PICCOLI GRANDI LIBRI  Silvano Fausti
Per una lettura laica della Bibbia

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EDB – ANCORA 2008

Una lettura cristiana della Bibbia è necessariamente «laica» La Bibbia va letta come qualunque altro libro
Un'esperienza di quasi quarant'anni Storia di questa lettura della Bibbia

I.
PAROLA, LIBRO E LETTURA

II. LETTURA
DELLA SACRA SCRITTURA
III.
ISPIRAZIONE E CANONE
IV. DALLA TESTIMONIANZA
ALLA COMUNIONE

Cos'è la parola

Come leggere la Bibbia Premessa Testimonianza

Parola e identità dell'uomo

Cos'è la Bibbia Sull'ispirazione Parola e testimonianza

Parola, comunicazione e comunione

Bibbia ebraica e Bibbia cristiana Ispirazione non è dettatura Testimonianza e credibilità

Parola e compimento della creazione

Particolarità del Nuovo Testamento: Gesù come svolta definitiva della storia Ispirazione e sue fonti Testimonianza, carne della Parola

Parola e sacramenti

Radice della particolarità del Nuovo Testamento: l'incarnazione Cos'è l'ispirazione? I poveri, carne di Cristo

Libro e lettura

Primo livello di lettura Ispirazione e discernimento Poveri e inculturazione nel mondo globalizzato

Parola e libro

Secondo livello di lettura Ispirazione, interpretazione e purificazione Discepolato e martirio

Lettura, atto di fiducia

Terzo livello di lettura Una «riscrittura» costante Statuto del testimone

Perché leggere la Bibbia

Cosa avviene leggendo la Bibbia Ancora sul discernimento Ancora: evangelizzare con il Vangelo

Bibbia: opera classica

Esperienza del potere della parola Discernimento, cantiere aperto Comunità di riconciliazione

Bibbia: codice culturale dell'Occidente

Differenza tra catechesi narrativa e moral-dottrinale Unità e pluralismo di ispirazione e di interpretazione Parola e comunità di riconciliazione
Elementi e funzioni della catechesi narrativa dei Vangeli Sulla canonicità Riconciliazione con Dio
Vangelo come «logoterapia»: racconto che mi ri-racconta Canonicità e ispirazione continua Riconciliazione con gli uomini
Lettura e fede Scritti canonici e lettura «canonica» Riconciliazione con sé
Fiducia: «come-se» Riconciliazione con la natura
Verifica della fiducia... Libertà
L'uomo vive di fede Compassione
Legittimità della lettura cristiana Comunione
La Bibbia come promessa di vita Cattolicità e comunione nella diversità
Il Nuovo Testamento, compimento «oggi» di questa promessa Diversità di carismi a servizio reciproco
Novità di Gesù  
Vangelo e Spirito del Figlio  
Lettura e ri-creazione  
Conclusione Appendice
Postfazione Cammino catechetico del Vangelo di Marco

 

Parte quarta
DALLA TESTIMONIANZA ALLA COMUNIONE

Testimonianza

Parola e testimonianza

Accediamo a un testo attraverso una catena di persone. Il primo anello è l'autore, l'ultimo il lettore che, avendo letto e trovato interessante il testo, ce lo raccomanda. A nostra volta, se ci interessa, entriamo anche noi a far parte della catena, trasmettendo ad altri ciò che abbiamo trovato valido. La medesima testimonianza, ricevuta, elaborata e trasmessa da ciascuno, fa di tutti un'unica comunità, fondata sulla «tradizione» (consegna) della stessa testimonianzatrasmessa dall'uno all'altro e arricchita dal contributo di ciascuno.

L'esegesi moderna ha mostrato che le parole della Bibbia «sono diventate Scrittura attraverso un processo di sempre nuove riletture: i testi antichi, in una situazione nuova, vengono ripresi, compresi e letti in modo nuovo. Nella rilettura, nella lettura progrediente, mediante correzioni, approfondimenti e ampliamenti taciti, la formazione della Scrittura si configura come un processo della parola che a poco a poco dischiude le sue potenzialità interiori, che in qualche modo erano presenti come semi, ma si aprono solo di fronte alla sfida di nuove situazioni, nuove esperienze, nuove sofferenze» O. Ratzinger- Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Milano 2007, pp. 14-15). Se tale è il «nascimento» della Scrittura, è da pensare che tale sia la sua «natura»: «Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose» (G.B. Vico, Principj di Scienza Nuova, edizione 1744, Libro I, cap. II, Dignità XIV). E la natura non si cambia impunemente, neppure quella della Scrittura. A meno di ridurla a un feticcio, morto e mortifero.

Ciò che vale per un testo, vale per la parola stessa, che rende possibile un testo e ogni altro fenomeno culturale. Ciascuno di noi accede al tesoro della parola attraverso la catena di quelli che prima di noi hanno parlato. La parola che usiamo per comunicare è già sempre comunicazione ricevuta. Nessuno può dare quello che non ha ricevuto: tutto ciò che abbiamo, l'abbiamo ricevuto (1Cor 4,7). Ogni nostra parola è condensazione di esperienze che ci hanno preceduto, colorata dalla nostra esperienza personale.

Sono stati necessari millenni perché nascesse e si sviluppasse la comunicazione in un linguaggio articolato. Possiamo dire che la natura specifica dell'uomo, in quanto depositario della parola, è cultura. Quanto abbiamo e siamo, quanto ci distingue dall'animale e ci rende esseri umani, è ciò che abbiamo ricevuto dalla parola donata dall'altro, che a nostra volta trasmettiamo, arricchita o impoverita.

Infatti, oltre all'evoluzione, c'è anche l'involuzione. L'uomo non è programmato dall'istinto, che non sbaglia. È libero, perché desiderio di felicità. Ma il desiderio non ha un oggetto determinato. È un'apertura indefinita - addirittura infinita - che riceve i suoi contenuti da esperienze altrui. Per imitazione uno desidera ciò che l'altro desidera, nella fiducia che sia un bene anche per lui. Bisogna verificare se questa fiducia è ben riposta. Se è mal riposta, il desiderio frustrato fa precipitare nel vuoto, in una catena di infelicità senza fondo. L'inganno che il potere dei mass media può indurre, è incalcolabile. Oggi la felicità è presentata come meta suprema,

addirittura prodotto confezionato e acquistabile. Se non vogliamo essere sistematicamente infelici, è utile ricordare che la felicità è il piacere di tirare la freccia, non il bersaglio da raggiungere; è il modo di viaggiare, non la stazione di arrivo.

Testimonianza e credibilità

Viviamo di fede in ciò che riceviamo. Ma giustamente vogliamo che la nostra fiducia sia affidabile. Non accettiamo una parola senza avere prima valutato chi la dice e ciò che dice: lui deve essere veritiero e la sua proposta buona. Chi parla è credibile nella misura in cui è testimone: ciò che dice deve corrispondere a ciò che vive. Se fa il contrario, anche se dice il vero, lo fa per ingannare. In questo modo rende il peggior servizio alla verità che proclama: la scredita.

La testimonianza è questione di stile, di concordanza tra forma e contenuto: la parola esprime la vita. Se la forma stride con il contenuto, il contenuto è smentito dalla forma. In altre parole: non possiamo proclamare la gioia del Vangelo con la faccia triste, né il crocifisso (fonte di tale gioia) con i gemelli d'oro ai polsi. Né possiamo fare tante altre cose che facciamo, come sbandierare la libertà dei figli da posizioni di dominio, annunciare le beatitudini vivendo da ricchi o insegnare l'umiltà di Cristo sdottrinando da cattedre prestigiose.

