DON TONINO BELLO

PICCOLI GRANDI LIBRI  ANTONIO BELLO

Ti voglio bene

LUCE & VITA

Presentazione

Voglio guarire, soprattutto per voi

Introdurre Maria nei propri affari.

Domicilio di Cristo

Una croce con le ali, una croce senza peso
Violenze subdole
Cari sacerdoti
U n pieno di gioia

Come linfa vitale
Un Dio che sconcerta
Fare spreco di generosità
La stagione degli uomini liberi

il Calvario fontana di carità, di speranza e di fede
Torchio e spirito
Non contristatevi
Auguri

 

INTRODURRE MARIA NEI PROPRI AFFARI
Trascrizione di una omelia rivolta ai giovani seminaristi il 23 febbraio 1993, che nella stanza del Vescovo partecipavano alla S. Messa, dopo il ritiro spirituale.

«La portò nella sua casa». Sapete cosa significa?: la introdusse nel cerchio dei suoi interessi, nel cerchio dei suoi affetti, nel cerchio delle cose più care e più belle che lui potesse avere. La introdusse quindi proprio all'interno della esperienza religiosa e umana più profonda. Quindi la Madonna che diviene la madre di Giovanni, il quale simbolizza tutta la chiesa, diventa anche la mamma nostra. Noi la possiamo chiamare «mamma» senza paura. Anzi dobbiamo considerarla così.

lo qualche volta sono preoccupato perché nei confronti della Madonna abbiamo un rapporto un po' di grande rispetto. Difficilmente riusciamo a toglierle di capo il diadema delle dodici stelle per vedere quanto essa è bella a capo scoperto. A capo nudo la Madonna è stupenda ugualmente. Ecco perché io credo non ci possa essere conclusione più bella per questo vostro ritiro che prendere questa decisione: di accogliere la Madonna all'interno dei vostri affari. Fatela diventare socia della vostra «Ditta». Tu metti «Ditta Domenico e Maria». È un fatto al quale non ci pensiamo molto.

Io queste cose non è da molto che le sperimento, cioè le vivo. Però la considerazione degli studi, l'ascolto e poi lo stare insieme con gli altri, il sentire certe verità, ti rendono consueto con delle verità che sono straordinarie: pensare la Madonna contemporanea nostra! Alla fine del mese uscirà un libro che ho intitolato «Maria, donna dei nostri giorni», per indicare che era così, come le ragazze che salgono, che vengono a salutarmi. Maria è così: pulitissima nell' animo, che sembrava con i suoi sguardi bruciasse tutte le radici del peccato, della colpa, della cupidigia, che impediva pensieri che non fossero di castità in chi la guardava. Maria è così.

Introducetela nei vostri affari, nei vostri disegni. Introducetela nei vostri pensieri. Fatela diventare non solo coinquilina di casa vostra, ma anche la persona con, cui voi confidate per prima tutti i vostri progetti. E vero!, non ci credete? Parola di uomo. E così.

E poi io credo che quando c'è lei è chiaro che tutto il resto lo consulti con Gesù. Ma diventa spontanea, non diventa artefatta, non diventa carica di addobbi, come succede spesse volte per la nostra vita spirituale, per la nostra pietà. Abbiamo un sacco di addobbi sulle spalle, un sacco di trine, di nastri.

E invece con Gesù, uomo libero, vi sia davvero un rapporto più libero, un rapporto più gioioso, un rapporto più forte.

Non abbiate paura. Il Signore vi benedica e la Madonna vi introduca nei suoi affari.

 

COME LINFA VITALE
Trascrizione (rivista dall'autore) del messaggio registrato e inviato agli ammalati riuniti nella chiesa Cattedrale in occasione della «Giornata del!' ammalato», celebrata straordinariamente in diocesi il 27 febbraio 1993.

Carissimi fratelli ammalati,

sono contento di stare, in questo meriggio, qualche minuto insieme con voi, sia pure facendo mi solo ascoltare e non vedere. Ma non importa: tra non molto spero anche che il nostro volto reciprocamente possa essere svelato l'uno all' altro.

