PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

"DOMINUS TECUM"
(Lc 1,28)

Queste riflessioni sono state dettate in un corso di esercizi spirituali alla fine di gennaio del 2006, non senza qualche timore e con la vigile cautela di chi deve parlare a dei monaci senza aver mai stabilmente vissuto entro una comunità monastica. Cosa avranno pensato nel loro cuore quei monaci, a motivo di questa che considero un'anomalia, non so e cerco di non saperlo. Certamente hanno esercitato molta virtù e questo fa parte del loro corredo ascetico dal quale possono estrarre, a diverso grado, la pazienza di sopportare discorsi scontati o, entro quegli stessi discorsi, il discernimento di quanto è personalmente utile o un regalo di generosa gratuità.

La responsabilità di questa anomalia è di chi amabilmente mi ha invitato. Il priore del Monastero Dominus Tecum di Pra'd Mill a Bagnolo Piemonte è uno che - detto laicamente - ama il rischio. Se non fosse così, non mi avrebbe invitato. Sono passati decenni dal giorno in cui venne alla mia ordinazione presbiterale e altri ancora da quando predicai qualche corso di esercizi spirituali per i giovani, vocazioni adulte, di cui era responsabile e si sa che nel frattempo molte cose, con il passare degli anni, sono cambiate per tutti. E per me, con l'aumento dei giorni, ci sono stati la diminuzione delle forze, il normale calo degli entusiasmi, una revisione più realistica dei giudizi e anche un cambio di prospettive sulla storia che è andata così veloce in questi ultimi decenni. Del resto, se padre Cesare Falletti non amasse il rischio, non avrebbe nemmeno iniziato la costruzione del bel monastero entro le pieghe di una montagna che poco concede alle tentazioni d'artificio e che proprio per questo ben si proporziona all'essenzialità dei canoni estetici e spirituali di san Bernardo.

Tuttavia, quel rischio deve essere chiamato con il suo vero nome. Un nome che non è difficile a dirsi, ma che di questi tempi è tanto facile sciupare, strumentalizzato com'è dall'uso radiofonico e dall'uso talora politico che se ne fa: il santo nome di Maria. Questo nome è un classico dell'ordine cistercense e il riferimento alla Madre del Signore a Pra'd Mill è particolarmente devoto. E dare titolo al nuovo monastero citando le parole dell'annuncio angelico, "Dominus tecum", è solo un piccolo segno estrinseco di quanto avviene nell'intrinseco, cioè nel cuore della comunità. Per cui, quello che abbiamo chiamato rischio, in effetti merita tutto il senso della parola affezione. Affezione a Maria, la donna ammirabile. Avendo affidato a lei la decisione degli inizi (anzi, avendole obbedito nel dare inizio), tutto è ancora a lei affidato di ciò che lì cresce e lì si compie. Dunque il priore ha affidato a Maria anche la sua decisione di invitarmi. Poi certamente, come promesso, ha affidato anche me a Maria per questo compito. Così ho accettato. Non potevo fare diversamente, sapendomi aiutato, consapevole anche che di questo mio impegno il primo beneficiario sarei stato io stesso.

Così, nel clima del Natale del 2005, di tempo in tempo, attorno a temi che via via mi sembravano confacenti, ho radunato alcuni pensieri, di cui tuttavia avvertivo la magrezza, l'inchiostro senza profumo, la scarna scolasticità. Allora ho chiamato in soccorso la memoria viva di tante immagini da tempo conservate nel cuore e mi sono anche meravigliato di trovarle non scolorite e ancora parlanti, rievocative di esperienze vissute nella freschezza degli anni che preconizzavano il concilio e di quelli che lietamente ne vivevano. Così sono venuti alla mente i paesaggi mai dimenticati: il Monastero di Santa Scolastica e il Sacro Speco di Subiaco, dove avevo ascoltato 1'abate Cannizzaro sulla preghiera; 1'eucaristia domenicale a Sant' Anselmo in Roma che, per la proprietà dei luoghi, l'eleganza spirituale dei gesti, 1'accompagnamento dei canti, forniva in anticipo la prova di quello splendore liturgico che la Sacrosanctum concilium avrebbe desiderato; Montserrat con il grande coro affacciato attorno all'altare e la Morenita, in alto, "Rosa d'abril, Morena de la serra", e la commozione inevitabile al canto meridiano dell'Escolania; e poi Taizé, allora ancora deserta, preziosa di anticipazioni, custode di grandi speranze; e poi la Trappa di Notre-Dame de Tamié in Alta Savoia, con il fascino di una disciplina così umana, di un'accoglienza così fraterna e di una preghiera così pura; e poi Bose, come un prodigio d'attrazione e una grazia d'effusione: commozione a compieta, la domenica, quando i fratelli e le sorelle davanti all'icona di Maria, facendo vibrare le acque dell'urna battesimale, cantano l'affezione per questa madre che porge loro il Figlio come a dire: "Venite, figli, rifugiatevi all'ombra delle ali alte, invisibili e forti dell'amore del Figlio, saziatevi all'abbondanza della sua casa, dissetatevi al torrente delle sue delizie. In lui è la sorgente della vita. A questa luce, vedrete la luce" (cf. Sal 36,8-10). E questo mentre scende la notte sulla piana di Magnano, e in Alta Savoia o sui prati di Bagnolo i monaci, figli di Benedetto, di Bernardo, cantano la Salve regina nell'unica modulazione gregoriana e nell'unica forma di sempre che è l'affezione filiale. E così i monaci e gli eremiti sparsi in tutti i continenti. Perché Maria è la maestra della vita spirituale e la regina di tutti i contemplativi.

