PICCOLI GRANDI LIBRI  Silvano Fausti
Per una lettura laica della Bibbia

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EDB – ANCORA 2008

Una lettura cristiana della Bibbia è necessariamente «laica» La Bibbia va letta come qualunque altro libro
Un'esperienza di quasi quarant'anni Storia di questa lettura della Bibbia

I.
PAROLA, LIBRO E LETTURA

II. LETTURA
DELLA SACRA SCRITTURA
III.
ISPIRAZIONE E CANONE
IV. DALLA TESTIMONIANZA
ALLA COMUNIONE

Cos'è la parola

Come leggere la Bibbia Premessa Testimonianza

Parola e identità dell'uomo

Cos'è la Bibbia Sull'ispirazione Parola e testimonianza

Parola, comunicazione e comunione

Bibbia ebraica e Bibbia cristiana Ispirazione non è dettatura Testimonianza e credibilità

Parola e compimento della creazione

Particolarità del Nuovo Testamento: Gesù come svolta definitiva della storia Ispirazione e sue fonti Testimonianza, carne della Parola

Parola e sacramenti

Radice della particolarità del Nuovo Testamento: l'incarnazione Cos'è l'ispirazione? I poveri, carne di Cristo

Libro e lettura

Primo livello di lettura Ispirazione e discernimento Poveri e inculturazione nel mondo globalizzato

Parola e libro

Secondo livello di lettura Ispirazione, interpretazione e purificazione Discepolato e martirio

Lettura, atto di fiducia

Terzo livello di lettura Una «riscrittura» costante Statuto del testimone

Perché leggere la Bibbia

Cosa avviene leggendo la Bibbia Ancora sul discernimento Ancora: evangelizzare con il Vangelo

Bibbia: opera classica

Esperienza del potere della parola Discernimento, cantiere aperto Comunità di riconciliazione

Bibbia: codice culturale dell'Occidente

Differenza tra catechesi narrativa e moral-dottrinale Unità e pluralismo di ispirazione e di interpretazione Parola e comunità di riconciliazione
Elementi e funzioni della catechesi narrativa dei Vangeli Sulla canonicità Riconciliazione con Dio
Vangelo come «logoterapia»: racconto che mi ri-racconta Canonicità e ispirazione continua Riconciliazione con gli uomini
Lettura e fede Scritti canonici e lettura «canonica» Riconciliazione con sé
Fiducia: «come-se»   Riconciliazione con la natura
Verifica della fiducia...   Libertà
L'uomo vive di fede   Compassione
Legittimità della lettura cristiana   Comunione
La Bibbia come promessa di vita   Cattolicità e comunione nella diversità
Il Nuovo Testamento, compimento «oggi» di questa promessa   Diversità di carismi a servizio reciproco
Novità di Gesù  
Vangelo e Spirito del Figlio  
Lettura e ri-creazione  
Conclusione Appendice
Postfazione Cammino catechetico del Vangelo di Marco

Parte terza
ISPIRAZIONE E CANONE

Premessa

Ispirazione e canone si richiamano a vicenda. Una religione ritiene canonici quei libri che riconosce come fondanti, perché ispirati dall'alto, rivelatori di una sapienza celeste.

L'argomento è complesso e difficile, oggetto di riflessione fin dall'antichità. Sarei tentato di tacere. Ma ho parlato di una lettura «laica» della Bibbia. Parlerò quindi dell'ispirazione e del canone in modo «laico». Cercherò di non citare teologi posteriori alla Bibbia, ma solo la Bibbia e alcuni poeti. Non potendo parlare delle cose di Dio, se non con parole umane, utilizziamo le più divine.

Quanto scrivo parte, come il resto di questo lavoro, da un'ottica antropologica. Questa si serve di un linguaggio comune, certamente provocatorio rispetto a quello teologico - inevitabilmente autocitatorio, dove le parole assumono significati propri, che si allontanano sempre di più da quello originario, fino a diventare incomprensibili a una persona «normale», anche se colta.

Penso che questa prospettiva possa dare nuova luce, originale perché originaria, a posizioni acquisite. Pur non rimandando a teologi, trattandosi di terreno minato, con questioni aperte o apribili, aggiungerò, dove necessario, note di riferimento a testi autorevoli - necessariamente poche e brevi per non uscire dall'intento del libro. Intelligenti pauca, soprattutto dove non c'è malevolenza.

Spero che il Sino do dei vescovi sulla Parola di Dio (ottobre 2008) non riprenda questi temi, già ben affrontati nel Concilio Vaticano II, ma tratti dei problemi pastorali, secondo quanto brevemente scrisse il cardinale C.M. Martini, Il prossimo Sinodo dei vescovi, in «La Civiltà Cattolica» 2008 n. l, pp. 217-223.

Sull' ispirazione

Ispirazione non è dettatura

L'ispirazione non è da confondere con la dettatura. Quest'ultima è un fenomeno che colpisce molti, che scrivono automaticamente, senza pensare e talora senza sapere il contenuto. Mi è capitato di incontrarne diversi. Tutti si dichiarano inviati da Dio, con messaggi determinanti per la salvezza dell'umanità. Conosco anche una decina di persone che si ritengono uno dei due testimoni dell'Apocalisse (Ap 11,1-13). Tutte degne di fede!

Gli antichi maestri discutono di cosa Dio abbia detto a Mosè. C'è chi dice che gli abbia dettato il Pentateuco. C'è chi ritiene che gli abbia detto solo le Dieci Parole, il resto l'ha capito da sé. Per altri gli ha detto solo la prima delle Dieci Parole, il resto l'ha capito di conseguenza. Per altri ancora gli ha detto solo «'anoki», che significa «lo»; il resto l'ha capito un po' alla volta. Per altri infine non gli ha detto niente. Ha solo aperto la bocca per dire: «'anoki», fermandosi però alla prima lettera, la Alef, che non si pronuncia, e abbiamo trascritto con l'apostrofo ('). Il fatto che Dio abbia aperto la bocca per parlargli, ha fatto capire a Mosè molto di più di quanto si possa scrivere.

Nei Vangeli poi non c'è altra rivelazione che la carne di Gesù: di lui i primi testimoni non hanno fatto che comunicarci qualcosa di quello che hanno visto, toccato e ascoltato (cf 1Gv 1,1-4).

Il Corano invece fu dettato direttamente da Dio a Maometto nell'arco di circa ventidue anni, dal 609 al 632. Per chi condivide tale dogma - a parte domande stupide, quali perché Dio sia stato così lento a dettare o perché non abbia parlato in altra lingua -, ci sono due questioni da risolvere.

La prima è questa: a differenza dell'ispirazione, la dettatura annulla la libertà dell'uomo. È vero che uno scrive comunque ciò che sente lui, ma ciò che lui sente non è necessariamente ciò che ha detto l'altro. Ognuno infatti capisce ciò che vuole o può capire. Ma di Dio cosa vogliamo o possiamo capire, se non ciò che abbiamo in testa noi? Se cavalli, buoi o leoni avessero mani e potessero dipingere, dipingerebbero gli dèi a loro immagine e somiglianza, come gli Etiopi li dipingono neri e con naso camuso e i Traci con occhi azzurri e capelli rossi, scriveva Senofane di Colofone, (H. Diels, a cura di W. Kranz, Fragmente der Vorsakatiker, I, Berlin 1934, fr. 15-16). Come prova il pullulare delle religioni, ognuno ha in testa una sua immagine. La loro concorrenza viene dalla loro parentela: propinano la stessa merce e hanno lo stesso fine, più o meno redditizio in termini di lucro. E il vero lucro, che Dio assicura, è la salvezza nel mondo futuro, garantita possibilmente da benessere e gloria nel mondo presente. Per non cadere inevitabilmente in questi inconvenienti, anche un testo, che si ritiene dettato, può e deve essere interpretato e non letto in modo fondamentali sta.

