PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

Tu [mi] nascondi
al riparo del tuo volto.
Sal 31,21

LA FUGA E L'APPRODO

Cercare il volto di un Dio che ci cerca e lasciare che questo volto faccia splendere il nostro volto con la luce della sua amabilità: sembra essere questo il dinamismo indicato dalla preghiera della ricerca del volto nel salmo 42. Questa amabilità è come l'esito normale della definizione che Dio dà di se stesso, l'amore: "Dio è amore; chi sta nell' amore dimora in Dio e Dio dimora in lui" (rGv 4,r6). Senza la disposizione divina dell' amabilità non si realizzerebbe per noi quanto dice Paolo nell' Areopago: "In lui noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At r7,28). Poiché il suo amore sta all'inizio ed è la forza di tutte le crescite umane e cosmiche; è il suo amore che dà energia soprattutto ai dinamismi interiori, ed è il suo amore fedele che è alla radice di ogni consistenza.

Questo volto, imprendibile in sé e manifesto nel Cristo, resta per noi come avvolto da un mistero di discrezione, di silenzio, di pudore com'è di ogni vero amore. Momenti di presenza, di dialogo, di qualche lieta sensibilità come doni da parte di Dio sono possibili, come mostra anche il Cantico dei cantici: "Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: 'Avete visto l'amato del mio cuore?'. Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l'amato del mio cuore. Lo strinsi fortemente e non lo lascerò" (Ct 3,3-4). Ma la normalità è rappresentata da una sorta di assenza luminosa che tuttavia ci fa dire: Dio è qui.

Dio è qui quando indugiamo sulla sua Parola, non con la lente secca della filologia, della tecnica e dell'erudizione - pur necessarie -, ma nella forma dell' adorazione per ciò che la parola di Dio ci rivela di Dio. Un"'adorazione" che va anche ben oltre al "gusto spirituale" che può accompagnare i nostri ritrovamenti, esaltare le nostre intuizioni, riempire di dolcezza la nostra preghiera.

Dio è qui quando siamo assieme entro il clima semplice e solenne di una liturgia di lode, dove ognuno è accompagnato dal tutto e dove tutto il visibile è come assunto da una presenza invisibile che è eloquente agli occhi e parlante al cuore. Ed è l'opus Dei, cioè l'opera che Dio compie in noi quando noi, distogliendoci dalle opere delle nostre mani, cerchiamo di dedicargli un tempo privilegiato al quale nulla deve essere preposto (cf. RE 72).

Dio è qui anche nel volto del fratello, che si presenta a noi con il viso che ha avuto e che ha, dove per la bellezza talvolta è facile riconoscervi l'icona di Dio. Altre volte, invece, a causa dei segni non sempre felici lasciati dalla vita, è più semplice pensare ad altro, dimenticare che Cristo si è immedesimato con gli infelici - si pensi a Matteo 25: "Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, lo avete fatto a me" (v. 40) - e stemperare, nel realismo del difficile vissuto, l'indicazione di Benedetto a riguardo del ricevimento dell' ospite in monastero. Facile il riconoscimento di Cristo nell' altro quando siamo, in qualche modo, gratificati, più faticoso il riconoscimento quando le miserie umane pongono lastre di opacità sul volto del fratello. Latens deitas.

Talvolta sento dire che Dio è anche nella storia umana e parla attraverso gli avvenimenti che la percorrono, soprattutto quando essi sembrano forieri di confusione, di smarrimento, di pericolo. Rivolgersi allora a Dio con il lamento o l'interrogazione significa riconoscere che così Dio vuole parlarci, così nascosto nel groviglio delle libertà umane, così inafferrabile entro le irrazionalità dei comportamenti e le vischiosità delle motivazioni cercate e addotte. Cosa vorrà dire il Signore dentro l'agitarsi dei popoli? Cosa vorrà dire il Signore dentro l'impotenza dei potenti? Cosa vorrà dire il Signore di fronte alle diminuzioni della fede in lui?

Questo Dio nascosto ci parla dal suo nascondimento. Ci invita a stare con lui, fermi "in un luogo nascosto" (1Sam 19,2). E Gesù: "Venite in disparte" (Mc 6,31). Si tratta di entrare e stare con lui in luoghi segreti (cf. Ger 49,8), in posti riposanti dove scorrono i torrenti della sua grazia (cf. 1Re 17,3), e dunque in luoghi deliziosi (cf. Sal 16,6) e amabili perché lì abita la sua gloria (cf. Sal 26,8).

