René Voillaume
PREGARE PER VIVERE

CITTADELLA EDITRICE ASSISI

IL CLIMA DELLA PREGHIERA

I FONDAMENTI UMANI DELLA PREGHIERA

PERMANENTI IN PREGHIERA

L'AMICIZIA CON GESÙ

LE TAPPE DEL CAMMINO DELLA PREGHIERA

LA PREGHIERA DELLA POVERA GENTE

L'INTIMITÀ CON IL CRISTO

IL CAMMINO DELLA PREGHIERA

IL RITMO DELLA VITA DI PREGHIERA

   

CON GESÙ NEL DESERTO

 

L'INTIMITÀ CON IL CRISTO

I nostri rapporti con Dio

Quando si tratta dei nostri rapporti con Dio, corriamo sempre il rischio di concepirli sul piano dei sentimenti umani. Ora, noi sappiamo per esperienza, che sentimenti e affetti sono instabili. L'esperienza che facciamo con l'avanzare degli anni ci dimostra anche che non dobbiamo fidarci molto dei sentimenti per conoscere il Cristo e per vivere veramente uniti a lui. Scopriamo, così, che si tratta di ben altro, ma ci può allora accadere di impostare tali rapporti sul piano dell'azione, basandoci sull'affermazione di Gesù: che tutto ciò che facciamo al nostro prossimo è come se lo facessimo a lui. Ma che genere di amore proviamo per il prossimo? E quest'ultimo, può veramente prendere tutto il posto del Cristo? Abbiamo il diritto di lasciare affievolire in noi l'amore supremo per il nostro Dio, al punto di « accontentarci » di volerlo raggiungere unicamente consacrandoci agli uomini?

Questo problema è grave, perché prevede, oggi più che mai, la perseveranza e il fiorire della carità nella nostra vita religiosa; e non credo che si possa parlare di vita di preghiera, della

 

16

 

sua importanza e del suo valore, senza prima sapere se ci è permesso e se ci è possibile, avere dei rapporti intimi e personali con Dio attraverso il Cristo.

 

Un «terzo mondo »: quello di Cristo

 

17

 

A questo punto, è bene tener presente che Dio abita una sfera a noi inaccessibile e che non c'è alcuna misura comune fra «il mondo di Dio» e « il mondo del creato ». La storia di Israele ci mostra chiaramente a che punto l'avvertimento che Iahvé aveva dato a Mosè sul Sinai: «L'uomo non può vedermi e rimanere in vita », aveva penetrato la coscienza religiosa del popolo dell'antica alleanza. Dio è, di per se stesso, inaccessibile alla conoscenza umana; anche ciò che ci è manifestato attraverso la testimonianza che gli rendono le sue opere, non ècerto un'evidenza per l'intelligenza dell'uomo. Questo spiega il fatto sorprendente e inquietante, per cui una parte importante dell'umanità possa cooperare al suo progresso, pur continuando a professare un ateismo non turbato da dubbi.

Lasciato a se stesso (non parlo qui di ciò che l'uomo può intravedere nel suo cuore toccato dalla grazia), l'uomo non vede e non può raggiungere direttamente che il mondo visibile e materiale.

Confessiamo, d'altronde, che anche a noi che crediamo in Dio accade talvolta di essere sorpresi e turbati, poiché non solo la fede lascia insoddisfatto il nostro desiderio di conoscenza, ma Dio stesso rimane tremendamente silenzioso nella nostra vita.

Noi non siamo immediatamente colpiti dal « mondo di Dio », perché in effetti esiste un

 