Festa dell'ammalato, festa del Risorto

Oggi celebriamo la giornata dell' ammalato e dalle quattro città sono convenuti tanti sofferenti in Cattedrale, per vivere non un momento di mestizia, non un momento di tristezza sia pur sublimata, non una liturgia consolatoria. No! Non stiamo qui col muso lungo. Non stiamo qui a lamentarci. Non stiamo qui a presentare l'antologia dei nostri dolori. Non stiamo facendo la mostra delle nostre disavventure di salute. Siamo venuti per esprimere una grande solidarietà. Prima di tutto con Gesù Cristo. Il Risorto. L'amante della Vita. Egli è il capo del nostro sindacato. Sì, è il capo del sindacato degli ammalati, dei sofferenti, e quindi oggi vogliamo esprimere a lui tutta la nostra prossimità. E poi vogliamo esprimere anche tanta solidarietà verso gli altri fratelli che stanno accanto a noi, che soffrono dolori più atroci, o meno violenti o uguali ai nostri: non ci è dato di fare misurazioni. Qui ognuno si porta in gola il suo groppo di amarezze che poi si scioglie in un empito di speranza, di gioia, di luce: doni della Pasqua del Signore.

Ebbene, che cosa vogliamo fare, oltre che pregare per noi, per la nostra buona salute, per la salute degli altri, per la salute dei nostri cari? Che cosa vogliamo fare oggi? Come intridere la nostra vita nei sapori della Risurrezione?

Contestatori stabili del mito dell'efficienza

Vi porgo alcune riflessioni soltanto, come ve le può offrire un vostro collega. Perché anch'io quest' anno sono, insieme con voi, partecipe di questo mistero della sofferenza che mi onora e mi rende contento perché mi avvicina di più a Gesù Cristo.

Una prima riflessione. Oggi il mondo corre sui binari dell' efficienza: produrre, produrre produrre... Scivola sulle strade a scorrimento veloce del produttivismo: se non produci, se tu non fai niente, se non riesci a costruire nulla nella società, a che servi? Oggi il mondo vola sulle grandi carreggiate delle realizzazioni concrete per cui chi non produce, chi non è efficiente, chi non mette sul mercato della vita i valori così banali delle cose, dell' affare, del business... non conta nulla. Oggi, purtroppo, questo è il criterio predominante: il binario dell' efficienza.

Di fronte a questo meccanismo dèll'efficienza che stritola i più deboli, che cosa stiamo a fare noi ammalati? Che senso ha il nostro continuare a vivere? Costretti su lettighe di dolore, handicappati, gente lacerata da mille sofferenze fisiche prodotte da un tumore selvaggio («il drago che rode dentro», diceva Davide Maria Turoldo che è morto l'anno scorso proprio per il male del secolo, come lo chiamano. Speriamo che sia il male del secolo! Perché avrebbe ormai pochi anni di vita. E forse potremmo farcela pure noi a scavalcare questi sette anni che ci mettano a riparo nel secolo nuovo). Dunque, dicevo: che stiamo a fare noi, gente lacerata da tanto dolore che ti immobilizza e ti inchioda sulla sedia a rotelle? Gente stritolata da un male congenito, che affonda le radici proprio alle origini della esistenza: ciechi nati, sordomuti, poveri, handicappati, oligocefali? Gente schiacciata dalle conseguenze nefaste di un incidente stradale, oppure mutilata sul lavoro, che ti ha stroncato i progetti nei quali si erano riposte mille speranze e tante attese così puntigliosamente disegnate a tavolino? Che ci stiamo a fare? C'è pure per noi un ruolo da giocare? Non con il compianto di chi ci sta attorno e neppure col pregiudizio di chi pensa alla nostra funzione come a qualcosa di estremamente marginale, e, non di essenziale, per la vita del mondo?

Ma che cosa è diventata questa sera la nostra splendida Cattedrale: hangar dove sono convenuti in deposito i carrozzoni umani fuori uso? Garage delle macchine che non servono più? Che cosa siamo noi: mendicanti in cerca di pietà?, poveri in cerca di surrogati di speranza?

Senza il dolore di Cristo e dei suoi fratelli, il mondo si scompenserebbe

A questo punto vorrei far esplodere fortissimo il mio «No!». No, non è così.

Attenzione, perché qualche volta, soprattutto nei momenti di disperazione (non di disperazione, perché un credente non si lascia assoggettare alla disperazione), nei momenti di caduta di tono, potremmo soggiacere anche noi a questa tentazione.

Vedete, vi dico una cosa. Se noi dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti) il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l'ossigeno nell' aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte.