Ci sono dei luoghi fisici che possono essere riconosciuti così, almeno per il fatto che si trovano nascosti tra boschi e foreste o in isole sperdute, circondati solo dai venti e dalle acque, o nascosti tra selve di case e di grattacieli delle grandi città. Così li vollero i fondatori con l'intuizione della fuga e anche (e più ancora) con la ricerca della bellezza, della salubrità e della calma spirituale. In ogni caso, anche agli occhi dei profani, luoghi riposti, solenni, segreti. Dove abita qualcosa di non definibile e che la Scrittura chiama gloria. Luoghi che hanno affascinato credenti e non credenti, suscitato invenzioni d'arte di fede.

La fuga: questa parola, caduta qui come per caso, sembra essere così medievale. Eppure bisogna parlarne perché c'è verità in questa disposizione dell' anima, propria di chi abbandona qualcosa per obbedire a un sentimento forte, tale da strappare una persona da un complesso di consuetudini per farle affrontare l'inesplorato della vita. Fuga: sentimento anche ambivalente per quanto può avere in sé di negativo, come la paura di un mondo troppo complicato e difficile o l'insicurezza di una coscienza troppo esposta.

Anche Gesù ha esortato i suoi a fuggire. Anche la donna dell' Apocalisse fugge nel deserto (cf. Ap 12,6). Di fronte alle persecuzioni si possono sfidare i nemici con la fierezza della propria identità o con l'ardore della propria fede, ma il rischio di un protagonismo zelota fa dire a Gesù: "Se vi perseguitano in una città, fuggite in un'altra" (Mt 10,23). Lui stesso, come i suoi genitori obbedienti all'ingiunzione dell'angelo che li incita a fuggire in Egitto onde salvare la vita di Gesù dalla persecuzione di Erode (cf. Mt 2,13), ha messo in atto questo gesto prudente di fronte alle manovre dei giudei contro di lui, ritirandosi di tempo in tempo a Betania presso la casa di Lazzaro e delle sue sorelle. Ma potrebbero esserci altre motivazioni: non il mondo in generale, ma le banalità e l'insignificanza che abitano in esso, talvolta premono per una fuga verso una vita ritenuta più umana e più degna. Il profeta Geremia anche oggi esorta: "Fuggite da Babilonia!" (Ger 51,6). Anche la scoperta di una realtà storica così violenta e una prassi politica così conflittuale può spingere a cercare un luogo dove si possa respirare una certa fraternità e una sicura pace, secondo l'indicazione del salmo: "Fuggi come un passero verso il monte" (Sal 11,1).

Per alcuni, il tratto caratteristico della nostra epoca che via via rende pressoché insopportabile il vivere entro il grande teatro del mondo è l'eccesso di visibilità. Che si tratti degli schermi satellitari della televisione e della loro moltiplicazione. Che si tratti della spettacolarizzazione della politica. Che si tratti della propaganda commerciale o della rumorosa sarabanda dei concerti rock o della forte (e anche necessaria) presenzialità dell'istituzione ecclesiastica, tutto concorre a rendere più superficiale la vita e a negligere il mistero. Questa parola affiora sempre più come un' esigenza e a scoprirla il più delle volte sono gli addetti alle cose scientifiche. Anche i cercatori del mistero di tutto sono portati alla fuga dall' artificiosità e dal rumore.

Non è sempre il mondo con le sue vistose insufficienze a rappresentare uno stimolo di fuga. Talvolta è la nostra stessa coscienza che ci incita a fuggire da noi stessi. Essa ci incalza con il suo miraggio o con la sua prospettiva di vita. Si propone così come dice il salmo: "Fuggirei lontano, abiterei nel deserto" (Sal 55,8), anche se si sa bene che il nostro "io" ci segue ovunque. E anche il nostro male. E tuttavia, lì anche il male può ricevere una nuova luce; può esserci il momento della salvezza e, dopo quel momento, il tempo della guarigione. Che è il tempo penitenziale che san Benedetto indica come il tempo della "conversione dei costumi" (RB 58).

