PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

Chi mi libererà?
Rm 7,24

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

La storia dell'umanità conosce più la continuità dei conflitti che la discontinuità della pace. Sembra che il lottare sia costitutivo della natura dell'uomo, piegato dalla dura necessità di una sopravvivenza continuamente insidiata. La lotta contro l'ambiente ostile avrebbe così forgiato il fondamentale carattere di ogni umano. Nel contempo contro quella dura necessità sembra sia sorta una luce - quella che illumina ogni uomo che viene in questo mondo - che le ha dato e che le dà scacco in modo tale da collocarla - essa, la necessità - in un gioco duro con la forza della libertà umana.

Così quel combattimento contro gli elementi spaventosi della natura o contro le fiere o le bande di popolazioni ostili prende dimora nel cuore e diventa come una categoria dell'essere umano. Così, è nel campo del cuore che si trasferisce la lotta. Lì si combatte per conquistare e dominare l'ambiente, per sopravvivere a tutti gli ostacoli e a tutte le ostilità. E lì si è come risvegliato dai fondali inesplorati un istinto di luce capace di andare ad affrontare quanto le si oppone. E questa l'esperienza di Paolo nella straordinaria confessione scritta nella lettera ai cristiani di Roma: "Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio ma il male che non voglio... Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me" (Rm 7,18-19.21). Qui in Paolo il dissidio è già etico, ma testimonia nelle sue basi esistenziali la presenza di due principi: l'animalità dell'istinto e la luce di una razionalità moderatrice in lotta fra di loro.

Questa realtà è ben sperimentabile. Anche la nostra storia personale ha conosciuto questi passaggi superati talvolta con serena determinazione, talvolta con grande sforzo e altre volte ancora con notevole disagio. E quello che fa gridare Paolo: "Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (Rm 7,24), sentendo in ogni caso inadeguatezza di volontà, parzialità d'energia, insufficienza d'impegno e, fondamentalmente, la strutturale impotenza delle nostre facoltà, se Dio non soccorre. Per questo, Paolo aggiunge: "Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!" (Rm 7,25).

Per paradossale che possa sembrare, la Scrittura ci presenta pagine drammatiche in cui l'uomo è chiamato a misurarsi in combattimento spirituale con Dio. Quale dovette essere quello di Abramo dopo quella ingiunzione: "Prendi il tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, e va nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò" (Gen 22,2), e lungo la strada e fino al "terzo giorno". La sua prontezza nell'affrontare la prova non lo esime dal dolore di un'interrogazione interiore sulla contraddittorietà dell'agire divino. Dio ha promesso il figlio contro gli anni della sua vecchiaia e contro la sterilità di Sara, sua moglie. Dio ha mantenuto la sua promessa. Gli ha dato Isacco, perché ora ha deciso di toglierglielo? Perché questo strappo al cuore portato a due amici di Dio, condotti prima a una nuova e insperata paternità e maternità da un beneplacito alto e misterioso, e ora costretti a un nuovo vuoto nella loro esperienza di vita? Abramo cammina verso il monte Moria e non sa. E tace. Parla nel suo cuore una fede invincibile e un'obbedienza ferma e sottomessa. Poi Dio provvederà diversamente, per sostituzione. Un Agnello sarà sacrificato su quello stesso monte, "un Figlio unico tanto amato" (Gen 22,2) di cui Isacco è figura, e il suo nome è Gesù. La lotta è terminata. Dio scriverà nel libro della vita la fede esemplare di Abramo. E questi saprà l'assolutezza della libertà divina, l'imprevedibilità dei suoi disegni, la magnanimità dei suoi esiti. E anche in sé la forza di una libertà mai provata, sorta nell'esperienza di una sottomissione e di un abbandono, tanto da diventare per tre religioni l'icona del vero credente.

Parlando della lotta interiore, non si possono dimenticare le pagine relative alla lotta di Giacobbe con Dio al guado del torrente Iabbok:

Durante quella notte, egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell' aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all' articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui (Gen 32,23-26).