La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell'universo verso il traguardo del Regno. In questo Gesù è il nostro capo. Bellissimo, stasera, sentircelo al centro, Gesù. Lui confitto su un versante della croce e noi confitti, sull' altro versante della croce, sul retro.

Gesù comunque è in mezzo a noi. È toccabile. E quando abbiamo bisogno di lui non è necessario urlare: basta chiamarlo, perché sta appena dietro di noi. Gesù è il nostro capo. È il capo delle nostre attese. E noi, turbe di ammalati, abbiamo lui come responsabile del nostro sindacato.

Noi dovremmo sentirci fieri di questa chiamata: perché si tratta di vocazione.

È Gesù il centro. È lui che conta. È lui il capo. È lui che sta seduto accanto a noi quando gridiamo a causa del dolore, oppure ci muoviamo sotto le £lebo, oppure non riusciamo a stare fermi né sopra un materasso di lana né sopra un letto di piume. È lui che si mette accanto a noi e ci dice che ci ama e che ci vuole bene.

Da una parte c'è lui. E dall'altra c'è lei, Maria, la nostra dolcissima madre, la regina degli infermi. Salus infirmorum: colei che viene incontro e mette la mano sulla fronte dei suoi figli febbricitanti e percepisce subito la temperatura senza aver bisogno di termometri. E non ha bisogno di chiedere per sapere del nostro stato di salute, perché lei lo afferra a volo guardandoci negli occhi.

E la vostra tristezza si cambierà in gioia

E ora, perché il nostro lamento si trasformi in danza, vorrei aggiungere qualcosa.

Non dobbiamo vergognarci della nostra malattia. Non è qualcosa da tenere nascosta. Non è un tabù. È, come dire, quella parte della nostra carta di identità che ci fa rassomigliare di più a Gesù Cristo. Come facciamo a tenerla nascosta? È una tessera di riconoscimento incredibile, straordinaria. Non dobbiamo vergognarci della nostra malattia. Dobbiamo esserne fieri.

Inoltre dobbiamo lottare contro la malattia. Dobbiamo lottare, mai rassegnarci. Mai rassegnarci, come non si è mai rassegnato Gesù.

Gesù, Maria, non sono state mai delle persone rassegnate. Hanno sempre combattuto fino all'ultimo. E anche per noi ci deve essere lo stesso coraggio. «Se sappiamo lottare in piedi dobbiamo saper lottare anche in ginocchio», diceva Seneca a un gladiatore.

Quindi coraggio a tutti quanti. Il Signore Gesù è con noi. Tanti amici sono con noi. Ci vogliono bene.

Non abbiamo paura della solitudine! Perché nel mondo ancora non si è disseccata la buona radice delle anime generose.

Finalmente, per vivere con fede la nostra dolorosa vicenda, ricordiamoci che la malattia non è il frutto dei nostri peccati personali. Qualcuno potrebbe pensare questo e dire: «Signore, cosa ho fatto io per meritare tutto questo?», oppure, come dicono i nostri anziani, «tutti io te li ho messi i chiodi sulla fronte perché dessi a me tanto dolore?».

La malattia non è frutto dei nostri peccati personali. Perché il Signore non dà la sofferenza e il dolore a seconda dei meriti e dei demeriti di una persona. Tutto ciò che riguarda la sofferenza è un mistero che ci trascende e che va oltre di noi.

Abbandono al fratello come segno dell'abbandono in Dio

E poi (lo sto sperimentando io in questi giorni), con la malattia dobbiamo fare l'esperienza dell'umiltà, dell'abbandono, dell'affido. Chi è abituato a una certa fierezza, ha pudore a lasciarsi servire dagli altri. Teme di dare fastidio ai parenti, agli amici. Soffre quando vede che gli altri si trovano in disagio per lui. Non sperimenta quell'abbandono disteso nelle braccia dell' amico, cioè di chi ti vuol bene. Nelle braccia del Signore forse sì, ma nelle braccia dell' amico no. Allora dobbiamo fare esperienza dell' abbandono. Questa esperienza dell' abbandono nelle braccia di chi ti vuol bene è segno. Segno e forse anche strumento dell' abbandono totale nelle braccia di Dio. E in questo consiste la fede teologale.

Tanti, tanti auguri carissimi fratelli.

Il Signore vi benedica insieme con tutti coloro che vi stanno accanto e che vi danno una mano perché la vostra salute rifiorisca.

Permettete che ve lo dica all'inizio della quaresima: Buona Pasqua!

