DON TONINO BELLO

 PICCOLI GRANDI LIBRI  ANTONIO BELLO

Ti voglio bene

LUCE & VITA

Presentazione

Voglio guarire, soprattutto per voi.

Introdurre Maria nei propri affari.

Domicilio di Cristo

Una croce con le ali, una croce senza peso
Violenze subdole
Cari sacerdoti
U n pieno di gioia

Come linfa vitale
Un Dio che sconcerta
Fare spreco di generosità
La stagione degli uomini liberi

Il Calvario fontana di carità, di speranza e di fede
Torchio e spirito

Non contristatevi
Auguri

 

DOMICILIO DI CRISTO
Riflessione scritta come meditazione quaresimale e pubblicata in «Luce e Vita» il 28 marzo 1993.

Il calendario liturgico ricorda, al 7 di marzo, due Sante africane, Perpetua e Felicita, legate dalla stessa Fede e dallo stesso martirio.

Perpetua era una nobile matrona e aveva un bambino ancora lattante. Felicita era la sua schiava.

Nel 203, poiché infieriva a Cartagine la persecuzione sotto Severo, le due giovani donne furono arrestate e imprigionate, in attesa di essere condannate alle bestie nel circo della città. Felicita, però, la schiava, era incinta all' ottavo mese, e, secondo il diritto romano non poteva essere sottoposta alla pena di morte nell' arena.

Giunse la data del supplizio, e il giorno precedente Felicita stette a pregare insistentemente i soldati e le autorità perché non le privassero dell' onore di morire per Cristo. Inutilmente. Ma quello che non poterono concedere le autorità, lo concesse Gesù. La notte prima dello spettacolo, la giovane donna, nel carcere, fu colta dalle doglie del parto. Assistita dalla sua padrona, si dibatteva contorcendosi e gridando, e, allora, una delle guardie, sghignazzando, le disse: «E tu, che non sai sostenere neppure le doglie del parto, vorresti sopportare la violenza delle bestie che ti squarteranno?».

Felicita allora replicò con una risposta di straordinaria ispirazione: «A soffrire stanotte sono io. Ma domani sarà Cristo a soffrire in me: perciò non ho paura».

E Cristo che soffre in me. Dal carcere di Cartagine questo messaggio, vecchio di secoli e giovane come vena d'acqua che sgorga tra le rocce nel mese di marzo, giunge a tutti coloro che sono affranti dal dolore e li riempie di gioia. Ora che arriva Pasqua, soprattutto. Non c'è da aver paura.

Gesù prosciuga i nostri dolori, li assorbe nei suoi e non ce li fa sentire più. Anche se sulle nostre labbra esplodono gli «Ahi, mamma mia», e sui nostri occhi brillano le lacrime della sofferenza, le modulazioni del nostro patire si condensano della felicità di saperci tutt'uno con Cristo.

È lui che soffre in noi.

Ha scelto il nostro corpo come domicilio per il suo Venerdì Santo. È lui che soffre in noi, perché a Pasqua possiamo essere noi a gioire in lui.

Coraggio, fratelli e sorelle che soffrite. Il grande giorno è vicino. Sarà un giorno di luce pure per noi.

Le acque lustrali del battesimo ci lambiranno dalle chiese che non potremo raggiungere. Dell'«exultet» percepiremo l'eco indistinta che irrompe dalle cattedrali. Forse l'alba della Risurrezione la saluteremo dal letto e gli squilli delle campane ci giungeranno da lontano.

Quel giorno, però, sentiremo Gesù vicino alla nostra croce come non mai.

 

 

IL CALVARIO FONTANA DI CARITA', DI SPERANZA E DI FEDE
Durante la quaresima, il venerdì Mons. Bello attraverso una emittente locale (Radio Christus) dal suo giaciglio condivideva la preghiera e le sue riflessioni con gli ammalati. Il testo riportato è la trascrizione (rivista poi dallo stesso don Tonino) di una meditazione quaresimale trasmessa il 19 marzo 1993 e apparsa su «Luce e Vita» il 4 aprile 1993.

Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l'amore di Dio.

Quando io sento dire che la croce, manifestazione suprema dell' amore di Dio, è una crudeltà che ha inventato il Signore... quando sento dire che non deve il Signore far soffrire coloro che per amore ha creato... quando sento dire qualche volta che il Signore è duro con noi... io mi sento male, perché non è così.

