PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

Sulla cima del colle con il bastone di Dio.
Es 17,9

L'INTERCESSIONE

Queste scarne righe del libro dell'Esodo sul combattimento di Mosè contro Amalek a Refidim restano impressionanti per quanti sono chiamati nella chiesa a esercitare il ministero dell'intercessione. In realtà in quel brano non si parla di una battaglia di Mosè, ma di Amalek contro Israele, e chi viene deputato come generale in campo è piuttosto Giosuè: "Mosè disse a Giosuè: 'Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek'" (Es 17,9). Tuttavia, colui che combatte la vera battaglia è lui, Mosè, "ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio". Di là, dall' alto della collina egli vede l'intero campo di lotta, può seguire con alterni sentimenti l'andamento delle operazioni, rendersi conto della misteriosa simmetria esistente fra i suoi gesti di orante e i momenti vittoriosi del suo popolo, misurare in tutto il suo peso l'opera della propria stanchezza fisica e la fatica di una durata sconosciuta, e la necessità di associare alla propria grande intercessione anche quella più umile dei suoi amici: "Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cm, uno da una parte e l'altro dall' altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole" (Es 17,12).

Appare sempre più a chi ha il tempo, la passione e il compito di leggere bene la storia umana come questa sia da sempre come la piana di Refidim, dove c'è un combattimento fra popoli, scontro di civiltà e di interessi, spettacolo di violenza primordiale ed eterna. Refidim è come il simbolo di questa invincibile realtà di conflitto.

Dalla cima di quel colle si possono vedere gli esiti macabri dei genocidi perpetrati in ogni tempo e in questo tempo, i costi umani nelle trincee e negli assalti delle guerre mondiali e quelli non calcolabili celati alla conoscenza o archiviati dalla smemoratezza collettiva, i gulag delle ideologie egualitarie, i campi di sterminio delle ideologie del sangue, le detenzioni sofisticate delle ideologie del denaro, le prigioni e le torture delle ideologie dell'istinto scatenato. Dall' alto di questa collina si possono vedere i bambini di strada perseguiti in nome del buon paesaggio, la gente delle favelas di tutte le metropoli, i mendicanti di pane, i malati di AIDS lasciati soli, dimenticati, disprezzati entro le stanze pressurizzate del nostro pregiudizio, i contadini che reclamano il loro diritto a una porzione di terra, milioni di persone in cerca della propria costitutiva dignità, i fuggitivi dalla cattiva politica, dalla fame incombente, da una disoccupazione alienante.

Detto così, il quadro della situazione è drammaticamente chiaro (e le foto in dettaglio sarebbero ancor più chiare e drammatiche). E tuttavia questo quadro sarebbe insufficiente a dar ragione da solo della grande tragedia della nostra storia. Non basta dire: la violenza, ma: perché la violenza. Perché il potere. Perché una politica di potenza. Perché questo costo continuo di vite umane sacrificate al Moloch del nulla. Forse la risposta è in un cuore sbagliato. È in un progetto di illusioni o di realismo falso e bugiardo. Il potere si giustifica. Sa sempre giustificarsi con una ragione prona e pronta. Altamente giustificatrice, non manca mai di argomenti e di oblique illuminazioni. Così il potere veste le sembianze della buona politica. Indossa armi di luce: può abbagliare con i suoi spettacoli, convincere con le sue propagande, comprare con le sue disponibilità, rivestire di virtù i suoi guadagni, credersi e farsi credere benefattore dell'umanità. Anche l'uomo religioso può praticare il bene per acquisire un potere, travestire le opere di Dio con la divisa di una volontà proprietaria piuttosto che servire i percorsi di Dio lungo le tortuosità della storia umana.

Proprio perché la collina è più in alto e lo sguardo si fa più attento e vasto, di qui si può vedere che, al di là di tutta questa miseria della storia umana, c'è la più grande miserevole causa di essa: con la sete di potere, le cecità del potere e le macerie del potere. Noi cantiamo la verità del potere nel salmo 8: "All'uomo hai dato il potere sulle opere delle tue mani" (v. 7), il potere di custodire, di trasformare, di far fruttificare quel dono divino che è il mondo. Un potere mirabile e grave che viene affidato all'uomo: la libertà. Una libertà insidiata interiormente da una forza misteriosa che divide, che mette contro, che illude e che esalta nella propria menzogna chi della menzogna si è fatto discepolo. Questo sguardo farà dire a Giovanni: "Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno" (1Gv 5,19).