Il cristianesimo non è dottrina che si fondi su un particolare scritto di Gesù, che non esiste. La sua novità è il modo, o stile, con cui egli ha interpretato e vissuto ciò che dice la Scrittura di Israele (Ch. Theobald, Il cristianesimo come stile, in «il Regno» 2007/14, pp. 490-501). Girolamo Fracastoro diceva che l'arte è un modus dicendi («moda» viene da modus). Anche il cristianesimo è soprattutto un'arte, un modus vivendi: è questione di «stile». Lo stile consiste nel fare, con le stesse pietre, la stessa stoffa o le stesse parole, un edificio, un vestito o una poesia in un modo invece che in un altro. Il cristianesimo non propone un mondo diverso, ma un modo diverso di vivere la stessa realtà che tutti vivono. E la bellezza è segno della sua bontà, che lo rende appetibile ad altri.

È credibile solo la testimonianza di chi incarna nella vita ciò che dice con la bocca. I fatti parlano più delle parole. Il testimone non parla ad effetto, come chi vuole imbrogliare. Esprime con modestia ciò che vive come valore; e lo comunica con semplicità ad altri, perché possano goderne con lui (cf 1Gv 1,1-4).

Se la fiducia nell'altro rende possibile la trasmissione di un valore, la testimonianza affidabile rende possibile la fiducia. Per questo c'è più bisogno di testimoni che di maestri (cf Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 41; ma, dato che l'annunzio si fa con la bocca e la testimonianza con la vita, non sarebbe stato meglio chiamare il documento: Evangelii testificandi?). Se insegni e non fai, insegni a non fare ciò che dici. Se sai con il cuore, puoi anche tacere con la bocca. Il sapere! sapore interiore è come. .. la tosse: non puoi nasconderlo!

Purtroppo noi uomini di Chiesa siamo preoccupati di «insegnare» la verità ad altri, più che di «imparare». Testimone non è chi insegna, ma chi impara (è discepolo): impara da Gesù ad essere, come lui, fratello di tutti. E questo lo si impara sempre dall'altro, dal fratello appunto. Soprattutto dal povero, nostro maestro di umanità.

Testimonianza, carne della Parola

La testimonianza è la carne della Parola, che progressivamente unisce gli uomini in un unico corpo, rispettando e valorizzando ogni differenza. Solo in questa carne possiamo incontrare la Parola.

Secondo Melchior Cano (1509-1560), nella sua opera postuma Libri XII de locis theologieis (prima edizione Salamanca 1563, ultima Roma 1890), fondamentale per il metodo teologico, la Scrittura è il princeps dei dieci loci teologici - di cui sette proprii, desunti dalla rivelazione, e tre improprii o ascripticii, desunti dalla ragione.

Ma il luogo primo di verità della Scrittura, secondo il Nuovo Testamento, è il corpo di Gesù. Chi non lo riconosce nella sua carne, non ha lo Spirito che viene da Dio, ma quello dell'anticristo (1Gv 4,2-3): la verità di Cristo è in Gesù (cf Ef 4,20s), l'uomo in cui «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9) e «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3).

I Vangeli non vogliono mostrare che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio. Dicono esattamente il contrario: Cristo e Figlio di Dio, uguale al Padre che non conosciamo, è l'uomo Gesù, nella sua rivelazione in croce. Solo qui conosciamo Dio (Mc 15,39 e il parallelo Mt 27,54). Come già detto, c'è un capovolgimento tra soggetto e predicato, dove il soggetto, ignoto, è Dio, mentre il predicato, ciò che di lui conosciamo, è Gesù. Egli, «pietra scartata dai costruttori» (Sal 118,22; Mc 12,10, e i paralleli Mt 21,42, Lc 20,17), ha la stessa potenza del sassolino di Dn 2,34: manda in frantumi ogni nostra immagine di Dio, compiendo il passaggio dall'idolo di morte al Dio della vita. Questa misteriosa sapienza di Dio rimane nascosta ai potenti, che altrimenti «non avrebbero crocifisso il Signore della gloria» (1Cor 2,6-9).

Ridurre la carne di Gesù a semplice parvenza, o praticamente dimenticarla - cosa normale -, è l'eresia del docetismo. Fu la prima in ordine di tempo, e resta in ogni tempo l'eresia prima della Chiesa. Nell'umanità di Gesù contempliamo, vediamo e tocchiamo la Parola della vita (cf 1Gv 1,1-3). Solo nella carne del Figlio unigenito incontriamo il Padre: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). La carne del Figlio dell'uomo, e di ogni figlio d'uomo che lui non si vergogna di chiamare suo fratello (Eb 2,11; Mt 25,34-45), è l'esegesi visibile del Dio invisibile (Gv 1,18).

La sua carne è la nostra stessa carne. Unica differenza: la sua è carne della Parola di verità, la nostra è carne prestata al padre della menzogna. Per questo la sua umanità rivela e, rivelando, riscatta la nostra umanità autentica: è la verità che ci fa liberi (Gv 8,32).

I poveri, carne di Cristo

Quando si dice carne, si intende limite, fragilità e morte. E anche peccato, «pungiglione della morte» (1Cor 15,56), frutto velenoso di limite non accettato. Per Gesù, il Giusto, limite estremo da accettare sarà la croce, carica della maledizione e del peccato di ogni carne (Gal 3,13; 2Cor 5,21). Lui ha promesso di essere sempre con noi fino al compimento del mondo (Mt 28,20). Sarà sempre con noi come i poveri, che sempre saranno con noi (Mt 26,l1a). Anzi, si identifica con loro. La loro carne è la sua stessa carne.

Per questo Cristo può dire a Saulo, che uccide i cristiani: «Perché mi perseguiti?» (At 9,4). Nel discorso escatologico, immediatamente prima della sua passione-risurrezione, Gesù ci dice chiaramente il locus in cui ormai lo incontriamo: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40.45). Secondo queste parole di Gesù, lui è loro e loro sono lui, sempre presente tra noi fino al compimento del mondo, per giudicarci e salvarci con la sua croce (cf Mt 25,31-46). Se è così (ed è così), possiamo anche affermare che nella carne di tutti i poveri cristi, lo sappiano o no - ma noi lo sappiamo, perché lui ce l'ha detto -, si compie ciò che ancora manca alla passione di Cristo a favore del suo corpo totale (Col 1,24).

Per questo, secondo la Scrittura, i Padri e la tradizione cristiana, i poveri sono il luogo teologico per eccellenza dove incontriamo il nostro Salvatore: la loro carne ce lo rivela, il loro corpo è la Scrittura vivente. Ciò che è «scritto » è «scritto», e nessuno potrà cambiario, dice Giovanni a proposito della regalità di Gesù, che fu e resterà sempre «scritta)) sulla croce (Gv 19,21s).

Sulla rilevanza teologica dei poveri è utile leggere un testo di Polanco, gesuita spagnolo che non fu mai in America Latina e non fu mai condannato. Ispirato da Ignazio di Loyola - che invece ha rischiato ben otto volte la condanna con l'accusa di alumbrado, o riformatore eterodosso (Sant'Ignazio di Loyola, Gli scritti, Roma 2007, p. 73) - così scrive ai gesuiti di Padova nel 1574: «I poveri sono tanto grandi dinanzi a Dio che particolarmente per loro fu mandato Gesù Cristo sulla terra: "Per la miseria degli oppressi e per il pianto dei poveri, ecco che io sorgo, dice il Signore"; e altrove: "Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri". Gesù ricorda, facendo rispondere a S. Giovanni: "I poveri vengono evangelizzati". Essi sono tanto preferiti ai ricchi che Gesù Cristo volle eleggere il collegio santissimo degli apostoli tra i poveri; vivere e conversare con essi e lasciarli capi della sua Chiesa, costituendoli giudici delle dodici tribù d'Israele, cioè di tutti i fedeli di cui essi, i poveri, saranno "assessori". Tanto viene esaltato il loro stato. L'amicizia dei poveri fa diventare amici del re eterno. L'amore della povertà ci fa re, anche sulla terra, e re non della terra, ma del cielo. Si comprende ciò perché, se il regno dei cieli è promesso agli altri per l'avvenire, al presente viene promesso ai poveri e a quelli che soffrono tribolazioni dalla Verità immutabile che dice: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" » (Sant'Ignazio di Loyola, Gli scritti, Roma 2007, p. 1064s).