La croce è la manifestazione, è l'epifania più alta dell' amore di Dio per noi. Ha mandato Suo Figlio sulla croce perché ci togliesse tutti i nostri peccati, ci redimesse, ci rendesse puri.

Anche noi, sulla nostra croce rendiamo più pura l'umanità e più buono il mondo. Anche il letto del nostro dolore dovrebbe essere fontana di carità. Ognuno dovrebbe dire: «Signore, io non soltanto mi affido a Te e sono felice di partecipare a questa operazione della carità in cooperativa con Te, ma Ti ringrazio di questo privilegio. Perché tra gli operai scelti, Tu hai preso proprio me. Mi hai chiamato per nome perché io collabori con la Tua opera di salvezza. Grazie perché il mio letto di dolore è fontana di carità, è sorgente di amore. Di amore per Te, ma anche di amore per tutti i fratelli».

Ecco perché noi dovremmo prendere coscienza dei valori di cui siamo portatori. La mulattiera del Calvario, cioè la strada che porta da Gerusalemme al Calvario è lunga, però finiremo di percorrerla. Non durerà per sempre. E sperimenteremo, come Cristo, l'agonia del patibolo, ma «per tre ore», non per molto.

Coraggio! La nostra esistenza non è inutile. Il nostro dolore alimenta l'economia sommersa della grazia. Sì, ci sarà da qualche parte un immenso deposito della grazia. La nostra sofferenza alimenta, rigonfia l'otre della grazia perché poi si riversi sul mondo in un empito di carità.

E capiremo che il nostro martirio non è stato un assurdo, una crudeltà di Dio, una sua ingerenza nella nostra storia disturbata dal dolore. Invece il nostro martirio, la nostra sofferenza ha alimentato il fiume della redenzione raggiungendo i più remoti angoli della terra. Il nostro dolore è come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo.

Il Calvario non è soltanto la fontana della Carità, ma anche la sorgente della Speranza.

Quando pronuncio la parola «fontana» l'immagine che mi viene sapete qual'è?

Nel basso Salento ogni tre o quattro paesini, lungo la strada provinciale, si notano delle costruzioni, dei torrioni che si trovano sulla parte più alta del paese: raccolgono le acque che vengono dal Sinni che poi si diramano, attraverso canalizzazioni appropriate, verso tutta la città. Quando io penso al Calvario come fontana della speranza penso proprio a questi acquedotti, a queste torri da cui si diparte 1'ondata, il flusso della gioia, della luce, della speranza.

Che cosa è la Speranza?

Speranza significa forza di rinnovare il mondo.

Forza di cambiare le cose. Nonostante tutto. Nonostante la malattia, nonostante la sofferenza, nonostante il pianto di chi, come Corrado che è stato inutilmente operato al cervello o di Angela, di Giovinazzo, che alcuni anni fa ha avuto la prima Comunione da me in casa sua il giorno di Pasqua perché con le altre compagne in chiesa non ci sarebbe andata mai più. Nonostante le sofferenze di Nicola e di Annalisa che, dopo tre anni di matrimonio, dopo aver messo al mondo una creatura poi se ne sono andati ognuno per la sua strada perché non hanno più nulla da dirsi.

Quante sofferenze ci sono!

Però è proprio dal Calvario che si diparte la speranza. Il mondo può cambiare. E noi che siamo ammalati o che pure siamo vittime di tante sofferenze morali, noi possiamo contribuire a cambiare il mondo. Con grande fiducia, appoggiando il nostro capo sul capo di Gesù che rantola sulla croce.

Io vorrei tanto che ognuno di noi sentisse questa vicinanza con Gesù Cristo, questa passione, questo rantolo del suo respiro nelle sue orecchie. Il mondo cambia, il mondo cambierà, il mondo sta cambiando. È incredibile quello che sto dicendo, però, vedete, le ragioni del nostro pianto non hanno più motivo per esistere. La risurrezione di Gesù ha disseccato tutte le sorgenti del pianto. E tutte le lacrime che si trovano in circolazione nel mondo sono come gli ultimi scoli delle tubature dopo che hanno chiuso l'acquedotto. Le lacrime che gorgogliano ancora negli occhi degli uomini sono come quest'ultimo rimasuglio delle tubature.

Riconciliamoci con la speranza. Arriva la Pasqua: frantumi il nostro peccato, frantumi le nostre disperazioni. Ci faccia vedere le tristezze, le malattie, la nostra confusione, il nostro fallimento, il nostro smacco, il nostro buco (perché potrebbe sembrare che abbiamo bucato nella vita)... ci faccia vedere perfino la morte dal versante giusto, dal versante della risurrezione, che è il versante della speranza.

