René Voillaume
PREGARE PER VIVERE

CITTADELLA EDITRICE ASSISI

IL CLIMA DELLA PREGHIERA

I FONDAMENTI UMANI DELLA PREGHIERA

PERMANENTI IN PREGHIERA

L'AMICIZIA CON GESÙ

LE TAPPE DEL CAMMINO DELLA PREGHIERA

LA PREGHIERA DELLA POVERA GENTE

L'INTIMITÀ CON IL CRISTO

IL CAMMINO DELLA PREGHIERA

IL RITMO DELLA VITA DI PREGHIERA

   

CON GESÙ NEL DESERTO

 

IL CAMMINO DELLA PREGHIERA

Le difficoltà

Abbiamo sperimentato quanto sia difficile essere fedeli all' adorazione e mantenersi in tale atteggiamento quando si prega. Alcune difficoltà incontrate sono indipendenti dalla nostra generosità e non ne siamo responsabili. Vi sono infatti materiali che non possiamo modificare: la cappella è calda, vi si sente la radio del vicino, si ha appena il tempo di fare l'adorazione e ci si deve spicciare, le visite arrivano proprio al momento in cui si sta andando in cappella... Vi sono anche altre difficoltà più interiori su cui non possiamo nulla: si ha la testa vuota, perché è sera e si è studiato tutta la giornata, ci si sente abbrutiti per la fatica di un pesante lavoro manuale o insonnoliti per una notte troppo breve. Oppure è il vagabondare dell'immaginazione lontano dal Signore, le fantasie che ci mantengono nel vago o gli affanni e le preoccupazioni del lavoro che invadono la nostra memoria, quando non sono le immagini impure che si impadroniscono di noi... Tutte queste difficoltà, esterne e interne, devono essere sopportate con pazienza e possono essere progressivamente superate nella misura in cui ciò è possibile all'uomo.
Ma a queste difficoltà altre se ne aggiungono,
di cui siamo più o meno responsabili e di cui dobbiamo cercare di eliminare la causa. Molti di questi ostacoli provengono sia da idee inesatte sulla preghiera, sulla vita di fede e sulle leggi del loro sviluppo, sia da una formazione alla preghiera, ancora incompleta, sia infine - bisogna riconoscerlo - dalla negligenza o da una obbedienza imperfetta alle direttive, che ci sono state date. Vi è dunque uno sforzo da fare per meglio pregare: ma di quale natura deve essere questo sforzo?

Povertà di spirito e indigenza spirituale

Un'ora di adorazione è, a parere di tutti, un'opera dura e difficile; sovente ci si trova assaliti da distrazioni e da preoccupazioni che - anche quando si scacciano - lasciano spesso apparire solo una specie di vuoto interiore. Ci si sforza allora di « resistere» per tutto il tempo che si deve passare in cappella: la preghiera finisce cosl per apparire sotto l'aspetto di un sacrificio da sopportare e da offrire coraggiosamente al Signore. Alla maggioranza di noi, la preghiera appariva più facile all'inizio della vita religiosa: poi, abbastanza rapidamente, il senso di «vago» è venuto, e ci si è abituati a esso. Da principio si è cercato di reagire, poi si è finito per rassegnarsi a non poter far meglio, pur essendo coscienti che, forse, vi era qualcosa da fare. Ma come? Alcuni non sanno capire se questo vuoto doloroso della preghiera è voluto dal Signore o se deriva da una loro negligenza; forse non sanno come fare per pregare, mentre avrebbero pur dovuto imparare a farlo. Ci si domanda, allora, come va inteso l'insegnamento dato nel capitolo «La preghiera della povera gente ». Alcuni sottolineano che la rinuncia alle condizioni e alle attività normalmente necessarie allo sviluppo dell'orazione può essere consentita solo in uno stato di orazione infusa, cioè in uno stato di preghiera estremamente semplice, prodotto dall'azione dello Spirito Santo in una zona profonda dell'anima: stato contemplativo che ci unisce a Dio più profondamente di ogni altra forma di preghiera più sentita e che sarebbe il punto d'arrivo cosciente dei nostri sforzi di intelligenza, di immaginazione e di cuore. Questo stato di preghiera contemplativa, prodotto da Dio, non dipende quasi più dalle condizioni esterne e lascia libero il campo alla nostra immagine e consapevolezza; di qui una certa impressione di vuoto, di aridità interiore, che richiede generosità per essere sopportata a lungo. Ora, non si sa bene come distinguere questo stato, proprio della migliore preghiera, da quell'altro tipo di vuoto e di passività «vaga»che si prova talvolta dopo qualche anno, quando la preghiera affettiva non ci è più concessa. Senza dubbio, quando questo vuoto è riempito dalla presenza di Dio, questa si manifesta - quasi sempre - attraverso la consapevolezza di un certo assoluto e la certezza vitale che l'ora di adorazione è il momento più importante ed efficace della giornata. Questa certezza è spesso sentita al di fuori del tempo della preghiera, più che non al momento stesso in cui ci si dedica ad essa, perché, allora, l'oscurità invade l'anima insieme a un sentimento doloroso di miseria e di impotenza. È una conoscenza oscura, un amore senza gioia, ma forte e unito a una consapevolezza acuta di miseria morale e di mancanza di generosità. Si ha l'impressione di non poter più giudicare la propria preghiera: Dio solo sa ciò che essa è. Vi sono, certo, dei momenti di dubbio in cui ci si chiede se non sarebbe meglio far qualcosa per uscire da questo stato di orazione senza immagini e senza idee, in cui l'immaginazione continua spesso il suo vagabondaggio, il suo «cinema interiore ». Bisognerebbe forse prendere un libro, meditare un passo del V angelo? Se a volte abbiamo la certezza che lo Spirito di Gesù preghi in noi in tal modo, vi sono invece altri momenti in cui Gesù attende da noi una collaborazione più attiva. Questo stato di vago in cui spesso ci troviamo nel momento dell'orazione non è né una preghiera, né una presenza oscura di Gesù, è semplicemente la conseguenza del fatto che non sappiamo pregare o che non siamo abbastanza generosi nella nostra perseveranza.

Verso la preghiera contemplativa

Se Gesù ci ha chiamati a seguirlo, non si è anche impegnato a darci le grazie necessarie per ben pregare? Sì, ma queste grazie non saranno, forse, per tutti, quelle della contemplazione infusa. E, tuttavia, dobbiamo avere fiducia che Gesù ci darà sempre la possibilità di condurre la nostra vita di unione con lui e di consacrarci alla preghiera di adorazione e di supplica con lui. Ma egli non farà nulla senza di noi: bisogna imparare a pregare fin dall'inizio e continuare poi a trattare la preghiera come un'opera importante, alla quale abbiamo il dovere di dedicare tutte le nostre cure. Non sapremo mai se Gesù ha deciso di darci, un giorno o l'altro, questo stato gratuito di preghiera contemplativa: e facciamo fatica ad accettare questa incertezza! Saremmo dunque ai suoi occhi come divisi in due gruppi? quelli che sono chiamati a ricevere la grazia della preghiera contemplativa, e quelli che - non essendo destinati a riceverla - devono perseverare davanti alla porta bussando? No, non ècosì semplice! Certo, Gesù fa ciò che vuole ed è padrone dei suoi doni. Egli va e viene, visita ora l'uno, ora l'altro, viene subito o si fa attendere per tutta una vita. Quando diciamo che Gesù viene) intendiamo parlare di una presenza che si manifesta attraverso una certa conoscenza infusa, ma Gesù ha molti altri modi di essere presente in un cuore che si sforza il più possibile, con tutto il suo amore, di pregare con l'impressione che non vi riuscirà mai!
È frequente - è anzi normale - che la nostra vita di relazioni coscienti con Gesù inizi con una fase di preghiera più facile, sorgente di
gioia e di sentimenti d'amore, ricca di una conoscenza di Gesù che ci rende facile ogni distacco. È una tappa normale, stavo per dire classica, ed è augurabile che noi l'attraversiamo per un periodo più o meno lungo. Non bisogna cercare di abbreviarla, né distaccarsene prima del tempo; queste gioie, questa facilità vengono dal Signore e sono destinate a farci uscire da noi stessi, al fine di attirare il nostro amore a lui, alla Vergine e ai Santi. Dobbiamo solo essere attenti a non lasciarci andare alle imperfezioni e ai difetti a cui si è allora esposti.
Ho detto che questa fase è normale. Che succede, allora, se non l'abbiamo attraversata? Se non abbiamo mai gioito di questa iniziazione alla preghiera, ricca della gioia di appartenere a Dio e, tuttavia, improvvisata da lui? Sarà colpa nostra? Non sempre. Ma può succedere, in realtà, che noi siamo più o meno responsabili
di questa mancanza di gioia perché avremo trascurato d'imparare a ben pregare.
Tuttavia, vi può anche essere dell'illusione nel
far pesare tutta la responsabilità delle difficoltà incontrate nella preghiera su una mancanza di formazione o sull'assenza di un metodo. Non vi è un risultato soddisfacente nell'orazione, ed è la prima conclusione da ricordare, qualunque sia il fervore della nostra preghiera. Saremo, anzi, tanto meno soddisfatti della nostra preghiera, quanto più questa ci avrà avvicinati a Dio. Questo sentimento d'insoddisfazione è insito nella preghiera stessa: è il segno di un desiderio non soddisfatto che può crescere solo con la carità, e che cesserà soltanto nel momento in cui vedremo Dio faccia a faccia. Bisogna dunque accettare di non essere mai soddisfatti della propria preghiera e sforzarci continuamente di far meglio, convinti che questo - almeno in parte - dipende da noi, anche quando Dio si incarica di portare la nostra preghiera alla semplicità totale.