 

 

UN DIO CHE SCONCERTA
Articolo scritto per il settimanale diocesano e apparso sullo stesso il 7 marzo 1993.

Ogni volta che l'orario mi permette una piccola sosta nella stazione di Firenze, non manco di entrare nella vicina basilica di S. Maria Novella.

E corro subito, sulla sinistra, a inginocchiarmi davanti a un singolare affresco intitolato «Trinità», ma che in effetti riproduce la Crocifissione: con lo Spirito che aleggia facendo splendere il capo del Padre, il quale, sovrastando sul Figlio in Croce, sembra gli protegga le spalle.

L'opera, splendida, è del Masaccio. Ma io corro a contemplarla, non tanto per motivi estetici, quanto perché nella diuturna penombra della Chiesa, al timido guizzare delle fiammelle, mi sento subito immerso nel mistero struggente del Calvario e, soprattutto, perché nell' affresco è riportato un messaggio teologico di grande densità.

Dietro la Croce, infatti, che sembra sollevarsi da terra, Dio Padre, con le braccia distese, sostiene con i suoi polsi non solo il legno, il «dulce lignum», ma anche il carico delle sue ferraglie patibolari, i «dulces clavos», e, soprattutto, il peso del condannato, il «dulce pondus».

Vi assicuro: è una contemplazione che vale la lettura di tutti i quaresimali del Savonarola.

È un «testo» che fa schizzare dal cuore «tuo» fiotti di speranza con la stessa forza con cui, dal costato «suo» schizzano fiotti di sangue, del quale vorresti ubriacarti.

È un invito alla fiducia che parte dal cuore di Dio. Egli alleggerisce sempre le Croci dei suoi figli. Anzi, se ne fa carico totale. E, poi, per farli giungere questi messaggi d'amore, non disdegna di usare, come carta per scrivere, perfino i calcinacci!

Certo il nostro Dio è un Dio che sconcerta. Non allineato con nessuna logica umana. Imprevedibile.

E noi lo avvertiamo, soprattutto quando la vita, prima o poi, ci conduce a dover intrecciare rapporti col dolore, fisico o morale, e con Colui che ne permette il devastante dispiegarsi sulle nostre carni o sulla nostra anima.

Ma perché mai il Signore, prima ti dà una Croce, poi te la toglie, o te 1'alleggerisce?

Perché si diverte con noi, con questo stile che non è assolutamente praticato nei nostri giochi di amore terreni?

Perché questo «cuci-scuci» sul panno già sfibrato della nostra povera vita?

È difficile rispondere. L'unica cosa che si può dire (essenziale, però, e appagante) è che il Signore non ci lascia soli nella prova. No! Il suo non è il divertimento di chi prova gusto a vederci dondolare sull' altalena dei dolori. Egli è triste quando noi siamo tristi. Piange quando piangiamo. Non solo accanto al letto delle malattie fisiche che distruggono inesorabilmente il nostro corpo, ma anche al capezzale dei no

. stri dolori morali: la fuga di una figlia, che è partita in campeggio con compagni sconosciuti, e non è tornata più. L'abbandono della casa nuziale di lui che si è innamorato della sua collega d'ufficio. Il pianto di quei genitori che se ne vanno insieme alloro crepuscolo mentre osservano nei figli il rifiuto di tutti i valori portanti che innervano l'esistenza. L'ombra di un fallimento economico. Il capestro strozzino degli usurai... che stanno alle porte.

Quante croci, di fronte alle quali il volto del Padre si oscura, come se fossero ostacoli ineluttabili anche per lui!

Ma ecco che Egli si muove a compassione di chi lo invoca, e corre a deporlo dalla croce, o a sostenerlo con tutto il suo carico.

Grazie, Trinità Santissima, per questo messaggio di luce, di speranza e di coraggio che ci trasmetti dalle croste di quelle pareti.

Io non so se tornerò più a Firenze, a contemplarti in questo mistero del Tuo «con-soffrire» con gli uomini.

Una cosa è certa: che continuerò a lottare, perché so che alle spalle ci sei Tu e che, quando per me incomberanno le ombre della notte, forse grazie anche all'af fresco del Masaccio, mi addormenterò tranquillo tra le Tue braccia.

