tutti relativi, ognuno a modo suo, da Dio alla minima particella subatomica ancora ignota. Chi è solo, relativo a niente, è divorato dal nulla.

La parola mette l'uomo in relazione con il mondo. Egli, dando il nome alle cose, partecipa all'azione creatrice di Dio. Le fa venire alla luce dell'intelligenza e, siccome sapere è potere, ne attua le potenzialità, che senza di lui mai esisterebbero. Le parole che ci hanno preceduto sono il mondo in cui nasciamo, eredità dei nostri predecessori. In quanto esseri umani, siamo di casa nella parola - che ci precede, ci accompagna e ci segue nel nostro cammino nel mondo. Senza parola non potremmo vivere: saremmo un orso polare senza pelliccia, un leone senza denti.

Ma l'uomo, anche se conosce le cose e chiama ciascuna per nome, rimane solo. È bisognoso della relazione con il suo simile, altro da lui (cf Gen 2,20s). Non la parola «tecnica», dominio sulle cose, ma la parola «scambiata» con l'altro gli dà la sua identità: lo fa immagine di Dio, che è relazione e compagnia, comunione e dono di sé, fecondità e gioia di vita. La parola, collegando gli uomini tra di loro, crea una societas vivibile, una storia comune e comunicabile, che porta a un cammino di realizzazione senza fine.

Quando Dio creò vegetali e animali, li creò ciascuno secondo la sua specie. L'uomo invece non appartiene a una specie: è immagine e somiglianza di Dio, in quanto maschio e femmina (Gen 1,27). Ciò che ha in comune con gli animali lo rende simile a Dio? Proprio così. Per l'uomo il limite primo, quello sessuale, è il luogo dove prende coscienza di sé e fa esperienza dell'altro: grazie alla parola scambiata, anche il sesso diventa reciprocità di conoscenza e amore. L'uomo è simile a Dio, in ultima analisi, grazie alla parola: come lui, dà il nome alle cose e ne dispone secondo libertà. Ma soprattutto gli è simile perché ascolta l'altro da sé, accogliendolo in sé, e gli risponde, per farsi da lui accogliere.

Dio è Parola (ogni parola ha un aspetto trinitario: relazione d'amore reciproco che parla, ascolta e risponde) e l'uomo è innanzi tutto ascolto. Se lo ascolta e risponde, è suo interlocutore e partner, sua altra parte. E diventa uguale a lui, perché amor vel pares invenit vel pares facit. Creato al sesto giorno, il suo destino è portare la creazione al settimo giorno, al suo principio. Riconoscendola come dono di Dio, completa la sua opera, vivendola e vivificandola nell'amore, che è Dio stesso.

Parola e compimento della creazione

La Parola di Dio crea il mondo. La parola dell'uomo ne evolve le potenzialità, diversamente inespresse, e, soprattutto, lo riporta alla sua sorgente di vita. Senza parola niente esce dal nulla e tutto torna al nulla. L'uomo non solo è demiurgo, collaboratore e continuatore dell'opera di Dio. È anche colui che porta la creazione al suo fine: attraverso il suo capire, amare e agire - l'uomo è «liturgo del creato» - la creazione è ricondotta al proprio principio, suo fine senza fine.

La parola, vera o falsa che sia, segna il destino dell'uomo e della creazione. Se è vera, stabilisce relazione e comunione: dà vita. Se è falsa, produce solitudine e frattura: dà morte. Sul potere di vita o di morte della parola leggi la Lettera di Giacomo 3,1-12. Oggi sappiamo che ogni realtà diventa la parola che l'uomo dice su di essa: Dio condusse ogni cosa da lui creata davanti all'uomo perché «in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gen 2,19).

L'uomo stesso è, o meglio, diventa la parola che ascolta: è dono della parola che ascolta e si dona nella parola che dice. È importante che il «dare» non sia una «dose» di veleno, ma una «dote» di amore, possibilmente reciproco. In tedesco «veleno» e «dono» (gift e gabe) hanno la stessa radice (geben), come, in italiano, i vocaboli «dare», «dose» e «dote». Addirittura lo stesso vocabolo gift significa «dono» in inglese e «veleno» in tedesco. La soglia tra dono e veleno è in discesa e assai pervia. Si scivola facilmente dal dono al veleno: basta appropriarsene o usarlo per appropriarsi dell'altro.