«Fermi nella fede, radicati nella carità, voi conoscerete l'amore di Cristo»

Pregare è pensare a Gesù amandolo. Nella preghiera impariamo a conoscere Dio e a meglio amarlo e, anche quando la conoscenza non si rivela appieno, quando è oscura, essa è sempre presente come un cammino invisibile per cui passa l'amore. Conoscere è amare; non è forse proprio questo che, raramente abbiamo l'impressione di fare in chiesa durante questi istanti troppo spesso invasi dalla fatica, dal sonno e dall'abitudine, istanti che ci riconducono, tuttavia, ogni giorno ai piedi del tabernacolo? 
Esiste una tendenza abbastanza generale a trascurare quella ricerca della conoscenza di Dio} senza la quale non ci può essere preghiera. Questa negligenza non è forse troppo spesso all'origine di questo stato di vuoto che molti lamentano, con il senso di esserne almeno in parte responsabili?" È normale, in queste condizioni, che l'ora di adorazione appaia sempre più come un momento duro da passare ai piedi del Cristo crocifisso. Si è persuasi, tuttavia, che bisogna tener fede a questo atto gratuito, il solo, anzi, che ci appaia fatto unicamente per Gesù; offerta del nostro tempo, della nostra fatica, perseveranza nell'oscurità. L'ora di adorazione è un atto di coraggio, di amore, di presenza davanti a Dio; essa è un sacrificio. Certo l'orazione comporta questo aspetto di sacrificio, ma non può essere solo questo. Alla lunga, questi atti di coraggio in pura perdita di sé, quando non sono sostenuti da una conoscenza di Gesù costantemente rinnovata in una ricerca amorosa di fede, questi atti di pura volontà ci portano allo scoraggiamento. Un atteggiamento che sia frutto unicamente della volontà, durante la preghiera, rischia di farci trascurare le condizioni richieste per un'offerta di noi stessi a Dio, offerta che deve essere non un atto isolato di coraggio nel vuoto, ma un vero « abbandono» di noi stessi nelle mani di Gesù, crocifisso per amore: per questo la nostra generosità deve essere diretta, in una luce di fede, verso la persona stessa del Cristo. Ci rendiamo conto, d'altronde, che quel vago stato di passività spirituale, di cui abbiamo parlato, non ci permette di conservare il coraggio necessario per partecipare alla croce di Gesù. Siamo troppo unicamente chiusi in noi stessi e, così, sentiamo che nel nostro vuoto manca una luce, anche debole, per dirigere il nostro atto di volontà, penetrarlo di amore per Gesù e farne così una vera
comunione al suo sacrificio. Fortunatamente non succede sempre così, ma dobbiamo metterci in guardia da una simile illusione e sforzarci di superarla.
Ciò che più ci manca, nel momento della preghiera, è di conformarci alle leggi dello sviluppo della fede e dell'amore di carità. La preghiera non è altro che un momento specialmente consacrato a mettere in attività la nostra virtù di fede, non il desiderio di raggiungere Dio attraverso questa conoscenza oscura e al fine di amarlo di più: pensare a Dio amandolo.
Non possiamo pensare a Dio senza conoscerlo, e questa conoscenza intima è interamente contenuta nella fede divina che ci porta attraverso la scoperta di Gesù fino al mistero di Dio, uno in tre Persone. Se si insiste sull'importanza dell'atto di fede è perché questo precede l'amore di carità. Il nostro errore è sovente di voler esercitare la carità senza preoccuparci abbastanza di alimentare la nostra fede. Abbiamo tendenza a credere che la fede possa esistere e crescere senza essere né alimentata né esercitata attraverso uno sforzo attivo delle nostre facoltà conoscitive. Forse questa è la nostra più grande deficienza e solo da noi dipende il rimediarvi, per imparare a meglio pregare.
Non esiste forse nel nostro pensiero qualche equivoco quando parliamo costantemente di « vita di fede»? Questa espressione ha un contenuto « vago »: essa include, senza dubbio, la volontà di essere fedeli a Gesù, ma senza una sufficiente preoccupazione di un preciso atto di intelligenza. Oggigiorno, le menti sono naturalmente portate all'imprecisione, a una mancanza di obiettività; ci si accontenta facilmente di espressioni fatte, il cui contenuto intellettuale
è ben poco preciso, ma che richiamano un atteggiamento sentimentale. Vi è tendenza a diffidare di ogni disciplina, di ogni aiuto esterno, con il pretesto di essere veri, di restare se stessi; questa suscettibilità a salvaguardare la propria spontaneità, sulla quale viene fondato il valore essenziale della preghiera, impedisce di capire ciò che è la vera libertà. Questo orrore dell'artificiale, della forma esterna, dell'abitudine, ci fa rifiutare istintivamente ogni sostegno tradizionale della preghiera, ogni metodo, ogni mezzo per disciplinare l'immagine o la mente.
Si è così portati spontaneamente a semplifica
re, in tale maniera, il quadro della vita spirituale - fosse anche quello della cappella e della vita liturgica - che si può giungere a privare le potenze naturali della conoscenza di un punto di appoggio per essere normale. Si ha sete di realismo e, a forza di volere evitare ogni rischio di restare a mezza strada, non si vuol più prendere nessuna via e ci si espone a perdersi in un vuoto prematuro, dove ci si trova nella impossibilità di progredire.
È bene prendere coscienza di una certa tendenza a un vago sentimentale che indebolisce la
disciplina della volontà; di una tendenza al reale che rischia, paradossalmente, di portarci ad abbandonare la realtà della preghiera attraverso il rifiuto dei mezzi esterni, semplicissimi, ma normali per degli uomini; di questo bisogno di spontaneità, che ci porta a trascurare, se non a rifiutare, il valore della disciplina e dell'obbedienza; infine di questo atteggiamento di diffidenza verso tutto ciò che può condurre a un'abitudine, perché si confonde l'abitudine con l'assuefazione. Ora, non vi è amore possibile al di fuori della volontà, né la possibilità di educare e di conservare la fede senza ricorso ai mezzi di conoscenza più umili, né infine si hanno le virtù -fossero pure le virtù teologali - senza l'abitudine acquisita attraverso la ripetizione degli atti. Nutrire la propria fede ed esercitarla con atti precisi e concreti ci prepara direttamente alla preghiera. L'orazione è un'abitudine dello spirito, fortificato e sopraelevato dalla grazia; essa è l'abitudine di guardare Gesù, di guardare Dio e di guardare il mondo come Dio lo guarda. Quest'abitudine si acquista, come ogni abitudine, attraverso determinati atti ripetuti e che, come tutti gli atti di conoscenza, devono avere un oggetto preciso, che in questo caso ci è dato dalla rivelazione. Non si può uscire di qui. Nessun sentimento soggettivo potrà supplirvi, e nessuna preghiera può raggiungere Dio attraverso il solo sforzo della buona volontà e del sentimento, al di fuori di una luce di fede. Non si improvvisa un'orazione: essa è troppo legata a noi stessi. La nostra preghiera è l'espressione del nostro atto interiore ed è, necessariamente, in stretto collegamento con il livello della nostra situazione generale di fronte a Dio. La nostra fede si sveglierà nel momento della preghiera nella misura della forza e della vita a cui è giunta nella sua crescita. Per lasciare alla fede questa libertà di esprimersi in un cuore a cuore con Dio bisogna che le nostre conoscenze di fede siano state sufficientemente alimentate al di fuori della preghiera. La nostra fede, per mancanza di alimento, può intristire fino a non poter più dare frutti. La fede è una realtà vivente; essa si nutre delle conoscenze che Dio le propone e si fortifica attraverso atti che essa suscita nella carità. Senza alimento ed esercizio, un essere vivente deperisce perché non assimila.
Manchiamo di logica e di buon senso se di fronte alla debolezza della nostra fede, ci lasciamo scoraggiare senza prendere, invece, la
decisione di nutrirla e, quindi, di esercitarla. Dobbiamo certo imparare a presentarci davanti al Signore come siamo deboli, senza vero ardore, senza una sufficiente rinuncia. Non temiamo di esporci con Gesù. Ma questo modo semplice e vero di esistere davanti a Dio non basta, e non dobbiamo fermarci qui! Dobbiamo elevarci al di sopra di noi stessi ricevendo la scienza che Gesù ci dà per conoscerlo.
Dobbiamo portare in noi, al momento della preghiera, questa conoscenza di fede, con il desiderio vivo di riceverne di più.

