René Voillaume
PREGARE PER VIVERE

CITTADELLA EDITRICE ASSISI

IL CLIMA DELLA PREGHIERA

I FONDAMENTI UMANI DELLA PREGHIERA

PERMANENTI IN PREGHIERA

L'AMICIZIA CON GESÙ

LE TAPPE DEL CAMMINO DELLA PREGHIERA

LA PREGHIERA DELLA POVERA GENTE

L'INTIMITÀ CON IL CRISTO

IL CAMMINO DELLA PREGHIERA

IL RITMO DELLA VITA DI PREGHIERA

   

CON GESÙ NEL DESERTO


LA PREGHIERA DELLA POVERA GENTE

Attendere la venuta di Gesù

Le nostre pesantezze e impotenze al momento di pregare ci portano, talvolta, a chiederei se non vi sia qualche metodo misterioso che ei possa indicare, finalmente, la via da seguire. Non credo che tale metodo esista e, comunque, non potrebbe essere diverso da ciò che il Signore ei ha già detto nel Vangelo. Gesù resterà sempre il maestro supremo della preghiera, non solo perché ne ha parlato con conoscenza di causa, ma per l'esempio della sua vita, perché ha pregato meglio di qualsiasi altro! Gesù ha vissuto la preghiera perfetta, in una vita particolarmente disturbata e talvolta schiacciante. Ma, soprattutto, egli resta il maestro della nostra preghiera perché lui solo, gratuitamente e per amore, può metterei nella intelligenza, nella memoria e nel cuore il vero spirito di preghiera. Ogni volta che Gesù aveva voluto condurre alcuni dei suoi apostoli a pregare con lui, il Vangelo nota che, benché scelti, essi finivano con l'addormentarsi. Sul Tabor, mentre il loro maestro parlava con Mosè ed Elia della sua prossima morte, «Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» (Le. 9, 32). Al Getsemani «egli ritorna dai suoi discepoli e li trova addormentati» (Me. 14, 37-40). Ma Gesù non si è né scoraggiato, né impazientito. Gli apostoli erano uomini rudi, costretti alla pesca notturna e abituati a ricuperare un arretrato di sonno in qualunque momento della giornata. Chi di noi, nella pesante stanchezza di uomo della vita operaia, non ha sperimentato questa rivalsa del corpo sullo spirito? Ci si addormenta, non importa dove! Credo che dovette succedere qualche volta anche al Signore di riposarsi di giorno delle notti abbreviate dall'afflusso dei visitatori o dalla preghiera troppo mattutina: durante l'attraversata del lago in tempesta, «egli stava a poppa dormendo sopra un guanciale» (Mc. 4, 38). Questi fatti ci mettono a nostro agio e nella realtà della nostra esistenza poiché, malgrado tutto, Gesù ha ben trovato il modo di lavorare il cuore dei suoi apostoli fino a insegnare loro a pregare.
Non bisogna, tuttavia, concludere che noi non abbiamo altro da fare che attendere la visita dello Spirito di Gesù. Dobbiamo andarvi incontro e sforzarci lungo la via stretta. Bisogna sforzarsi alla preghiera e, contemporaneamente, attendere il Signore per pregare veramente. In tutto ciò, non vi è contraddizione. Salvo quando il Signore viene a fare tutto da solo, bisogna saper tenere conto di queste due realtà: la speranza umile e sempre rinnovata della sua visita e la nostra attesa nello sforzo.