La nostra parola, come quella di Dio nella creazione, è opera di distinzione. Cogliendo diversità e somiglianze - vedendo il simile nel dissimile e il dissimile nel simile - distingue le varie realtà nella loro opposizione e le relaziona tra loro. Conoscere è sempre distinguere e mettere in relazione. Ignorare le distinzioni è de-creativo quanto il non mettere in relazione: fa regredire tutto nel caos del nulla.

Parola e sacramenti

Per i cristiani la parola fa la differenza tra magia e sacramento. La parola sull'acqua del battesimo la rende partecipazione alla morte/risurrezione di Cristo, quella sul pane e sul vino partecipazione al suo corpo e al suo Spirito, quella sul matrimonio partecipazione al suo amore sponsale, quella sulla confessione delle colpe partecipazione alla grazia del suo perdono, quella sull'olio partecipazione alla sua cura dell'uomo.

La parola fa sì che nascere, vivere, amare, peccare e morire diventino incontro con la vita, l'amore, il perdono e la cura senza fine di Dio. E questo non per magia, ma perché la parola dà alla realtà il suo essere specifico. La stessa cosa, accompagnata da altra parola, ha altro significato ed è altra realtà. Un gesto, accompagnato da parola d'amore, dà gioia e vita. Lo stesso, accompagnato da parola di violenza, dà tristezza e morte.

Un esempio per illustrare il ruolo della parola nel sacramento. Se, durante una celebrazione eucaristica all'aperto, una mucca mangia un'ostia portata via dal vento, fa la comunione?.. Sì, più o meno come quei cristiani che partecipano all'Eucaristia senza conoscere la Parola. Solo questa infatti fa capire «che» e «in che modo» quel pane è il corpo del Signore. Senza conoscenza della Parola -la Parola del Vangelo non è altro che parola sul corpo di Gesù, protagonista di ogni racconto - non c'è Eucaristia.

Mentre facevo questo esempio in Africa, un missionario mi disse che in una celebrazione all'aperto il gatto delle suore prese al volo un'ostia sollevata dal vento e la mangiò. La gente rimase incerta sul da farsi. Un catechista risolse il problema teologico mangiandosi il gatto.

Libro e lettura

Parola e libro

Il libro è uno scrigno che contiene un brillante: se lo apri e leggi, entra la luce e l'occhio gode dei suoi barbagli.

Il libro è parola scritta, sempre disponibile. Lo spartito diventa musica quando e come è eseguito, il libro diventa parola quando e come è letto.

Ciò che si dice della parola vale anche del libro. Solo che la parola va ascoltata e il libro va letto. Ma ciò che produce la parola, detta o scritta, è uguale. È vero: nel libro manca chi parla all'orecchio, ma rimane chi parla direttamente al cuore.

Si dice anche, e giustamente, che «verba volant, scripta manent». Esistono tuttavia parole indelebili nel cuore di chi ascolta; ma se ne vanno con lui. La parola c'è quando uno parla; se tace, scompare. Continua però ad esistere nei suoi effetti: chi l'ha ascoltata, la custodisce ed elabora, modificandola in tutti i modi possibili e impossibili.

Il libro invece è un fiume carsico, che emerge alla luce in chi legge. Anche nel silenzio - anzi, meglio nel silenzio - parla attraverso i millenni, indipendentemente da chi parla. E resta identico a se stesso, pur procurando nei lettori le reazioni più diverse. Infatti si può sempre confrontare se quanto è capito corrisponde a quanto è scritto. È una realtà «oggettiva», che sta davanti: pur interpretabile quanto si vuole, rimane se stessa e non si può modificarla, se non falsificandola.

Il libro è una parola sganciata, autonoma dal parlante: può andare da sola in giro per il mondo, procurando delizie o provocando disastri. È potente il libro: è parola che si diffonde attraverso lo spazio e il tempo, raggiungendo ogni persona in ogni tempo. Senza per altro imporsi e sempre rispettando la libertà. A differenza dei mass media!

Il libro è una parola che circola liberamente sui mercati, in ogni confezione e misura. È come un cibo: è di chi lo compera, lo cucina, lo mangia e lo digerisce. E tutti possono nutrirsi del medesimo, senza per niente consumarlo. Anzi, più persone ne mangiano, più ne possono mangiare.

Grande invenzione la scrittura! Basti pensare ai libri di religione e di poesia, di filosofia e delle varie scienze. Un singolo libro può influire nella storia più di tutti i potenti che ne hanno occupato la scena. La cultura occidentale senza i suoi potenti, starebbe meglio. Ma cosa sarebbe senza i libri, e senza la Bibbia? Per volare, le mancherebbero. .. due ali!