Gesù stesso fu povero, emarginato ed eliminato dall'apparato religioso, politico ed economico del suo popolo - con l'emblematica collaborazione dell'odiata Roma. Oggi, se venisse, lo tratteremmo allo stesso modo. Ma egli è colui che sempre viene! I santi sono quelli che l'hanno capito bene. Ignazio di Loyola, per esempio, ebbe alle porte di Roma una visione: il Padre lo metteva con il suo Figlio che portava la croce, dicendogli che sarebbe stato propizio a lui e ai suoi. Chiedendosi il significato di tale visione, così diceva ai suoi compagni: «lo non so che cosa sarà di noi, forse che saremo crocifissi in Roma)) (R. Garcia-Villoslada, Sant'Ignazio di Loyola, Milano 1990, p. 497).

Poveri e inculturazione nel mondo globalizzato

L'attenzione ai poveri è indispensabile per rispondere ai problemi che oggi la globalizzazione pone. Non basta unirsi a livello più ampio, globale appunto, facendo le stesse cose di prima. Bisogna assumere atteggiamenti nuovi, e radicati in ogni luogo, che recuperino in concreto i valori negati dalla globalizzazione. Non dobbiamo diventare un'azienda globale in concorrenza col mondo, ma una comunità locale che vive ciò che il mondo uccide, ossia le relazioni e la qualità di vita - in una parola: l'umanità dell'uomo.

Possiamo trovare l'uomo universale, il massimo comune divisore di ogni uomo, solo tra quelli ai quali non resta che la nuda appartenenza alla specie umana. Anche e soprattutto là dove l'apparenza è disumana - sorte che, prima o poi, toccherà a ciascuno di noi, quando saremo funzionali all'homo oeconomicus solo come clienti di imprese assistenziali o funebri.

Il povero, privo di tutto, è l'uomo: quel residuo che è in tutti. L'essenza è ciò che resta togliendo il più possibile. La soddisfazione negata dei suoi desideri mostra il bisogno che tutti siamo. Il massimo comune divisore di tutti i numeri interi è la cifra «uno». Il povero è solo «un» uomo, niente di più e niente di meno. È l'«ecce homo» (Gv 19,5), il non-uomo che rivela ciò che l'uomo è, al di là di ciò che ha. La sua disumanità di oppresso manifesta l'umanità sua e la disumanità di chi lo opprime. Per questo l'identificazione con i poveri ci permette di inculturarci con l'umanità dell'uomo in qualunque situazione, anche nel nostro mondo globalizzato.
Nella sua prima omelia dopo l'elezione a Superiore generale dei gesuiti (20 gennaio 2008), padre Adolfo Nicolas parlò di «poveri, emarginati ed esclusi» come nuova frontiera di evangelizzazione: «In questo mondo della globalizzazione aumentano coloro che sono esclusi da tutto. Tutti coloro che vengono diminuiti, perché la società ha posto per i grandi ma non per i piccoli; tutti coloro che si trovano in situazioni di svantaggio e sono manipolati; tutti questi sono forse per noi le nuove nazioni, le nazioni che hanno bisogno del Profeta, del messaggio di Dio che è per tutti».

Se la teologia è, come deve essere, utile per guidarci alla salvezza, non può che partire dai poveri: ciò che facciamo di loro, giudica e salva noi stessi, non loro. Chi ignora questo, «in quel giorno» si troverà lontano dal Signore (Mt 25,31-46): «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? lo però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,22s). Voi, che volete essere chiamati maestri, padri e capi, guai a voi: «Chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; per ché così voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci» (cf Mt 23,8- 13). Dal punto di vista di una teologia cristiana è singolare, anzi scandaloso, non riconoscere questa verità evangelica.

Discepolato e martirio

Testimone, in greco martyr, è colui che, avendo visto, ricorda e testimonia ciò che ricorda. Per questo può passare ad altri il «testimone»: la sua stessa vita è «martirio» di ciò che dice.

Discepolo deriva dal latino discere, che significa imparare. I «discepoli» di Gesù - siamo sempre tutti discepoli - sono suoi testimoni, nella misura in cui «imparano» a fare e dire quanto lui ha fatto e detto (At 1,1).

Quando uno «sa tutto», smette di imparare: non è più discepolo né testimone. Gli Atti degli apostoli sono il commento vivo degli atti di Gesù narrati nel Vangelo. Per questo le ultime parole del Risorto ai discepoli sono: «Avrete forza dallo Spirito che scenderà su di voi e sarete testimoni di me a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, fino agli estremi confini della terra» (At 1,8).

Testimoniare lui - il Figlio testimone per i fratelli dell'amore del Padre verso i suoi figli - significa amarci reciprocamente con lo stesso amore con il quale egli ci ha amati (Gv 13,34). In questo modo continuiamo nel tempo la sua missione, finché tutti gli uomini si riconoscano figli amati dal Padre e si amino come fratelli.

Così si realizza l'umanità dell'uomo: partecipa alla vita stessa del Dio amore. E così si compie il disegno di Dio: ha fatto l'uomo nel sesto giorno della creazione, perché, attraverso di lui, il creato raggiunga la bellezza da cui viene e verso cui anela.

Statuto del testimone

Lo statuto del testimone è tratteggiato da Paolo in 1Ts 2,1-12, primo scritto del Nuovo Testamento. Il testo è un'istantanea che ritrae al vivo come è avvenuta l'evangelizzazione dei tessalonicesi. È un flashback, che scatta nella mente dell'apostolo mentre si trova a Corinto nell'inverno successivo alla fuga da Tessalonica (anno SO/SI). Scrive a quella comunità appena fondata e bruscamente abbandonata dopo tre sole settimane di lavoro apostolico (cf At 17,1-10). La lettera è tutta un'eucaristia, un ringraziamento per come è stato accolto il Vangelo. L'apostolo ricorda come il suo annuncio sia avvenuto con assoluta trasparenza - lo dice sei volte in 12 versetti, con le espressioni: «Come sapete, conoscete, Dio mi è testimone, eccetera».

L'evangelizzatore non è una persona doppia, con secondi fini. A differenza di chi imbroglia, non ha niente da nascondere. Non è un venditore di prodotti o un retore, che campa sulle parole. Il testimone si gioca la vita su ciò che dice. Libero da errore, insincerità e inganno, provato da Dio, parla non per piacere agli uomini, ma a Dio. Scevro da secondi intenti e adulazioni, senza avarizia e vanagloria, parla con franchezza e coraggio. Il suo servizio è del tutto gratuito: è come una madre che si fa piccola con i suoi piccoli. Li ama fino a voler dare la vita per loro. Ma è anche forte come un padre, che, con fatica e lavoro, sta loro vicino e li incoraggia a crescere. Non vuole aver adepti o sudditi, ma vuole portare tutti a essere suoi fratelli, figli dello stesso Padre, liberi di amare come sono amati. Il testimone cristiano è diverso da certi guru nostrani, che cercano di rendere grulli i loro discepoli, doni imperfetti e sempre dipendenti: «Voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8).

Per questo Paolo può dire: «Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1; cf 2Ts 3,7). A loro volta i tessalonicesi, diventati imitatori suoi e di Cristo, sono «modello» per tutti gli altri (1Ts 1,7s). Modello in greco si dice typos, che viene da typto, il cui significato è «percuotere, scolpire». Il testimone è modello di ciò che dice: è colpito e scolpito, formato e modellato dalla Parola che ha accolto, fino a diventare lui stesso ciò che ha ascoltato. È Vangelo vivo, racconto che ricorda e riproduce ciò che Gesù ha

fatto. Per questo Gesù dice in difesa della donna che lo profumò a Betania: «Ovunque sarà annunciato il Vangelo nel mondo intero, si racconterà anche ciò che lei ha fatto, in ricordo di lei» (Mc 14,9). Il Vangelo, da ricordo di Gesù, diventa ricordo della donna. Gesù si identifica con lei: in lei vediamo lui. È la sposa, l'altra parte dello sposo, che ama come è amata: quanto lei fa e si fa per lui, è quanto lui fa e si fa per lei e per ciascuno di noi.