Le condizioni di una preghiera autentica

La nostra costante inquietudine è quella di sapere come trovare nella nostra vita le condizioni per una preghiera autentica e come fare per dedicarci generosamente. Ci è forse successo di dubitare, in certi momenti, che la cosa sia possibile. Davanti alla gravità di questo problema, confesso di essermi sentito talvolta come all'inizio di una via sconosciuta, di un sentiero terribilmente stretto e pericoloso. Una delle principali obiezioni mosse alla vita che conduciamo è che la fatica, il chiasso di cui per lo più siamo circondati e, insieme, la pesantezza di spirito provocata da uno sforzo fisico penoso e prolungato, sembrano escludere qualsiasi possibilità di una autentica vita di orazione. Questo problema è grave non solo per noi, ma per milioni di povera gente, di lavoratori asserviti per vivere a un lavoro spesso massacrante. Capisco bene che ci dovrebbe essere una risposta a questa obiezione. Dio ci spinge a condividere sempre più integralmente la sorte dei poveri, pur approfondendo nelle anime nostre il senso della nostra vocazione alla preghiera; e poi, leggendo il Vangelo, non sembra che Gesù abbia mai voluto fare della preghiera qualcosa di raro, di riservato agli uomini che godono della calma e della libertà, necessarie a una meditazione fruttuosa: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e troverete il riposo per le anime vostre» (Mt. 11, 28-30).
Sì, bisogna ammetterlo: al momento della preghiera noi saremo, per lo più, incapaci di meditare, di pensare. E tutto il problema è di sapere se abbiamo un'altra via per raggiungere Dio nella preghiera. Per un certo periodo, più o meno lungo, secondo i casi, sarà normale e anzi utile che il nostro dialogo con Dio inizi con uno scambio in cui abbiano la loro parte il pensiero, l'immaginazione e le emozioni sensibili. Ma questo dialogo deve poi
progredire verso una zona di noi stessi situata molto al di là della sensibilità, delle immagini, della riflessione. A ogni tappa, non temiamo di semplificare, e anche di attualizzare, il nostro incontro con Dio. All'inizio della nostra vita di preghiera - inizio che può durare a lungo - sappiamo per esempio aprire il Vangelo o la Bibbia, non tanto per meditare le parole divine, quanto per tenerci sotto la loro luce, leggendo e rileggendo attentamente i versetti senza analizzare, senza discutere con noi stessi. Tutto ciò è semplice, compatibile con la dura fatica delle giornate di lavoro. E sono inizi a cui converrà talvolta tornare, molto più tardi, lungo la strada. Ma soprattutto non ancoriamoci mai a dei mezzi, qualunque siano. Andiamo a Dio con tutto il nostro essere, come possiamo; innanzi tutto con le nostre attività umane, che la presenza della grazia in noi rende soprannaturali. Ma sono la fede, la speranza e la carità, viventi in noi, che ci portano in Dio stesso. Qui ci vorrà molto coraggio. Ma bisogna sapere che tali atti non dipendono dalle impressioni sensibili e confortanti che ne riportiamo; ci basta sapere che siamo figli di Dio e che vagliamo darci a lui. Dimentichiamo, generalmente, che la parte migliore del nostro essere non è quella che possiamo sentire. Possiamo certo aver coscienza di noi stessi mediante i nostri pensieri, atti di volontà e sentimenti; ma la nostra natura di figli di Dio ci sfugge. Potremo cosi giungere a esercitare in modo vitale la fede, la speranza e la carità, il che è già una preghiera vera, anche se spoglia. Forse, allora, il Signore verrà lui stesso a completare in noi le sue misericordie. Non è necessario che lo sentiamo. La nostra preghiera non è mai così reale, casi profonda, come quando si svolge al di fuori del campo della coscienza sensibile. Il vero orante si perde di vista, il suo unico sguardo è rivolto a Dio ed è uno sguardo di pura fede, di speranza e di amore che niente di sensibile, e spesso niente di sentito} consolerà. Ci sembra di mancare di fiducia, e ogni punto di appoggio ci viene a mancare; tuttavia, è allora che cominciamo ad agire sul piano propriamente divino. Crediamo di essere a un cattivo passo ed è proprio allora che la nostra vita si ordina finalmente come Dio la vuole. Quando camminiamo solo spinti dalla fede pura, quando restiamo davanti al Santissimo senza troppo saperne il come e il perché, quando le parole del Vangelo o della liturgia ci sembrano spoglie di ogni sapore, di ogni potere emotivo, allora, se siamo stati fedeli e se Dio lo vuole, si compie in noi il mistero della fede e incominciamo a penetrare nella zona dell'anima nostra in cui sgorga la vita divina. È solo alla luce di questa prospettiva e convinti di una tale verità, che possiamo riflettere sul problema della preghiera.