Alimentare la fede al pane della Parola

Alimentare la propria fede significa, leggendo e ascoltando, scoprire gli insegnamenti di Dio su se stessi e sulla sua vita in mezzo a noi. Questa scienza divina può entrare in noi solo attraverso i nostri mezzi di conoscenza, che sono l'intelligenza e l'immaginazione. Si trascura troppo spesso questo aspetto della fede.
Si vuole semplificare e ricevere questa conoscenza al di là delle immagini e delle idee, senza
alcuno sforzo di immaginazione e di riflessione: e questo è un errore. Certamente, l'insegnamento più importante ci viene dallo Spirito Santo, ma se dobbiamo prepararci a questo insegnamento diretto dello Spirito e attenderlo con vivo desiderio, non dobbiamo però trascurare di alimentare la nostra fede con i mezzi normali, finché ci sarà necessario; e lo sarà sempre in qualche modo e al di fuori dei momenti in cui Dio stesso vi supplirà.
Ora, il modo di prepararci a sentire la voce del Signore che ci istruisce direttamente in fondo
al cuore nell'ora della preghiera, consiste nel porre, al di fuori dei momenti stessi della preghiera, le attività necessarie allo sviluppo della conoscenza di fede.
Queste attività comprendono sforzi di riflessione, di meditazione e di memoria. Allora, la nostra preghiera potrà evolversi in modo più semplice, silenzioso, in un cuore meglio preparato. Sentiremo in noi la pace che viene dal sentimento di aver fatto tutto perché Gesù possa venire. Allora, senza presunzione, la preghiera potrà avere la semplicità del desiderio e dell'attesa.
Le facoltà di conoscenza utilizzate dalla fede sono immaginazione, intelligenza e memoria. Quando dico immaginazione, intendo parlare di tutti i sensi, nella misura in cui sono mezzi di conoscenza a servizio dell'intelligenza. Da quando la Parola eterna di Dio ha assunto un corpo, nel seno della Vergine Maria, per vivere in mezzo a noi, parlarci con un linguaggio umano e compiere azioni umane, i nostri sensi hanno una parte importante da svolgere per la conoscenza stessa di Dio. Gesù ha un viso umano che dobbiamo scoprire e amare; bisogna immaginarlo nelle situazioni della sua vita terrena, vederlo nascere, amare gli uomini, guarirli e morire per loro.
Udire le sue parole e conservare tutto ciò nella propria memoria. È la meditazione del Vangelo che nutrirà cosi la nostra memoria, imprimendovi il volto del Cristo come quello dell'essere che più di tutto amiamo. «Quanto a Maria, essa conservava con cura tutti questi ricordi e li mèditava in cuor suo» (Lc. 2, 19). Ma questo non basta, perché lo Spirito di Gesù fa anche vivere, agire, parlare la sua Chiesa e i santi. È il suo Spirito che ha ispirato la riflessione degli apostoli e degli evangelisti, riportata negli scritti del Nuovo Testamento, che
ha assistito il magistero della sua Chiesa dalle origini fino a Pio XII e papa Giovanni XXIII, passando per tutti i teologi che, gli uni dopo gli altri, hanno accumulato nella Chiesa tutto ciò che l'intelligenza, fortificata dalla fede, poteva scoprire nelle rivelazioni e nelle confidenze fatte da Dio all'umanità. È qui, su un piano più intellettuale, il nutrimento più forte della nostra fede, nutrimento sano garantito dalla Chiesa.
Questa alimentazione, a opera della teologia, è una base indispensabile: perciò tutti dobbiamo imparare a conoscere i misteri di Gesù e della vita divina attraverso lo studio teologico. Non si deve solo capire, assimilare, ma anche affidare alla memoria e ritenere ciò che si è appreso, affinché, nel corso della vita, lo Spirito di Gesù possa servirsi di questi elementi per illuminarli, farli rivivere dal di dentro, mediante la sua luce
.
Inoltre, la storia dei santi, la loro fisionomia umana, le loro azioni, le loro parole, sono un linguaggio che si rivolge alla nostra intelligenza, ma anche attraverso la nostra immaginazione. Vi è qui un complesso di insegnamenti che dobbiamo imprimere nella nostra memoria; essi fanno rivivere il Vangelo in uomini più vicini a noi e di cui, forse, conosciamo il volto: ciò è per noi un invito a fare come loro.
La meditazione del Vangelo e della Scrittura, la lettura delle vite dei santi e degli scritti degli uomini di Dio, lo studio teologico nella misura delle proprie possibilità, sono delle basi indispensabili per la preghiera.
Secondo il corso normale della prudenza soprannaturale ed eccettuati i casi eccezionali di grazia, è impossibile pervenire a una vita di orazione contemplativa nel mondo, senza la condizione indispensabile e preliminare di una
sufficiente alimentazione della fede. Non si può camminare senza nutrirsi!
Bisogna, anche, reagire contro la tendenza a disumanizzare i nostri mezzi di conoscenza, sotto pretesto di distacco e di povertà di spirito. Si tratta di conservare in noi la conoscenza di Gesù, dei suoi misteri e di ravvivarne il ricordo. Non abbiamo il diritto, per negligenza o per principio, di fare a meno dei mezzi sensibili per evocare persone e cose del mondo invisibile: Gesù stesso non ha voluto fame a meno e, istituendo i sacramenti, ci ha indicato che egli attribuisce importanza ai mezzi sensibili, per alimentare e mantenere la nostra fede. n volto di Gesù crocifisso, dinanzi ai nostri occhi, nella nostra camera o sul nostro tavolo, ci aiuta nei momenti difficili a ricordare la realtà della croce. L'immagine di Maria ci richiama pure tante cose. E se non sentiamo più questo bisogno, è forse perché abbiamo trascurato di ravvivarlo, ricordandoci che dobbiamo amare con tutto il nostro cuore Gesù, la Vergine e i santi, con l'aiuto dei nostri poveri mezzi umani e con i nostri gesti di uomini.
Capisco, tuttavia, che talvolta si possa reagire dinanzi agli abusi o all' effetto negativo di certe manifestazioni esterne di culto, dinanzi al loro inadeguarsi allo stile espressivo più sobrio e più virile del nostro tempo. Ma in un momento in cui, più che mai, ci si rivolge ai sensi attraverso le forme, i colori, i suoni, la musica, le immagini, il cinema, la televisione, la pubblicità, sarebbe un vero pericolo pretendere di fare a meno di ogni evocazione sensibile del mondo invisibile, al quale dobbiamo sempre restar presenti con tutta la nostra fede. Sarebbe presunzione volersi comportare diversamente, assumendo un atteggiamento contrario alle leggi della condizione umana e al modo costante con il quale Dio ha voluto agire nei nostri confronti.