* * *

Il Calvario non è soltanto la fontana della Carità. Non è solo 1'acquedotto della Speranza, ma è anche la sorgente della Fede.

Per quale motivo?

Fede significa abbandono: «Padre mio mi abbandono a te».

Sul Golgota Gesù ha compiuto l'atto supremo di fede nei confronti del Padre. Sul Golgota risplende la fede di Maria che, quando Gesù emette l'ultimo sospiro, rimane l'unica a illuminare la terra per tutto il venerdì e il sabato santo. Bene, è il luogo della fede, il Calvario. Ma anche per noi il nostro piccolo calvario, quello che si racchiude nel perimetro di quattro pareti, deve essere il luogo della fede, della fiducia, del nostro abbandono in Dio.

C'è una preghiera molto bella di Charles de Foucault, che traduce questo abbandono. lo avevo paura quando, stando in buona salute, ogni sera la ripetevo. Adesso che sto ammalato la dico con gioia.

«Padre mio, io mi abbandono a Te. Fa' di me ciò che ti piace. Qualsiasi cosa Tu faccia io Ti ringrazio! Sono pronto a tutto, purché la Tua volontà sia fatta in me e in tutte le tue creature. lo non desidero altro, mio Dio! Rimetto la mia anima nelle Tue mani, Te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché Ti amo. Ed è per me una necessità di amore donarmi e rimettermi nelle Tue mani, senza misura, con infinita fiducia, perché Tu mi sei Padre».

È una preghiera che sa di gioia, di luce, di pace, di conforto non soltanto per noi, ma anche per coloro che stanno bene e non hanno problemi.

Non rassegnamoci. Consegnamoci, se mai. Il Venerdì Santo è il giorno della consegna: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».

Ed è anche il giorno in cui vogliamo fare un accaparramento grande di fede in modo da distribuirla a tutti coloro che ne hanno bisogno. E quando la gente viene da noi e ci dice, come le vergini stolte: «non abbiamo più olio», noi possiamo rispondere: «non vi preoccupate, venite nel nostro frantoio, ne abbiamo a quantità per voi e per tutti».

 

TORCHIO E SPIRITO
Testo dell'omelia dettata e fatta leggere in occasione della Messa Crismale (8 aprile 1993); alla quale volle partecipare, pur «inchiodato» su una sedia.

OMELIA PER LA MESSA CRISMALE

Olio fluente che sembra gemere ancora sotto la stretta dei frantoi.
Olio che lampeggia ai raggi del sole e provoca riflessi di santità.
Olio che inonda, come negli antichi trappeti, tinozze di legno con un carico di tenerezza.

È l'olio oggi il protagonista di questa liturgia.

Olio che provocava, un tempo, più di ogni altro segno sacramentale, lo stupore delle moltitudini che si raccoglievano nelle Cattedrali del Medio Evo, tra alitare di infule e tra volteggi di note gregoriane: «Ave Sanctum oleum» (Olio Santo, Ti saluto).

L'olio proviene dal tormento dei torchi. Perciò, oggi, è inesorabile che si debba parlare del gemito del mondo che, in questi giorni, ci sta lacerando l'anima.

Ma siccome l'olio, che tra poco con la preghiera consacratoria del vescovo brillerà nell'iride del crisma profumato, è simbolo dello Spirito, è altrettanto inesorabile parlare di gioia, di speranza, di luce, di attese, perché lo Spirito non ha abbandonato la Terra, ma la riempie ancora della sua potenza e della sua gloria.

Alcuni anni fa ho visto, in un santuario della Calabria, un singolare Crocifisso proveniente dal Centro America. La Croce era costituita da un torchio pesante stritolato da schiavi. Tra una barra e l'altra che si stringevano in una morsa mortale, c'era Lui dai cui fianchi e dalle cui membra schizzavano fiotti di lacrime e di olio.

L'olio andava a toccare tutte le realtà umane ferite dal dolore: le terre dei campesinos, il pianto dei deportati e degli oppressi, la disperazione torchiata ogni giorno dalla cattiveria degli uomini o dalle intemperie dell' atmosfera.

Ma scendeva anche a illuminare albe di Risurrezione, mondi riscattati dalle ingiustizie, spazi sconfinati su cui si tocca la presenza di Dio.