Meditare non è dunque pregare; tutt'al più la meditazione può essere la preparazione alla preghiera e, per alcuni, la porta d'ingresso. La meditazione non è preghiera e non è neppure essenziale come preparazione alla preghiera quando circostanze indipendenti dalla nostra volontà ci obbligano a seguire un'altra strada.
Poiché, vi è un'altra strada. Ancor più: la meditazione può talvolta diventare un ostacolo alla preghiera, come uno schermo fra Dio e noi, una strada troppo facile che invita al girovagare.
Dio non può venirci incontro che nella misura delle realtà del nostro amore e questa non si trova che sul sentiero della fede pura. Questo
sentiero passa per l'oscurità della spogliazione della ragione e del sensibile. Ora, una tale spogliazione è richiesta non solo dalla natura stessa della purificazione, ma anche dal modo abituale di agire del Signore Gesù che non può accostarsi a noi senza bruciarci con la sua agonia e la sua croce. Coloro che passano per la meditazione dovranno necessariamente arrivare qui, e lo Spirito Santo, se sono fedeli, verrà alla sua ora a spezzare un ordinamento troppo razionale della loro « vita spirituale », rendendo impossibile ogni meditazione, per obbligare la loro volontà a tendere direttamente verso Dio solo, al di là di ogni idea e di ogni sentimento. Poiché neppure il sentimento, più della meditazione, è preghiera.
Dobbiamo credere fermamente che la verità della preghiera, la via dell'unione a Dio è al di là dei sentimenti, delle parole, delle idee. Si minimizza troppo la realtà della preghiera, non se ne ha un'idea abbastanza elevata. Non si crede abbastanza che Dio possa venire veramente in noi, per fare la nostra preghiera; oppure, se ci si crede, si ha tendenza a riserva me la riuscita a un piccolo numero di privilegiati, a coloro a cui il chiostro procura una cornice di silenzio favorevole alla meditazione. Perché dovrebbe essere così? Coloro la cui condizione di vita impedisce di meditare sarebbero, perciò, impossibilitati a pregare? La preghiera non è forse al di là della riflessione? I poveri non possono meditare; non hanno testa per fare ciò; non hanno la cul~ tura richiesta, non conoscono il meccanismo della meditazione, oppure sono troppo stanchi. Condividendo la vita dei lavoratori, noi dobbiamo condividere anche il loro modo di pregare.
A forza di coraggio perseverante, con atti di
fede e di amore semplici e nudi potremo metterci davanti a Dio e attenderlo aprendogli il fondo del nostro essere, così come è. Il risultato sarà spesso una preghiera dolorosa, pesante, in apparenza poco spirituale; ma attraverso questo sforzo di fede, nell'atteggiamento coraggioso del corpo, si tradurrà la sete e l'attesa di Dio che, nondimeno, è nell'intimo nostro. La volontà vuole pregare; essa desidera e chiede la preghiera. Certi giorni, avremo solo questa povera cosa da offrire al Signore, ed è a lui che competerà di fame una vera preghiera e un mezzo di unione con lui.
Dovremo, senza dubbio, essere pazienti, costantemente pronti a una coraggiosa perseveranza, attraverso le oppressioni e gli abbrutimenti. Per alcuni, questa continua vigilanza nell'esercizio, già molto spoglio, delle virtù teologali, durerà forse tutta la vita. Dio, che ci guida, lo sa. Ma noi possiamo e dobbiamo domandare, umilmente e incessantemente, al Signore Gesù di compiere in noi questo dono, di venire lui stesso a pregare in noi, in modo inenarrabile, quella preghiera che lui solo può dire al Padre suo. E bisogna pur direi che un'autentica unione, nella dura vita fisica, come può essere la nostra, potrà rivestire delle forme così semplici, direi volentieri così banali, che non avremo sempre necessità di riconoscerla come tale.
Non dobbiamo dunque. subire la nostra vita di fatica e di lavoro come una condizione inferiore e sfavorevole, ma abbracciarla risolutamente come un mezzo privilegiato di purificazione e per noi di introduzione, se Dio lo vuole, al dono gratuito dell'unione divina. Dobbiamo avere il desiderio di andare direttamente verso una preghiera dolorosa di fede. L'impossibilità a meditare, benché provenga
da circostanze esteriori puramente materiali, potrà allora divenire, sotto l'azione divina, un vero passaggio all'orazione di fede. Il Signore non ci ha promesso altro. Per la povera gente, sono sicuro che il Signore deve accettare questo itinerario ridotto; ma credo che, per meritare questo gradimento, bisogna essere umili e veramente piccoli.