Purificare il cuore con l' esercizio della fede

Non basta nutrire la fede, bisogna incarnarla nelle nostre azioni. Se la nostra fede non è stata esercitata durante la giornata, non stupiamoci se la troviamo anchilosata nel momento dell'orazione. Ci sembra che i tre atteggiamenti interiori più necessari per avvicinarci a Dio, siano il distacco da ogni cosa e da noi stessi, la carità verso gli altri e l'obbedienza. Nessuno di questi atteggiamenti può essere spontaneo; essi sono delle abitudini lentamente acquisite attraverso atti coscienti. Vivere è agire. Vivere di fede è obbligarsi, per volontà, a dei sentimenti o a degli atti che non corrispondono alle nostre reazioni umane ordinarie, ma che sono una conseguenza logica delle realtà invisibili, a cui solo la fede può attingere. Per agire contro le nostre tendenze naturali, ci vuole un motivo chiaramente presente allo spirito, almeno in modo latente, ma sufficiente per provocare questa reazione soprannaturale. È uno sforzo sempre difficile all'inizio, ma che diviene impossibile se la fede non è alimentata in modo esplicito. Bisogna avere presente il volto del Cristo crocifisso o risentire nel cuore le sue parole sulla necessità di perdersi, per sottoporsi a un sacrificio volontario, che ci si presentasse all'improvviso. Mettere la propria vita in accordo con la propria fede, suppone che il contenuto di quest'ultima sia ben vivo nella nostra memoria e capace di tradursi in atti. L'orazione, essendo legata alla nostra vita, non può essere migliore di noi stessi. È un atto del nostro essere cristiani e sono le stesse virtù, le stesse abitudini, che ci fanno agire nella solitudine della preghiera o quando siamo mescolati, nella vita di ogni giorno, in mezzo agli uomini. Solo l'oggetto e la direzione dell'azione sono allora differenti. È in questo senso che vi è unità tra la nostra vita e la nostra preghiera. L'una è complementare dell'altra. Una vera preghiera è sempre « nella vita ». È un errore il voler calare la preghiera nella propria vita, sforzandoci artificialmente di darle dei motivi e un orientamento in rapporto con le preoccupazioni umane. Quando andiamo a pregare, andiamo a far visita al Signore: siamo in casa sua. Certo, Dio risiede in mezzo agli uomini e abita in ognuno di noi; e, ogni volta che agiamo con carità verso gli altri, noi gli siamo uniti. Tuttavia, Dio resta trascendente a ogni creatura e per entrare in colloquio con lui, bisogna necessariamente lasciare tutto il resto, anche gli uomini, anche gli angeli, anche - e soprattutto - noi stessi. Nel momento della preghiera, bisogna essere capaci di preferire Dio a tutto, e questo sentimento non si improvvisa, lo si deve acquisire attraverso l'esercizio della fede.
Non è forse vero che il frequentare gli uomini, soprattutto quelli che più soffrono e quelli che sono lontani da Dio, ci spinge a pregare e alimenta anche la nostra preghiera? Il
contatto con il male non ci fa forse prendere più chiaramente coscienza della necessità di riparare e dell'urgenza della nostra missione di permanenti in preghiera? Gesù volle che, nella sua Chiesa, la crescita della grazia fosse in rapporto con la preghiera di molti e più specialmente di alcuni, scelti proprio per questo. La preghiera del Cristo, quella che riempiva le sue notti solitarie, quella del deserto al momento della tentazione, quella che precedette la scelta degli apostoli, così come il dialogo con il Padre sul Tabor e al momento di risuscitare Lazzaro, quella che seguì la cena, come il suo lamento alla vista delle folle abbandonate e la sua supplica in lacrime al Getsemani, tutte queste preghiere di Gesù, come Figlio dell'uomo, in nome degli uomini, erano necessarie all'instaurazione del Regno di Dio in mezzo a noi. Esse lo sono ancora, ma ora devono essere continuate nei suoi membri.
Dobbiamo pregare non solo come Gesù, ma con lui, offrendoci al Padre, così che egli possa prolungare la sua preghiera nella nostra. Gesù si è profondamente commosso dinanzi a tutte le miserie umane, che egli ha portato davanti al Padre, carico delle nostre debolezze e dei nostri peccati. Era proprio al Padre che egli parlava, era lui che ritrovava, quando si appartava dagli uomini per le lunghe veglie di preghiera. Gesù vedeva il Padre e, quindi, la nostra preghiera non può assomigliare alla sua che molto alla lontana, e la forma più perfetta che possiamo offrire a Dio, è una preghiera fatta con un cuore tale, che il Cristo possa abitare per continuare la sua stessa preghiera.

Il contatto con gli uomini, beneficio per la nostra preghiera

Come può il contatto intimo con gli uomini e l'amore che portiamo loro, contribuire ad arricchire la nostra preghiera?
Prima di tutto, perché forse torneremo dalla nostra vita tra gli uomini più distaccati da noi stessi, più umili, meno egoisti; le stesse disposizioni di cuore e di spirito sono necessarie per amare Dio e per amare gli uomini come Dio li ama. L'impotenza a confortare le miserie morali di cui siamo testimoni e a rimediare al male del peccato, ci getterà con più forza, nella preghiera, non per trovarvi una facile soluzione, ma perché sentiremo più viva l'importanza. della nostra missione. Proveremo anche il bisogno di gridare verso Dio, di supplicarlo e, soprattutto, di offrirgli la duplice sofferenza che proviamo alla vista del male e dell'impossibilità di porvi rimedio. Il ricordo degli uomini, che Dio ci ha spiritualmente affidato o che avranno posto in noi la loro speranza, deve ravvivare la fede nella nostra vocazione di salvatori con Gesù, spingendoci sempre più ai piedi del Cristo. Tuttavia, occorre fare attenzione, affinché la nostra sensibilità non sia ingombra da queste preoccupazioni, rimanendo liberi per Dio e per accogliere in noi tutti gli uomini.
Il volere portare, in modo troppo sensibile, la sofferenza di alcuni, produce nel nostro cuore lo stesso accaparramento di una amicizia troppo umana. Il cuore non è più disponibile per una amicizia attenta a tutti e a ognuno, né per l'amore a Dio. Le sofferenze dell'umanità intera il Cristo le ha portate nella sua anima e non nella sua sensibilità. Per quanto gravati dal fardello dei nostri fratelli, non possiamo essere assorbiti più da ciò che da Dio, e per entrare nella vera preghiera, distaccati da ogni cosa, non dobbiamo vedere altro che Dio. Tuttavia, dai nostri rapporti con gli uomini, possiamo trarre una preparazione più perfetta alla preghiera, una maggiore generosità per una preghiera di supplica; ma ogni adorazione, ogni accostamento a Dio, nella sua intimità soprannaturale, ogni vero dialogo con lui, non può essere minimamente il frutto dei nostri rapporti diretti con le creature, perché soltanto le virtù teologali possono essere per noi una via di accesso al cuore di Dio.