«terzo mondo », quello di Gesù Cristo, che sta fra quello inaccessibile di Dio e quello delle creature. È il mondo non del Dio invisibile, ma del suo Verbo fatto carne, con tutto ciò che vi è legato come suo principio e sua fine:

la Vergine Maria, la Chiesa, i sacramenti, l'universo soprannaturale della grazia cristiana. Questo mondo è il mondo della rivelazione, che solo ci fa «comprendere con tutti i santi, la larghezza, l'altezza, la lunghezza e la profondità, conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza» (Ef. 3, 18-19). Per noi è quindi fondamentale il prendere coscienza di questo mondo del Cristo e della sua vera natura. Se dinanzi al mondo di Dio, trascendente, incorporeo, invisibile, noi restiamo a volte disorientati, poiché sfugge totalmente alla nostra esperienza umana, quando si tratta del Cristo, che è stato visto e ascoltato sulla nostra terra, che ha un corpo e che è uomo per sempre, che pretesto potremmo addurre, per non sforzarci di conoscerlo e di raggiungerlo? È un grave problema per ogni cristiano e, quanto a noi, come possiamo pensare di edificare la nostra vita religiosa e sacerdotale, se non nei rapporti intimi con il Cristo?

E c'è di più. Noi viviamo in un'epoca dove l'ambiente sociale ci distoglie da Dio. Dobbiamo riconoscere che nel passato, l'aspirazione religiosa dell'uomo fu troppo spesso fondata sulla sua ignoranza delle leggi della natura, al punto che i «misteri» che il mondo gli mostrava, gli sembravano altrettanti segni della presenza e dell'azione di un Dio invisibile. Ma ora, l'uomo pensa di aver penetrato i segreti della natura e pretende di conoscere tutto; per 1'« uomo moderno» non ci sono più misteri nel mondo. Egli conosce la sensazione esaltante della ricerca, quasi illimitata, dell'intima strut

 

18

 

tura della materia, dei processi vitali, dei sistemi celesti. Nella sua coscienza, ha l'impressione di possedere l'intera creazione e si ritiene certo di poter capire e spiegare ogni cosa. L'uomo ripone, sempre più, le sue speranze nel progresso scientifico e ciò sviluppa una mentalità, da cui il sentimento religioso spontaneo va progressivamente scomparendo.

Ora, questa situazione riguarda anche noi religiosi e religiose, poiché viviamo immersi nella struttura della vita moderna e nelle sue attività e la nostra mentalità non può sfuggire alla loro influenza, soprattutto in coloro che sono impegnati nell'azione. È questo il motivo per cui occorre, nella pienezza della fede, penetrare il mondo del Cristo, per inserirvi la nostra vita.

 

È possibile vivere

nell'intimità con Dio qui sulla terra?

 

19

 

Si pone quindi per noi questa prima domanda:

in questo mondo del Cristo, accetteremo forse di restare anonimi, di essere un numero sperduto nella massa? No, questo non è possibile! Possiamo trovare in questo mondo un'intimità personale con lui, il Figlio di Dio, che riesca a soddisfare tutte le nostre aspirazioni a un amore assoluto, alla verità, all'amicizia personale con Dio? Esitiamo a rispondere a una tale domanda, perché la nostra ragione non riesce ad ammettere che noi si possa veramente essere oggetto dell'attenzione di Dio. D'accordo, noi accettiamo di essere salvati da lui, ma fino a interessarlo? Ci sono stati e ci sono troppi uomini sulla terra e la nostra immaginazione e i nostri sentimenti ne restano disorientati. C'è, inoltre, la coscienza della nostra nullità, il disgusto di noi stessi, che ci confermano che noi non

 

sapremmo davvero interessare Dio. Ma se Dio ci ha dato una personalità cosciente del proprio io, non è certo per prendersi gioco di noi; e noi sappiamo anche, che il nostro completo sviluppo nella visione beatifica, sarà il possesso personale, eterno, diretto, limpido, della sovrana verità, del sovrano amore, della sovrana bellezza. Se, dunque, è questo il fine riservato a ciascuno di noi, non è normale che si possa cominciare a realizzarlo già quaggiù?

Come è difficile credere a un tale destino, quando si vedono sulla terra miriadi di uomini che, a causa della miseria alla quale sono costretti, non sono in grado di praticare la legge morale più elementare! A maggior ragione, non posseggono nemmeno le minime condizioni richieste per dedicarsi alla preghiera contemplativa. Questa situazione è, forse, per noi fonte di dubbio e di scandalo. La salvezza di ogni uomo e la sua crescita nella carità restano il segreto di Dio; vi sono anime che sembrano essere chiamate a raggiungere tutta la pienezza dell'amore già quaggiù, mentre ve ne sono altre che non la raggiungeranno che nell'altra vita.