È una lotta solitaria, notturna, misteriosa com'è quella di ogni uomo che si trova a dover fare i conti con la propria vita, uno che ha, come Giacobbe, alle spalle le vicende liete dell'abbondanza e quelle più difficili dei malintesi, delle paure e delle inimicizie, e davanti a sé l'ignoto altrettanto pauroso dal momento che il tempo non cancella i fantasmi negativi della vita e della memoria e suscita le ansie di conseguenze dolorose. Così è per Giacobbe. È solo con se stesso: così potrebbe dirsi dal momento che l'altro combattente è presentato come "un uomo". E solo con la proiezione alta di sé, se chi combatte con lui è "un angelo" che gli rammenta quale sia la condizione di ogni uomo su questa terra: fortezza e vulnerabilità. È solo con Dio: così indica la mistica cristiana perché solo Dio può benedire e cambiare il nome:

Quegli disse: "Lasciami andare perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel "perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva" (Gen 32,27-31).

Lotta solitaria, senza testimoni, senza spettatori, senza alcuno che conforti. Notturna anche. Dove i combattenti a mala pena si scorgono e dove ogni affrontarsi e ogni presa, com'è di ogni gioco di lotta, non si sa se sia abbraccio di sodali o prigionia di avversari. Lotta prolungata nella notte "fino allo spuntare dell'aurora", quando la luce ha la meglio su ogni tenebra. Misteriosa lotta e misteriosa vittoria. Dio non vince: egli non è mai un avversario, mai un nemico, mai un trionfatore. Qualifiche troppo umane, indegne della sua identità di Dio. Oppure Dio vince con la sua benedizione: questo è nella sua natura, questo è espressione delle sue perfezioni. Dio vince proclamando vincitore "colui che ha combattuto con Dio". Dunque basta accettare di misurarsi con Dio mettendo davanti a lui la nostra vita così com'è per trovarci vincitori e ottenere una divina benedizione. Ma occorre, come Giacobbe, scoprire e accettare la propria vulnerabilità. E la benedizione di Dio su di essa.
Il guado che anche Gesù conoscerà sarà un giardino: quello di Getsemani, sul Monte degli ulivi, alla vigilia della sua passione. Anche per lui ci sarà una lotta solitaria resa ancor più dura dalla insensibilità e dalla inconsapevolezza di persone da lui amate, succubi del peso del giorno e gravate dalla fatica. Anche per Gesù ci sarà una lotta notturna all'intorno e notturna nel cuore:

Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsemani, e disse ai discepoli: 'Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me" (Mt 26,36-38).

Misteriosa lotta anche quella di Gesù che si svolge nel silenzio di tutto, tra confidenza e ripugnanza, tra adesione e fuga, tra prostrazione e preghiera, tra possibilità e accettazione: "E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: 'Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!'" (Mt 26,39). Misteriosa lotta come per una dialettica profonda dov'è interessata l'umanità di Gesù e la sua natura divina. Per questo la Lettera agli Ebrei, con un' audace espressione, può affermare: "Ed era ben giusto che colui per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza... Infatti proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2,10.18).

Infine, la Scrittura ci presenta un altro combattimento, quello di Gesù con il Satana di questo mondo nel deserto, sul monte delle tentazioni. È una pagina ricca di interpretazioni possibili e di attualizzazioni utili. Tentazioni che ripetono quelle fatte dal serpente ai progenitori, quelle vissute nel deserto dal popolo dell' esodo, quelle leggibili nelle società di ogni tempo. Se applicate al contesto della vita storica della chiesa e a quello della vita monastica, le pagine delle tentazioni di Gesù si pongono come una tentazione della "dismisura" .