La seconda questione da risolvere è questa: qualunque parola, anche su Dio e di Dio, è sempre umana, storicamente condizionata, da comprendere e interpretare. Altrimenti non è parola. Un testo non si può ritenere a priori ispirato, tanto meno dettato da Dio. Se viene o no da Dio, si può vedere solo a posteriori, valutando cosa produce di buono o di cattivo. Dio non parla nessuna lingua particolare. Sa però parlare a tutti, anche senza parole. Suo linguaggio indiretto sono i suoi doni, che ci parlano di lui: tutto il creato parla

di lui (cf Sal 19,1-5). Suo linguaggio diretto è la gioia del cuore (cf At 14,17), quando lui stesso ci parla. E chi ha la gioia nel cuore, non fa male a nessuno e rispetta tutti. Anche questa questione si può risolvere se il testo è oggetto di interpretazione e non di lettura fondamentalista.

Ispirazione e sue fonti

Lo scrittore «ispirato» dei testi biblici non è un amanuense che scrive sotto dettatura o con la mano guidata da un angioletto - come in un primo Matteo del Caravaggio, sostituito perché ritenuto indecente e scomparso in modo purtroppo ancor più indecente. È un autore, che pensa ciò che dice e dice ciò che pensa: un profeta che osserva con occhi aperti ciò che avviene. Se ha «visioni», sono «ri-velazioni»: gli è tolto-il-velo e, al di là di apparenze e deliri, vede la realtà.

Un'ispirazione mi può venire da fonte esterna, quali una parola o uno scritto altrui. Può anche sorgere dal mio io; e mi accorgo che è un mio pensiero. Ma, anche senza leggere o sentire altri, a volte sorgono in me suggestioni che non vengono da me o da ciò che ho fatto o sto facendo. Non sono farina del mio sacco: non nascono dal mio, ma da altro spirito. Sarà necessario discernere se si tratta di spirito buono o meno. Ma prima di parlare di discernimento, vediamo cos' è l'ispirazione.

Cos'è l'ispirazione?

L'ispirazione può toccare quanti si esprimono con parole, suoni, colori, forme e volumi. Esaminiamo quella che si esprime in parole, propria di poeti e profeti. Non è facile vedere la differenza tra gli uni e gli altri. Si possono distinguere dall'argomento e dall'intento, rispettivamente profano o sacro, estetico o etico. Ma, per lo più, il profeta è poeta e il poeta è, a modo suo, profeta. Per questo preferiamo parlare dell'ispirazione comune ad ambedue.

L'ispirazione è una forza che investe il poeta/profeta, impossessandosi di lui, penetrandolo e invadendolo, per traboccare fuori di lui in parole comunicabili. E questo avviene in modi diversi, sia nei poeti che nei profeti. Per i poeti ne presento quattro che, nella loro diversità, hanno caratteristiche paradigmatiche, che possiamo riscontrare anche tra i profeti.

Ovidio godeva di un verseggiare spontaneo. Nonostante suo padre lo volesse dedicato a lavori più seri, non riusciva che a parlare e scrivere in poesia: «Sponte sua carmen numeros veniebat ad aptos, / et quod temptabam scrivere versus erat». Per lui lo stacco tra ispirazione e parola era nullo: il verso gli fluiva come l'acqua dalla sorgente. Tale facilità è talento naturale, anche se coltivato. Ciò non significa che lui sia migliore o peggiore poeta di altri.

Dante parla di due modi in cui nasce la poesia. Il primo è analogo a quello di Ovidio. Circa la sua l a Canzone afferma che il verso iniziale gli è sgorgato dal cuore alla bocca: «Allora dico che la mia lingua parlò quasi per se stessa mossa, e disse: Donne ch'avete intelletto d'amore» (Vita Nova, XIX, 2). Ma questo vale per lui solo per singole espressioni, che escono di getto, come se la lingua parlasse «quasi per se stessa mossa».

Il secondo modo - quasi il manifesto della poesia di Dante - è contenuto nella sua risposta a Bonagiunta: «... l' mi son un, che quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando» (Purgatorio, XXIV, 52-54). Come il poeta altrove spiega, sono «parole che lo cuore mi disse con la lingua d'Amore. .. parve che Amore parlasse nel cuore e mi dicesse» (Vita Nova, XXIV, 3 e 4). Qui Dante scrive di notare con attenzione ciò che amor gli dice nel cuore, esprimendo con segni (significando) ciò «ch'e' ditta dentro» come sentimento. Ma tra il sentire e il dire c'è di mezzo la fatica di cercare e trovare come esprimere ciò che si sente. Il che può avvenire o no, con successo o meno. E non senza pena, «perch'a risponder la materia è sorda» (Paradiso, I, 129): è il travaglio del parto poetico. Sentire la lingua d'amore è comune a tutti. Ma solo il poeta sa darle espressione adeguata. Altri mai saranno all'altezza: pur avendo lo stesso sentire, aspettano chi lo esprima per goderne come se fosse proprio. Una poesia altrui ben fatta mi rispecchia meglio di una mia, certamente malfatta. È necessario un paziente lavoro, perché la parola dia voce all'ispirazione interna. Poeta è chi ha il dono non solo del sentimento - che più è comune ad altri, meglio è -, ma anche della parola che esprima ciò che «la lingua d'Amore» imprime nel cuore.

Lo stesso vale per l'arte figurativa. Michelangelo vedeva la statua già presente nel marmo. Bisogna solo tirarla fuori, liberandola dalla massa informe che la tiene prigioniera. I suoi Prigioni sono testimonianza plastica del rapporto tra ispirazione ed espressione, sempre incompleta e piena di sudore. Ispirazione è anche traspirazione.

Alda Merini presenta una terza forma d'ispirazione. Se quella di Ovidio si travasa da sé in versi e quella di Dante, salvo eccezioni, deve faticare per significare ciò che amore «ditta dentro», quella di Alda Merini è una forza che cade addosso, quasi un incubo con cui lottare. Così essa scrive in una sua poesia: «O Poesia, non venirmi addosso / sei come una montagna pesante / mi schiacci come un moscerino. / Poesia, non schiacciarmi / l'insetto è alacre e insonne / scalpita dentro la rete. / Poesia, non saltarmi addosso, ti prego». L'ispirazione è sentita come qualcosa di eccessivo che sopravviene e schiaccia. La poetessa si trova irretita come un moscerino nella ragnatela. L'ispirazione trascende il poeta: fatica a districar si per dare forma a ciò che sente.