 

È Gesù che sceglie

 

Un'altra fonte di luce sull'argomento che. stiamo trattando è il modo con cui il Cristo si ècomportato durante la sua vita terrena; sappiamo, in effetti, che egli ha avuto degli amici; sappiamo che, fra i discepoli che lo seguivano, egli ne chiamò alcuni per un compito tanto particolare, come quello dell'apostolo, o per restargli più vicini: «Va', vendi tutto ciò che hai e seguimi ». Tutti questi furono chiamati a divenire suoi amici. Presso di essi, Gesù si è riposato e ha pianto sul sepolcro di Lazzaro.

 

20

C'erano certo molti uomini attorno a lui, in quel tempo, ma Gesù, vero uomo che conosce il valore e la necessità dell'amicizia, non ne ha scelti che un piccolo numero per essere suoi amici. Questo esempio di Gesù, non ci è forse dato per ricordarci che, anche nella vita religiosa e sacerdotale, noi non potremmo fare a meno dell' amicizia? Se dunque Gesù si è sGelto degli amici, durante la sua vita terrena, perché non dovrebbe continuare a farlo anche ora? Solo la gratuità del suo amore determina una simile scelta.

Ma egli vuole anche, manifestando in modo più marcato i suoi rapporti di amicizia con alcuni, testimoniare sulla terra, fra gli uomini, la tenerezza e la profondità dell'amore che è celato in Dio. In un certo senso, le affermazioni della rivelazione e gli insegnamenti della Chiesa, non ci sono sufficienti: abbiamo bisogno di « esempi vivi» per essere in grado di credere a tale amore gratuito. Soprattutto nel campo dell'amore, ci sono certe sfumature che non si possono trasmettere solo con l'insegnamento. Quando si legge la vita di una santa Caterina da Siena, quando si meditano i suoi scritti, ebbene, si è in grado di scoprire qualcosa di inimmaginabile altrimenti, dei rapporti che Dio può e vuole avere con j.lll'anima! È allora che noi ci domandiamo se questo concerne anche noi!

 

Dio ci ha amati per primo

 

21

 

Non intendo soffermarmi qui dettagliatamente sulla preghiera contemplativa; ma mi sembra importante di ben definire la ragione d'essere di una simile vita di preghiera, poiché, quando se ne è compreso il senso e la necessità, il resto

 

rimane più facile. Per cominciare, ho già sottolineato il pericolo che corriamo nell'impostare i nostri rapporti con Gesù esclusivamente sul sentimento; e ciò nonostante, bisogna ammettere che ci è molto difficile pensare all'amore senza mettere in gioco il nostro cuore, i nostri sentimenti, la nostra sensibilità: e ciò è anche naturale! Ora, all'amore che noi portiamo al Cristo, molto spesso, non risponde che il suo silenzio e ci vediamo, quindi, costretti ad ammettere che non possiamo raggiungere Gesùcosì come raggiungiamo un altro uomo. Il nostro amore non ha un costrutto visibile e sensibile, poiché risiede necessariamente nella fede, ed è proprio l'aiuto della sola fede che ci permette di affrontare le diverse tappe in cui la nostra carità verrà messa alla prova, affermata e accresciuta nel suo slancio verso Dio.

La verità, la convinzione sulla quale dobbiamo stabilire solidamente la nostra vita di preghiera, è la certezza di essere amati da Dio, di essere amati dal Cristo, non di un amore qualunque, ma di un amore di scelta e di amicizia: questa certezza di fede è un preliminare indispensabile durante tutto il nostro cammino verso Dio. Finché non abbiamo scoperto ciò, non potremo avanzare né nell'amore di carità, né nella vita di preghiera, poiché il nostro amore per Dio non può essere che una risposta e come potremmo noi essere capaci di amare veramente, se prima non siamo amati? Sta di fatto, che gli uomini fanno più fatica a credere di essere amati che a credere ai poveri sforzi di cui sono capaci nell'amore: quando pretendiamo di amare, facciamo sforzi di cui siamo coscienti e questo ci fa credere che possiamo dare qualcosa a Dio! Ma saperci amati, anche quando siamo . nel peccato, o quando siamo nella freddezza, nell'oscurità, quando soffriamo o quando siamo

 

22

 

.