La scrittura porta la parola fuori dell'ambito della tradizione orale, ristretta a pochi e di trasmissione timida e imprecisa - un po' come quel gioco da bambini che si chiamava «telefono senza fili».

Il libro fa della parola un essere adulto e rispettabile - anche se si possono pubblicare nugae come queste mie. Il libro è sovranamente libero da tutti, anche da chi l'ha scritto; e sommamente rispettoso di ognuno, anche dell'ultimo lettore. Si può permettere questo perché, anche se dà tutto a ciascuno, non perde nulla: più dà, più diventa ricco e più può dare!

Il libro è una bella compagnia, duratura. Come una lettera d'amore. È sempre per amore che si scrive. Altrimenti lo scrivere è un atto criminoso, una minaccia o un ricatto.

Lettura, atto di fiducia

Leggo un libro, ascolto una musica, vado a una mostra o mangio un fungo per un atto di fiducia in chi, avendo letto, ascoltato, guardato o mangiato, mi attesta che ne vale la pena: si tratta di cosa bella e buona. Il bello aggiunge al bene il piacere, che lo rende desiderabile.

Il desiderio del bello muove ogni azione: bello è ciò che piace e appaga il desiderio, aprendolo a orizzonti sempre più belli. Il piacere che appaga è un bene. Male è quel piacere apparente che, invece di appagare, delude il desiderio e produce frustrazione (cf Gen 3,6-10).

Se la fiducia mi fa aprire un libro, leggendolo vedo se soddisfa il mio desiderio. Quando mi piace, mi interessa: ritengo ben riposta la mia fiducia e continuo la lettura. Altrimenti lo chiudo. Per questo è importante educare il buon gusto. Altrimenti uno può mangiare con soddisfazione anche l'hamburger del peggiore McDonald's.

In breve, leggo un libro a tre condizioni: che uno l'abbia scritto perché ha trovato piacere a scriverlo; che un altro mi abbia detto di aver provato piacere a leggerlo; che io stesso, avendo cominciato a leggerlo, sperimenti piacere.

Perché provo piacere a leggere un libro? Il piacere è legato all'interesse. Inter-esse significa «essere dentro, in mezzo». Provo interesse per una cosa fuori di me che corrisponde al desiderio dentro di me. Allora la prendo e sono preso. Se ho fame, mi piace e mi interessa il cibo.

Infinite sono le nostre fami: siamo desiderio. E il desiderio è di sua natura senza limiti. Oltre ad aver fame di cibo, siamo fame di amare e conoscere; e, ancora prima, di essere amati e conosciuti. Un libro mi interessa quando argomenti, personaggi e modi di dire corrispondono e danno forma a quanto ho dentro: fanno venire alla luce quanto c'è, come desiderio ancora inespresso.

Leggo con interesse quando ciò che leggo mi legge dentro. Evoca i miei ricordi, consci e inconsci, personali e collettivi, addirittura genetici - fino a raggiungere qualcosa di fontale, origine del mio essere-desiderio di bello. Mi interessa ciò che mi suggerisce quanto ho nel cuore, soprattutto se archiviato in strati così profondi da risultare nascosti da altri, più in superficie e spesso in contraddizione con essi. Mi interessa ciò che rivela la mia identità nascosta, togliendo alla mia verità il velo (aletheia) dell'oblio, levando le menzogne che la ricoprono. .

Quando una parola mi dice ciò che sono, la riconosco perché sgorga in me la gioia: mi chiama (kaleo) ed è bello (kalos, stessa radice di kaleo) essere chiamati per nome. Siamo nella misura in cui siamo chiamati. È la gioia di tornare alla casa dell'infanzia, di ritrovare il volto amato.

Il desiderio, come la fame autentica, non ha oggetto; e neppure lo crea. Lo riceve da fuori, apprendendolo da un altro che ha soddisfatto il suo desiderio in quel modo. È un fatto di imitazione, che si trasmette dall'uno all'altro, diventando tradizione. Nella quale ognuno lascia traccia della sua esperienza, buona o cattiva.

È necessario prendere coscienza di quale modello imitiamo. Può essere positivo o negativo: può dare intelligenza, amore e bellezza, oppure stupidità, egoismo e orrore. Diventiamo secondo il modello che ci siamo proposti. Se è positivo, siamo contenti. Se è negativo, siamo tristi: non mantiene la sua promessa di felicità. È un dolo, una trappola dalla quale possiamo uscire, anche se non senza difficoltà.