Questi tre poeti presentano vari tipi di rapporto tra ispirazione e testo: dalla disinvoltura di Ovidio alla spontaneità del primo e all'impegno del secondo esempio di Dante, fino alla drammaticità della Merini. Comunque sia, ciò che il poeta scrive sgorga per impulso interno e viene fuori in parole, più o meno spontanee per lui e più o meno belle per chi le legge.

Attenzione particolare merita la poetessa Wislawa Szymborska, che tratta direttamente dell'ispirazione (<<Il Poeta e il mondo. Discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel, 7 dicembre 1996», in Vista con granello di sabbia, Milano, 2005, pp. 13-19). Mentre in tutte le discipline ci sono professori che trasmettono il sapere, ciò non vale per la poesia: «Non ci sono professori di poesia» (ivi, p. 14). Perché viene dall'ispirazione. E cosa essa sia, è difficile rispondere. Perché «non è facile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non capiamo» (ivi, p. 16). L'ispirazione è riservata non solo agli artisti, ma a quanti «coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia». Essa «nasce da un incessante "non so"» (ivi, p. 16). Quando il sapere non resta aperto al «non so, può addirittura essere un pericolo mortale per la società» (ivi, p. 17). «Ogni sapere da cui non scaturiscono altre domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita» (ivi, p. 17). «Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: "non so" (ivi, p. 17). «Se la mia connazionale Maria Sklodowoska Curie non si fosse detta "non so", sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la sua vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva "non so" e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobelle persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca. Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso "non so"» (ivi, pp. 17-18).

Szymborska così parla di sé e della sua poesia: «Miei segni particolari: / incanto e disperazione» (Il cielo, in La fine e 1'inizio, ivi, p. 182). «Sono una trappola in trappola, / un abitante abitato, / un abbraccio abbracciato, / una domanda in risposta a una domanda» (ivi, pp. 181-182). Altrove scrive: «Ogni inizio infatti / è solo un seguito / e il libro degli eventi / è sempre aperto solo a metà» (Amore a prima vista, in La fine e l'inizio, ivi p. 200). L'altra metà, non aperta, è il «non-so».

Questo «non-so» è il socratico «oida hoti ouk oida» (so che non so), principio della conoscenza. Corrisponde alla «dotta ignoranza» di Nicola Cusano, punto di partenza per il saggio che va a caccia della Sapienza (N. Cusano, La caccia della Sapienza, Casale Monferrato 1998, pp. 62-65; dello stesso autore vedi l'opera più nota: De docta ignorantia). Infatti «nihil novit qui aeque omnia», nulla sa colui che sa egualmente tutte le cose (Varrone, Sententiae 33). L'importanza del «non-so» è chiara quando si vede uno che sa (tutto) e non capisce (niente).

Il «non-so» è presupposto per ogni atto di conoscere, che sempre riguarda l'ignoto. Anche il noto resta ignoto prima di un atto di ri-conoscimento. Il «non-so», opposto a ciò che è «ovvio», tiene l'uomo aperto al novum: è il motore stesso della conoscenza.

Il campo proprio della conoscenza, sia nella tecnica che nella filosofia, nell'arte che nella poesia, nella fede che nella profezia, è il «non-so», che apre il finito all'infinito. Il sapere dell'istinto è proprio dell'animale, il sapere dell'ovvietà è proprio dell'imbecille: il non-sapere è marchio divino dell'uomo.

Questo «non-so» fu principio del cammino di Abramo, nostro padre. Lasciò quanto conosceva per andare verso ciò che ignorava e che il futuro gli avrebbe mostrato: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Gen 12,1).

Anche Mosè, padre dei profeti, ebbe la rivelazione del Nome quando volle avvicinarsi a vedere !'incomprensibile: una fiamma di fuoco in un roveto, che ardeva e non si consumava (Es 3,2ss). Metafora della sua vita, questo fuoco è !'ignoto che sempre gli era bruciato dentro senza consumarlo, anzi ravvivandolo di continuo.

È lo stesso ardente fuoco che brucia in Geremia, testimone sia della bellezza che della tragicità dell'ispirazione. Prima dice che le parole del Signore gli vennero incontro da sole; e lui le ha divorate con avidità, gioia e letizia (Ger 15,16). Ma, dopo esperienze dolorose, confessa di essere stato sedotto e violentato (Ger 20,7). Non ne può più, ma non può sottrarsi. Sente come un fuoco chiuso nelle sue ossa ed è vano ogni sforzo per estinguerlo (Ger 20,9). L'ispirazione è come un vento, una tempesta interna, che non può placarsi se non si sfiata attraverso la parola.

Più pacificamente, !'ispirazione può essere sperimentata come sorgente d'acqua viva che zampilla dentro (cf Gv 4,14), un fiume che sgorga dall'intimo (cf Gv 7,38). Gli esempi si possono moltiplicare a piacimento, nell'ambito sia artistico che religioso.

Al di là delle metafore, comune all'ispirazione poetica e profetica è un sentire interno che si esprime all'esterno come disvelamento di bellezza e di verità nuove. Se poi il sentire è stato espresso da autentico poeta e profeta, è il lettore che giudica.

Per sapere se un testo, profano o sacro, è ispirato, non c'è altro criterio che la lettura. È ispirato se; a quanti lo leggono con interesse, ispira la stessa esperienza, «e-vocando», chiamando-fuori da lui, gli stessi effetti di energia e senso di cui il testo parla.

Ispirazione e discernimento

L'esperienza insegna che l'ispirazione può essere buona o cattiva, sia quella che viene da fonte esterna, sia quella che emerge da me come mio pensiero, sia quella che sorge in me da uno spirito altro dal mio.

Il nostro cocchio è tirato da due cavalli alati, uno bianco e uno nero, uno che ci fa volare e l'altro che ci fa precipitare. Per guidarlo è necessario il discernimento: distinguere il bianco dal nero. È lo Spirito di Dio, amico dell'uomo, che muove e accompagna la mia ispirazione? Oppure è lo spirito del nemico che la muove o che, a un certo punto, interviene per volgerla al male?

Se lo spirito è buono oppure cattivo, lo so con certezza dai risultati. Se mi induce a odiare, mentire, dominare, gonfiare il mio io, non rispettare la libertà altrui, uccidere, rubare, eccetera, non è certo lo Spirito di Dio. Se promuove amore, verità, servizio, umiltà, libertà altrui, vita e solidarietà, è certamente buono.

Tutte le religioni pretendono di parlare in nome di Dio e si rifanno a una sua rivelazione, ispirata o dettata. Come discernere se affermano il vero? Bisogna guardare se ciò che dicono rispetta la dignità dell'uomo, immagine di Dio. Per misurare la validità di ciò che pensiamo su Dio, siccome il nostro pensare è sempre umano, guardiamo ciò che pensiamo dell'uomo, di qualunque uomo. E soprattutto della donna, nonché di quanti emarginiamo. Questo criterio di discernimento serve per valutare non solo le ispirazioni mie, ma anche quelle altrui.

Il criterio teologico di valutazione è sempre antropologico: ciò che fa crescere in libertà, amore e verità (pongo prima la libertà, perché senza di essa non c'è né amore né verità), è proprio di Dio. Possiamo e dobbiamo valutare tutti i testi, anche i presunti ispirati, dai loro effetti sull'uomo e sul suo ambiente.