Entro questa realtà combatte anche il nuovo Israele, la chiesa. Essa è dentro la storia grande e comune di tutti gli uomini, anche se non combatte con le armi dell'idolatria bellica né contro le "creature fatte di sangue e di carne, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti" (Ef 6,12). Essa ricorda bene le parole del Maestro:

I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere fra voi; ma colui che vorrà diventare grande, si farà vostro servo e colui che vorrà essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20,25-28).

Cosi sul colle di Refidim appare agli occhi della nostra mente la croce di Gesù, il nuovo Mosè, ritto sul legno della salvezza, sorretto dai chiodi del sacrificio, causa di una vittoria costosa dopo un combattimento prolungato che durerà "fino al calar del sole". Cosi la chiesa, che è come il prolungamento dell'opera di Cristo, svolge di là il suo ministero di intercessione. Essa, che pure è dentro questa realtà conflittuale in virtù della sua missione, si colloca in una distanza, storicamente non sempre osservata, quella di mediatrice di vittoria per mezzo della sua grande preghiera di intercessione.

Come può la chiesa (e il monaco, come espressione privilegiata del suo ministero dell'intercessione) esercitare questa alta mediazione? Certamente con la consapevolezza di ciò che essa è al seguito del grande sacerdote mediatore di un'alleanza migliore (cf. Eb 8,6) e con la coscienza di un compito che in qualche modo la obbliga, com'è per tutti gli intercessori, a un certo oblio di se stessa per essere tutta per Dio e tutta per il mondo a cui è inviata.

Poi viene la sua preghiera. Innanzitutto "per quelli che ci governano", come dice la liturgia nel Venerdì santo, o, come dice Paolo a Timoteo, "per quelli che stanno al potere" (1Tm 2,2) perché sono i più bisognosi, i più esposti e anche i più diretti responsabili del bene o del male nel mondo. E l'intenzione è ben manifesta: "Perché passino dal potere di Satana a Dio" (At 26,18).

Poi, s'intende, la chiesa, interprete della compassione di Dio, prega per tutti i poveri, i disperati, i bisognosi del mondo intero. In questo, essa è aiutata dai salmi che scandiscono le ore della sua presenza ininterrotta davanti al suo Signore. Nel Salterio, infatti, non c'è traccia di preghiera dell'uomo soddisfatto. Anzi, si dice come in un ritornello nel salmo 49: "L'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono" (vv. 13.21). Invece, a ogni passo la preghiera di Israele ci riconduce nel campo insanguinato della storia. La fede derisa: "Signore, quanti sono i miei oppressori! Molti contro di me insorgono. Molti vanno dicendo: 'Neppure Dio lo salva!'" (Sal 3,3); la salute perduta: "Risanami, Signore: tremano le mie ossa. L'anima mia è tutta sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando?" (Sal 6,3-4); il disprezzo dei gaudenti: "Per l'oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, io sorgerò - dice il Signore - metterò in salvo chi è disprezzato" (Sal 12,6); la bestialità della violenza umana: "Mi circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan. Spalancano contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce" (Sal 22,13-14); l'inganno contro l'innocente: "Con gli uomini di sangue non perdere la mia vita, perché nelle loro mani è la perfidia, la loro destra è piena di regali" (Sal 26,9-10). Non solo. A ogni piè sospinto troviamo una preghiera di lamento, sicché lo Spirito mette sulle nostre labbra preghiere imprecatorie contro quanti attentano alla vita dell'uomo: "Siano come pula al vento e l'angelo del Signore li incalzi; la loro strada sia buia e scivolosa quando li insegue l'angelo del Signore... Li colga la bufera improvvisa, li catturi la rete che hanno tesa, siano travolti dalla tempesta" (Sal 35,5-8).