Torchio e Spirito, dunque. Giorno del torchio, e giorno dello Spirito.

Il giorno del torchio

Non sfugge a nessuno che stiamo vivendo «dies amaritudinis» quali ci è sembrato di non vivere mai. Perfino ad attardarsi sulla rievocazione delle violenze si dà l'impressione di essere stancamente ripetitivi.

La situazione internazionale, gli eccidi, gli spettacoli della fame ci sfilano davanti agli occhi come grondaie inconsumabili, e si ha la tentazione di pensare a situazioni senza sbocco.

La condizione nazionale ci fa a volte dubitare perfino del nostro equilibrio mentale, a tal punto si sono allontanati i parametri del nostro comune sentire da comportamenti non più inquadrabili in un minimo di moralità.

La nostra coscienza morale ne esce schiacciata da questa temperie di dolore.

È il tempo del torchio. È il tempo della pressura. I frantoi scrosciano delirio. Il nostro animo si gonfia di turbamento. Siamo presi dallo sconforto.

«Magna sicut mare contritio mea.» («Grande come il mare è la mia sofferenza»: Ger. 2, lJ). È l'espressione di Geremia che la Chiesa adatta sulla bocca di Maria schiacciata un tempo anch' essa dal torchio del Figlio e oggi desolata per i frantoi dei figli.

Quando poi, a questa pressura provocata dalla barbarie degli uomini, si aggiunge lo sgocciolare della sofferenza personale permessa dal disegno provvidenziale di Dio, si percepisce il torchio come ceppo che ti incatena e ti inchioda al legno della ineluttabilità.

Il giorno dello Spirito

Ma oggi è anche il giorno dello Spirito. Senti nell'aria rintocchi arcani di felicità i quali annunciano che non è finita per il nostro vecchio mondo: l'aroma dell' olio misto al balsamo inonderà tra poco il tempio, e dal tempio le strade, e dalle strade le case, e dalle case i campi, il mare, il cielo.

È il crisma, segno dello Spirito che si riprende i suoi spazi, che rioccupa le zone da cui si pensava fosse stato rimosso, che sembrerà come patina d'oro sulla superficie delle cose, anzi ne squarcerà l'anima e le consacrerà, orientandole già verso l' omega della nostra esistenza redenta.

Celebrando, allora, la «Gloria di Colui che tutto muove e l'universo penetra e risplende», celebriamo la festa della speranza. Certo, non possiamo nasconderci la gravità del momento. I segni dei tempi sono minacciosi. Il rosso di sera non compare all'orizzonte. È già tardi.

Ma, davanti all' ampolla del crisma, che volete che sia il precariato del nostro disagio?

Non vedete quanti fiori spuntano sulle piante dei nostri giardini? Se c'è un rammarico in coloro che le condizioni di salute rendono preoccupati della loro vita, è proprio il prevedere di non vivere a sufficienza per poter assistere alla raccolta dei frutti, i cui semi piangendo abbiamo sepolto nei solchi, e le cui spighe traboccheranno da silos di felicità.

Non vedete quanta gente lavora per il Regno di Dio?

Non vi accorgete di quanta gente, pure apparentemente fuori dai nostri perimetri cristiani (atei, miscredenti), assume la solidarietà, la gratuità, la lotta per la pace come criteri supremi della propria vita morale?

È vero che camminiamo tutti sui fili infidi delle Tangentopoli; ma chi non si accorge che la trama del volontariato (casalingo, nazionale ed internazionale) ci avvolge sotto spirali d'amore?

È vero che il processo di violenza non può lasciarci tranquilli; ma è anche vero che andiamo sperimentando la presenza di turbe di gente che non si sono arrese alla barbarie dei cavernicoli.

È vero che rispuntano rigurgiti di guerra; ma è anche vero che gli stimoli di pace li si può cogliere ad ogni svolta di siepe.

È vero che i giovani fanno problema per la loro indifferenza di fronte ai mali della terra; ma è anche vero che non sanno a chi rivolgersi più per chiedere luce.

Quante loro lettere mi parlano di cieli e terre nuove, in cui lo slancio dell'utopia si coniuga con la praticità dei progetti e con il coraggio di portarli a buon fine.

E poi la gente. Quando viene a trovarmi, in questi giorni della mia Pasqua, io rimango sempre più colpito dalle spalle. Come sono evocatrici di speranza le spalle degli ospiti quando prendono congedo da un ammalato e tu ti lasci prendere dalla invocazione: grazie Signore, perché al mondo hai messo questa gente. E ce n'è tanta, e sono i più!