Lo stesso criterio vale per le ispirazioni personali. È importante sapere, prima di seguirla, se un'ispirazione viene da Dio oppure no. Nella vita quotidiana tale discernimento è indispensabile per agire responsabilmente, con mente scevra da errori e cuore libero da vizi. Così hanno fatto, o avrebbero dovuto fare, anche quelli che scrissero i testi sacri. Questi, tuttavia, non possiamo prenderli come tali a priori: possiamo e dobbiamo giudicarli da ciò che producono. Ogni affermazione teologica, essendo dell'uomo, è sempre antropologica. Prima di mangiare un'erba, è bene sapere se è prezzemolo o cicuta: prima di accogliere un'ispirazione è bene sapere se è buona o cattiva.

Leggendo, per esempio, il finale del Vangelo apocrifo di Tommaso, una persona di buon senso - certamente qualunque donna - capisce perché non fu ritenuto canonico. Infatti termina così: «Dice ai discepoli Simon Pietro: "Maria se ne vada da noi, perché le femmine non sono degne della vita". Gesù disse: "Ecco, io la prendo per farne un maschio, perché essa pure diventi spirito vivo, uguale a voi maschi. Poiché ogni donna che si fa maschio entrerà nel regno dei cieli"». Analogamente, per gli altri apocrifi del Nuovo Testamento, si può vedere con facilità perché non furono accolti nel canone dei testi ispirati.

Ispirazione, interpretazione e purificazione

Non ogni singola espressione nella Bibbia è ispirata da Dio. Un esempio: il cane di Tobia che torna a casa davanti al suo padrone scodinzolando (Tb 11,9 vg), è certamente una scena bella. Ma per scrivere questo non occorre scomodare l'ispirazione divina. Basta aver simpatia per un cane e aver visto cosa fa di solito. A meno di voler conferire al cane particolari significati misteriosi, che solo i cinofili potrebbero condividere.

È pure chiaro che non sono ispirate le concezioni culturalmente legate a epoche passate (1). Per noi non sono più un problema le affermazioni scientifiche superate. Come si osservò con la questione di Galileo, la Bibbia non dice come è fatto il cielo, ma come si va in cielo. Ci sono però voluti millenni per capire questo. Ma oggi, che la ricerca è aperta a tutto il possibile e l'impossibile, sorgono questioni nuove che non sono capibili a priori. Una nuova scoperta può aprire all'improvviso una nuova epoca nel suo ambito. Ci vuole modestia e cautela, competenza specifica e discernimento prima di dire qualcosa. Meglio tacere che applicare principi giusti in modo sbagliato.

Per il loro risvolto etico, sono invece sempre un problema certe affermazioni su Dio, che riteniamo errate. Che dire di un dio che ordina guerre sante, sterminio di nemici, o cose simili? O già l'autore aveva in mente un «senso spirituale» che va capito, oppure tali affermazioni vanno intese come tracce del male che esce dal cuore dell'uomo, sua aggiunta a ciò che Dio ha ispirato.

Dio, parlando all'uomo, assume il suo linguaggio e la sua cultura, correndo il rischio di vedere imputate a sé idee contrarie alla sue. Anche Pietro, che per rivelazione divina riconosce chi è Gesù, subito dopo vi aggiunge idee proprie, contrarie a quelle di Dio. Il Vangelo dice chiaramente che lui intende in modo errato ciò che gli è stato rivelato: si possono pensare le cose di Dio in modo umano, molto umano, anzi satanico (Mt 16,17-23).

Ma dove questo non è detto, perché l'autore stesso ancora non l'ha capito, che fare? Anche un testo ispirato deve essere via via inteso meglio nel suo senso, interpretato nei suoi condizionamenti e purificato in ciò che è sbagliato (2).

Una «riscrittura» costante

La Bibbia è una storia aperta, da vedere nel suo insieme, valutando la distanza dal punto di partenza a quello di arrivo. In qualche modo necessita di una riscrittura continua. Non del testo canonico, che è bene contenga anche tracce del nostro peccato. Ma una riscrittura costante della nostra comprensione. Come diceva Gregorio Magno, la Scrittura «crescit cum legente» (3).

La storia è rivelazione continua. Lo scriba, diventato discepolo del regno, tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52): la novità ancora inedita delle cose antiche e l'antichità, finora non intesa, delle cose nuove. Anche il mondo della Bibbia, come quello delle scienze, presenta sorprese: con il progredire della conoscenza, si comprendono cose prima impensabili.

Inoltre ricordiamoci che sotto stiamo sempre al dominio dei pregiudizi. Basti ricordare Bernardo di Chiaravalle, il doctor mellifluus: incaricato dal Papa di predicare la prima crociata, arrivò a dire che «il soldato di Cristo uccide tranquillamente e muore con maggior tranquillità. Giova a se stesso se muore, giova a Cristo se uccide» (citazione in A. Marchadour, D. Neuhaus, La terra, la Bibbia e la storia, Milano 2006, p. 124). È un messaggio chiaramente antievangelico, eppure non se ne accorge.

La cultura infatti è una fede implicita più forte di ogni fede professata: fa leggere alla sua luce tutto, religione compresa. Fa impressione che un santo, in un argomento tutt'altro che marginale («non uccidere» riguarda le legge naturale e «amare i nemici» è l'essenza del cristianesimo), possa aver capito meno di un qualunque miscredente attuale che sia pacifista. Come si vede, il fondamentalismo, con la guerra santa, non è questione di religione, ma di male che c'è nel cuore dell'uomo, anche e soprattutto se pio. Diverso da Bernardo sarà Francesco d'Assisi. E anche Nicola Cusano che, circa tre secoli dopo, ricevuto dal Papa lo stesso incarico di Bernardo, in risposta reagirà scrivendo il mirabile, e ancora avveniristico, De pace fidei.

Ancora sul discernimento

Siccome nella lettura della Bibbia, ma anche al di fuori di essa, possiamo avere ispirazioni divine, è utile notare che Dio ispira in due modi diversi, a seconda che ci voglia distogliere dal male o far crescere nel bene (Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 335). All'inizio, quando ancora non lo si conosce, è come un estraneo che deve entrare. Allora si manifesta con rumore e sconvolgimenti, come con Mosè quando gli dà le Dieci Parole (cf Es 19,16-24), con i discepoli a Pentecoste (At 2,1-13) e con Saulo nella sua conversione (At 9,1-19). Quando invece sta già di casa e non deve sfondare porte, non si rivela più nel vento gagliardo, nel terremoto o nel fuoco, ma nella voce del silenzio (cf 1Re 19,12). Ciò avviene anche per ciascuno di noi. Il primo modo è inteso a liberarci dal male, il secondo ad attirarci al bene.

Ma proprio quando facciamo il bene, cominciano le tentazioni. Anche Gesù fu tentato, dal battesimo alla croce. Come già prima Adamo, fu tentato «a fin di bene», per mostrare che lui è Figlio di Dio. È sempre a fin di bene che si fa il male, sbagliando la scelta dei mezzi.