Com'è possibile dire al Signore con la voce questi stati disperati del cuore senza metterci il cuore? Senza far vibrare tutto l'essere della chiesa in una tensione di simpatia, di solidarietà, di comunione profonda? Come non sentire che la verità dell'intercessione abita, oltre le parole e i canti, le zone profonde dell' anima fino a permearne le radici trasmettendo così energie solidali attraverso le vie carsiche della comunione dei santi?

Tuttavia, l'agire della chiesa deve inoltre obbedire alla sua stessa preghiera, obbedendo anch' essa all' ammonimento del sapiente: "Tieniti lontano dall'uomo che ha il potere di uccidere" (Sir 9,13), che è come dire: non renderti complice in alcun modo, né per traffico di finanza né per affari di politica, con chi alimenta la violenza, l'oppressione e la divisione sulla terra. Per questo, come "il Signore ha liberato il suo popolo dal potere del faraone" (2Re 17,7), così anche il nuovo Israele deve sciogliersi dai legami temporali che lo possono omologare ai poteri di questo mondo e dall'illusione che per via giuridica e legislativa si possano portare gli uomini entro la logica e le perfezioni del regno di Dio. Come dice l'autore della Lettera agli Ebrei: "La legge non ha il potere di condurre alla perfezione" (Eb 10,1). Solo il sangue, l'acqua e lo spirito effusi nel vespero dell' antica alleanza dall'uomo della croce, là innalzato con le braccia spalancate, lo possono. Allora è entro quei "sacramenti" del nuovo patto che si svolge il ministero dell'intercessione efficace. Perché Gesù Cristo "sta alla destra di Dio e intercede per noi" (Rm 8,34). Anzi, "è sempre vivo per intercedere a [nostro] favore" (Eb 7,25) e, non lontano da noi, in noi, il suo Spirito intercede per noi con insistenza. C'è ben un magistero in questa modalità di intercessione, l'insistenza. Essa ci insegna la perseveranza e la forza feconda dell' amore quando leviamo anche noi le mani sul colle della nostra vocazione monastica.

L'insistenza. Dio vuole questa forma del nostro rapporto con lui. Forse questa è la forma della confidenza e dell' amore che egli vuole consolidare in noi. L'evangelista Luca dice che "alcuni anziani dei giudei ... giunti da Gesù lo pregavano con insistenza" (Lc 7,3-4) ed egli consente così alla guarigione del servo del centurione. E consente anche al modo del pregarlo per via di insistenza, come nel caso dell' amico importuno: "Vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza" (Lc 11,8). Del resto, è ben stato così l'agire di Dio con Abramo. La sua è un'intercessione levantina, come un contrattare con il Signore, facendo appello alla sua magnanimità e abbassando di volta in volta il prezzo da pagare alla sua giustizia: "Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti in città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?" (Gen 18,23-24). Abramo osa anche fare appello al suo Signore ricordandogli le esigenze della sua santità: "Lungi da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?" (Gen 18,25). E poi, non avviene così anche dopo la perversione del popolo con la costruzione e la festa attorno al vitello d'oro? Anche qui di fronte al rammarico di Dio e al suo proposito di cancellazione del presente in vista di un nuovo futuro, Mosè dice: "Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il popolo, che tu hai fatto uscire dal paese di Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli egiziani: 'Con malizia li ha fatti uscire per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra?'" (Es 32,11-12).

L'intercessione vuole questa confidenza con Dio e nello stesso tempo una grande solidarietà con il popolo. La solidarietà dell'intercessore è più facile: egli sa bene di essere fatto con la stessa pasta di coloro per i quali prega. Gli conviene insistere anche appellandosi alle perfezioni morali di Dio, perfino affidandosi all'ironia possibile solo a chi conosce le profondità di Dio. E tuttavia, quello dell'intercessore è un ministero scomodo, quasi sempre in qualche modo diviso fra le esigenze di Dio e quelle degli uomini. Anima di questa dualità che si combatte nell'intimo del cuore è la pazienza, il patire di Dio per la libertà talvolta folle dell'uomo e il patire dell'uomo per il silenzio talvolta assordante di Dio.