Oppure può esserci il miracolo di una vita bella secondo le modalità del mondo, immersa nelle possibilità del denaro, nelle soddisfazioni delle cose facili, nella spensieratezza di tutti gli acquisti, che improvvisamente si scopre insensata. Allora è più facile decidere la fuga verso una negazione pressoché totale del proprio passato e, quando va bene, incamminarsi verso una sorta di nudità spirituale, bisogno di libertà, di vita piena, di freschezza esistenziale ritrovata. Sarebbe come il giovane che nel giardino dell'agonia fugge dalla presa dei nemici di Gesù, abbandonando anche l'ultimo lembo dell'unica cosa in suo possesso, verso un mistero non dichiarato di spogliata libertà: "Lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo" (Mc 14,52). Questo può avvenire in grazia di quel grido con il quale Dio insegue ogni uomo: "[Adam], dove sei?" (Gen 3,9), anche se Adam fugge da Dio nascondendosi. Tenterà di fare così anche Giona quando cercherà di "fuggire il Signore" (Gn 1,10). Cosa difficile. Anzi impossibile. Se ne renderà conto il salmista quando si chiederà: "Dove fuggire dalla tua presenza?" (Sal 139,7), e più ancora se ne renderà conto Giacobbe al guado dello Iabbok, quando si misurerà con Dio, il più forte, in una lotta solitaria, notturna e misteriosa, che tuttavia gli meriterà l'elogio di Dio e il cambiamento del nome perché ha lottato con Dio e con gli uomini e ha vinto (cf. Gen 32,29).

Quali che siano le motivazioni della "fuga dal mondo", resta il fatto che è assai più significativo ciò che si spera di trovare rispetto a quanto viene abbandonato. In ogni caso la prospettiva è in avanti. Ciò che conta è l'approdo. Anzi, ciò che conta è quanto Dio stesso ci prepara in questo approdo che è come un ritorno alla semplicità e alla piccolezza dell'infanzia e merita l'inno di benedizione di Cristo: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché cosi a te è piaciuto" (Mt 11,25-26). Approdo a una "sapienza nascosta e a un tesoro invisibile" (Sir 20,30). Approdo alle "cose di lassù" (Col 3,1). Approdo al "mistero nascosto da secoli nella mente di Dio" (Ef 3,9). Approdo che è come una morte e "un vivere nascosti con Cristo in Dio" (Col 3,3). "Cose nascoste fin dall'origine del mondo" (Mt 13,35), manna nascosta promessa al vincitore (cf. Ap 2,17).

Siamo cresciuti alla scuola dei sapienti e degli intelligenti: il nostro modo di intendere la vita e la storia è tributario alla loro perspicacia, alla loro curiosità, alla loro fatica. Essi hanno detto anche la meraviglia, la complessità, la virtualità del creato. Hanno descritto l'uomo, la sua ricchezza, il suo pensiero, la sua arte. Lo hanno esaltato e anche umiliato. Hanno aiutato l'evoluzione del mondo dando speranza e talvolta ne hanno bloccato le potenzialità con argomenti letali. Il trionfo della razionalità ha reso aridi i cuori e l'eccesso degli entusiasmi ha dato forma alle molte pazzie che hanno insanguinato le pagine della storia umana. Gesù ci rivela una sapienza diversa, quella che sta nell' ordine dell' essere: farsi piccoli, riconoscersi limitati, non aspirare alle cose troppo grandi, stare nella propria misura, tutto benedire, consentire al magistero delle cose, talvolta dubitare anche delle proprie acquisizioni e dei propri schematismi. Accedere con fiducia a quanto si rivela più grande di noi e più ricco di vita e di umanità.

Che sia l'amore questa sapienza nascosta e questo tesoro di cui parla il Signore? Che sia la vita piena secondo Dio quella che si nasconde nell'indicazione di uno sconfinato "lassù"? Che sia l'appressarsi di Dio a ogni cuore umano questo mistero nascosto nei secoli e ora rivelato in Cristo Gesù? Che sia il grande riposo del cuore, cui anela ogni essere umano, questa vita nascosta con Cristo in Dio? E questa manna sarà il cibo che il divino viandante porta alla cena comune, quando solo gli apriamo la porta al tocco della sua mano (cf. Ap 3,20)?

C'è una pagina che può rispondere al meglio alle nostre domande. E in Luca 11,11-13, quando Gesù parla dell' efficacia della preghiera. Dice:

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che gliela chiedono.

Non sarà lo Spirito santo la "cosa nascosta" che Dio darà in dono, la "cosa essenziale" che il Padre elargirà, la "cosa preziosa" che Gesù ci guadagnerà dall' alto della croce con l'effusione dello spirito, dell' acqua e del sangue?

La fuga è per 1'approdo. E l'approdo è Gesù che ci rivela l'amore del Padre e ci dona lo Spirito santo che è amore. 10 Spirito santo ci inoltra nel cuore della Trinità per quella che gli orientali chiamano divinizzazione e che per noi è "la vita divina in noi" secondo la parola di Gesù: "Noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui" (Gv 14,23). Dio in noi e noi in Dio. Sublime paradosso. Sublime verità.