René Voillaume
PREGARE PER VIVERE

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L'INTIMITÀ CON IL CRISTO

IL CAMMINO DELLA PREGHIERA

IL RITMO DELLA VITA DI PREGHIERA

   

CON GESÙ NEL DESERTO

 

IL RITMO DELLA VITA DI PREGHIERA

Non rompere il ritmo del riposo

Ogni vita, nell'universo visibile, è ritmica: quella della pianta, come quella del corpo e dello spirito, e i due tempi di questo ritmo sono in opposizione, come l'esercizio al riposo. Qualsiasi orientamento di vita la espone al pericolo che il ritmo si rompa per causa dell'abuso di utilizzare un solo tempo di questo ritmo a spese dell'altro. La vita divina dell'uomo e la sua preghiera non sfuggono a questa legge e ai suoi rischi. Il modo di vivere delle fraternità, quello della povera gente, presa nell'ingranaggio delle preoccupazioni quotidiane, comporta dunque dei pericoli propri, così come la vita del solitario o del monaco comporta i suoi. Nel lavoratore, l'intorpidirsi dell'intelligenza può portare a una certa pesantezza della volontà, l'eccesso di fatica può rompere l'equilibrio nervoso del dominio di sé, così come l'agitazione e il continuo rumore possono alterare, con il tempo, il silenzio interiore del cuore. È perciò indispensabile trovare, a intervalli regolari, dei periodi di riflessione sulla fede, sul Vangelo, su se stessi, per non illudersi sulle proprie intime disposizioni. Non potremo dunque fare a meno di ricorsi periodici a momenti di calma fisica, di riposo, di silenzio esterno. Questo ritmo è insieme vitale e profondamente umano. Gesù stesso ne ha sentito il bisogno e rispettate le esigenze: i suoi tre anni di vita pubblica non solo iniziano con un ritiro di quaranta giorni, ma sono disseminati di fughe notturne o mattutine nel deserto, per pregare in pace alcune ore, o per condurvi i suoi apostoli per una sosta di qualche giorno.
È il caso di richiamare qui il grande comandamento del riposo settimanale imposto da Dio all'uomo fin dall'inizio del mondo. Questo riposo del settimo giorno è un ritmo talmente essenziale, che la creazione ne è segnata da Dio nel suo primo slancio vitale. Esso ci appare legato all'azione creatrice stessa, da cui procede come un riflesso, una imitazione:
« Ricordati di santificare il giorno del sabato. Per sei giorni lavorerai e attenderai a tutte le tue opere. Ma il settimo giorno è il sabato del Signore Dio tuo. Infatti in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi e nel settimo giorno si riposò: per questo benedisse il Signore il giorno del sabato e lo chiamò santo» (Es. 20, 8-11; Gn. 2, 1-3; Es. 31, 13-14).
Si tratta di un precetto particolarmente grave
e sacro; sotto l'antica. alleanza, il suo trasgressore era punito con la morte, come se avesse attentato a un'opera viva dell'umanità. Questo ritmo di riposo è sacro, concorre a compiere nell'uomo la rassomiglianza divina sul piano dell'azione, al punto che l'inosservanza di questa legge, porterà in lui una degradazione dell'immagine di Dio.
L'umanità ha perso il senso di questa legge
divina e se ritrova il principio del giorno settimanale di riposo, non sa più viverlo come il riposo di un uomo creato a immagine di Dio. Gli uomini non sanno più arrestare le loro attività, incatenate le une alle altre. La stessa cristianità non è sfuggita a tale contagio e non osserva che il contenuto materiale del precetto della Chiesa, spesso solo per il formalismo, dimenticando la sostanza del precetto, sempre valido, dettato dal Creatore, e la cui ampiezza trascende le prescrizioni della Chiesa, venuta a precisare e perfezionare, non ad abolire. Non ci siamo sdebitati con Dio per aver assistito alla messa e sospesi i lavori detti servili) alla domenica, se ingombriamo il resto della nostra giornata con attività di altro ordine, ma altrettanto invadenti e accaparranti. È lo spirito della legge che bisogna capire: il ritmo periodico del riposo per il corpo e per l'anima è un obbligo di coscienza. Quando lo possiamo, sappiamo ancora sottometter<Ci umilmente alla legge del riposo fisico, della necessaria distensione nervosa? Il disobbedire a una legge, così essenzialmente vitale, è fonte di conseguenze.
Ma vi è anche, ed è il più importante, quantunque dipenda dal primo, il ritmo della vita dell' anima ed è per questo che Dio ha santificato il giorno di riposo. Vi sono in gioco i nostri rapporti diretti con lui. Certe condizioni di lavoro sono incompatibili con il fiorire di una vita cristiana, perché i riposi giornalieri o periodici che consentono, sono insufficienti per permettere il minimo indispensabile di riposo spirituale, di preghiera silenziosa, di una seria riflessione per nutrire la fede.