Come discernere se una ispirazione viene dalla sapienza di Dio o da inganno del nemico? Oltre a vari testi utili (A. Gagliardi, Commentaire des exercices spirituels d'Ignace de Loyola, Paris 1996; C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Milano 1998; S. Fausti, Occasione o tentazione?, Milano 20054), mi piace citare dalla Lettera di Giacomo: «Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall'alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza

che viene dall'alto invece è innanzi tutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opere di pace» (Gc 3,13-18). In altre parole: ogni ispirazione mia, o di qualunque testo sacro, se non è pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità e ipocrisia, non viene da Dio. Anche se soggettivamente pare dettata dall'amore di Dio, non ha lo Spirito di Dio: è terrena, carnale, diabolica, piena di gelosia e spirito di contesa, di disordine e di ogni cattiveria.

Discernimento, cantiere aperto

Come accennato parlando delle diverse fonti d'ispirazione, c'è ispirazione e ispirazione. Inoltre, anche nelle ispirazioni buone, si mischiano facilmente cose non buone. Per questo il discernimento rimane sempre un cantiere aperto. Quando lo si chiude, si estingue tout court lo Spirito Santo (1 Ts 5,19). È lui che ci guiderà nella verità intera di Gesù (Gv 16,13s) e ci suggerirà, di volta in volta, come testimoniarlo (Mc 13,11), rendendo ci «teodidatti», ammaestrati da Dio (Gv 6,45).
Un esempio in cui oggi siamo chiamati a discernere: si ripete che nel nostro mondo materialistico è necessario riaffermare «la» cultura cristiana. Questa buona intenzione, e la sua esecuzione, viene da Dio? Sappiamo che di buone intenzioni è lastricata la via della perdizione. Possiamo, per amor di Cristo, usare i mezzi che lui scartò come tentazione satanica. Con tanta devozione, possiamo dunque fare il contrario di quello che egli fece. Pare che il discernimento non sia un genere che abbondi nel mercato religioso. Non basta la buona volontà. Se Dici dà buona volontà a chi ha intelligenza e intelligenza a chi ha buona volontà, il nemico aumenta la buona volontà degli imbecilli e lo scoramento degli intelligenti. Così i primi, con grande zelo, fanno grandi mali; e i secondi, con tanta critica, fanno male a sé e nessun bene ad altri.

Bisogna chiarire cosa s'intende per cultura cristiana. È una forma di circoncisione mentale, che riduce il cristianesimo a un insieme di leggi, appartenenze e convenienze - non da ultimo economiche -, che ovviamente sono quelle giuste, le nostre, dichiarando immondo ciò che Dio, con il suo sangue, ha purificato (cf At 10,15)? Oppure è lo «stile» di Gesù e della sua libertà, testimoniata da Paolo, che si fa servo di tutti per guadagnare il maggior numero possibile di fratelli? Per questo si fa giudeo con i giudei e senza legge con i senza legge: si fa «tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9,19-23).

La rilevanza del cristianesimo che proponiamo è fondata sulla concorrenza con il «mondo» o sull'identità di una cultura delle beatitudini? La prima, chiamata da Ignazio di Loyola strategia di Satana, insegna a bramare ricchezza, potere e superbia; la seconda, chiamata sacra doctrina, insegna a desiderare povertà, servizio e umiltà (cf Esercizi Spirituali, nn. 140-146). Sacra doctrina, in latino medievale, significa l'essenza del cristianesimo. Questa non consiste nel parlare di Dio, di Cristo, della Madonna o della Chiesa, ma nel testimoniare lo «stile» di Gesù. Il nostro è lo «stile» suo o del nemico? Infatti «non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Su questo argomento, con annessi e connessi di estrema attualità, consiglio un eccellente saggio, di scrittura elegante e intelligibile, cosa rara tra filosofi e teologi: Roberta De Monticelli, Sullo spirito e l'ideologia, Milano 2007.

Un altro esempio: in questo mondo materialistico è necessario riaffermare il primato di Dio. Questa intenzione, e la sua esecuzione, è ispirata o meno da Dio? Dipende da cosa si intende per «primato di Dio».

Il Dio di Abramo, di Mosè, di tutti i profeti e di Gesù non pone al centro il proprio culto, ma la giustizia e la solidarietà, la libertà e la compassione tra gli uomini. Il suo primato è il suo essere ultimo e servo di tutti (Mc 10,41-45); anzi il suo identificarsi con la carne affamata, assetata e nuda, intrusa e facilmente estrusa, malata e carcerata (Mt 25,31ss). Detesta le belle cerimonie, con paramenti e fumo d'incenso, paravento di ingiustizie e oppressioni: «Non posso sopportare delitto e solennità» (Is l,B). «Imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,17). Questa è «una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre» (Gc 1,27), che vuole misericordia e conoscenza di Dio, non sacrifici e olocausti (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7).

Il vero culto al Padre è quello in Spirito e verità (Gv 4,24). Lo Spirito, vita di Dio, è l'amore che ci dà la nostra verità di figli perché viviamo da fratelli. Dio vuole che Giona, il (presunto) giusto, si converta ai peccatori, suoi nemici (cf Gn 4,1ss). Solo nella conversione al fratello minore quello maggiore diventa figlio e conosce il Padre (cf Lc 15,25-32). E così diventa come lui, secondo il comando: «Diventate misericordiosi (materni, uterini) come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).

Oggi, come sempre, il problema è vedere quale Dio mettere al centro. Quello del culto, che toglie spazio all'uomo e fa da copertura a iniquità, o quello che si onora con la vita d'ogni giorno, vissuta da figli e fratelli? Il vero culto spirituale è il nostro stesso corpo che non vive secondo la mentalità del mondo, ma secondo ciò che piace a Dio (cf Rm 12,1s).

Che dire di certe difese di dio? In attesa che tornino i bei tempi quando si poteva lapidare e bruciare, ci si accontenta di condannare l'uomo in nome di dio. E questo per qualunque cosa metta in crisi le proprie convinzioni, che vanno da sofisticati dogmi da affermare a semplici vignette da evitare. Un dio che ha bisogno di essere difeso, vale poco; soprattutto se la sua difesa è a spese dell'uomo. Un dio poi che difende se stesso, fino a togliere la vita all'uomo, ha piuttosto a che fare con Satana. Certo è l'opposto di quel Dio che non si difende dal malvagio, ma dà la vita per ogni figlio perduto.

Sì, l'uomo non deve porre al centro se stesso. Sarebbe egoista. Ma neanche deve porre al centro un dio che pone al centro se stesso. Tale dio sarebbe il supremo egoista, quello suggerito dal serpente in Gen 3,1ss. L'uomo, per essere se stesso, deve porre al centro quell'Altro da sé, che ha al suo centro ogni altro da sé.

Anche gli apostoli Giacomo e Giovanni - il discepolo amato! - invocano fuoco dal cielo contro i Samaritani che non vogliono accogliere Gesù. E Gesù dice loro: «Voi non sapete di che spirito siete. Poiché il Figlio dell'uomo non è venuto a perdere le vite degli uomini, ma a salvarle» (Lc 9,55 vg). Il criterio per distinguere lo Spirito di Dio da quello di Satana, secondo Gesù, non è né l'amore né lo zelo per lui, ma l'amore e lo zelo per «salvare le vite degli uomini». Anche se rifiutano Dio e i suoi inviati. «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

Il segno distintivo della presenza di Dio è il frutto dello Spirito, che è «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Chi manca di una di queste caratteristiche, non ha lo Spirito di Dio. È come un pneumatico bucato: sgonfio e pericoloso da usare.

