René Voillaume
PREGARE PER VIVERE

CITTADELLA EDITRICE ASSISI

IL CLIMA DELLA PREGHIERA

I FONDAMENTI UMANI DELLA PREGHIERA

PERMANENTI IN PREGHIERA

L'AMICIZIA CON GESÙ

LE TAPPE DEL CAMMINO DELLA PREGHIERA

LA PREGHIERA DELLA POVERA GENTE

L'INTIMITÀ CON IL CRISTO

IL CAMMINO DELLA PREGHIERA

IL RITMO DELLA VITA DI PREGHIERA

   

CON GESÙ NEL DESERTO

 

I FONDAMENTI UMANI DELLA PREGHIERA

Ho avuto più volte occasione di costatare che, quando pretendiamo di non aver tempo per pregare, si tratta, nella maggior parte dei casi, non di una reale mancanza di tempo, ma di una specie di impossibilità psicologica di trovare il tempo necessario provocata da uno stato interiore di precipitazione e di tensione.
La nostra vocazione ci obbliga a trovare la via di una preghiera contemplativa senza smettere di frequentare la società degli uomini, ed è quindi indispensabile per noi usare i mezzi necessari per pervenire a uno stato di calma interiore.
Questa condizione preliminare ci sembra forse molto terra terra e di ordine puramente psicologico, e saremmo portati a credere che sia più perfetto il prodigarsi senza limite e l'attendere tutto dall'azione della grazia, nella nostra vita di relazione con Dio. Certo, Dio può fare in questo campo ciò che vuole. Tuttavia sarebbe sbagliato trascurare di metterci in uno stato di calma interiore, senza il quale non vi è raccoglimento. Sarebbe errore grave il non prendere in considerazione tutte le condizioni naturali che possono aiutare la fedeltà alla preghiera.
Quante famiglie religiose, quanti sacerdoti sono
oggi sciupati per questa mancanza di semplice saggezza elementare!
Perché, questo stato di precipitazione interiore
è così frequente, e quali ne sono le cause?
In primo luogo, vi è una predisposizione dovuta al temperamento o ad abitudini interiori;
possiamo sempre migliorare il nostro temperamento con la grazia di Dio e con pazienza instancabile, con l'umiltà e la perseveranza. Non dobbiamo mai pretendere un risultato immediato, né superare con sforzi immani la possibilità psicologica del momento. La generosità è totale quando mettiamo tutto il nostro sforzo: andare oltre, non è più generosità, ma presunzione o errore di valutazione della nostra natura umana.
Vi è poi l'influenza dell'ambiente esterno, con tutte le conseguenze di nervosismo, di fatica, di mancanza di sonno sufficiente. In questo
campo non si fa, certo, sempre come si vorrebbe, ma è già molto cercare di fare tutto ciò che si può, nei limiti del proprio dovere. Talvolta crediamo che la generosità e la grazia di Dio possano permetterci di affrontare, senza danno, qualsiasi ritmo di vita o qualsiasi atmosfera di eccitazione sensibile. Molto spesso, la causa più importante e più sottile di questo squilibrio va ricercata in noi stessi: ed è un vago senso di insoddisfazione profonda, di frustrazione o la mancanza di una felicità che vediamo sfuggirci. Non osiamo confessarlo a noi stessi e, per generosità e fedeltà, in una continua tensione della volontà, ci sforziamo di donarci a Dio e agli uomini, in una spogliazione che ci appare inumana. Si ha come l'impressione che la nostra vita spirituale sia diventata una costruzione instabile e che tutto precipiterebbe se ci si fermasse a riflettere, nella paura di prendere coscienza della propria insoddisfazione.
Dov'è dunque l'errore? Le rinunce dei santi del passato, ci sembra avessero un altro accento:
sacrificio di sé, rinuncia totale, sì, ma accompagnata da un senso di pienezza e di pace. Sentiamo confusamente che nell'atmosfera spirituale del mondo attuale vi è qualcosa di inafferrabile, una tendenza, una predisposizione al pessimismo, alla disperazione, che si stempera anche su di noi e ci colora di sé. Non osiamo più confessare di aver un bisogno irresistibile di felicità e di pieno sviluppo personale! Si muore di sete di felicità e ci si immagina che Gesù ci chieda di essere pronti a rinunciarvi e, nel nostro intimo, proviamo un senso di disagio, di inferiorità nei confronti di coloro che, non senza ironia, proclamano il carattere mitico ed egoista della fede nella felicità perfetta di un altro genere di vita.
Crediamo di essere obbligati all'« amore puro », cioè a una forma di amore che .pretenda di rinunciare definitivamente e per l'eternità a ogni desiderio di personale soddisfazione, nel timore di non essere perfetti nella carità.
Dobbiamo ritrovare l'equilibrio dell'uomo, così come Dio lo ha fatto e il Cristo l'ha rifatto, e avere il coraggio di guardare Dio come alla sorgente più completa della felicità e dello sviluppo totale di ogni uomo.
La rinuncia che Gesù ci chiede non è di rinnegare i desideri essenziali della nostra natura umana, ma una temporanea astensione da beni limitati, per meglio assicurarci il possesso definitivo di un bene supremo più grande. In fondo, consiste nel prendere l'abitudine di aspettare una gioia più grande e completa, non solo per lo spirito, ma per tutto il nostro essere. Il Cristo ci parla di tesori che si possederanno e asserisce che quanti rinunceranno a ciò che sembra
loro tanto desiderabile quaggiù - famiglia, moglie, figli, ricchezze materiali - riceveranno il centuplo! Finché non avremo accettato, come ragione ultima della nostra vita cristiana, il bisogno di trovare una via più sicura verso una più grande felicità, non attueremo le condizioni di un completo equilibrio spirituale. Certo, dovremo passare attraverso la croce, ma essa sarà come una operazione chirurgica, che guarisce noi e gli altri.
Bisogna passare per essa, guardando al di là.
Non sapremo far meglio di Gesù stesso, che
aveva paura di passare per l'agonia del Getsemani e per la croce del Calvario, perché aveva sete, una sete ardente di altro: della fine della sofferenza e della risurrezione e glorificazione della sua umanità.