Perseverare con coraggio

Non abbiamo paura di perderci su questo cammino; non potremo temere nulla, a patto di perseverarvi con coraggio: è questa, anzi, la sola condizione veramente essenziale. Gesù non ci ha chiesto altro. È notevole, che riunendo tutti gli insegnamenti del Signore sulla preghiera non vi si trova quasi che una sola raccomandazione: la perseveranza!
Non temiamo di sentire nella nostra preghiera e dalla nostra preghiera stessa, un senso di completo disgusto per le nostre debolezze, le nostre colpe, la nostra miseria. Rileggiamo la parabola del fariseo e del pubblicano, entrambi saliti al tempio per pregare, e capiremo perché le preferenze del Signore sono chiaramente per il pubblicano, timido e consapevole delle sue colpe. È anzi probabile che più la nostra preghiera sarà stata generosa, e più sarà stato lancinante e opprimente il senso della nostra Incapacità. Che importa! Andiamo dunque innanzi a Dio così come siamo, e accettiamo di pregare come Dio ci chiede di farlo e non diversamente. Soprattutto, non temiamo
di alleggerire la nostra preghiera e di renderla sensibile prendendo un libro. Probabilmente perderemo il nostro tempo. Si tratta solo di essere realmente presenti a Dio, non con il pensiero, l'immaginazione o i sentimenti, a cui succederà di vagabondare altrove, ma con il desiderio continuamente rinnovato della volontà. Talvolta, l'unico modo possibile di esprimere questa volontà ben reale, sarà il rimanere fisicamente presenti, in ginocchio, ai piedi del tabernacolo. E questo basterà. Nel tempo della preghiera, bisogna saperne accettare le esigenze. Dovremo quindi spesso andare alla preghiera come alla croce; ciò è assai più profondamente vero di quanto pensiamo, poiché è proprio nella preghiera che siamo associati al lavoro di redenzione che si operò sulla croce. Andiamo alla preghiera per perderci e saremo sicuri di realizzare pienamente la volontà del Signore, «poiché chi vorrà salvare la sua anima la perderà, ma chi perderà la sua anima per causa mia la salverà» (Mt. 16, 25).