I progetti dello Spirito

E ora, in questa situazione di marasma generalizzato, abbiamo il dovere di chiederci quali compiti oggi lo Spirito Santo ci affida per rendere più felice la gente.

Qual è il nostro posto?: la chiusura, il ritiro nella sicurezza dei nostri rigidi principi, la presa di distanze dal mondo al quale siamo chiamati a portare la nuova Evangelizzazione?

Oggi non dovremmo uscire da questo Tempio se nella cartella non abbiamo chiaro il diario dei nostri compiti a casa che, proprio in questa Messa Crismale, lo Spirito ci assegna.

E allora io penso che l'indicazione fluente dal Sacramento dell'Olio sia questa: oggi, come non mai, si sta prendendo coscienza dell' origine e del destino «unico» dell'umanità; ne deriva che devono cambiare, decisamente, i nostri rapporti con 1'altro, non solo con i terzomondiali ma anche con chi abita al pianerottolo di fronte. Se non ci diamo una regolata al riguardo, con che faccia torneremo, stasera, nelle nostre Comunità dicendo che abbiamo celebrata la festa dello Spirito che unifica, che lega, che rompe i sistemi, che dà sapore di famiglia alle nostre convivenze?

Amiamo il mondo e la sua storia. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio. Usiamogli misericordia. Non opponiamogli sempre di fronte i rigori della legge se non li abbiamo temperati prima con dosi di tenerezza. Dalle nostre comunità si sprigioni tanta simpatia nei confronti delle Istituzioni pubbliche. Siamo chiamati a collaborare non a contrapporci, a incoraggiare non a guardare unicamente con occhio critico, a gioire quando i progetti degli altri vanno a buon porto e a rattristarci quando falliscono.

Apriamo le nostre Chiese. Anche esteriormente siano segni, sia pur lontani, dell' accoglienza di Dio.

Si faccia sempre più pressante sulle vostre labbra il canto di Pentecoste: «emitte coelitus lucis tuae radium».

Tanti auguri popolo di Dio.

Il Signore ti accompagni in questo tuo viaggio dell'esodo. Non temere la defezione dei capi o l'assalto dei lupi o la fame nel deserto o i serpenti velenosi. Il Signore, di notte, ti starà vicino sotto la nube luminosa e, durante il giorno, ti preparerà una tenda sotto cui riposare le tue membra sfinite.

E tanti auguri a voi, carissimi presbiteri e diaconi.

Solo il Signore sa come vorrei ripagarvi di tutte le premure pastorali, dell' alto senso di responsabilità e della grande «affectio collegialis» con cui avete continuato a far profumare il pane nella madia di casa. L'unico modo con cui posso sdebitarmi è offrire a voi le mie sofferenze e la mia preghiera.

Brilli sulla vostra fronte e nelle vostre mani il Santo Crisma.

Profumatene il mondo.

Il popolo, rinnovato dal vostro esempio e sospinto dal vostro entusiasmo, vi cinga di solidarietà, di affetti e di collaborazioni sincere. Aiutatelo nel compito a casa che oggi gli viene assegnato.

Siate felici per l' offertorio della vostra vita.

Possiate godere !'intimità del Signore e sentirvelo vicino nei momenti più tribolati.

Incrementate la letizia della Chiesa quando vi vede uniti negli incontri periodici oppure per ricreare nell'amicizia i vostri fraterni rapporti.

Cantate la speranza. E se io non potrò immergermi nel vostro concerto posso darvene ancora l'intonazione.

La Vergine Santa ci prenda per mano.

 

 

NON CONTRISTATEVI
Al termine della Messa Crismale (8 aprile 1993) fattosi portare al centro del presbiterio Mons. Bello volle per l'ultima volta incontrarsi col suo popolo per guardare ciascuno negli occhi e per esprimere con la sua voce il suo immutato affetto. Questa la trascrizione del suo intervento.

«Ho desiderato ardentemente di celebrare questa Pasqua con voi, di mangiare questa Pasqua con voi». Sono le parole che Gesù disse prima dell'Ultima Cena, proprio nel Giovedì Santo. E anch'io ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi. Gesù dice: «prima che io me ne vada», ma io non so quando me ne andrò. Chissà come piacerebbe a me di poterci trovare, l'anno prossimo, ad una solenne smentita e poter dire: «Guarda, ti ricordi che differenza!»; e allora renderemo grazie al Signore.