Al!' inizio della preghiera

Il momento della preghiera, è dunque preparato dalla generosità di cui avremo dato prova durante le varie attività della giornata. Siamo uniti a Gesù nella misura con cui lo amiamo in realtà, e questo legame intimo che ci unisce a lui è lo stesso sia quando il nostro spirito è interamente impegnato dalla preghiera, che quando ci dedichiamo a una qualsiasi attività di lavoro o di relazione. .È qui, che si trova l'unità della nostra vita. Ma al momento della preghiera, tutte le nostre capacità di conoscere e di agire, devono essere direttamente rivolte verso Gesù e assorbite in lui: da qui dipenderà tutta l'autenticità della nostra preghiera.
Rivolgere tutte le nostre facoltà di conoscere e di agire unicamente verso Dio, presuppone, innanzi tutto, che prima le abbiamo distaccate dalle altre attività quotidiane. Arrestando le nostre attività fisiche e interrompendo ogni lavoro, dobbiamo disporci a far convergere verso Dio tutto ciò che ci serve a conoscere: i sensi, l'immaginazione, la memoria, l'intelligenza. Senza una certa abitudine al distacco, vi riusciremo con difficoltà,. perché non basta staccarsi materialmente dalle cose e dagli uomini, bisogna anche lasciarle con il cuore e con la mente. Bisogna accettare di perdere se stessi, la propria vita. Staccarsi, è un atto cosciente dello spirito: dobbiamo prendere il tempo di ritrovare noi stessi nella calma e nella distensione. Non precipitiamoci mai frettolosamente
in cappella, con il pretesto che si è in ritardo! L'importante non è di fare qualche minuto di più di adorazione, ma di farla bene!
Una volta in cappella, il minimo che possiamo fare, è di manifestare, con i gesti e con l'atteggiamento, la fede che abbiamo nella presenza di Gesù eucaristia, il rispetto infinito e l'amore che proviamo per lui. Saremmo tanto meno scusabili non facendolo, in quanto tale forma di preghiera è sempre a nostra portata. In tema di preghiera, siamo troppo spesso illogici:
ci rammarichiamo di essere incapaci di pregare e, nello stesso tempo, non compiamo nessuno degli atti che potremmo fare e che già rappresentano un inizio di preghiera ben fatta. Temo che l'omissione di questi umili mezzi espressivi, non sia causata solo da una negligenza volontaria o meno, ma provenga da una posizione di principio più o meno palese. Col pretesto di sfuggire al formalismo degli atteggiamenti e all'abitudine dei riti, arriviamo - e ciò sarebbe grave ~ a privarci dei mezzi elementari per ben pregare. La negligenza nelle piccole cose, causa inevitabilmente negligenza nelle grandi! Una mancanza di rispetto nell'atteggiamento esteriore non può certo corrispondere a- un sentimento interiore di infinito rispetto dovuto a Dio, poiché siamo uomini, e l'unità della nostra natura è tale che i nostri più intimi sentimenti sono legati agli atteggiamenti del corpo, sia per esprimerli che per intensificarli. Tuttavia, il modo di manifestare esteriormente i sentimenti e il bisogno che se ne sente, variano a seconda delle razze e delle civiltà.
Questa unità che esiste fra la preghiera e i gesti, è così profondamente umana, che lo stesso Figlio dell'uomo vi era assoggettato. Il nostro comportamento, durante la preghiera, deve manifestare la nostra adorazione a Dio e
renderci, contemporaneamente, più facile il raccoglimento. Tale atteggiamento deve aiutarci a pregare e non va considerato, in primo luogo, come una mortificazione, poiché possiamo trovarci in momenti così difficili, in cui, apparentemente, non abbiamo altro dà offrire al Signore, che l'atteggiamento raccolto della nostra persona. La preghiera, quando è difficile, deve essere costantemente rinnovata; e, poiché solo l'inizio della preghiera dipende da noi, durante l'adorazione dobbiamo, parecchie volte, ridonarci a Dio come se entrassimo in cappella per la prima volta.

«Signore, insegnaci a pregare... »

Gli apostoli sono stati spesso testimoni del modo con il quale Gesù era solito pregare a lungo, di notte o all'alba, nel deserto o sulla montagna: certamente essi avevano il desiderio di imitare Gesù, pregando come lui, e mettevano tutta la loro buona volontà nel seguirlo, senza però riuscirvi. Sul Tabor, al Getsemani, nei due momenti più gravi della preghiera del Cristo sulla terra, è accaduto perfino che si addormentassero! Forse scoraggiati da ciò, un giorno gli domandarono di insegnar loro a pregare: «Signore, insegnaci a pregare, come Giovanni lo ha insegnato ai suoi discepoli» (Lc. 11, 1).
Noi non sappiamo nulla sul modo con il quale
Giovanni insegnava ai suoi discepoli a pregare. Certamente doveva trattarsi di una preghiera silenziosa, interiore, altrimenti gli apostoli non avrebbero fatto questa domanda a Gesù. E Gesù rispose dicendo semplicemente il Padre nostro. Le domande contenute in questa preghiera esprimevano certo i sentimenti che animavano la preghiera stessa del Cristo. Egli si rivolge al Padre e tutto è centrato sull'adorazione e sull'avvento del Regno di Dio nel cuore degli uomini. È solo più tardi che Gesù dirà ai suoi di pregare nel suo nome.
Se Gesù non ha detto nulla di più a questo
proposito, è perché intendeva lasciare alla sua Chiesa, e ai maestri spirituali in essa suscitati dallo Spirito Santo, la cura di insegnare il modo di pregare, secondo il mutare dei tempi, dei luoghi, dei costumi e dei caratteri. Non sono solo le attitudini umane di coloro che pregano a mutar con i tempi: vi è anche, con lo sviluppo della vita spirituale della Chiesa, una penetrazione più profonda della natura della preghiera, dei suoi rapporti con l'avanzare del Regno di Dio sulla terra e una partecipazione più cosciente all'attività stessa di Gesù nel suo Corpo mistico, attraverso la sua stessa preghiera e il suo stesso sacrificio.
L'ampliarsi della vita religiosa, prima solo monastica, verso forme nuove più direttamente
apostoliche, la presa di coscienza dei problemi missionari, le rivelazioni del Sacro Cuore, l'approfondimento della devozione eucaristica, hanno progressivamente fatto meglio capire, a che punto la preghiera dei cristiani, come la preghiera stessa del Cristo e in grazia sua, sia una attività di adorazione, d'intercessione e di riparazione in nome di tutta l'umanità.
Oggi, questa consapevolezza è più viva che mai,
al punto da suscitare un bisogno di concretizzare questa delega permanente alla preghiera, in nome degli uomini e in una reale compartecipazione alle stesse condizioni di vita. La nostra vocazione è proprio in questa linea. « Noi siamo la voce dei poveri, la loro liturgia », mi scriveva una persona. Questa nuova concezione della preghiera, che trova il suo punto di partenza e, in certo modo, la sua forma, nel quadro disadorno imposto dalla condizione dei poveri, unita a una mentalità modificata dal nuovo ritmo della vita attuale: tutto ciò fa sì che i modi di pregare insegnati dai maestri spirituali dei secoli passati, sembrino aver perso parte della loro efficacia. Per un certo numero di persone, sono divenuti persino psicologicamente impossibili. .È questa, certo, una delle ragioni delle difficoltà che molti provano, attualmente, nell'arrivare al raccoglimento e nel mantenervisi. L'uomo che per tutto l'anno subisce il ritmo vertiginoso di una città moderna, trova certamente una grandissima difficoltà nel padroneggiare la sua immaginazione e i suoi pensieri: la fatica nervosa, la continua tensione, il fatto stesso di esser obbligato a ricevere in continuazione, e in modo semi-cosciente, una folla di immagini, di luci e suoni, tutto ciò genera una maggior difficoltà di attenzione e di concentrazione interiore. È una debolezza, una povertà di mezzi nei confronti della vita contemplativa, a cui non possiamo rimediare completamente; però sarebbe pericoloso rassegnarvisi e lasciarsi andare.
Vi sono due cose da fare: prima di tutto, reagire per quanto possibile, preparandosi alla preghiera come abbiamo detto e, quando avremo fatto generosamente tutto ciò, allora soltanto avremo il diritto di offrire questa debolezza a Dio come umile sacrificio, supplicandolo di volersene servire per farci penetrare in una preghiera di semplice sguardo e di offerta di noi stessi, cosa che solo lo Spirito di Gesù può fare in noi. I doni dello Spirito di Gesù sono stati posti nella nostra anima come pegno di assistenza dello Spirito Santo, quando l'opera
che ci è richiesta si rivela superiore ai nostri mezzi.
Bisogna dunque fare umilmente tutto il possibile per pregare bene, supplicando lo Spirito
Santo di venirci in aiuto e, nello stesso tempo, preparandoci, con grande desiderio e paziente attesa, alla venuta della preghiera stessa di Gesù nel nostro cuore. Quando abbiamo fatto tutto ciò, non ci rimane che perseverare con fiducia, con rispetto per la preghiera, senza stancarci di ben prepararla e di ricominciarla ogni giorno con tutto il nostro cuore, e restando in pace, certi che in questa oscurità - nonostante ciò che sentiamo - Gesù è presente, contento di noi e che la nostra preghiera è efficace. Ciò che ci manca è solo di sentire questa presenza e di gioirne. Ma la realtà, quando si identifica con Dio stesso, conta molto di più della sensazione che possiamo provare. È questa la legge della fede, alla quale saremo soggetti fino alla morte.
È proprio questo, che ho voluto spiegare con
«La preghiera della povera gente ». Sarebbe, quindi, sbagliato appoggiarsi a tale insegnamento per restare passivi, senza imparare a pregare e senza reagire contro le difficoltà inerenti alla nostra vita e che non possiamo completamente evitare. Ma tutto ciò potrà essere un mezzo di purificazione, attesa di una grazia di unione e offerta di un sacrificio a Dio gradito solo a condizione che noi si sia fatto del nostro meglio per dirigere la nostra preghiera, per farne un atto il più possibile perfetto e per diminuire al massimo le difficoltà materiali esterne, che normalmente la ostacolano.