La preghiera dei Piccoli Fratelli di Gesù

I Piccoli Fratelli di Gesù sono chiamati, da parte loro, a vivere uno sforzo di preghiera e di fede che talvolta sgorgherà dalla sofferenza della loro vita, ma più spesso, forse, dalla piena comunione con la miseria fisica e morale di coloro che li circondano. Questo inserimento nell'umanità dolorante è veramente legato allo sgorgare della loro preghiera, e per essi non ci può essere dosaggio in questo campo. Non meravigliamoci, dunque di scoprire che la nostra preghiera dovrà il più delle volte prendere la forma di uno slancio doloroso, di una oscura attesa o di una sete insoddisfatta tesa verso Gesù salvatore, in una consapevolezza della nostra totale incapacità, così chiara, in certi momenti, da essere dolorosa. Non credo che sia nella nostra vocazione ricevere una forma di orazione in cui potremmo fermarci a riposare. Per amore, noi abbiamo legata la nostra sorte agli uomini che sono penosamente in marcia verso la luce. Attraverso l'esercizio della preghiera di fede, otterremo loro quel minimo di fede indispensabile per orientare le loro vite verso Dio; con lo sforzo della speranza che, in certe ore, solleverà pesantemente il nostro cuore verso Gesù, daremo sollievo a quelli che disperano; e con un amore che sarà soprattutto una sete mai spenta di trovare Gesù o di possederlo maggiormente, con questa forma di amore che è desiderio, più che riposo nel possesso, otterremo per gli uomini, curvati verso terra, di desiderare, sia pur confusamente, colui che è tutto l'amore. È in questo senso, che lo Spirito Santo lavorerà nel nostro cuore, ed è bene che sappiamo in quale direzione ci condurrà per non disturbare la sua azione in noi, e perché siamo a nostro agio in questa forma di preghiera.
Come sempre, Gesù deve essere il nostro modello. Noi siamo più specialmente chiamati a rivivere la preghiera che saliva dal suo cuore quando era premuto dalla folla dei malati e dei poveri, stanco della fatica del cammino, tra la polvere delle strade, quando era disturbato e sollecitato da tutti, al punto da non trovare più il tempo per mangiare.
È anche la faticosa e sanguinosa preghiera dell'agonia nel Getsemani, quella preghiera di offerta di se stesso, unita a una visione acuta della miseria degli uomini, questa miseria che noi accostiamo e che niente dovrebbe riuscire a farci dimenticare. È la preghiera che è rimasta come la piccola fiammella vacillante di un lume celato sotto il pesante mantello della stanchezza del suo corpo ferito, mentre si trascinava sulle pietre della via, schiacciato dalla croce e durante gli ultimi sforzi dell'agonia. Il più grande atto della vita di Gesù, la più grande prova del suo amore, l'atto che salvò il mondo, non si è compiuto nel riposo e nel fiorire di una preghiera calma - come avrebbe potuto avvenire - ma nello sforzo doloroso di una preghiera che non trovava più un cammino facile fra le fatiche di un corpo spezzato dalla sofferenza.
La nostra preghiera non è separata dalla nostra vita di carità, di disponibilità, di partecipazione agli affanni e al lavoro dei poveri. L'abbiamo provato tutti; tutti abbiamo meglio capito che non potremmo separare questo ricordo da quello di Gesù e facilmente ci sale dal cuore un gran desiderio di preghiera contemporaneamente a un doloroso sentimento di impotenza. Bisognerà far crescere questo desiderio di preghiera ma, soprattutto, bisogna che esso si concluda in un atto di preghiera. L'azione dello Spirito Santo è abbastanza multiforme per far nascere e stabilire in noi una preghiera continua, quella alla quale Gesù chiama tutti gli uomini, tutti i poveri peccatori, e alla quale dobbiamo tendere con tutta la nostra fede; Gesùnon può burlarsi della povera gente e, se esige da noi una cosa, è perché essa è possibile con il suo aiuto. Portare alla perfezione dell'amore la preghiera del pubblicano, quella della peccatrice, quella di tutti i malati e i ciechi che assediano Gesù giorno e notte: è a questa grazia che dobbiamo aprire il nostro cuore. Allora, la nostra preghiera sarà nella nostra vita e non a fianco di essa, e vi troverà il suo alimento, perché avremo imparato a guardare ogni cosa, nella fede, con gli occhi stessi del Signore.
La nostra preghiera deve anche essere una adorazione. Il contatto troppo continuo con gli uomini rischia di farci dimenticare questo aspetto. Non lasciamoci trascinare, sotto il pe. so delle sofferenze dell'umanità, a cedere alla tentazione, provata dagli apostoli quando furono testimoni dell'atto di inutile sciupio di Maddalena, che spargeva un profumo prezioso sul corpo del Cristo. Gesù merita per se stesso di essere adorato, amato, che si perda del tempo per lui, anche quando vi sono al mondo esseri che piangono e soffrono. Vi è in questo aspetto di perdita di tempo per amo. re, sotto cui ci si presenta talvolta l'atto della preghiera pura, un mezzo per verificare il valore della nostra fede nella trascendenza divina e per purificare i nostri rapporti con gli uomini.
Raramente questo aspetto della nostra vita che non serve a niente e non è utile a nessuno sarà capito, e questo costituirà una tentazione di più, soprattutto in un ambiente in cui l'effìcacia acquista un criterio di valore assoluto. Mi pare, tuttavia, che anche allora, la nostra preghiera non potrà tendere alla contemplazione nel mistero di Dio allo stesso modo di quella di un solitario: anche qui non potremo separarci dal peso delle anime e dalle loro miserie, che sentiremo sempre gravare su di noi. La nostra preghiera sarà più vicina a ciò che avveniva quando Gesù, stanco per la fatica, saliva sulla montagna a pregare in segreto. Come non avrebbe portato con sé, nella sua anima di redentore, tutto quel cumulo di sofferenze morali e fisiche che gli erano sfilate davanti durante la giornata? Ritroveremo, forse, attraverso ciò, un'adorazione più pura. L'adorazione è l'ammirazione del mistero su
premo e nascosto della divinità. Sappiamo, da Gesù, che questo è un mistero di amore e di misericordia, poiché si è espresso interamente nei gesti divini della incarnazione e della redenzione. Una adorazione che sgorga da un cuore totalmente disponibile al prossimo è la vera e pura adorazione.