 

-

 

scandalizzati dal comportamento di Dio nella sua provvidenza, è cosa di estrema difficoltà. Non ci pensiamo mai abbastanza, assorbiti come siamo dai nostri meschini sforzi di amore!

E poi c'è il male, il grande problema del male! È proprio attraverso tutte le sue apparenze ingannevoli che dobbiamo credere di essere «amati di vero amore! ». Colui che ha scoperto ciò, ha trovato il suo giusto terreno sulla strada che porta all'amore di Dio, a condizione, però, che ne mantenga vivo il ricordo, e ben radicato nel suo cuore. Naturalmente non si tratta solo dei sentimenti particolari provati nel giorno dell'ordinazione o della professione, di quei sentimenti sentiti in certe ore gloriose della nostra vita spirituale, quando il Signore permette che godiamo delle sue gioie interiori, per aiutarci a scoprire l'amore che egli ci porta. Si tratta di un sentimento ben più profondo, di qualche cosa di più forte e capace di resistere a tutte le tentazioni, gli scandali: la certezza di sapersi amati!

 

Accettarci come siamo: peccatori

 

23

 

Dobbiamo innanzi tutto accettare da Dio, con riconoscenza, l'esistenza e la vita, così come ci sono state donate. C'è chi non è soddisfatto e si lamenta di essere ciò che è. Penso che siamo più o meno tutti in questa condizione. Non siamo soddisfatti di quello che Dio ci ha dato, della parte che egli ci ha assegnato; non vorremmo avere le difficoltà interiori che sentiamo, essere soggetti a tentazioni che ci umiliano, non vorremmo essere oppressi da quei complessi che ostacolano i nostri rapporti con gli altri uomini; vorremmo, infÌne, essere degli altri, es

 

sere diversi da ciò che si è in realtà. Inoltre, Dio ha creato il mondo, ed è prima di tutto attraverso questo mondo, così com'è, attraverso la nostra stessa esistenza, che dobbiamo imparare a scoprire l'amore di Dio per le creature.

- Dobbiamo amare tutto della creazione, non solo in linea di massima ma concretamente. È una tale disposizione di fede, di ottimismo vero e soprannaturale, che dava a certe dichiarazioni di papa Giovanni XXIII questa grazia particolare di comunicare la pace e la serenità a tanti uomini. Siamo felici di essere come siamo, di esistere, felici di esistere ora nel nostro tempo! Questo sembra nulla, ma un tale atteggiamento è la base per scoprire che siamo amati.

Sappiamo trovare anche nelle nostre imperfezioni e nelle nostre debolezze il segno dell'amore di Dio! L'accettazione del nostro stato di povertà e di miseria spirituale dà occasione al Cristo di avvicinarsi a noi per guarirci. Dobbiamo lasciarci guarire. Avremmo preferito essere al posto del fariseo o del pubblicano, nel Tempio?

Perché non trovare un motivo di azione di grazia e un segno dell'amore di Dio nelle nostre debolezze? .È attraverso la debolezza dell'uomo che Dio manifesta la sua potenza. Senza la coscienza della nostra miseria come potremmo capire ciò che significa la parola « misericordia », questa inclinazione che è nel cuore del Cristo e che è in lui qualcosa di specificamente divino, che gli permette di affermare, nella pienezza, la sua divinità compatendo la nostra miseria e perdonando i nostri peccati? Per noi, poveri peccatori, è il cammino di accesso verso Dio: sapersi amati al punto di essere totalmente perdonati; e, per mantenere questo sentimento alla base della nostra vita spirituale, ci occorrerà molto spirito di fede!