L'utilità della preghiera vocale

È bene iniziare l'adorazione con una preghiera vocale interiore pronunciata molto lentamente o a bassa voce, se si è soli. Esprimiamo così, in piena semplicità, il desiderio di offrire a Dio tutto il nostro essere, insieme al nostro ossequio è al proposito di ben pregare. Possiamo farlo anche se siamo abitualmente portati a una preghiera di semplice presenza: dobbiamo stare dinanzi al nostro Dio come uomini, e una preghiera vocale ben fatta è un'offerta. Non sarebbe normale iniziare invocando lo Spirito Santo con il Veni Creator? Non abbiamo, forse, bisogno immediato del suo aiuto, se aspiriamo alla contemplazione? È il momento di ricordare anche gli angeli, la vergine Maria, loro regina, poiché essi sono stati particolarmente designati da Dio per essere i messaggeri della nostra preghiera e incaricati di aiutarci efficacemente nel nostro sforzo malsicuro, per portare il nostro sguardo interiore verso il volto che essi contemplano senza veli.

È bene variare la preghiera, per evitare che diventi un atto meccanico, ma non dobbiamo confondere l'assuefazione con l'abitudine. Alcuni, con il pretesto di evitare delle preghiere meccaniche, tenderebbero a sopprimere dalla loro vita spirituale ogni preghiera vocale regolare e ogni espressione sensibile: infatti ci si abitua a tutto ciò che è sensibile. Ma ci si abitua anche a non fare alcuno sforzo spirituale, e questa strada porta al vuoto e alla tiepidezza. Non è certo sopprimendo l'esercizio che inizialmente era per noi un vero aiuto, che diventeremo più ferventi, ma facendo ogni giorno lo sforzo di attenzione e di amore per ridare a questo esercizio tutto il suo significato. Non dobbiamo abbandonare la preghiera vocale o l'esercizio di pietà, perché la nostra sensibilità è indebolita, ma dobbiamo proprio allora continuare a servircene come di un mezzo per esprimere dei sentimenti che sinceramente vorremmo provare e offrire a Dio. La liturgia della messa, l'ufficio divino, il Vangelo, il rosario, la visita a Gesù nel sacramento eucaristico, la via crucis, tutto è suscettibile di abitudine!
È un'illusione voler cercare un rimedio alla ripetizione puramente meccanica, sopprimendo
ogni espressione che potrebbe diventare abitudine. Si può certo tentare di combatterla variando le preghiere, ma sarebbe ancor meglio elevarsi al piano dello spirito e della fede che, anche se non è alimentata dal sensibile, può continuare però a servirsene come mezzo di espressione.

Lo sguardo fisso in Dio

Durante la preghiera, si tratta di fissare su Dio lo sguardo della fede, per dirigere verso di lui i sentimenti che vogliamo esprimergli: adorazione, ringraziamento, gioia per la sua gloria e per ciò che egli è, intercessione e riparazione. E bisogna, altresì, mantenere il distacco da tutto il resto, evitando di essere vinti dalle distrazioni, da preoccupazioni e da fantasticherie. D'altra parte, le distrazioni sono più o meno inevitabili e l'essenziale è di sforzarci di rimanere in pace. Non si deve lottare sempre direttamente contro le distrazioni o per imbrigliare la fantasia, sarebbe snervante e inefficiente: ci si deve semplicemente sforzare di ricondurre, nella calma, l'immaginazione e l'intelligenza verso Dio.
Non esiste un metodo che possa far totalmente evitare le distrazioni al momento della preghiera. La sola cosa che possiamo dare totalmente
a Dio, è il desiderio di amarlo e con tutta la nostra conoscenza. Ma l'attenzione del cuore dipende, tuttavia, dalla semplice attenzione. Il miglior rimedio alle distrazioni sta nell'essere fedeli a preparare con cura la preghiera: sforzo di distacco dalle nostre occupazioni interrotte, ritorno alla calma interiore ed esteriore, passaggio - il più netto possibile - dall'agitazione delle varie attività all'immobilità della preghiera. Dobbiamo purificare la memoria, imparando a rimandare a più tardi l'esame delle preoccupazioni e dei problemi che ci assillano.
Il modo di comportarsi per mantenere fissa in Dio, nella fede, l'attenzione della mente, varierà molto da una persona all'altra: esso dipende dal carattere, dallo stato fisico, dal tipo di occupazione, dall'abitudine più o meno grande che abbiamo al raccoglimento nella preghiera, ma soprattutto dipenderà dall'accoglienza che faremo al lavoro dello Spirito Santo nel nostro cuore. Gli uni si serviranno di più dell'immaginazione fissandola sul Cristo, sulla passione e sui misteri della sua vita, oppure sulla vergine Maria, sui santi e sugli angeli, che già contemplano il volto di Dio. Altri potranno arrivare più rapidamente a un raccoglimento dello spirito più semplice e spoglio. La semplificazione della preghiera è, in parte, il risultato dell'abitudine al raccoglimento, ma soprattutto è l'effetto dell'opera dello Spirito Santo. Non parlo qui dell'orazione di raccoglimento e di quella che non ha più alcun cammino, perché in questo caso non dobbiamo fare altro che lasciarci condurre da Dio. Dobbiamo anche evitare il pericolo di fermarci a una rappresentazione intellettuale o immaginativa, senza cercare di manifestare a Dio, in un intimo dialogo del cuore, i diversi sentimenti di amore, di riconoscenza, di rispetto infinito che gli dobbiamo esprimere.
Fur cercando, ognuno di noi, di trovare il metodo per pregare che più conviene, è bene ispirarsi all'esempio di fratel Carlo. I due schemi che egli adoperava per la sua preghiera sono semplicissimi e di esempio di ciò che possiamo fare a sua imitazione. In essi abbiamo un esempio tipico del suo atteggiamento interiore e del modo con cui la sua fede, animata dall'amore, si serviva dell'immaginazione e di tutti i sensi per dare alle realtà invisibili una forza di presenza, quasi visibile, sufficiente per destare l'attenzione e spingere la volontà ad agire. Vi troviamo gli elementi per una vera orazione, ai quali dobbiamo ispirarci per trovare la nostra strada, quella che meglio risponderà al nostro temperamento, alle difficoltà che abitualmente incontriamo, ma anche al modo con cui Dio ci ha condotti fino a ora.