Ancora: evangelizzare con il Vangelo

L'evangelizzazione non è una questione complicata, oggetto di acute analisi e accurati progetti. È affare di ogni semplice cristiano. Ritengo utile ribadire qui una verità lapalissiana: l'evangelizzazione si fa con il Vangelo. Con il Vangelo letto e assimilato, che ci fa diventare Vangelo vivo. Prima e dopo l'annuncio della bocca, c'è la testimonianza della vita: ciò che si è, parla più forte di ciò che si dice. Le parole servono se corrispondono ai fatti. Altrimenti non servono che come trappole. Se adoriamo Cristo nei nostri cuori, siamo sempre pronti a rispondere a chiunque ci chieda ragione della speranza che vede in noi. E questo con dolcezza, rispetto e retta coscienza (1Pt 3,15s).

La gente non percepisce tanto ciò che diciamo, quanto ciò che sentiamo dentro. Porto a proposito alcuni esempi:

1. In comunità con me vive da 18 anni un ragazzo che, vedendo il film Rain Man, disse del protagonista, un autistico: «Ma io non sono così!». Egli viene abitualmente alle letture bibliche, sedendo alla mia destra. Ascolta con attenzione e traduce in riso e grida di meraviglia o disappunto ciò che sente. Quando, dopo una giornata faticosa, non sto a pensare quanto dico, nessuno se n'accorge oso fare così solo con testi che «posseggo» bene e posso eseguire automaticamente. Ma questo ragazzo se n'accorge subito: diventa distratto e irrequieto. Invece di tenere gli avambracci composti sui fianchi e una mano raccolta nell'altra sul petto - è la sua posizione di ascolto -, discosta le braccia dal corpo e comincia a ruotare le mani verso l'esterno. È il segno che, secondo lui, sto parlando a vanvera. Egli capisce, più o meno come gli altri, cosa dico. Ma, a differenza degli altri, è cosciente di come parlo: percepisce se sento o meno quanto dico. Ciò che resta di un discorso, più che la cosa detta, è con che sentimento è detta. Questo ha a che fare con la parresia e la plerophoria di cui dice Paolo. Lo sanno bene i professionisti della menzogna: parlano con convinzione, come se ci credessero, per indurre gli altri a crederci. Basta vedere i comizi di certi politici. E la loro efficacia, soprattutto se hanno a disposizione i mass media.

2. Da vari anni vado in altri continenti per tenere campi scuola a catechisti. Ultimamente ero in dubbio se andare. A parte la fatica di parlare una lingua non mia, mi vergognavo di non saper comunicare bene ciò che mi sta a cuore. E dicevo a un amico: «Parla tu che conosci meglio la lingua». La mia sorpresa fu quando qualcuno mi disse: «Quando parli tu, capisco bene: parli come noi», cioè in modo semplice, elementare... e con errori.

3. Quando noi preti o professori leggiamo la Scrittura, in genere facciamo l'errore di spiegare. Noi siamo chi sa e insegna, l'altro chi non sa e impara. Niente di più errato. Il Vangelo non è una teoria da spiegare. È racconto di realtà semplici, testimonianza di esperienze che si desidera comunicare. Al massimo possiamo evidenziare ciò che ci ha toccato di un testo. Ma lo stesso testo può toccare altri in modo più illuminante di quanto non abbia toccato noi. Semplicemente perché quel testo presta voce a un'esperienza che hanno fatto meglio di noi.

4. Altro errore: quando predichiamo o proponiamo la Scrittura, applichiamo ciò che diciamo ad altri, invece che a noi stessi. La Parola è un mezzo per convertire me, non un randello per colpire l'altro. Se bastono gli ascoltatori, questi capiscono la lezione: usano la Parola per bastonare altri. Così la Parola non cambia nessuno, se non in peggio: è strumentalizzata per criticare e giudicare tutti, sentendosi soddisfatti di aver difeso la verità sacrosanta del Vangelo. È l'uso apologetico e ... diabolico della verità, fonte di lotte e

divisioni nelle comunità e tra le Chiese. Se invece applico la Parola a me, per convertirmi io, allora è possibile che l'ascoltatore sia invogliato a fare altrettanto.

Comunità di riconciliazione

Parola e comunità di riconciliazione

La testimonianza della stessa parola, trasmessa dall'uno all'altro, mette in comunicazione e in comunione le persone: forma la comunità che in quella testimonianza si riconosce.

La testimonianza del Vangelo, compimento della promessa dell'Antico Testamento, ha un fine preciso: realizzare una comunità di persone riconciliate con se stesse, con gli uomini e con il creato, perché riconciliate con Dio.

L'uomo, al di là dei progressi della tecnica, si sente perduto. La tecnica è potenziamento di possibilità, ma non salvezza. Se usata bene, può curare malattie e migliorare condizioni di vita. Se usata male, può uccidere l'umanità e il suo ambiente. Ora, che da mezzo è diventata fine, è un Moloch, che divora i suoi devoti.

Il nostro mondo è sotto la dittatura della tecnologia: l'uomo è sempre più alienato da sé, dagli altri e dalla natura. La chiusura nell'io diventa solitudine infernale; l'altro, da bisogno fondamentale, è minaccia mortale; la natura stessa, grazie a noi, ci toglie aria e fa deserto intorno. L'uomo è relazione: rotte le relazioni, è vuoto d'identità.

L'ascolto della Parola evangelica ci offre oggi la salvezza: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2). La salvezza è presentata dal testimone e dai suoi compagni in termini di riconciliazione con l'Altro, che diventa poi riconciliazione con sé, con gli altri e con la natura: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20b).

La Chiesa è fatta di uomini e donne che si sono riconciliati con Dio come Padre; e, grazie a questo, sono riconciliati con se stessi come figli, con gli altri come fratelli e con il creato come dono di amore. Se viviamo da figli e da fratelli, anche il creato è riscattato: non è più bottino da rubare, ma eredità del Padre da condividere.

Riconciliazione con Dio

La riconciliazione con Dio è intesa talora in modo perverso. Pensiamo di dover rabbonire un dio arrabbiato per le nostre malefatte. Ma non potendo noi placare adeguatamente la sua maestà, infinitamente offesa, il Figlio crocifisso si offre come espiazione infinita, proporzionata alla dignità infinita dell'offeso. Ma che dio è uno che si placa e si sente soddisfatto dal sangue del figlio? Sembra piuttosto un vampiro.

Idee di questo tipo, apparentemente pie, ma radicalmente perverse, trovano subito rispondenza nel cuore dell'uomo: riflettono la falsa immagine di Dio, suggerita da Satana ai progenitori e confermata da predicatori di tutte le religioni e confessioni all'interno di esse. Questa religiosità naturale produce sudditanza e buone offerte monetarie per sedare sensi di colpa. Sarà utile per costruire nuove chiese, non certo per formare la Chiesa alla libertà dei figli di Dio.

L'apostolo Paolo presenta la cosa in modo opposto. Il Figlio di Dio non è morto per placare il Padre, ma i suoi fratelli, arrabbiati contro il Padre. Fu ucciso dalle persone religiose perché presentava un Dio il cui giudizio è grazia, misericordia e perdono per tutti. Non è Dio che è arrabbiato con l'uomo, ma l'uomo con Dio, ritenuto, per la menzogna di Satana (Gen 3,1-5), suo antagonista mortale.

L'iniziativa della riconciliazione dovrebbe partire da chi ha offeso, non da chi è stato offeso. la riconciliazione cristiana invece parte da Dio, che supplica l'uomo di riconciliarsi con lui (cf 2Cor 5,18-21) - quasi fosse stato lui a fargli del male. Già nell'Antico Testamento Dio chiede perdono al suo popolo per averlo abbandonato, anche se in realtà è lui che è stato abbandonato. Se ne addossa dolore e colpa: come un fidanzato, che ha lasciato la fidanzata, promette che non lo farà mai più (vedi lo splendido testo di Is 54,7-10).