 

24

 

!C

 

Stabilirsi al centro del!' amore salvifico

 

25

 

La seconda tappa consiste nel credere alla presenza di Gesù, come alla conseguenza del suo amore creatore e salvifico. Il Cristo è risuscitato, noi lo crediamo! Gesù è salito al cielo, in quanto egli non ha più rapporti diretti con la terra, con la sua umanità, come al tempo in cui gli apostoli potevano vederlo e toccarlo; ciò nonostante, Gesù resta presente a noi, vale a dire che ci vede, ci conosce nel più profondo di noi stessi.e in ogni istante della nostra vita. Dobbiamo ricordarci di quanto Gesù sia interamente proteso verso di noi, che la Chiesa stessa ci appartiene e che noi siamo il centro dell'universo soprannaturale, in quanto, per la nostra vita divina, la nostra redenzione e la nostra beatitudine spirituale, noi abbiamo bisogno non di un solo frammento o di una semplice particella, ma di tutto intero questo mondo soprannaturale! È errato credere che il sangue di Gesù, la sofferenza del Calvario e, piùprofondamente ancora, l'oblazione interiore del Cristo obbediente in vista della redenzione, non fossero necessarie nella loro totalità per ciascuno di noi, e che una goccia del suo sangue, una sola parte della sua passione ci fossero destinate. No, Dio non si divide, il Cristo non si divide, né il suo sangue, né il suo sacrificio e nemmeno il suo amore. Se ci fosse stato sulla terra anche un solo uomo, sarebbe stata necessaria tutta la passione per salvarlo, per fare di lui un figlio di Dio e condudo alla visione beatifica.È questo che dobbiamo capire se vogliamo comprendere a che punto il Cristo ci ama, a che punto gli apparteniamo e lui appartiene a noi. Non è frutto di un'ambizione smisurata o di folle immaginazione, credere, come santa Teresa del bambino Gesù, che Gesù si occupa

 

totalmente di noi! Al contrario, è una profonda intuizione del mistero della semplicità divina, che si dona sempre per intero. E deve essere così nei nostri rapporti con il Cristo: sappiamo inserirci al centro del suo amore} come se lo

possedessimo interamente e saremo, allora, nel

la verità. '

Pensare diversamente, è frutto della nostra sensibilità e della nostra immaginazione, perché

queste si oppongono a una tale visione di fede,

che ci colloca direttamente nel mondo del Cristo sorpassando tutto ciò che ne pensiamo in proposito. A noi spetta di apprendere e conoscere Gesù Cristo sempre meglio e ogni giorno di più. Perché, come potremmo continuare ad amare o, più esattamente, credere all'amore, se non crescessimo «in saggezza e intelligenza spirituale» nei confronti di colui che amiamo? L'esigenza, il desiderio di conoscere il Cristo, è uno dei primi segni dell'amore vero.

 

La conoscenza del Cristo: rivelazione dello Spirito

 

Desideriamo veramente conoscere il Cristo? E, in caso affermativo, come possiamo arrivare a conoscerlo? Troppo sovente noi siamo in balia di una conoscenza vaga e sentimentale. Che idea ha di Dio la maggior parte dei cristiani? Certo, ei è impossibile pensare a Dio o a Gesù senza l'interferenza di una forma intellettuale o immaginativa, per quanto spirituale possa essere. La grazia può servirsi e vivificare una conoscenza molto imperfetta e lo Spirito Santo lavora nei cuori. Ma io parlo qui della conoscenza oggettiva di Dio e del Verbo incarnato. Quando noi pensiamo al Cristo, ei raffiguriamo qualcuno e questa è necessariamente una forma

 

26

 

f.....

 

27

 

immaginativa, spesso in correlazione con immagini della nostra infanzia, della nostra educazione. Ma il più sovente, questa raffigurazione del Signore resta troppo umana, incompleta, per non dire addirittura deformata. Un esegeta non-credente che studiasse la Scrittura e il Vangelo, sarebbe in grado di farei un ritratto del Cristo, di descriverei le sue reazioni, il suo carattere, di riassumerei i suoi insegnamenti; ma questo significherebbe conoscere veramente il Cristo? Gli apostoli stessi, pur presagendo il mistero della sua messianieità, ebbero all'inizio una tale conoscenza del Cristo, basata sull'esperienza sensibile: essi lo vedevano, lo sentivano e solo a poco a poco si af. fermò l'intuizione soprannaturale della fede approfondita, che permise loro di giungere alla vera conoscenza del mistero personale e propriamente divino del Cristo.