Le due mense

Per questo, il nostro sguardo interiore, secondo un atteggiamento tanto caro a fratel Carlo, si fisserà preferibilmente su Gesù a partire dalla presenza eucaristica e dalla meditazione della Sacra Scrittura. Dobbiamo rinnovare la nostra fede nella presenza reale di Gesù nel santissimo sacramento, recitando, se necessario, una preghiera o un inno eucaristico e fino a che la grazia di Gesù terrà desto in noi questo sguardo di adorazione e di amore, è bene prolungarlo senza curarsi d'altro. Ma se ciò non avviene, se in noi si infiltra un senso di vuoto, pieno di distrazioni, da non confondere con il vuoto colmo di una presenza divina oscura, allora dobbiamo collaborare attivamente con la nostra preghiera, mediante uno schema precedentemente fissato. Ciò ha lo scopo di aiutare la nostra attenzione sensibile e spirituale a dirigersi verso le cose di Dio in uno sguardo di fede. Inizialmente sarà più preciso, mentre poi tenderà a semplificarsi e a trasformarsi in una abitudine interiore a essere attenti alla divina presenza. Ma peccheremmo di negligenza, se non prevedessimo un metodo di preghiera adatto a noi, salvo a modificarlo in seguito.

Preghiera e culto eucaristico

La preghiera può rivestire diversi aspetti secondo i momenti e le grazie che Dio ci concede: può essere serena contemplazione del volto di Dio, o essere marcata dalla sofferenza e perciò unita al sacrificio della croce. Può anche, se fatta dinanzi al tabernacolo, rivestire l'aspetto di culto reso all'eucaristia.
Quando fratel Carlo di Gesù pregava nella sua cappella, la sua orazione prendeva come punto di partenza un atto di fede nella presenza sacramentale. Il segno sensibile delle apparenze, sotto le quali si trova realmente presente l'umanità del Cristo, è un aiuto possente per suscitare e orientare la nostra adorazione. Ma non possiamo accontentarci di considerare la presenza eucaristica, nella nostra cappella, in rapporto a noi, come un mezzo di preghiera, e di comportarci in funzione dell'aiuto che vi troviamo, per alimentare la nostra vita di fede. Si tenderebbe, allora, a considerare la. esposizione del santissimo sacramento solo come mezzo esteriore per sostenere il fervore della preghiera. Ognuno l'apprezzerebbe diversamente, secondo le sue personali disposizioni, rischiando, però, di misconoscere l'aspetto essenziale del culto eucaristico, che consiste nel rendere omaggio di adorazione e venerazione al corpo
e al sangue di Cristo. Questo culto deve essere esterno ed esprimersi in modo sensibile e visibile, sotto pena di trascurare il valore di segno essenziale del sacramento. Gesù, decidendo di restare visibilmente fra noi, sollecita per ciò stesso, un culto visibile di adorazione e di rispetto. È per questo, che tale culto ha tutta la sua ragione di essere, anche se un poco ci disturba, anche se ci sembra che potremmo .fare a meno di questa manifestazione esterna per restare fedeli alla preghiera. Non dobbiamo credere troppo facilmente che, essendo la carità e l'unione a Dio, attraverso la grazia e le virtù teologali, la cosa essenziale, il culto eucaristico sia secondario! No, esso è alimento per la nostra debolezza e un sostegno "indispensabile, e non dobbiamo privarcene per negligenza o fuori dell'obbedienza. Vi sono delle ragioni del cuore che la mente non conosce e che avvalorano la nostra venerazione per il corpo di Cristo. Non ripeterò ciò che ho già detto sulla necessità dell'uomo di manifestare i suoi sentimenti con atti esteriori. Basta farne qui applicazione al culto eucaristico, e poiché in una fraternità il culto eucaristico è presso a poco la sola manifestazione esterna di carattere sacro, che contrassegna la nostra vita nascosta nel lavoro quotidiano in una società materializzata, ci può essere presunzione nel credere di poter fare impunemente a meno del segno che Gesù stesso ha voluto per la nostra vita terrena. Inoltre, sono veramente rari coloro che non hanno costatato le grazie di fervore ottenute da una fedeltà attenta e rispettosa del culto eucaristico. Un atteggiamento di umile docilità alle raccomandazioni della Chiesa e a quelle, così insistenti, di fratel Carlo di Gesù: soltanto un simile atteggiamento può
completamente disporci a tutte le grazie della nostra vocazione.
Certo, per restar fedele a una chiamata eccezionale, padre de Foucauld non ha esitato a sacrificare, per molti mesi, non solo il culto, ma perfino la presenza del santissimo sacramento e la celebrazione della messa; però, non si è deciso a questi estremi se non con titubanza e sofferenza e non ha mai cessato di desiderare il giorno in cui avrebbe ritrovato questa presenza, che era sempre stata per lui il cammino stesso verso il Padre. Anche noi, per obbedienza alla nostra vocazione, possiamo a volte trovarci nelle stesse condizioni e, in questi casi, il Signore supplirà alle grazie che ci vengono ordinariamente dal sacramento del corpo di Gesù e dal culto, ma, da parte nostra, dovremo essere più che mai desiderosi di venerare il corpo del Cristo e di partecipare alla sua mensa.

La contemplazione

Nel timore possano sorgere equivoci sull'uso del termine «contemplativo », sarebbe utile cominciare a definire esattamente cosa s'intende con tale definizione.
Prima di tutto, c'è la contemplazione soprannaturale: una cosa, uno stato d'animo, un genere di vita non si possono dire contemplativi che in rapporto a ciò. La contemplazione è una conoscenza sperimentale e soprannaturale di Dio, percepita attraverso l'amore e sotto l'influsso dei doni dello Spirito Santo. In senso lato, con lo stesso termine si definiscono gli stati di preghiera che preparano o precedono l'atto stesso della contemplazione divina. Di per se stessa, nella sua essenzialità, essa resta
al di fuori della portata diretta della nostra anima: è una luce divina, di cui Dio solo è padrone assoluto. Tuttavia, c'è una preparazione che noi possiamo fare sul cammino della contemplazione e che può concorrere al suo fiorire. Ed è pur vero che la contemplazione infusa viene negata a numerose anime, per il solo fatto della loro impreparazione a riceverla. L'azione diretta di Dio non supplisce che raramente a ciò che un'anima avrebbe potuto fare con i propri sforzi. Essenzialmente, credo che la disposizione dell' anima a ricevere la conoscenza infusa che è la saggezza, si possa riassumere in una sola frase: la morte a tutto ciò che non è Dio. Questa disposizione si inserisce direttamente sul piano dell'amore. Essa implica un distacco profondo da tutte le cose create e particolarmente da se stessi. Non che una simile morte a se stessi e al mondo sia completamente i!1. nostro potere, poiché le grazie della contemplazione avranno esse stesse il compito di perfezionarla in noi, facendo discendere il fuoco dell' amore nel. più profondo della nostra anima, dove, da noi soli, non possiamo più nulla. Ma tale morte, anche se attualmente non è realizzata in noi che in modo imperfetto, deve essere almeno intenzionalmente voluta, desiderata e amata. È dunque nell'ordine della carità che si inserisce la predisposizione essenziale alla grazia della contemplazione. Ciò che, d'altronde, è normale, poiché questa non è che il libero gioco del dono dello Spirito Santo in noi, il cui sviluppo è in rapporto a quello della carità.
Dio solo sa a che punto l'amore è la causa del nostro avvicinarsi a lui. Lo spessore della porta che ci separa è ben poca cosa, e forse Dio è più vicino a colui che sta ancora battendo a tale porta, che a chi, avendola trovata aperta,
può già gettare uno sguardo all'interno. Poiché è una manifestazione dell'amore di Dio nei nostri confronti di essere ammessi a perseverare nella speranza; dinanzi a una porta chiusa, senza cessare di bussare sulla fiducia della parola di colui che cerchiamo ogni giorno su un cammino deserto: «Domandate e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Poiché chiunque domanda riceve; colui che cerca trova e a chi bussa si aprirà» (Mt. 7, 7-8). Il nostro cercare è già di per se stesso un incontro, e la nostra attesa dinanzi alla porta ci ha già introdotti all'interno del mistero senza che noi lo si sappia. Accettiamo nella gioia la parte che il Signore ci ha riservato: qualunque essa sia, abbiamo la certezza che essa conterrà, per ognuno di noi, la propria parte di vita divina, di speranza, di luce e, soprattutto di partecipazione alla croce.