Dalla faccia che uno ha, si capisce cosa legge e ascolta. A una certa età uno ha la faccia che si merita. È responsabile del volto che si porta in giro: è secondo il modello che ha scelto.

 

Perché leggere la Bibbia

Bibbia: opera classica

Leggiamo la Bibbia innanzi tutto per motivo culturale: è un'opera classica. Leggiamo un'opera classica - poetica o sapienziale, storica o scientifica, profana o religiosa - perché ci fidiamo della tradizione, che la dichiara importante.

Il mondo è nato prima di me. La cultura è quanto ricevo da chi mi ha preceduto, imitazione ed elaborazione di modelli che mi sono (stati) proposti. La tradizione è memoria del passato: rende possibile capire il presente e progettare il futuro. Se l'uomo è un albero, il passato sono le radici e il futuro i frutti. Senza radici, non esiste né albero né frutto. Ma tradizione non vuol dire tradizionalismo. I tradizionalisti, nemici del presente e del futuro, non hanno né albero né frutti: non hanno tradizione viva, ma solo radici morte e fossilizzate.

Una persona, come un popolo e una civiltà, si identifica con le proprie memorie: sono il suo passato, producono il suo presente e gli aprono il suo futuro. Per questo è bene che le feste non siano memorie di guerre vinte o, peggio ancora, perse. È meglio celebrare la bellezza di ogni stagione oppure di eventi positivi per tutti.

Una persona, come un popolo, è la memoria che ha. Senza memoria è senza identità; una tabula rasa, su cui chiunque può scrivere ciò che vuole. Per questo i dittatori cercano di cancellare memorie, per imprimerne utili alloro scopo. Chi ha una memoria sua, non ne accetta un'altra senza confronto critico. Chi è senza ri-cordi, è e ha niente: è una spugna secca, che beve tutto e il contrario di tutto.

Oggi, grazie alla tecnologia, siamo esonerati dal ri-cordo. Abbiamo memorie artificiali a piacimento, esterne a noi e piene di informazioni immesse da altri. Ma non sono ri-cordo di esperienze vissute. Le memorie artificiali, pur avendo un aspetto di utilità, nascondono una trappola: se le usiamo, ci usano, e per fini loro. Grazie a loro, oggi possiamo sapere sempre di più e capire sempre di meno, fino a credere di sapere tutto di tutto col risultato di capire niente di niente. Diventiamo un enorme sacco pieno di vuoto e senza fondo, riempibile all'infinito da chiunque abbia interesse a farci suo cliente.

Senza memorie personali, non siamo responsabili di quanto facciamo: crediamo di agire, mentre in realtà siamo «agiti» e agitati da memorie fatte da altri a loro fini. Diventiamo esecutori inconsci di memoria aliena. Per avere gente soggiogata a propri fini, invece di clonare, è meglio indurre memorie che mutano l'identità.

La retorica, arte di convincere, sovranamente ben usata negli spot, è da sempre l'arte della comunicazione. Oggi, con il moltiplicatore dei mass media, il suo fascino è in grado di far capitolare ogni memoria e indurne una comune a tutti, togliendo identità e libertà. La tattica è antica, quella del serpente: far credere bello e buono, quindi desiderabile, ciò che è tale solo in apparenza.

Comunque la memoria, di qualunque tipo, è toutcourt la condizione per vivere, sia nel bene che nel male. Non solo per l'uomo, ma anche per l'animale.

Bibbia: codice culturale dell'Occidente

La Bibbia, oltre che opera classica mondiale, con cui si misurano direttamente e criticamente ebrei e cristiani, è diventata il codice culturale dell'Occidente. Dalla Bibbia hanno attinto, a modo loro, anche i musulmani, seppur acriticamente. Infatti la leggono attraverso il Corano, ritenuto non «ispirato», ma «dettato» da Dio.

In tutti i campi, dall'arte alla filosofia, dalla letteratura al diritto, dalla vita religiosa a quella civile, non si può capire l'Occidente ignorando la Bibbia. Gli stessi concetti di persona e responsabilità, di giustizia e solidarietà, di storia ed escatologia - con ciò che ne consegue per il senso e l'organizzazione, della vita in genere - vengono dalla tradizione ebraico-cristiana.