« Ma voi, chi dite che io sia?... Beato te Pietro, perché questa rivelazione ti è stata fatta non dalla carne o dal sangue, ma dal Padre mio che è nei eieli» (Mt. 16, 15-17).

Abbiamo dunque bisogno di conoscere Gesù in un modo più approfondito; ma per quale cammino dobbiamo progredire in tale conoscenza? Nella .Chiesa del Cristo, ei vengono offerte due strade. Quella della meditazione della Scrittura, illuminata dagli insegnamenti dottrinali del magistero e attraverso l'esempio vivente dei santi, ei conduce a una reale conoscenza del Cristo nella fede. E nella misura in cui questa conoscenza è assimilata dalla carità, giungiamo a poco a poco a « questa intelligenza spirituale» del Cristo, di cui parla anche Paolo in una lettera ai colossesi, che non ha nulla in comune con la conoscenza immaginativa e sentimentale che noi possiamo avere.

Essa è anche frutto della nostra più intima

 

esperienza personale: quando si è stati molto

perdonati, si possiede una conoscenza sperimen

tale della misericordia di Dio, che non ha certo chi non l'ha provata. Ed essa si dilata in una intuizione di fede, che non si può né descrivere, né esprimere e nemmeno immaginare, ma che diventa uno dei fondamenti della nostra vita di preghiera.

. Inoltre, c'è il cammino attraverso cui ci conduce lo Spirito Santo. Senza il suo intervento,

noi non possiamo assolutamente conoscere il

Cristo in un modo perfetto, nemmeno a prezzo di notevoli sforzi di riflessione, di studio e di meditazione, anche con l'amore più grande. Ma

noi, prendiamo sul serio le promesse e gli av

vertimenti del Signore nel suo discorso di addio,

la sera del giovedì santo? Perché, non si crede

maggiormente all'azione efficace e reale dello Spirito Santo in un'anima, nel momento della preghiera? Non vi crediamo abbastanza! È per

questo che non abbiamo ardire e che la nostra

speranza è tanto debole!
Sul cammino dell'intimità con il Cristo, rimane
da percorrere un'ultima tappa ed è quella della sua imitazione; se non gli assomigliamo, molti aspetti della sua insondabile ricchezza ci passeranno inosservati. Non potremo giungere a conoscere veramente Gesù, se prima il nostro cuore e la nostra vita non saranno stati trasformati dalla carità e dallo spirito delle beatitudini. San Giovanni ci avverte: «Colui che intende rimanere in lui, deve comportarsi come egli si è comportato» (1 Gv. 2, 6). Ma contemporaneamente è vero anche il contrario: noi non possiamo vivere pienamente la carità senza conoscere Gesù.
È facile costatare fino a che punto noi siamo incapaci di manifestare interamente la carità:
è proprio su questo piano, che si riscontra la mancanza di unità che c'è in noi, il dualismo fra spirito e materia insito nell'uomo caduto e ferito dal peccato. Ora, è la contemplazione} nella luce dello Spirito, che sola può assicurare l'unità fra la preghiera e il dono di sé agli altri, tra l'amore per Dio e quello per i fratelli. E c'è un'illuminazione su ciò che l'amore ci chiede, che non potremo avere se non conosciamo il cuore del Cristo; c'è una conoscenza del Cristo che è indispensabile per farci scoprire le sollecitazioni della carità nelle sue manifestazioni più esteriori e concrete, più umili e più eroiche. Ci sono delle sfumature di delicatezza, di tenerezza, di rispetto per gli uomini, di infinita misericordia che non riusciamo a manifestare, se prima non saremo in grado di contemplarle nel cuore del Cristo e se il Cristo non verrà in noi. Senza questo, siamo costretti a delle approssimazioni inette in materia di carità e, forse, a delle falsificazioni. L'esercizio della carità è come razionalizzato dalle nostre vedute ristrette. Senza un certo grado di contemplazione, non credo si possano mettere in pratica i comandamenti di Gesù e sforzarsi di essere perfetti come il Padre celeste è perfetto! Ogni santo è, in un modo o nell'altro, un vero contemplativo del Cristo. Non sapremmo dividere i santi fra quelli contemplativi e attivi in base ai loro intimi rapporti con il Cristo, ma secondo il loro stato di vita esteriore. Lo stesso sant'Ignazio, insegnava che bisognava essere contemplativi nell'azione.
Questa esigenza contemplativa nella nostra vita cristiana e religiosa è tanto più importante ai giorni nostri, in cui il mondo nel quale siamo impegnati ci sollecita in modo multiforme sia sul piano dell'apostolato, che su quello delle opere così dette di carità: non vi sapremo dunque far fronte senza un avanzamento nella contemplazione. Più il corpo si fa pesante e complesso, più l'anima deve essere forte, vigilante e vivente. Senza questo progresso nella contemplazione si rischia lo squilibrio, non soltanto nelle congregazioni religiose, ma nella Chiesa stessa. È dunque a un approfondimento della vita di preghiera, che Dio ci invita attraverso le stesse circostanze della vita attuale.