Perché Dio chiede perdono all'uomo del male che l'uomo fa? La risposta è semplice. Primo, perché pensiamo che i nostri mali siano punizione di Dio; e lui, gentilmente, si scusa. Secondo, perché, realmente, chi ama sente il male che fa l'amato che non lo riama. Il male non lo porta chi lo fa, ma chi, non facendolo, lo subisce. Per questo Dio, che è. amore e non fa alcun male, porta su di sé il male che noi facciamo abbandonandolo.

Gesù, il Figlio che vive lo stesso amore del Padre, ci rivela tutta la sua «con-passione», diventando «l'agnello di Dio che porta il peccato del mondo» (Gv 1,29): si carica dei nostri mali, sino a farsi «maledizione» e «peccato» in nostro favore (Gal 3,13; 2Cor 5,21; 1Pt 2,24; cf Is 53,4-12).

Le minacce profetiche e i «guai», che troviamo nella Bibbia, vanno letti come la minaccia di una mamma che dice al figlio: «Guai a te se finisci sotto un'automobile!». Al bambino, che non capisce l'amore e teme il castigo, pare una minaccia. Ed anche efficace. Secondo Paolo questo è il senso della legge: tutela del minore non ancora giunto all'uso della ragione (cf Gal 3,19-29). L'ira di Dio è in realtà sempre salvifica: il suo «guai a voi!» è un «ahimé per voi»: sente lui il nostro dolore, più che se fosse suo. La croce del Figlio è veramente l'«ahimé!» di Dio per il male del mondo.

Noi pensiamo che i nostri peccati offendano Dio; e noi ci riconciliamo con lui perché da nemico ci diventi alleato. In realtà è vero il contrario: noi siamo nemici di Dio, perché pensiamo che lui ci sia nemico. Ed egli ci riconcilia con sé, rivelandoci quel tesoro che è lui: è tutto e solo amore verso di noi, fino a dare la vita per noi, per noi che lo uccidiamo come nemico. Quando rifulge in noi questa luce di Dio (cf 2Cor 4,6s), allora moriamo a noi stessi e viviamo non più nell'egoismo, ma nell'amore di colui che è morto e risorto per noi (cf Rm 6,1-11; Gai 2,20).

Spinto dallo stesso amore che Cristo ha per noi (2Cor 5,14), Paolo si fa servo della nostra riconciliazione con il Padre. Dio non ci imputa i nostri peccati: se ne fa carico lui stesso. Nel Figlio, il Giusto trattato da peccato in nostro favore, vediamo che la sua giustizia è il suo amore incondizionato di Padre verso di noi suoi figli (cf 2Cor 5,21). Liberi così dalla falsa immagine di lui, origine di ogni male, diventiamo noi stessi «giustizia di Dio». .

Il ministero di riconciliazione è la «sdemonizzazione» di Dio. Rende giustizia a lui, riconoscendogli ciò che è suo: il suo amore infinito per tutti e per ciascuno. E giustifica (fa giusti) noi, che accogliamo il suo amore e viviamo finalmente la nostra verità di figli e fratelli.

Riconciliazione con gli uomini

La rottura con il Padre comporta quella con i fratelli. Rifiutare Dio come Padre uccide la fraternità tra gli uomini (Gen 3-4). Quando si tenta di farla rivivere senza il Padre, è un' ideologia. E la storia insegna come le ideologie, anche le migliori, siano più devastanti delle peggiori guerre.

La riconciliazione con il Padre si realizza nella riconciliazione con i fratelli. La Parola del Vangelo, riconciliando ci con il Padre comune, fa di noi un'unica famiglia aperta a tutti, cominciando dagli esclusi. Una comunità unita, nel rispetto delle differenze, è testimonianza credibile del Padre comune. La credibilità di Dio come Padre è affidata alla trasparenza della nostra fraternità (cf Gv 17,20-23).

Una Chiesa lacerata, divisa da altre Chiese, nega la sua essenza: non è testimone dell'amore del Padre e del Figlio. Chiunque conosce la «giustizia» di Dio Padre, ha verso i fratelli lo stesso amore del Figlio. L'altro non è «nemico» da odiare, ma fratello da amare.

Ma anche una Chiesa unita all'interno, se si oppone al mondo e non resta aperta a tutti, non ha gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5): non ha l'amore del Padre, che tanto ha «amato il mondo» da dare il suo Figlio per salvarlo (Gv 3,16). È «una cittadella assediata» (vedi J. Delumeau, La paura in Occidente: secoli XIV-XVIII, la città assediata, Torino 1983): è una setta, non una comunità con lo Spirito di Cristo.

Senza dilungarmi sulla necessaria apertura a tutti, a scopo illustrativo presento una proposta di Nicola Cusano. Godendo di stima universale, sia in occidente che in oriente, il papa l'aveva incaricato di preparare una crociata contro i Turchi. In risposta egli scrisse nel 1453, come già detto, il sublime trattato De pace fidei. In esso Dio Padre propone un dialogo per mettere d'accordo gli uomini di tutte le religioni, perché, invece di ammazzarsi come nemici, si accolgano come figli suoi e fratelli tra di loro. Tra le tante intuizioni, ne riporto una: invece di costringere altri al battesimo, propone a cristiani adulti, per i quali basta il battesimo di desiderio, di farsi circoncidere in segno di fraternità con ebrei o musulmani. Sarebbe bello vedere cristiani, anche vescovi e cardinali, almeno quanti si ritengono saldi nella fede, farsi circoncidere. Il cristianesimo non si diffonde né si difende con le crociate. Neanche con quella culturale, oggi di moda, che rischia di farci perdere !'identità per darci una rilevanza, che è tutta e solo «mondana».

Anche noi facciamo come tutti: usiamo come mezzo ciò che Gesù rifiutò come tentazione. Lodevole, anche se con scarso risultato, l'impegno di Giovanni Paolo II per evitare, o almeno demistificare, le ultime crociate contro «l'asse del male».

Mentre l'idolo è grande, tremendo e affascinante (Dan 2,31), come «il sacro» descritto da Rudolf Otto (Das Heilige, 1917), il segno del nostro Dio, Signore e Salvatore, è l'essere piccolo, tremante e fasciato, adagiato in una mangiatoia, pasto per animali. Così annunciano gli angeli ai pastori di Betlemme (Lc 2,11s). C'è un dio che va difeso anche uccidendo, se necessario. Questo dio è proiezione e giustificazione ideologica della violenza dell'uomo. Un dio che non rispetta l'uomo, anche se va contro Dio, non va rispettato: si chiama Satana.

L'esperienza cristiana è per tutti. Testimonia semplicemente la verità di ciò che ognuno desidera: essere amato senza condizioni. Altrimenti non può amare né sé né l'altro da sé. Essere amati è la sete che abbiamo, la felicità che tutti cerchiamo. Se non la troviamo, ci sentiamo non-uomini, frustrati nel nostro desiderio più profondo, defraudati della nostra essenza.

Il cristianesimo è per tutti perché non propone leggi o dogmi, decreti o decretini: propone l'amore, salvezza dell'umanità dell'uomo. E di Dio stesso, che diversamente continua a essere crocifisso. Da noi, per primi.

Riconciliazione con sé

L'uomo, diviso dal Padre e dai fratelli, è alienato dalla sua essenza di figlio. Non sentendosi amato da nessuno, non ama né sé né altri. Senza relazioni è nessuno: ha perso la propria identità. Come Adamo, si nasconde con vergogna di sé e della sua nudità. Il suo limite non è più luogo di comunione, amore ricevuto e corrisposto, vita accolta e donata. È vissuto come privazione indebita, ferita da

, cui perde sangue, luogo da coprire e difendere, per non essere attaccato e poter attaccare -la miglior difesa è l'attacco. Diventa lotta la relazione maschio e femmina, pena il nascere e pena il morire, un unico vasto deserto il tempo tra l'accendersi e lo spegnersi della vita (Gen 3,16-24).