In sintesi, le caratteristiche per riconoscere in un' ispirazione il dito di Dio sono:

- il «non-so» di Abramo, che, contro ogni ovvietà religiosa, apre ad accogliere tutto ciò che è altro;

- il rispetto della libertà altrui: negarla è togliere la possibilità stessa di quel supremo bene che è l'amore;

- il desiderio di liberazione di Mosè, che, contro ogni oppressione degli idoli e dei potenti, porta il popolo alla libertà dei figli di Dio;

- la costante conversione di cui parlano i profeti: il passaggio dai sacrifici alla misericordia, dal culto alla vita fraterna, dall'oppressione alla giustizia, dalla divisione alla solidarietà.

Il criterio per discernere la bontà di ogni ispirazione è, come detto, sempre antropologico: se apre l'uomo a maggior libertà, compassione e comprensione, viene da Dio. Se coarta libertà, amore e intelligenza, viene dallo spirito opposto. Anche se si trova insieme a cose belle, buone e vere. In questo caso servono da esca per trarre in inganno. La menzogna, per essere efficace, deve riguardare cose vere e dirle in modo verosimile. Ma la verità è vera e il verosimile è falso: la pelle è pelle, la similpelle è plastica!

Unità e pluralismo di ispirazione e di interpretazione (4)

Siamo abituati a dire che Gesù è Figlio di Dio. Ma non è esatto porre Gesù come soggetto e Figlio di Dio come predicato. Il soggetto infatti è l'ignoto che conosciamo attraverso il predicato, che deve essere noto (non si può spiegare il noto con l'ignoto e tanto meno l'ignoto con l'ignoto!). Dire che Gesù è il Figlio di Dio, suppone che si conosca Dio e si applichi a Gesù ciò che di lui si sa. Così Gesù è ridotto ad attaccapanni delle proprie idee (idoli), anche le più opposte a lui. Il Vangelo invece dice il contrario: non che Gesù è Dio, ma che Dio è Gesù. Dio infatti nessuno mai l'ha visto e lo conosciamo attraverso di lui (Gv 1,18). Il predicato, ciò che conosciamo di Dio, è la «carne», la storia di Gesù: «Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio» (1Gv 4,2).

Il Vangelo impone alle nostre ovvietà religiose un costante capovolgimento tra predicato e soggetto, dove il predicato, che ci fa conoscere Dio, è Gesù, la sua carne di crocifisso - che il Vangelo ci testimonia e che mai abbiamo finito di comprendere. Per questo il Vangelo è uno solo, e non ce n'è un altro (Gal 1,6s): è lui. La buona notizia è che Cristo, Figlio di Dio e Signore - benedetto egli sia! - è l'uomo Gesù.

Eppure sono quattro i racconti, tutti canonici, della sua storia unica. E la narrano in modo diverso: to on pollakos legetai! Ogni realtà è se stessa, eppure è in relazione con l'osservatore. Da qui l'unicità e insieme la molteplicità dei suoi «aspetti», secondo l'occhio di chi guarda. Della stessa realtà ognuno vede un aspetto e lo comunica all'altro. Per i cristiani quattro sono i racconti canonici dell'unico Vangelo, e non più di quattro. Ma quattro non è una limitazione: è il numero della totalità, apertura in tutte le direzioni.

Il primo racconto è quello di Marco, che ricorda e racconta l'esperienza di Pietro. Il lettore è il destinatario che riceve il ricordo della sua esperienza, per riviverla e raccontarla a sua volta. Ogni racconto però è recepito dall'ascoltatore a modo suo, secondo i suoi condiziona menti e le sue domande (quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur). E ciò che ha capito, a sua volta lo racconta in modo ancora diverso, per adeguarsi all'ascoltatore che ha davanti, con i suoi condiziona menti e le sue domande. Diversamente non funziona la comunicazione.

In ogni ricordo raccontato si aggiunge l'esperienza di chi trasmette e di chi riceve: il racconto è arricchito da chiunque l'ascolta e lo propone. Da qui la ricchezza della tradizione. Come dire che Gesù, l'unico Vangelo, vive in ciascuno che l'ascolta e lo annuncia, coinvolgendolo e trasformandolo in Vangelo vivo, scritto non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei nostri cuori (2Cor 3,3). Ogni ascoltatore del Vangelo diventa come il profumo della conoscenza del Signore per il mondo intero (2Cor 2,14ss). Partecipe della sua sapienza di vita, diventa sale della terra; acceso alla sua luce, è luce del mondo (cf Mt 5,13ss).

Per questo, già nel canone, oltre a Marco, abbiamo altri tre evangelisti, che hanno conosciuto il racconto di Marco e, con l'aggiunta di altre fonti, hanno scritto diversamente dell'unico Vangelo. La molteplicità dell'interpretazione è quindi suggerita dal canone stesso (non abbiamo anche all'inizio della Bibbia due racconti diversi della creazione?).

Come già detto, ogni autore trasmette dell'unico evento la sua esperienza e la sua ottica peculiare. Marco si rivolge ai pagani per mostrare chi è Dio. Matteo invece si rivolge a una comunità cristiano-giudaica per mostrare come in Gesù si compia la promessa fatta ad Israele. Luca, a sua volta, intende aprire la comunità cristiana alla missione nei confronti del mondo. Giovanni infine offre una lettura mistica e universale dello stesso unico Vangelo.

Ciò che ogni evangelista dice non contraddice l'altro: esplicita ciò che nell'altro è implicito. Il diverso punto di vista rende conto delle diverse esplicitazioni (5). Per questo, il voler concordare i Vangeli rischia di appiattire l'uno sull'altro, perdendo lo specifico di ciascuno. Ogni evangelista sa comunque di non aver detto tutto: ha solo aperto una porta d'ingresso al palazzo del re, che è la casa del Padre accessibile a ogni figlio.

Luca, nella sua prefazione, dice di aver raccolto e ordinato con cura quanto si sapeva di Gesù (Lc 1,1-4). Ma non pretende di aver esaurito l'argomento: la vicenda di Gesù rimane sempre aperta e continua anche dopo l'Ascensione. Oltre al Vangelo, che racconta ciò che Gesù «principiò a fare e a dire» (At l,l), scrive gli Atti degli apostoli, per mostrare come la sua storia prosegue in quella dei discepoli. Essi continuano a fare e dire nel loro tempo ciò che lui, «in quel tempo» (è l'incipit liturgico di ogni lettura evangelica), principiò a fare e dire. La sua è la nostra storia. Se la storia di Gesù è rivelazione definitiva di Dio all'uomo e all'uomo di se stesso, quella dopo di lui ne è la prosecuzione, fino a quando la bellezza di Dio «riempirà la terra come le acque ricoprono il mare» (Is 11,9).

Giovanni dice espressamente che Gesù ha fatto molti altri segni: ne ha riferiti solo alcuni che riteneva necessari per portarci a credere in lui e ottenere vita (Gv 20,30s). La sua comunità, nel capitolo 21, dice espressamente che, se si scrivesse tutto su Gesù, non basterebbe il mondo intero per contenere i libri che si potrebbero scrivere (Gv 21,25). Il mondo intero, e la storia tutta, non è altro che un libro da leggere di nuovo ogni giorno, perché in esso si rivela sempre più la Gloria del Figlio, fino alla sua misura piena (Ef 4,13).