I mezzi di unione a Dio

Non voglio terminare senza dare alcune indicazioni concernenti i mezzi di vita contemplativa; indicazioni brevi e sommarie, poiché infinite sono le strade che possono condurre alla contemplazione una determinata anima, in una determinata forma di spiritualità e in un certo stato di vita.
Quando si parla di mezzi di unione a Dio, è utile ricordare che possono essere di due specie. In primo luogo ci sono i mezzi che, di per se stessi, favoriscono il raccoglimento o la conoscenza di Dio. Sono i mezzi tradizionali e sperimentati nella vita della Chiesa, come il silenzio, il ritiro dalle attività umane, ogni occupazione che, per la sua natura stessa, concorre a sviluppare la nostra fede: la lettura spirituale, la meditazione del Vangelo, lo studio della teologia.
Questi mezzi sono come brace ardente che, essendo" infiammata, può rianimare un fuoco anche se completamente spento. Poi ci sono tutte le altre attività umane che, esse pure, possono alimentare il nostro amore per il Signore e la nostra preghiera. Strettamente parlando, queste azioni non sono dei mezzi di contemplazione, ma possono essere materia, occasione e incitamento per una preghiera contemplativa, a condizione, però, che noi si abbia un cuore sufficientemente preparato, sufficientemente ardente di carità, di vera carità! Queste azioni diventano, allora, come dei carboni spenti che, a contatto con un fuoco abbastanza forte per arderli, vengono ad accrescerne la vivezza. Ma se il fuoco nel quale queste azioni vengono buttate è troppo debole, anziché alimentarlo lo spengono. È per questo che le nostre azioni comuni e quotidiane, tutte le nostre attività possono avere un doppio effetto, per quanto concerne i nostri rapporti con il Cristo. Esse possono lentamente soffocare lo spirito, allontanarci dal Cristo, prendendo il primo posto nei nostri pensieri, poiché non hanno in lui le loro radici. Al contrario, possono alimentare la
purezza della nostra carità e, di conseguenza, disporci meglio alla preghiera.
Penso che ciò che attualmente manca nella
vita religiosa è il saper salvaguardare la possibilità di una vita spirituale in mezzo alle nuove attività del mondo moderno. Intendo dire, con ciò, che un certo numero di religiosi e religiose - e questo riguarda anche i laici - non hanno ancora scoperto l'ascesi appropriata per conservare nel mondo la padronanza di sé e quindi la possibilità di raccoglimento. Penso che questa ascesi si potrebbe definire necessaria quanto il mantenersi in uno stato fisico, nervoso e psichico, tale che si possa essere spiritualmente attenti al momento presente. Credo che questa capacità di vivere, completamente vigilanti, il momento presente sia il grande segreto della vita spirituale e, qualora non si riuscisse più a farlo, ci si troverebbe incapaci di raccoglimento e di un'autentica vita spirituale.
In effetti, il non riuscire più a essere attenti al momento presente è il frutto di un lavoro
troppo intenso, di mancanza di distacco dalle cose e dalle situazioni che ci premono, del voler fare troppe cose alla volta, in una parola, insomma, non è che la conseguenza di aver perso il controllo di se stessi.