Per adesso, via!, andiamo avanti con grande gioia. lo ho voluto prendere la parola per dirvi che non bisogna avere le lacrime, perché la Pasqua è la Pasqua della speranza, della luce, della gioia e dobbiamo sentirle. lo le sento veramente, perché è così, perché il Signore è risorto, perché Egli è al di sopra di tutte le nostre malattie, le nostre sofferenze, le nostre povertà. È al di sopra della morte. Quindi, ditelo!

Ecco, aggiungo un altro compito a casa. Ognuno di voi ha qualcuno, qualche parente che non sta bene, qualche malato a cui dire: «Lo sai che c'è Gesù vicino a te?».

Certo chi sta a letto la luce del sole, domani, la vedrà attraverso le finestre. lo oggi ho ringraziato il Signore e ho detto: «Da quanto tempo non vedo il sole!». Comunque, anche se non vedrete la luce del sole direttamente, la vedrete attraverso le finestre; e gli alberi accarezzeranno le vostre porte e sentirete il canto degli uccelli da fuori. Non importa. Ci sarà il tripudio pasquale, la gioia pasquale che penetra come la luce attraverso le fessure della porta a raggiungere tutti. E raggiunga soprattutto voi che godete di buona salute, che potete aiutare gli altri, che date una mano a coloro che soffrono.

Mi raccomando, domani non contristatevi per nessuna amarezza di casa vostra o per qualsiasi altra amarezza. Non contristate la vostra vita. «Davanti al Risorto non è lecito stare se non in piedi», dicevano i Padri della Chiesa.

Comunque, vi faccio tanti auguri.

Tanti auguri di speranza. Tanti auguri di gioia.

Tanti auguri di buona salute. Tanti auguri perché a voi ragazze e ragazzi i sogni fioriscano tutti. Tanti auguri perché nei vostri occhi ci sia sempre la trasparenza dei laghi e non si offuschino mai per le tristezze della vita che sempre ci sommergono. Vedrete come, fra poco, la fioritura della primavera spirituale inonderà il mondo perché andiamo verso momenti splendidi della storia. Non andiamo verso la catastrofe. Ricordatevelo.

Queste non sono allucinazioni di uno che delira per la febbre. No, non è vero, andiamo in alto. Andiamo verso punti risolutori della storia, verso il punto omega, cioè la zeta, ovvero l'ultima lettera dell' alfabeto. (In italiano «zeta», in latino «zeta», in greco «omega», in ebraico «tau», il «tau» che voi avete, che molti di voi hanno. Tau è l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico). Noi andiamo verso l'ultima lettera dell'alfabeto, non verso la fine, verso l'inizio.

Quindi gioite, il Signore vi renda felici nel cuore, le vostre amicizie siano sincere. Non barattate mai l'onestà con un pugno di lenticchie.

Vorrei dirvi tante cose, soprattutto vorrei augurarvi la pace della sera, quella pace che si sentiva un tempo quando ci si ritirava presso il focolare. La pace della sera, quella che possiamo sentire anche adesso se noi recidessimo un po' dei nostri impegni così vorticosi, delle nostre corse così affannate.

Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice cori semplicità di spirito.

Poi, amate i poveri. Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà. Non arricchitevi. È sempre perdente chi vince sul gioco della Borsa.

Vi abbraccio tutti ad uno ad uno. In modo particolare, dal momento che avete fatto questo sacrificio stamattina, saluto voi della mia comunità parrocchiale (di Alessano, n.d.r.), a partire da don Gigi il parroco, e voi di tante comunità vicine.

Grazie per questa vicinanza che mi fa sentire il vostro calore, il vostro affetto. lo, da parte mia, non posso fare altro che ripagarvi con la mia preghiera, con il mio sacrificio.

Ai miei sacerdoti vorrei ribadire tutto quello che nell' omelia è stato detto, ma ad uno ad uno nessuno escluso, neppure qualcuno col quale ci può essere stato qualche piccolo motivo di screzio, perché c'è sempre.

Vorrei dire a tutti, ad uno ad uno, guardandolo negli occhi: «Ti voglio bene», così come, non potendo adesso stringere la mano a ciascuno, però venendo vicino a voi così personalmente, vorrei dire «Ti voglio bene».

Auguri di Buona Pasqua.

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