 

 

FARE SPRECO DI GENEROSITÀ
Trascrizione dell'omelia del Vescovo pronunciata durante il rito di Ammissione tra i candidati agli Ordini Sacri (svoltosi in Episcopio il 19 marzo 1993) dei giovani seminaristi V. Di Palo e P. Rago.

Io sono grato al Signore perché questa celebrazione viene fatta qui. Credo che ve ne ricorderete sempre, per due circostanze.

Prima di tutto perché oggi è la festa di San Giuseppe, «protector sanctae ecclesiae», il custode della Santa Famiglia, il tutore della Chiesa nascente, colui che ha tenuto a battesimo (se l'imprecisione la si può lasciar passare) la Chiesa quando la custodiva già presente nel grembo di Maria. È una circostanza bellissima che adombra in un certo senso la vostra missione. Deve essere una missione generosa, limpida, trasparente, silenziosa, a favore della Chiesa.

E poi c'è l'altra circostanza: celebriamo questo rito qui dentro. lo sono certo che quando voi, divenuti sacerdoti, verrete a trovare il Vescovo, chiunque sia, direte sempre: «Qui dentro io sono stato ammesso agli Ordini Sacri. Sono stato accolto proprio nel grembo, starei per dire; di più che in Cattedrale che è la sede del Vescovo, il cuore della Diocesi. Qui dentro, nella cella segreta, nella parte sacrale, più intima sono stato accolto nel presbiterio.

E questo vi deve indurre, già da adesso, ad esprimere un forte progetto: quello di essere sempre in sintonia con il vostro Vescovo, in unità di affetti, di preghiera, di sentimenti, di logica. Perché siete stati accolti qui dentro, in questa stanza, che di sacro non ha nulla se non il crocifisso e i segni della dottrina cristiana. Ecco sono due circostanze che devono rimanervi Impresse.

Ma la cosa più importante che vi voglio dire è quello di fare veramente con il Signore spreco di generosità. Guardate, non impressionatevi per i problemi che ci sono nel mondo, per le difficoltà che dovete incontrare per arrivare alla meta del sacerdozio. È difficile oggi che dei giovani scelgano di seguire Gesù Cristo con totalità, con libertà, con amore, lusingati come sono da tante seduzioni: le seduzioni della strada, della piazza, del successo, non dico del denaro, perché forse, grazie a Dio, nonostante la promessa di povertà, di fame non morrete nella Chiesa. Però dovete rimanere poveri, nella condizione di dipendenza da Dio, sentirvi poveri davanti a Lui. Ci sono lusinghe, le lusinghe della ricchezza, che vi attraggono, che attraggono tanti giovani: voi resistete a queste lusinghe e andate avanti con gioia perché volete seguire il Signore. Ma è difficile, oggi. Ci sono lusinghe bellissime, dolcissime, nella cui trama di rugiada, carica di luce, che sa di cancelli che immettono nell' aldilà, nell'ulteriorità, è facile abbandonarsi, come la lusinga dell'amore, dell' amore per una donna. Pure dentro di voi batte il cuore per queste cose sante, pure e nobili. Eppure voi con grazia, con garbo, accantonate e mettete da parte con la stessa delicatezza con cui accarezzate il volto di Gesù Cristo. Mettete da parte tutta questa potenziale esperienza che potete avere per dire: «Signore, io seguo Te più da vicino, in modo più stretto. Voglio vivere in un legame più forte per poter essere più pronto a darti una mano, più agile perché i miei piedi che annunciano la pace sui monti possano essere salutati con gioia da chi sta a valle».

«Beati i piedi di coloro che sui monti annunciano la pace». Coraggio, non lasciatevi lusingare oppure tirar dietro: guardate avanti con grande fierezza, con grande gioia perché il Signore è vicino. Il Signore ha bisogno di voi. Il tempo si è fatto breve. Tantissimi giovani hanno bisogno di Lui, hanno bisogno di sentir parlare di Lui. I figli chiedono il pane e non c'è chi lo spezza per loro - dice un salmo - e quindi voi fate questa prova di gettarvi a capofitto in questo abisso di luce che è Gesù Cristo. Egli poi vi dà la forza per andare avanti. Vi sostiene. Vi dà l'entusiasmo, il gusto di vivere in mezzo al popolo, non lontano, non astratti dal mondo.

lo vi auguro che non stiate mai in testa e neppure in coda, ma possiate stare sempre in mezzo al popolo, come Gesù: «Gesù, allora si sedette in mezzo ai dottori, aprì la bocca e disse...». Si sedette in mezzo. Gesù che si siede in mezzo...