L'uomo, staccato dal suo principio e fine, è sotto il segno della paura della morte, che lo tiene schiavo per tutta la vita (Eb 2,14s): desiderio di vita e coscienza di morte, si aggrappa alla vita biologica, che inevitabilmente perde. Noi non potremmo andare a fondo nell'acqua: pesiamo di meno. Anneghiamo perché usiamo la nostra forza... per annegare. Il male viene dal nostro agitarci, nel vano tentativo di salvarci dall'inevitabile: «Tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19).

Male non è la morte, ma la paura che ne abbiamo. Morire non è la temuta fine di tutto, ma il fine del cammino: è il ritorno a casa, là da dove siamo partiti. Nostro destino non è la solitudine, ma la compagnia con Colui che ci ama di «amore eterno» (Ger 31,3).

Nessuno è più perso di chi non sa da dove viene e verso dove va. Soprattutto se, dove si trova, non può stare, perché minacciato, dietro e davanti, dall'ignoto. La condizione dell'uomo è come quella di Barabba. «Bar-abba», che significa «figlio del Padre»: è il nome che si dava ai figli di nessuno. Barabba, ribelle e omicida, si trova gettato in carcere, in attesa di ricevere la morte che aveva inferto ad altri. Gesù, Figlio del Padre e fratello di tutti - per volontà del popolo e dei capi - prende il posto di Barabba, figlio di nessuno e fratello di nessuno. E questi diventa libero, figlio del Padre (Mc 15,6-15; cf Mt 27,16-26, Lc 23,17-23). È la grazia pasquale che tocca ogni uomo, anche chi ancora non lo sa - e quanto è importante che lo sappia, perché uno vive secondo la coscienza che ha di sé!

Barabba è immagine di ciascuno di noi, amato dal Figlio e dal Padre di un amore più forte della morte. Solo così siamo liberi di amare noi stessi, Dio e il prossimo. Ama l'altro chi ama se stesso e ama se stesso chi è amato (cf Lc 10,25-37): il male radicale dell'uomo è non sentirsi degno di un amore infinito.e gratuito, suo bisogno primo per vivere con gioia e libertà.

Riconciliazione con la natura

La rottura con il Padre implica, oltre alla rottura con sé e con gli altri, anche quella con la natura. La terra da giardino diventa deserto, pieno di spine e cardi (Gen 3,17-19). Prima era benedizione, dono del Padre da coltivare e conservare in condivisione con i fratelli. Ora è oggetto di rapina e contesa con gli altri. L'avere in proprietà, invece che in dono, è fonte di morte: nega l'amore, principio di vita.

L'idolo ha sostituito Dio. Quando l'uomo pone come suo fine «possedere la terra», la terra comincia a possederlo. Invece di servirsene per vivere da figlio e fratello, la serve come padrona: diventa proprietà di ciò che ha in proprietà!

La terra, che prima dava vita in abbondanza, ora la succhia con avidità. E l'uomo, invece di coltivarla e custodirla, comincia a violentarla e distruggerla. Non è il diritto di proprietà ius utendi et abutendi, diritto di uso e abuso?

Se prima bisognava difenderci dalla natura, oggi bisogna difenderla da noi. Grazie al sapere, abbiamo il potere di distruggerla migliaia di volte. Quanto 'scrive l'Apocalisse dopo l'apertura del settimo sigillo, pare la cronaca di quanto abbiamo sotto gli occhi (cf Ap 8-9). Anche senza leggere i giornali, basta abitare in una città «normale» per capire l'improbabile futuro della vita. La natura è devastata, ridotta a campo di battaglia, dove si lotta su tutto e contro tutti. L'è pès eh' in guèra stà süla tèra!

Quando (ma quando!?) l'uomo si riconcilierà con Dio, con se stesso e con gli altri, ci saranno cieli e terra nuova, dove trionferà amore e vita (Ap 21,lss). Quando «la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque riempiono il mare» (Is 11,9b), allora «il lupo dimorerà insieme con l'agnello; la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l'orsa pascoleranno insieme, si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosh> (Is 11,6-8).

Il giardino delle origini (Gen 2,lss) tornerà sulla terra quando scenderà dal cielo la città di Dio (Ap 21,2-22,5). E la città di Dio scenderà dal cielo quando, grazie all'ascolto della Parola, qui sulla terra cambieranno le nostre relazioni con l'Altro, con gli altri e con le cose.

La visione finale dell'Apocalisse non è l'Eden, ma qualcosa di più: la città di Dio. L'uomo è di sua natura relazione: è animale civile, zoon politikon. Il paradiso, giardino incontaminato dell'infanzia, sarà la città dove non si vive più da lupi: riconosceremo l'altro come fratello, vedendo in lui il volto del Padre. Allora la terra, da inferno dove domina la sete di avere, di potere e di apparire, sarà il paradiso del dono, del servizio e dell'amore reciproco.

Libertà

L'uomo è bisogno di amore. Di amore senza condizioni, altrimenti non è amore. Fino a quando non lo trova, non è libero. Come un assetato, lo cerca e mendica ovunque ne scorga una goccia. Quando lo incontra, è soddisfatto: diventa se stesso, libero di amare sé e gli altri. Per questo la comunità, scaturita dalla parolatestimonianza d'amore, è luogo di libertà. Dove non c'è libertà, non c'è comunità di amore: c'è una massa di schiavi.

«Se dimorate nella mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi libererà» (Gv 8,31s). Se facciamo della Parola di Gesù la nostra dimora, impariamo ad essere come lui. Lui è il fratello che ci ama con lo stesso amore del Padre: «Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi» (Gv 15,9). Da lui apprendiamo la nostra verità: siamo figli, amati come lui dal Padre: «Li hai amati come hai amato me» (Gv 17,23). La verità dell'amore ci fa sempre più «liberi». In latino «liberi» sono chiamati i figli, quelli che godono dell'amore è dei beni del padre. Gli altri sono «schiavi»: fanno parte della famiglia solo come proprietà del padrone.

L'amore rende liberi. «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1), dice Paolo ai cristiani di Galazia. È responsabilizzante e difficile essere liberi. È più tranquillizzante e facile sottostare a delle norme, osservate le quali uno si sente a posto, con la salvezza in tasca. Da qui il fascino della legge, che più schiavizza, più è rassicurante. È sempre alla porta la tentazione di diventare schiavi della legge invece che liberi di amare come siamo amati da Dio (cf Lc 7,36-50). Mediamente i buoni cristiani sono come Giona, il profeta arrabbiato e depresso perché Dio è buono con i peccatori (cf Gn 4,1ss); o come il fratello maggiore adirato con il padre che accoglie il minore (Lc 15,3-2). Per questo i pubblicani e le prostitute ci passano avanti nel regno di Dio (Mt 27,31).

«Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà», dice ancora Paolo. «Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne», ossia nell'egoismo, «ma mediante l'amore siate a servizio gli uni degli altri» (Gai 5,13). La libertà cristiana non è quella del libertino: obbediente al capriccio del suo piacere, è schiavo dell'egoismo più banale, l'edonismo. Non è neppure quella dello stoico: obbediente al compimento del suo dovere, è schiavo dell'egoismo più cieco, il legalismo. La libertà cristiana, distintivo di chi è amato e ama, consiste nell'appartenere l'uno all'altro nel reciproco amore: il mio essere è essere-di-te, come il tuo essere è essere-di-me. Questa è la libertà sovrana dell'amore, unica legge a se stessa. Il nostro Dio rispetta la libertà dell'uomo, anche quando è schiava dell'egoismo. La rispetta comunque, anche se arriva a ribellione e bestemmia. Non si difende dall'edonista che si ribella, né toglie la vita al legalista che lo bestemmia. Anzi: se accoglie il figlio minore, esce in cerca del maggiore che lo nega come padre (Lc 15,11ss). Arriva a dare la vita a chi gliela toglie. Ama ogni uomo come figlio. Solo così, anche chi non lo ama e lo rinnega, presto o tardi, avrà la libertà di amarlo.