La lettura meditata delle Scritture

La lettura meditata della Bibbia, in particolare dei libri del Nuovo Testamento, è il pane quotidiano per il nutrimento della nostra fede. Come ogni cibo, essa deve èssere data con regolarità e assimilata. Dovremo cercare due cose in questa lettura: la conoscenza del vero volto di Dio e l'insegnamento delle regole che dobbiamo mettere in pratica per rassomigliare al Cristo.

La lettura meditata della Bibbia è un mezzo indispensabile per disporci alla contemplazione dei misteri di Dio. Non possiamo farne a meno. Una vita fervente di orazione è impossibile senza il basilare nutrimento del nostro spirito, della nostra memoria e del nostro cuore, attraverso la meditazione della parola di Dio.
La lettura meditata della Sacra Scrittura deve egualmente imprimere nella nostra memoria i gesti e gli insegnamenti di Dio, allo scopo di conformare in pratica la nostra vita. Noi non progrediamo nel capire la Scrittura, il Vangelo in particolare, se non metteremo in pratica ciò che leggeremo. È vivendo il Vangelo, facendolo, che esso diventa chiaro e che noi prendiamo parte alla saggezza di Dio. Non leggiamo la Scrittura solo per curiosità, ma per cercarvi una parola da realizzare all'istante. Dobbiamo essere trasformati con il mettere in pratica la saggezza evangelica, per essere in grado di ricevere la luce di Dio.
In generale, i libri dell'Antico Testamento esigeranno da noi un tempo di lettura più prolungato: non potremo, quindi, fare tale lettura abitualmente ogni giorno, ma facciamola, nei limiti del possibile, una volta alla settimana.
I libri del Nuovo Testamento, e i Vangeli in particolare, devono essere oggetto di quotidiana lettura. Sarà più o meno lunga a seconda del tempo di cui disponiamo e secondo la familiarità che avremo contratto con il tempo e alla luce di Dio, di tali testi sacri. Ci sono, in effetti, diverse tappe nella lettura della Sacra Scrittura.

La prima tappa, assolutamente indispensabile, è quella della scoperta del testo sacro e dell'acquisizione di conoscenze storiche ed esegetiche, senza le quali non sapremo scoprire il vero senso degli avvenimenti, dei fatti e degli insegnamenti, in esso riportati. La seconda tappa è quella della lettura meditata propriamente detta, per cui, attraverso la riflessione, e aiutati dalla grazia, ci sforzeremo di scoprire il significato profondo del testo, di ritenerlo e di assimilarlo. La terza tappa inizia quando la conoscenza familiare del testo è tale che abbiamo l'impressione di non aver nulla da scoprirvi: la forza delle parole è come affievolita dall'abitudine. È allora che dovremo riesaminare umilmente il testo sacro, il cuore dilatato da un grande desiderio di ricevere lo Spirito promesso da Gesù, il solo capace di rivelarci, a poco a poco, le ricchezze infinite della divina saggezza, nascoste sotto la debolezza del linguaggio umano. Questi tre modi di meditare la Bibbia non sono incompatibili fra loro. È bene ritornare all'uno o all'altro a seconda delle esigenze. Nella lettura meditata è bene cambiare i metodi. Giunti alla terza tappa, ci occorrerà molta pazienza, umile perseveranza e profonda fiducia, e dovremo ricordare che ciò che è detto a proposito della preghiera contemplativa si applica egualmente per la lettura meditata delle Scritture.

La preghiera vocale

Non minimizziamone l'importanza. Da quando i misteri nascosti in Dio sono stati articolati dalle labbra umane del Verbo incarnato, si è reso necessario che i nostri sentimenti e la nostra preghiera si esprimano anche con le nostre labbra, in ossequio alla nostra condizione di uomini, come imitazione della preghiera del Cristo e in unione a essa.
La preghiera ha un duplice scopo: manifestare
all'esterno ciò che sentiamo in noie sviluppare o rafforzare in noi i sentimenti espressi con le parole. La preghiera vocale è un'offerta a Dio: essa deve esserne degna. Ora, essa perde ogni significato se non diventa un atto umano fatto con rispetto e con attenzione. La preghiera vocale è anche la manifestazione della preghiera unanime dei fratelli, in comunione di spirito e di cuore, riuniti alla presenza del Signore e oranti nel suo nome. Ma ricordiamoci che non si recita una preghiera: si dialoga con Dio.

Gli esercizi di pietà

Gli esercizi di pietà non sono certo la perfezione. Dobbiamo aggiungere che non sono preghiera, ma dei mezzi di preghiera. Si può quindi concepire una vita cristiana anche perfetta senza alcun esercizio di pietà, mentre non la si può concepire senza abbondante preghiera. Dobbiamo dire che ogni preghiera vocale è un esercizio? Fatta eccezione per le preghiere liturgiche, si dovrebbe considerare, come esercizio, una determinata formula di preghiera di cui ci si impone la recita abituale, sia in pubblico che in privato: per esempio l'angelus, il rosario. Ma una preghiera vocale che sgorga dall'animo, spontaneamente, come un grido o un colloquio con Dio, senza alcuna formula imposta, non è un esercizio. Nella vita del Cristo e della Vergine non ci fu certamente alcun tempo dedicato agli esercizi, poiché essi non ebbero - né l'uno, né l'altra - alcuna necessità di mezzi di preghiera. Le preghiere vocali furono per loro l'espressione spontanea dei loro dialoghi con Dio. Tali sono i magnifici zampilli di preghiera che sgorgano sulle labbra del Cristo durante la sua vita terrena, come la preghiera dopo la cena o quella dell'agonia; e così, sulle labbra della Vergine, come il Magnificat!
Gli esercizi non hanno altro valore che quello
di produrre in noi una vita di preghiera e di facilitare l'acquisizione o la pratica delle virtù cristiane. Ed è unicamente in funzione a tale rendimento che li dobbiamo apprezzare.

Ma in questo apprezzamento dobbiamo evitare degli errori in senso opposto: ci sarebbe la stessa mancanza di prudenza sia a sopprimere inconsideratamente l'uso di un determinato esercizio, con il pretesto che non corrisponde completamente alle nostre esigenze del momento, che ad aggrapparvisi come se la perfezione dipendesse da esso. Gli esercizi di pietà si potrebbero paragonare alle impalcature e ai tavolati, che servono per erigere un edificio. Se le impalcature vengono ritirate prematuramente, il lavoro rimane incompiuto; e se questo sembra terminato e si ritirano troppo rapidamente i tavolati si rischia un crollo generale o parziale dell'edificio. Al contrario, una volta terminato il grosso del lavoro, è spesso necessario, per continuare la costruzione più facilmente, smontare definitivamente certe sezioni più basse delle impalcature. Infine, quando la costruzione è solidamente e completamente terminata, essa non può essere valorizzata totalmente se non vengono tolte tutte le travi. Così avviene per l'uso degli esercizi di pietà. Ogni caso deve essere risolto da solo e suppone una vera prudenza per essere trattato convenientemente. Non esiste alcuna ricetta o facile soluzione in questo campo.

Ecco ora alcuni princìpi che non dobbiamo dimenticare. Non apprezziamo mai il valore di una nostra giornata in base alla semplice fedeltà materiale agli esercizi. Non permettiamoci mai di giudicare gli altri in questa materia. Si può e si deve porre come principio generale, anche se le eccezioni sono possibili, che più un'anima progredisce nella vita spirituale, meno sente la necessità degli esercizi. In certi casi, possono anche generare e costituire un vero ostacolo alla preghiera. Una serie di esercizi, materialmente ben fatti, possono dare delle
illusioni e non essere di alcuna utilità all'anima, se non sono la diretta espressione della vita interiore o se non vengono attivamente adoperati per produrre in noi una vera preghiera e una crescita nell'amore. Un esercizio non deve mai essere subìto passivamente.