Anche voi: sedetevi in mezzo alla gente, sentite il sapore e il profumo del popolo, inebriatevi di questo grande ideale di annunciare Gesù Cristo.

È splendido: dà significato alla vostra vita. Parola di uomo. È così. Il Signore Gesù è in grado di rendervi felici al punto tale che di questa felicità sentite il bisogno di trasferirla agli altri, a tutti coloro che vi accostano.

Una giornata, quella di oggi, che non dovete dimenticare. Avete vissuto questa Sinassi, questa Liturgia, questa Eucarestia, insieme a tanta gente che vi vuole bene, sostenuti alle spalle e anche davanti dal popolo e dal Vescovo. È straordinariamente gioioso oggi vedere trasformata in Cattedrale questa stanza.

Interpreto a nome di tutti quanti l'augurio che possiate essere dei giovani generosi, umani.

Vincenzo, Pasquale, chiedete ogni giorno a Dio che vi dia un cuore umano che batta secondo i suoi ritmi. Quanti saranno i battiti di Gesù Cristo? Come vorrei che il mio cuore battesse come il suo, in sintonia col suo per poter trascinare tutti quanti in un vortice di amore, di tenerezza, di bontà. Chiedete al Signore che vi dia un cuore umano perché possiate essere capaci di capire la povertà della gente, il peccato della gente, la paura della gente, la tristezza della gente, il pianto della gente, che non legge nessuno perché oggi ci sono pochi lettori di questi «audiovisivi». Sono degli audiovisivi il pianto, la sofferenza, il dolore.

All'inizio avete cantato: «Perché della morte Lui si prende gioco»: il Signore si prende gioco della morte. Cos'è la morte davanti a Lui? Cos'è la malattia davanti a Lui? Cos'è un tumore davanti a Lui? Cosa volete che sia! Come facciamo a non vivere nella gioia, nel gaudio, nella speranza del Signore? Della morte Lui si prende gioco. Il Signore non ci abbandona mai.

Il Signore vi dà la mano, stasera, e la tiene sempre invisibilmente stretta. E a meno che non siate voi a dichiarare il divorzio, state tranquilli che Lui da voi non si allonterà mai più. È l'augurio che vi faccio ed è anche l' offertorio che presentiamo al Signore.

 

 

LA STAGIONE DEGLI UOMINI LIBERI
Messaggio inviato il 20 marzo 1993 ai partecipanti al convegno «Mafie e Nonviolenza» tenutosi a Castellammare di Stabia.

Carissimi,

Dio solo sa quanto era forte il desiderio di trovarmi insieme con voi quest' oggi. Anche solo per sentire il calore di mani conosciute e il vissuto di volti lontani nello spazio ma vicini nel cuore.

Ma il drago con cui il mio corpo e il mio spirito stanno lottando me lo ha impedito. Ma - vi assicuro - non gliela darò vinta, l'ultima parola sarà la vita.

Anche voi discuterete in questo convegno del drago; del drago criminale, violento che ammorba il tessuto del nostro povero Sud. Un drago nato dentro il suo corpo e che solo il suo corpo riuscirà a vincere. Avrei voluto essere tra voi per dirvi due sole parole: coraggio e sperate.

Con Gioacchino da Fiore siamo consapevoli che l'età degli schiavi è finita, sta crollando, cade a pezzi.

La stagione degli uomini liberi è già cominciata e solo il coraggio potrà renderla duratura.

Il riscatto coraggioso della dignità degli uomini è già l'inizio dell'esodo, della rottura dei legami con tutti: faraoni visibili e invisibili che incatenavano le ricchezze umane della nostra terra.

Ma non basta. Perché l'età degli uomini liberi non sia un evento fugace, perché la nonviolenza non sia un evento eccezionale, occorre organizzare la speranza per entrare nell' età degli amici.

Convivialità delle differenze, solidarietà, giustizia vorremmo che fossero i cardini di una nuova costituzione reale, di una nuova progettualità politica che restituisca al Sud il ruolo centrale di protagonista della speranza.

Il mio augurio è che dopo questo convegno divenga a tutti più chiaro - a trent' anni dall' enciclica formidabile di Papa Giovanni XXIII - che «costruire la pace in terra» è possibile. E nessun drago la può fermare.

+ don TONINO, Vescovo