Quanto poco rispetto della libertà c'è nelle chiese! Per tacere di gruppi cristiani, dove il plagio è sistema. La nostra epoca ha fatto della libertà il suo stendardo. Sta a noi viverla in trasparenza e positività, invece di lamentarci delle sue ambiguità, che non sono poche.

Altissima è la posta in gioco della libertà: senza di essa non c'è amore, e quindi nessun bene. Per questo è il bene più insidiato. Non tratto a lungo di questo argomento: l'ho svolto come tema di fondo nel mio libretto Elogio del nostro tempo. Per ignoranza e pigrizia, cito me stesso. Chiedo scusa, ma sarà l'ultima volta.

Compassione

La nostra libertà è quella di amare. Caratteristica fondamentale dell'amore è la compassione. La parola greca corrispondente, più simpatica, suona sympatheia. La compassione non fa alcuna azione. È appunto con-passione, patire-con l'altro: sentire ciò che lui sente, percepirlo come se stesso, nel bene e nel male.

L'azione che non nasce da compassione, non è amore, ma oppressione. L'amare, come il capire che ne consegue, è sempre un «patire» l'altro da sé. È passione, che muove il cuore in due direzioni: porta l'altro dentro di me e me fuori da me stesso, nell'altro. Fa dimorare l'altro in me e me nell'altro, nel duplice o unico, come lo Spirito! - moto di instasi ed estasi. Moto vitale, quando è reciproco; caduta abissale, quando l'altra parte non accoglie l'estasi.

Dove finisce l'azione, anche quella originata dalla compassione, rimane ancora la compassione. È l'unica forza capace di superare la soglia ultima della solitudine: più forte della morte è l'amore, più tenace degli inferi la passione (cf Ct 8,6). L'uomo diventa «umano» davanti al limite estremo dell'altro, specchio del suo. Per lui non può far altro che sentirsi come lui, limitato e mortale. Invece di rimuovere la coscienza del destino comune, lo riconosce fratello, uguale a lui. Ha compassione ed è solidale con lui: è humandus, da inumare, come lui. «Umano» (da humus, terra) è imparentato con il latino humandus. Per la con-passione ogni male, anche l'estremo, non è più separazione, ma luogo di umanità, comunione riconosciuta nell'unica eredità di tutti.

Quando Dio fece l'universo, vide che era buono; e l'uomo molto buono (Gen 1,31). Ma nella creazione c'è un male, antecedente a ogni peccato, che si radica nel nostro limite. Questo di per sé non è un male, ma la condizione per esistere; tuttavia, se non c'è alcuno che lo condivide, diventa il grande male, origine di ogni altro: la solitudine. Essere senza nessuno, di nessuno e per nessuno, è essere nessuno: è non essere.

Per questo, quando Dio vide che Adamo era solo, disse: «Non è buono per l'uomo essere solo!» (Gen 2,18). Infatti, pur conoscendo tutto e avendo potere su tutto, dorme: è morto, perché senza relazione. Allora dal suo fianco Dio fa nascere la donna. Anche l'uomo può generare. La vita infatti è amore: uno nasce e vive solo se è amato e ama. Ognuno è generato dall'amore dell'altro - nasce dalla ferita del suo cuore - ed è in grado di amare solo se è amato. Questo essere amato e riamare è la nascita «dall'alto», diversa da quella animale, che è dal basso, dalla carne (cf Gv 3,1ss).

Adamo si risveglia alla vita quando da lui è tratta la donna: è la nascita dell'amore, finalmente possibile perché c'è l'altra da lui che è per lui come lui è per lei. Ed esplode nella Bibbia la prima parola d'uomo, rivolta a chi è come lui: è il grido di gioia e di riconoscimento di sé nell'altra da lui che. è una con lui (Gen 2,23).

Il limite strutturale maschio-femmina, insufficienza a sé e per fare altro da sé, diventa immagine e somiglianza di Dio (cf Gen 1,27): alterità e identità d'amore reciproco, accoglienza e dono scambiato, fecondità di gioia e vita.

Non le mie doti mi rendono simile a Dio. Sono infatti limitate: un po' di pieno, circondato da infinito vuoto, e anche quel po' di .pieno è pieno di buchi. Ciò che mi rende simile a lui sono i miei limiti, vissuti come luogo di compassione e comunione reciproca.

Dove non c'è reciprocità, c'è un Dio e un uomo dimezzato: amore crocifisso, non ancora risorto. Chi ama può vivere solo se e dove è amato.

Comunione

Cattolicità e comunione nella diversità

La parola vera è come il sole e la pioggia: fa germogliare ogni seme per quello che è. Il grano sarà grano e il radicchio radicchio; crescerà il fiordaliso e il papavero, la rosa e il pruno, come ogni altro seme, secondo la sua specie.

La parola falsa invece non rispetta le differenze: crea teste di rapa, talora anche rapate, tutte uguali, che, senza pensare, agiscono allo stesso modo. La tendenza generale, con l'invasiva onnipotenza dei mass media, va nel senso di un'omologazione sempre maggiore, con la soppressione delle differenze. Il mezzo primo è il bombardamento di immagini e slogan; segue poi l'emanazione di normative e leggi. Risultato finale è il dominio di un'unica ideologia vuota: l'ideologia del controllo. È la cifra della bestia, il 666 impresso sulla fronte e sulla mano, che esclude dal mercato della vita chi si sottrae al suo marchio. Oggi è trasparente il messaggio di Apocalisse 13,1ss.

Anche all'interno delle Chiese la situazione non è allegra. Questo non per criticare, ma per non cadere nella trappola. Il «sentire in ecclesia» (non, come erroneamente si dice, «sentire cum ecclesia», che è un sentire piuttosto esterno alla Chiesa) raccomandato da Ignazio di Loyola, non significa essere papa-boy o gridare sempre e comunque: «Viva il papa», sottintendendo: «Dire così è la miglior copertura per fare quello voglio io». È necessario «sentire in ecclesia» per poterla efficacemente aiutare a convertirsi, perché sia sempre più in grado di «sentire in Christo». Dovremmo anzi, più profondamente, «sentire ecclesiam» e «sentire Christum» - il cui intento è che noi abbiamo il suo stesso «sentire mundum», con la medesima compassione del Padre per ogni uomo perduto (cf Gv 3,16).

La lex orandi è lex credendi. Nella Preghiera Eucaristica II! leggiamo così: «Conferma nella fede e nell'amore la tua Chiesa pellegrina sulla terra: il tuo servo e nostro papa. . ., il nostro vescovo. .., il collegio episcopale, tutto il clero e il popolo». Si prega sempre per ciò che manca. Pregare ha la stessa radice di precario: indica qualcosa che non possiamo avere in proprio e che otteniamo solo dalla grazia dell'altro. Questo significa che quanti apparteniamo alla Chiesa, dal papa al semplice credente, dobbiamo sempre pregare per ottenere la fede e l'amore del Figlio, per «sentire in Christo». Dobbiamo infatti avere in noi «gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo» (leggi Fil 2,5-11). Questo sentire proprio di Gesù non è mai un possesso: rimane per noi sempre un dono, precario e frutto di preghiera. Quando pretendiamo di possederlo, ne distruggiamo la radice: non è più dono.

Solo la Parola può costruire la Chiesa come cattolica. Cattolico, da kata-holon, significa «secondo la. totalità»: indica un'interezza che abbraccia le diverse parti. Se manca una parte, non è ancora raggiunta la cattolicità. La Chiesa non è «panica» od «olica», che mangia tutto e tutti, espellendo ciò che non riesce a digerire. L'unione non si fa mangiando o vomitando l'altro, ma amandolo e accettandolo per quello che è.

La Chiesa è cattolica in senso dinamico, in quanto tende ad accogliere nell'unità d'amore ogni diversità. Siamo discepoli del Figlio, se impariamo da lui ad accogliere i fratelli e a «essere uno» tra noi come lui e il Padre (Gv 17, 20-23), nell'unico amore, principio e accoglienza di alterità.