Anche le varie scienze hanno trovato il loro humus fecondo nella cultura biblica. In essa la natura non è una divinità o un prodotto della necessità: è opera libera di un Dio che l'ha fatta con la parola. Tutto quindi è a disposizione dell'uomo, depositario della medesima parola. Non a caso la nascita e il progresso delle scienze moderne è avvenuto nell'area culturale ebraico-cristiana.

Gli stessi principi di eguaglianza, fratellanza e libertà, come pure la carta dei diritti umani, non vengono da Roma o da Atene, dai germani o dagli arabi, dall'Asia o dall'Africa, dall'America antica o da quella moderna. Derivano dalla tradizione ebraico-cristiana.

È utile anche ricordare che i maggiori abomini del secolo scorso, i più esecrandi che la storia ricordi - il comunismo, il nazismo e le varie forme di fascismo - hanno trovato nell'Europa cristiana il luogo di nascita. E non a caso: imporre o stravolgere ciò che è il meglio, produce il peggio.

Senza negare che il passato possa ripetersi - il male è «banale» e ripetitivo, monotono e poco creativo -, oggi incombe un male peggiore: la stupidità universale, di cui neppure si conserverà ricordo, perché annulla ogni memoria. Già regna sovrana, grazie ai mass media usati come strumento di massificazione a fini di mercato. Che spettacolo osceno la gente davanti alla televisione ore e ore, bevendo l'immondezzaio che vi si propina! Anche cose belle, come la lettura di Dante, attirano masse. Ma ci si guardi dall'esagerare con programmi intelligenti. Sono un pericolo: ciò che fa pensare, nuoce al «potere».

Se uno ignora la Bibbia, si taglia fuori dalla cultura occidentale, molto di più che ignorando i classici greci e latini o la Historia Longobardorum di Paolo Diacono (prova è che nessun padano ha sentito il bisogno di leggerla, ammesso e non concesso che ne abbia sentito parlare). La Bibbia sta all'origine di quanto per l'Occidente è più singolare. E ciò che è più singolare, paradossalmente, è quanto si offre a tutti come più universale. I classici latini e greci hanno il corrispettivo in ogni cultura. La Bibbia invece ha qualcosa di unico: è istanza critica contro ogni cultura dominante. Per questo è principio di liberazione e di umanizzazione. Ciò sia detto a due condizioni: niente etichette di proprietà e niente presunzione di vivere quanto vi è proposto. Qualora tentassimo una delle due cose, mentiremmo all'evidenza.

Se perdiamo la memoria biblica, la nostra cultura resta un guscio vuoto, infecondo. Se uno ignorasse la Bibbia, cosa capirebbe della Divina Commedia, della storia della filosofia o dell'arte? Un critico d'arte che, per esempio, illustrasse la Trinità del Masaccio, manifesto del rinascimento - con creazione di spazio, ottenuto facendo coincidere la prospettiva pittorica con l'occhio dell'osservatore -, parlerebbe di un vecchio che tiene in braccio un uomo nudo in croce con un piccione in testa. Chi invece conoscesse la Bibbia, vi troverebbe il nocciolo del Vangelo, mirabilmente formulato da Gv 3,16: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia vita eterna». Il quadro, letto sotto questa luce, mostra il Figlio che dona a ogni fratello l'amore del Padre, più forte della morte, compresa quella infame di croce. Qui si fonda la dignità assoluta di ogni persona, che viene dalla rivelazione unica di un Dio che è tutto e solo amore per ogni figlio dell'uomo.

Questa immagine, blasfema per pii, sapienti e potenti, ripresenta la domanda che ci facciamo davanti ai mali della storia, alla Shoah e alle sofferenze di innocenti: «Dov' è Dio?». Domanda in cui echeggia quella tragica che Dio rivolse al primo uomo: «Dove sei?» (Gen 3,9). Dio è lì, perché l'uomo è lì. Sulla croce. Fino a quando non cambiamo modo di pensare e agire. Cosa possibile se prendiamo coscienza che Dio è proprio lì a causa della nostra stupidità.

Se, senza troppi distinguo, considerassimo i crocifissi del mondo come il Signore, smetteremmo di angariare i poveri e nascerebbe un mondo nuovo e un uomo nuovo, capace di distinguere il bene dal male e libero di non fare necessariamente il male. Non è secondario conservare la memoria del crocifisso, non tanto appendendolo ai muri, quanto imprimendolo nel cuore: è memoria che salva l'umanità dell'uomo. A qualunque religione appartenga o non appartenga.