Importanza del!' alternativa: lavoro-riposo

Questo ciclo vitale di respirazione spirituale si concretizza per noi in una mezza giornata alla settimana di silenzio, di lettura e di preghiera, in un giorno al mese di ritiro e di esame della vita, senza contare il ritiro annuale e il ritmo più vasto di sessioni periodiche di studio e di soggiorno nelle fraternità di adorazione, previsti a intervalli più o meno lunghi. Dobbiamo essere molto fermi nell'osservanza di questi ritiri periodici. Senza dubbio, le esigenze del lavoro e della carità verranno a volte a disturbarne l'ordine. Occorre, senz'altro, una certa elasticità di realizzazione, lo sappiamo per esperienza, ma siamo molto fermi su tale principio! È necessario capire bene la portata di questa alternativa, che ci fa ricercare l'unione con Dio in due direzioni diametralmente opposte. Da una parte, le giornate di lavoro, opprimenti per la fatica e disturbate dall'importunità di quelli che hanno bisogno di noi, ci obbligheranno a una preghiera oscura, informe, talvolta dolorosa, di cui ora conosciamo il valore di purificazione e di unione con Dio nella fede; dall'altra, le ore più prolungate di raccoglimento e di silenzio ci troveranno, per contrasto, alquanto inadatti psicologicamente, almeno all'inizio. È normale. Esse ci obbligheranno così a uno sforzo spirituale sul piano della lettura meditata e dell'approfondimento della fede, tanto più vero, quanto meno avremo la tentazione di compiacercene con il fermarvici. Faremo, ugualmente, più fatica a metterci senza transizione, nel silenzio esterno; ciò non vorrà dire, necessariamente, che manchiamo di generosità o di silenzio interiore. Si tratterà, allora, di un semplice disorientamento e lo sforzo per superarlo darà il suo pieno valore di spogliazione al silenzio esterno, che osserveremo durante questi brevi periodi di ritiro «nel deserto ». Esso ci permetterà così di assicurarci della realtà del silenzio interiore, che avremmo dovuto conservare nell'intimo, durante la vita quotidiana. Questo alternarsi di vite diverse è per noi una garanzia di verità nella fede. Dandoci generosamente all'una e all'altra, senza cercare di sfuggire a ciò che ognuna di esse offre di occasione di spogliazione, di dono generoso, eviteremo i rischi inerenti a ciascuna di queste forme di vita. Insisto sul valore di avvio all'unione divina, che possiede, nel nostro ritmo di vita, il periodo di lavoro e di fatica. Non è un tempo in cui viviamo come di rendita, spendendo le energie spirituali accumulate durante i periodi di ritiro, come un serbatoio riempito che si .svuota in poco tempo.
Una tale concezione è radicalmente sbagliata;
significherebbe rifiutare alla vita di preghiera, condotta coraggiosamente in circostanze difficili, un valore di crescita nell'amore. Un corpo vivente si fortifica tanto con l'esercizio che con il riposo. Questi due elementi sono ugualmente necessari alla sua salute e al suo sviluppo. Così è della nostra preghiera vivente.