Sulla canonicità

Canonicità e ispirazione continua

Una comunità religiosa chiama canonici quei testi che ritiene normativi perché ispirati. Su di essi fonda la propria identità, in essi riconosce il proprio volto. .

L'ispirazione dello Spirito è continua: dove non spira, cessa la vita e viene la morte. In pratica l'ispirazione, che sta all'origine dei testi canonici, origina la medesima ispirazione nei lettori: anima il loro sentire, pensare e agire (6). Come sono parte di un fatto storico i fatti che esso ha prodotto nella storia, così fa parte della verità originaria di un testo la verità da esso originata. Il senso originario si coglie in ciò che ha originato: dal figlio si conosce il padre.

L'ispirazione originaria dei testi è originante nei confronti di quella originata in chi li legge: le parole sono spirito e vita (Gv 6,63). Altrimenti chi legge non può ritenerli ispirati. Ma anche l'ispirazione originata è capace, a sua volta, di originare la medesima ispirazione in altri. Lungo il fluire del tempo, come un fiume nel suo alveo antico e con acqua sempre nuova, attraverso anni, secoli e millenni, nei testi canonici ogni singolo, e tutta la comunità, ritrova la sua originarietà. In quei testi c'è la comune identità specifica, diversa da quella di chi si rifà ad altri. Questa identità non perde nulla nel confronto con altre identità. Anzi, si arricchisce e corregge: acquista un terzo occhio, un'altra prospettiva che ridimensiona i suoi pregiudizi. L'altro non solo vede la bisaccia che ho sulle spalle: vede anche il mio volto meglio di me.

Un testo non è ipso facto ispirato da Dio perché ritenuto sacro e canonico. Sarebbe una petitio principii, un corto circuito che provoca roghi come quello della biblioteca di Alessandria. Una canonicità così intesa è un letto di Procuste per la dignità umana. L'ispirazione precede la canonicità: un testo è ritenuto sacro e normativo perché ispirato da Dio. E sappiamo che è ispirato da Dio, che non conosco, nella misura in cui ciò che ispira all'uomo, che conosco bene, è positivo: apre a libertà, compassione e comprensione. Il criterio per valutare l'ispirazione dei testi canonici è chiaro: ciò che è contro l'uomo, è contro Dio, come ripete anche Benedetto XVI. Altrimenti abbiamo quel dio satanico che è contro l'uomo, e quindi contro Dio, perché toglie felicità e libertà, gioia e amore, vita e verità - Dio stesso!

Ma anche la comprensione di ciò che è detto per ispirazione di Dio, è sempre perfettibile (7). Sia perché Dio è infinitamente perfetto e ogni nostro dire è limitato e imperfetto; sia perché l'uomo che lo ascolta, essendo appunto limitato e imperfetto, capisce poco e male, o comunque può capire sempre meglio. Da qui la necessità di non prendere i testi canonici alla lettera, in modo fondamentalista. Vanno interpretati dai lettori, per ricevere il loro senso adeguato. Altrimenti producono stupidità e violenza, sopprimendo intelligenza e libertà. Chi entra in chiesa, diceva giustamente don Milani, si leva il cappello, non la testa. Senza lettura non c'è scrittura, come senza esecuzione non c'è musica. L'interpretazione del lettore è parte integrante dello scritto. A maggior ragione questo vale per i testi canonici, che pretendono di essere normativi per chi legge.

Per questo la rivelazione cristiana, che ha come unico fondamento Gesù Cristo (1Cor 3,11), oltre le varie teologie espresse in altri testi del Nuovo Testamento, presenta quattro Vangeli. L'unica storia di Gesù è raccontata non a una dimensione, in modo lineare, non a due, in modo piatto, non a tre, in modo solido, ma a quattro dimensioni. Questa quarta dimensione apre l'evento non solo a ogni spazio e tempo, ma all'Infinito, a Dio stesso ormai presente in ogni tempo e spazio. Da qui la possibilità di in numeri interpretazioni teologiche: sono tante quante le istanze che ogni uomo presenta.

La rivelazione resta perciò :un cantiere sempre aperto. Ciò che è accaduto, continua ad accadere oggi. Il cammino, cominciato allora, continua adesso e in ogni ora, sino al suo fine senza fine. La rivelazione dell'evento unico di Gesù non è un fatto isolato «in quel tempo»: è una storia che cresce e abbraccia ogni tempo. La storia stessa diventa rivelazione progressiva di Dio.

Da qui si capisce perché ogni singolo Vangelo, ciascuno a modo suo, ha una struttura esplicitamente aperta. Il finale di Matteo annuncia la presenza di Gesù oltre ogni tempo: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino al compimento del mondo» (Mt 28,20b), che altro non è che Dio, suo principio.

Quello di Marco, per far incontrare il Risorto, rimanda in Galilea, al principio del Vangelo, che è Gesù stesso, insieme annuncio, annunciato e annunciatore, sempre presente nella Parola (Mc 16,7; 1,1.14).

Quello di Luca continua negli Atti degli apostoli, che, nella forza del suo stesso Spirito, proseguono nel tempo e nello spazio «ciò che Gesù principiò a fare e a insegnare» (At 1,1).

Quello di Giovanni termina nella comunità descritta al capitolo 21, la quale dichiara che quanto Gesù ha fatto, se lo si scrivesse, non basterebbe il mondo intero per contenerlo. Infatti l'universo intero -lo comprendiamo attraverso la vicenda di Gesù - non è che la narrazione infinita dell'amore del Dio invisibile che abbraccia creato e increato, assumendo la creatura nel Creatore, fin che Dio sia tutto in tutte le cose (lCor 15,28). Illuminanti a questo proposito sono gli inni di Gv 1,1-18; Rm 8,19-23; Ef 1,3-23; Col 1,12-20; Eb 1,1-4.

Scritti canonici e lettura «canonica»

Ancora qualche nota circa la necessità di interpretare i testi canonici. Il nostro orecchio è sempre disturbato da rumori e voci che non provengono da Dio. Per questo dobbiamo discernere, anche a livello di testo, quanto è ispirazione sua e quanto è aggiunta dell'uomo. A tale scopo va usato il solito criterio, l'unico che ci è possibile: ciò che è contro l'uomo, è contro Dio.

La Bibbia non è un libro che proclama certezze o dogmi. L'ambiente culturale in cui è nata era estremamente semplificato. Tutto, in cielo e in terra, era chiaro: Dio in alto, sommamente potente, e qui in basso il potente di turno, suo rappresentante. Il cielo era proiezione di deliri di potenza, giustificazione di delitti dei potenti della terra. In questo contesto la Bibbia si pone in controtendenza: vieta ogni immagine di Dio. Egli è, e rimane, invisibile e indescrivibile. Non è quello che le religioni, i potenti o i sapienti propongono con belle statue o imbonenti parole. È altro da ciò che immaginiamo e pensiamo. Però si rende noto nell'esperienza che facciamo di lui in una storia di esodo dalle nostre schiavitù mentali, morali e sociali. La conoscenza, che abbiamo di lui, è di salvatore della nostra umanità: ci restituisce un modo umano di pensare, di sentire e di agire. Tale conoscenza non è data a priori, né attingibile con speculazioni o deducibile da principi superiori: è frutto di una relazione con lui, che relativizza il resto. E rimane una storia, aperta all'infinito - come è infinito Dio e come è infinita la vocazione dell'uomo, finito desiderante all'infinito, perché desiderio d'Infinito.