Nell'ordine dell'avere si può eccedere nell'ingordigia del profitto, dell'accumulo, del possesso, nel volere che tutto - anche i sassi - diventino pane. Ma è sufficiente che il pane resti tale e resti per quel che serve: il pane quotidiano, il pane di ogni giorno, il pane guadagnato, il pane donato, il pane della parola di Dio: "'Se sei Figlio di Dio, di' che questi sassi diventino pane. Ma egli rispose: 'Sta scritto: Non solo di pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,3-4).

Nell'ordine del vedere si può eccedere nell'esibizionismo di sé, nella spettacolarizzazione di ciò che si fa, nel protagonismo evidenziato o nell' apparire vuoto di contenuti. Ma è sufficiente che il vedere che è connesso ai nostri compiti umani resti nella norma: "Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa e lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: 'Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordine a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede '. Gesù gli rispose: 'Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo'" (Mt 4,5-7).

Nell'ordine del potere si può eccedere nell'ambizione di una totalità del sapere, nella volontà di dominio, nell'orgoglio di casta, nell'istinto della sopraffazione, nell' adorazione dei propri talenti e della propria fortuna. Ma è sufficiente che i regni del mondo con la loro gloria restino autosufficienti nel loro ambito e secondo le loro leggi, e che il regno di Dio si sviluppi in loro con la forza di una legge interiore diversa dalla scorciatoia mondana della conquista politica: "Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: 'Tutte queste cose io ti darò, se prostrandoti, mi adorerai '. Ma Gesù gli disse: 'Vattene, Satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto '" (Mt 4,8-10).

La tentazione di Gesù è così formulata dal diavolo: "Se sei Figlio di Dio...". Dunque va al cuore dell'identità di Gesù, quella identità che è stata appena formulata dalla voce del Padre sulle acque del Giordano entro le quali questo Figlio del suo amore è immerso. Essa è una tentazione totale che talvolta tocca anche noi quando pone dubbi sulle scelte totali della nostra vita, insinuando incertezze sul passato come luogo non redento, come tempo non perdonato, scoprendo, attraverso la lente deformante dello scrupolo, il presente come ingannevole e incoerente, dimenticando così la fedeltà di Dio e la forza del suo amore. È nell'abbandonarsi a lui, come Abramo sul monte Moria, che sta la nostra vittoria. È nel riconoscere la nostra vulnerabilità come Giacobbe al guado dello labbok, che sta la nostra vittoria. E nel fare la volontà di Dio, come Gesù al Getsemani, che sta la nostra vittoria. Che è, in definitiva, la vittoria di Dio in noi e su di noi.

Poiché "il discepolo non è da più del maestro" (Mt 10,24), colui che ha accettato di seguire il Signore per la suggestione delle sue promesse, sa di doverlo imitare anche nelle sue lotte. Un lottatore è Paolo. Al termine della sua "corsa" può dire: "Ho combattuto la buona battaglia" (2Tm 4,6). E lungo questa corsa, nella difesa che egli è costretto a fare di se stesso, può elencare con una sorta di fierezza l'indice dei "pericoli" corsi e, più ancora, il "vanto folle" che lo sopravanza rispetto ai "falsi fratelli":

Sono ebrei? Anch'io! Sono israeliti? Anch'io! Sono stirpe di Abramo? Anch'io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte dei falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese (2Cor 11,22-28).

Non solo: egli può proclamare una vittoria storica nei riguardi dei falsi fratelli che "venivano a spiare la libertà che abbiamo in Cristo allo scopo di renderei schiavi" (Gal 2,4) - "ma a essi non cedemmo neppure un istante" (v. 5) - e che resterà come un trofeo d'originalità spirituale lungo tutta la vicenda cristiana.

E se Paolo può esortare a "rivestirsi dell' armatura di Dio" (Ef 6,11) e a "lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio" (1Cor 4,21), e come un missionario "tosto" può minacciare il bastone ai suoi cristiani di Corinto (ma presentarsi ai tessalonicesi come una madre amorevole), Giovanni già può proclamare la vittoria di Cristo nella lotta con il principe di questo mondo: "E questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede" (1Gv 5,4).