Così la pagina si è fatta più densa, l'inchiostro più profumato e il discorso assai meno scolastico. Sono debitore a tutte queste ispirazioni, senza dimenticare quelle che mi vennero da Charles de Foucauld, da quando era frère Alberic nella Trappa di Notre-Dame des Neiges a quando divenne frère Charles de Jésus.

L'icona di Maria, alta davanti a noi. Essa conosce, come noi, la fatica della ricerca. Anch'essa si è posta una o più domande: "Come [questo] è possibile?" (Lc 1,34); "E si domandava che senso avesse un tale saluto" (Lc 1,29); "Perché ci hai fatto questo?" (Lc 2,48). Anch'essa conosce la pace dell'approdo nella volontà di Dio: "Ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto" (Lc 1,38); "Beata colei che ha creduto" (Lc 1,45). Ci insegna l'ammirazione dell'amore: come debba essere puro il guardare, come trasparente il vedere, come felice l'ammirare, come debba essere la preghiera di puro sguardo. Anche per Maria, la tacitumitas: le sue poche parole, il silenzio della Scrittura su di lei e su Nazaret, il rimando al Figlio come a Cana. Sua è l'intercessione sui deficit del mondo: "Non hanno più vino" (Gv 2,3). Sua la fatica del combattimento spirituale, quello sopportato nel raffronto continuo tra la profezia della grandezza del Figlio e la realtà di una vita umiliata, dolorosa e, infine, crocifissa. Sua l'appartenenza in un modo unico e altissimo: figlia e serva della divina volontà, essa appartiene tutta al Padre; madre sollecita e discreta, appartiene tutta al Figlio; discepola attenta e custode della Parola, appartiene alla schiera di coloro che "sono di Cristo" (1Cor 15,23) e dunque conglorificati con lui. Suo il lavoro nella vita semplice e nascosta di Nazaret, la quotidianità di questa assiduità familiare e religiosa. E poi, il lavoro nella comunità apostolica: lo scavo nella memoria delle cose vissute con il Figlio, la letizia della novità pasquale, la cucitura continua della fraternità con le doti materne, verginali e femminili. Infine, l'esultanza e la lode di gloria come prorompe nel cantico del Magnificat dove c'è la confessione di una piccolezza, la sua, che trova tutta la propria gioia nell' affermazione che Dio solo è grande e solo lui può operare le cose grandi che rendono grande l'uomo.

Noi davanti all'icona di Maria. Siamo sempre come dei "neonati in Cristo" (1Cor 3,1): abbiamo bisogno di stare stretti a questa madre come i neonati hanno bisogno del contatto fisico con il corpo materno. Come siamo "venuti alla luce" dal grembo di nostra madre, così Maria ci porta alla "luce del Verbo" e ci dona la forza e i dinamismi della grazia del Figlio. Siamo sempre degli "infanti", non sappiamo esprimerci, "gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli" (Rm 8,23), non sappiamo come rivolgerei a Dio, non sappiamo cosa chiedere. Maria ci mette sulle labbra, come ogni madre, la parola giusta: "Abba, Padre!". Siamo sempre come bambini che "bramano il puro latte spirituale" (1Pt 2,2), quella parola di Dio che fa crescere fino alla "statura di Cristo" che è la capacità del dono di sé. Gesù dona se stesso dall'alto della croce. E dona la madre: "Poi disse al discepolo: 'Ecco la tua madre!'. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,27). L'essere adulti è misurato così nell'evangelo: si diventa adulti prendendosi cura della madre, attenti che le profezie da lei cantate nell'esultanza siano obbedite ogni giorno e così "il Regno venga" (Lc 11,2).