Dio quindi, più che conoscerlo, lo riconosco - una persona si riconosce bene dall'altra, ma non è mai conosciuta pienamente

- nella storia della mia relazione con lui. Questa forma di conoscenza, esperienziale e sempre in crescita, pervade tutta la Bibbia e in particolare i Vangeli. Che conoscenza c'è senza esperienza? E che conoscenza è se non resta aperta all'ignoto?

Marco fa di questa conoscenza, che rimanda a un «non-so» sempre più grande, il tema del suo Vangelo. È il cosiddetto «segreto messianico», che risuona con mille toni, raggiungendo il suo apice alla fine, nel silenzio stupito che rimanda all'inizio. Nel suo testo ogni conoscenza raggiunta attraverso un racconto è subito tacitata alla fine del racconto stesso (di solito con l'espressione: «Non dire niente a nessuno!») e corretta dal seguente, che la apre a nuova conoscenza. È un modo per esprimere, a livello di testo, la trascendenza di ciò di cui si parla. Questo vale non solo per la conoscenza di Dio, ma, in modo analogo, anche per ogni conoscere che voglia capire in modo meno inadeguato qualunque realtà. Circa la conoscenza dell'universo il noto astrofisico George Coyne ebbe a dire: «La storia dimostra che le leggi dell'universo sono puntualmente smentite dalle scoperte successive». Ciò che si può dire del cielo, a maggior ragione si può dire di Dio e dell'uomo, sua immagine.

L'ispirazione, sia buona che cattiva, non è chiusa in un'epoca e non è riservata a chi ha scritto il testo. La sua ispirazione ispira anche gli altri. La parola si comunica a chiunque l'accoglie, in tutti i tempi, offrendo a ciascuno lo stesso spirito, buono o cattivo che sia.

Ma, essendo l'uomo fatto da Dio a sua immagine, non può rinunciare alla libertà della verità dell'amore: quando la vede, subito vi si rispecchia con gioia. Per questo la nostra storia è rivelazione progressiva del volto di Dio nel volto dell'uomo. E per questo, al di là del male che vediamo o facciamo - in genere vediamo il male che fanno gli altri e quello fatto a noi - abbiamo fede che trionferà il bene. Anche se appare il contrario, ne siamo certi. Perché solo Dio è Dio. Ne abbiamo la prova dalla croce: l'uccisione del Giusto, autore della vita, è il maggior male possibile. Ma Dio ne ha fatto il sommo bene: dà la sua vita a chi gli toglie la vita.

Il centro della nostra esistenza cristiana - ciò di cui, secondo gli autori del Nuovo Testamento, tutta la Bibbia parla - è la passione del Signore per l'uomo (cf Lc 24,26s.44ss), il suo manikos eros per noi, come scrisse Nicola Cabasilas. L'Eucaristia, che noi celebriamo, esprime il sommo paradosso: ringraziamo Dio del massimo male che abbiamo compiuto perché è diventato per noi fonte di ogni bene. La croce infatti rivela Dio come amore assoluto e l'uomo come amato in modo assoluto. Questo tema ispira tutti i libri del Nuovo Testamento, che vedono nel crocifisso risorto la realizzazione di ogni promessa fatta ai padri e la premessa di una realizzazione senza fine. Per questo «tutto», anche il male, si volgerà al bene (Rm 8,28; 5,20; cf Gen 50,20; At 4,27s; Ap 17,17).

L'Eucaristia, memoriale della passione del Signore, come è compimento di ogni promessa dell'Antico Testamento e luogo genetico del Nuovo Testamento, è anche chiave interpretativa del messaggio biblico. È il canone del canone, la norma interpretativa dei testi canonici e della storia di salvezza, nella quale gli scritti intendono introdurre il lettore.

Torniamo a ripetere, in modo sintetico, che il criterio di lettura di ogni testo canonico e di tutta la storia della salvezza è la croce di Gesù: essa rivela la libertà/necessità dell'amore infinito di Dio per l'uomo perduto. Ciò che è contro questo canone o norma (cf Gal 6,14-16), non è ispirato da Dio; è residuo di interpretazione imperfetta dell'uomo, dovuta ai suoi condizionamenti. Ritroviamo tracce di questa anche all'interno di testi canonici. Per questo, da sempre, è stata necessaria una lettura allegorica: conta non tanto il senso letterale, anche se storico, quanto il messaggio metaforico.

Attraverso la parola ispirata da Dio - le sue parole sono spirito e vita (Gv 6,63) -lo Spirito fa nuove tutte le cose, trasformandoci di gloria in gloria, secondo la realtà di cui siamo immagine e somiglianza (cf 2Cor 3,18). Quando leggiamo la Bibbia, si realizza il grande desiderio di Mosè: «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito» (Nm 11,29).

La lettura della parola dei profeti ci consegna la loro ispirazione: ci comunica il loro stesso Spirito. Così continuiamo nel tempo la loro esperienza, perché la nostra storia sia storia di salvezza, cammino di purificazione dalle false immagini di Dio e di uomo.

 

 

 

NOTE

[1] «Le parole di Dio, infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile agli uomini» (Concilio Vaticano II, Dei Verbum, n. 13).

[2] Intendendo un tale processo in questo senso: «La: Bibbia è essa stessa interpretazione. (...) Nel corso della formazione della Bibbia, gli scritti che la compongono sono stati, in molti casi, rielaborati e reinterpretati, per rispondere a situazioni nuove, prima sconosciute» (Pontificia Commissione Biblica, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, III.A.3).

[3] «La Sacra Scrittura è un dialogo con la comunità dei credenti: è scaturita dalla loro tradizione di fede. (...) Ne consegue che l'interpretazione della Scrittura si fa in seno alla Chiesa nella sua pluralità e nella sua unità e nella sua tradizione di fede». (Ivi)

[4] «Dato che i testi della Scrittura hanno talvolta rapporti di tensione tra loro, l'interpretazione deve essere necessariamente pluralistica» (Pontificia Commissione Biblica, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, III.A.3).

[5] È dottrina comune considerare la «verità della narrazione» in relazione alla condizione dell'ascoltatore, cf Pontificia Commissione Biblica, La verità storica dei Vangeli, n. 2 [Enchiridion Biblicum, n. 651].

[6] Infatti esiste una certa circolarità nell'azione dello Spirito tra ispirazione e lettura: «La Sacra Scrittura deve essere letta e interpretata secondo lo stesso Spirito con cui fu scritta» (Concilio Vaticano II, Dei Verbum, n. 12).

[7] «Nessuna interpretazione particolare può esaurire il significato dell'insieme della Scrittura, che è una sinfonia a più voci: L'interpretazione di un testo particolare deve quindi evitare di essere esclusivista» (Pontificia Commissione Biblica, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, III.A.3). Si può utilmente leggere, a questo riguardo, tutto il capitolo IV dello stesso documento.