PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

POSTFAZIONE

Il padre Antonio disse: "Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell'udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane un sola: quella del cuore" (Antonio 11).

Ecco, il monaco fugge la folla che lo distrae, lo condiziona, lo disperde in chiacchiere, ma si trova abitato da un'altra folla: quella dei pensieri. Nessuno, né tanto meno il monaco, può fuggire dalla condizione umana, con le sue complessità, le inquietudini, le tentazioni di collera, violenza, vendetta o vergogna. Antonio forse pensava al mercato di Alessandria, città cosmopolita, confusa e tentatrice; a noi torna invece alla mente la calca anonima e frettolosa che brulica nelle stazioni o sui bus cittadini, la miriade di immagini di pubblicità che ci bombardano, le seduzioni di piacere, potere, avere, apparire, che non si stancano di cantare come sirene per farei deviare dal cammino della vita.

Quanti hanno sperimentato, almeno per un po' di tempo, la solitudine, sanno come questa nuova folla accompagna e continua ad assediare il solitario, quasi senza possibilità di fuga. Non è ciò che si fugge, ma ciò che si cerca che crea la quiete che si vuole trovare nel deserto o il chiasso con cui ci si droga.

"Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto" (Sal 26,8). Con questa citazione del salmo don Cesare ha iniziato presso il nostro monastero la sua predicazione. Abbiamo subito colto la voce di un amico. E stato per noi un sentimento come di chi si sente chiamato e riconosciuto in mezzo a una folla anonima: siamo stati aiutati, infatti, a riconsiderare con riconoscenza i lineamenti della nostra vita di monaci, grazie allo sguardo esterno ma che, essendo di un amico che pur non vivendola ha colto l'essenziale della vita monastica, ha permesso di amarla con uno sguardo nuovo, giovane, innamorato e di riscoprirne quell'essenziale che sgorga semplicemente dal

Vangelo. Non poteva essere diverso perché le parole importanti della vita non si pensano, ma prima si ascoltano, non si inventano, ma si ricevono, così come si riceve il proprio nome: e don Cesare le ha attinte nella Scrittura e nella tradizione della chiesa per darci da bere quell'acqua viva. Non è tutto: don Cesare, una volta tornato alla sua parrocchia si è accorto che le parole dette a dei monaci aprivano, rivelavano e permettevano di leggere alcune dinamiche importanti della vita ecclesiale cittadina, quasi che pronunciandole di fronte a noi monaci, lui stesso le ricevesse da altrove, come se lui e la gente della sua comunità si sentissero riconosciuti e chiamati, potessero riconoscere la fonte viva di quella vita cristiana di cui sono assetati. Per approfondire tale scoperta sono nate queste righe.

Racconta il vangelo che dopo l'esecuzione di Giovanni il Battista, Gesù tenta di ritirarsi in un luogo solitario con i suoi discepoli, per riposarsi, pregare, vivere l'amicizia con i suoi e prepararli alla sua Pasqua, ma la folla li raggiunge e li assedia. E ciò che ha vissuto anche Antonio, e come lui tanti uomini e donne che hanno scelto la via del deserto alla ricerca della quiete, della presenza del Signore, della pace del cuore. Qual è la ricchezza del solitario, che la folla viene a cercare? Perché andare a cercare dove la vita sembra totalmente diversa? Ma, possiamo chiedercelo, lo è poi davvero così diversa? La parola di Dio non dice la stessa cosa a ogni fedele cercatore di Dio?

La folla cerca le parole e i gesti potenti di Gesù; questo sembra a prima vista andare contro il desiderio di quiete, di riposo, di preghiera e anche contro la sua missione. Lo sottolinea lui stesso. Gesù invece fa sedere tutti, "pronunzia la benedizione, spezza il pane e lo fa distribuire" (cf Mc 6,41-42). Il miracolo della moltiplicazione dei pani è un anticipo dell'eucaristia.

Fin dall'origine la vita monastica vuole rivivere ciò che viveva la prima comunità di Gerusalemme secondo la descrizione degli Atti degli apostoli: "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli, nell'unione fraterna, nella frazione del pane" (cf At 2,42). La folla che sembrava disturbare è diventata una assemblea convocata per la frazione del pane, e in senso più largo per condividere l'essenziale della vita monastica: la preghiera, la fraternità, l'eucaristia e talvolta il lavoro. Questa esperienza di fraternità rende la vita monastica comprensibile e illuminante per ogni vita cristiana, e quando i monaci percepiscono la sete di questa fraternità si sentono riconosciuti nel loro stesso desiderio.

E sono proprio gli aspetti fondamentali della vita monastica - al tempo stesso più specifici e più condivisi con ogni battezzato e con ogni essere umano - che le parole di don Cesare hanno illuminato nei giorni che è rimasto con noi a Pra'd Mill. A queste righe spetta il compito della riconoscenza per la visita di un amico. A noi monaci l'umile desiderio di essere occasione di incoraggiamento nella pratica della vita cristiana, secondo le parole di Isacco di Ninive: "Conviene che il solitario sia tutt' intorno uno spettacolo incoraggiante" e si possa riconoscere "che c'è per i cristiani una speranza sicura " (Isacco di Ninive, Discorsi Ascetici I, Città Nuova, Roma 1984, p. 159).

Cesare Falletti