Nella Chiesa cattolica le tendenze anticattoliche sono forti. Sono proprio quelle che pretendono di esibire l'identità cristiana più forte. È il pericolo in cui cadono quei difensori della «cultura cristiana» che riducono il cristianesimo a una monocultura, a una setta di quanti si credono «già e da soli» cattolici. Il che è un ossimoro. Padre Thomas Beck, mio caro amico convertito dall'ebraismo, consigliava a preti, a religiosi e a chi ha responsabilità nella Chiesa, di leggere una volta alla settimana la Lettera ai Galati per uscire costantemente dall'inevitabile fariseismo.

La comunità che nasce dalla Parola di Dio, a differenza di quella dei vari guru cristiani, non è omologazione di adepti né omogeneizzazione di cervelli e cuori. Neppure è con-fusione di tutti in uno, ovviamente «divisi» da altri che si omologano, omogeneizzano e confondono diversamente.

È comprensibile che un movimento abbia un linguaggio comune all'interno. Ma è «diabolico» quando regna un linguaggio fisso, quello del capo, e gli altri sono replicanti. La mancanza di libertà interna diventa fanatismo e divisione dagli altri. Un siffatto movimento non è cristiano: non ha lo Spirito del Figlio. Anche se si professa cristiano, anzi il più cristiano, quello veramente degno di tale nome: gli altri solo per ignoranza, errore o cattiveria, sono diversi. È facile che si trovi questa mentalità settaria, così estranea alle prime comunità, anche se piccole (splendido l'universalismo delle comunità paoline!), soprattutto presso le comunità più grandi: pensano di essere universali perché sono in tanti che pensano allo stesso modo.

Se maggioranza equivale a verità, oggi le stupidità diffuse dai mass media sarebbero più vere di Dio. Stalin, Mussolini, Hitler avrebbero avuto ragione... come ancora si tende a dar ragione ai loro attuali successori.

Però, anche se prima di Keplero tutti ritenevano che il sole girasse attorno alla terra, non per questo era vero. E non è diventato vero neppure se, ancora per secoli dopo, i teologi furono costretti ad affermarlo, anche se non ci credevano - come il geniale Gerolamo Saccheri S.J., che aprì il campo alle geometrie non euclidee. In nessuna epoca - passata, presente e futura - si scherza impunemente con il fuoco dei roghi o con la stupidità di chi vorrebbe accenderli.

Omologare e omogeneizzare è come mettere l'altro nel frullatore e berselo. Su questa via non si fa comunità. Non c'è unione con l'altro, ma antropofagia per assimilarlo a sé, o antropoemia per vomitarlo se indigeribile. Ogni confusione/assimilazione e ogni divisione/espulsione è morte. Morte di chi è incapace di amare l'altro; e morte dell'altro, non amato ed escluso dalla vita - moralmente quando anche non fisicamente.

La vita intesa come amore, unica vita possibile, è comunione nella diversità e nella distinzione, che evita ogni assimilazione/ confusione e ogni divisione. Se vedo una testa assimilata e confusa con i piedi, significa che una macina da mulino è caduta sopra qualcuno. Se vedo una testa divisa dal corpo, capisco che qualcuno l'ha tagliata. Il vivente ha parti diverse e distinte, non uguali e non confuse; che però non sono divise, ma unite tra loro organicamente.

La Parola suscita persone che liberamente entrano in comunione tra loro mediante l'amore. E l'amore non sopprime, ma presuppone l'altro. Anzi crea l'identità nell'alterità: accettando l'altro da me, faccio vivere lui e nasco io con la mia identità nella mia alterità da lui.

La comunità che nasce dall'amore quindi non è mai omologazione, omogeneizzazione o confusione delle persone che la compongono. E, come ogni persona è diversa dall'altra, così ogni comunità è diversa dall'altra.

Una Chiesa è «cattolica» nella misura in cui accetta le Chiese sorelle, costituendo «la» Chiesa che è «una» nell'amore. Ogni persona, come ogni singola comunità e Chiesa, è un dono per l'altra ed è diversa dall'altra. Ognuna è particolare manifestazione dell'infinita Differenza, principio e fine di ciascuno e di tutti. Ogni singolo credente, come ogni comunità e ogni Chiesa cristiana, deve mantenere l'apertura all'altro. Se esclude uno, esclude il suo Signore, il Primo che è ultimo di tutti, l'eterno Altro che è nonaltro da ogni altro.

Diversità di carismi a servizio reciproco

Al suo interno ogni comunità è ricca di differenze - più ce n'è, meglio è -, messe a servizio l'una dell'altra, come diverse membra dell'unico corpo. Ciò che le unifica, rispettandole e valorizzandole, è l'amore. Circa la valorizzazione dei doni particolari per il bene di tutti, vedi quanto Paolo scrive in 1Cor 12,1ss. Circa il valore del dono comune a tutti, che crea comunione e vita eterna per ciascuno, vedi l'inno all'amore in 1Cor 13,1ss.

L'unione nell'amore non può mai essere un tentativo di dominio sull'altro. Chi ha funzione di guida, non faccia come i capi di questo mondo, che comandano e spadroneggiano: sia ultimo e servo di tutti (Lc 22,24-27). Non è sopra nessuno, ma a servizio di tutti. Come la guida di montagna, ponga sé e la sua competenza a servizio degli altri, perché possano raggiungere la meta.

Il principio di comunione, non di dominio, regola il rapporto tra laici e preti, preti e vescovo, vescovi e vescovo di Roma, vescovo di Roma e vescovi di Chiese sorelle. E il principio, dove c'è comunione, non è l'ubi maior minor cessat, ma l'ubi minor maior cessato Al centro della sua comunità Gesù ha posto il piccolo, come criterio di vera grandezza, anzi come condizione per entrare nel regno (Mt 18,1-4). Questa è la «gerarchia» del regno di Dio.

Ogni uomo che conosce la Parola, battezzato nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, è consacrato sacerdote, re e profeta. Sacerdote perché in comunione con Dio Padre come figlio nel Figlio; re perché libero e sovrano, a immagine del Padre; profeta perché, nello Spirito, conosce e testimonia la verità, che è l'amore tra Padre e Figlio. Ogni altro dono o autorità nella Chiesa non ha ragion di fine, ma di mezzo: è un ministero, ossia un servizio per aiutare ciascuno a crescere come sacerdote, re e profeta. Autorità deriva dal latino augeo, che significa «crescere». Non so quanti preti, pastori e profeti, a tutti i livelli, ritengono che il loro ministero sia a servizio del sacerdozio, della regalità e della profezia comune del credente.

La comunione all'interno della Chiesa e delle varie Chiese tra di loro è principio e fine di ogni azione pastorale. Una Chiesa divisa dentro di sé o divisa da altre, è mortalmente ferita. Nel suo testamento, prima di essere preso e ucciso, Gesù prega il Padre per i suoi discepoli, perché siano «uno» nell'amore, come lui e il Padre. La sua preghiera non è solo per i discepoli presenti, ma è estesa a quelli futuri: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l 'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. lo in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come ami me» (Gv 17,20-23).

Queste parole non hanno bisogno di commento. Basta l'evidenziazione del corsivo. Dovrebbe essere il programma pastorale di ogni Chiesa, di ogni vescovo, di ogni prete e di ogni discepolo di Gesù. Ciò che impedisce al mondo di credere in Dio come Padre, sono le divisioni nelle e tra le comunità cristiane.

Solo l'amore fraterno, ospitalità aperta a ciascuno e a tutti nel rispetto dell'alterità di ognuno, può testimoniare agli uomini che Dio è Padre. Il destino del mondo dipende dal nostro essere «uno» nell'amore reciproco. Questa è la realizzazione di Dio nel mondo e del mondo in Dio: l'amore, che da sempre lui è, diventa anche vita nostra.

E la via per giungere a questo è stare di casa nella parola del Figlio e diventare suoi discepoli. Così conosciamo la verità che ci fa liberi (Gv 8,31s), figli del Padre e fratelli di tutti. Sperimentiamo infatti che è vero quanto Gesù ha detto: «Li hai amati come ami me» (Gv 17,23).