PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

Coltiveranno giardini
e ne mangeranno il frutto.
Rm 9,14

IL LAVORO

L'evoluzione dei rapporti umani e, in particolare, quella anche conflittuale delle classi sociali, ha fornito in questi ultimi secoli alla spiritualità cristiana altre motivazioni relative al lavoro umano oltre quella celebre dettata da Benedetto nella sua Regola: "L'ozio è nemico dell'anima e perciò i fratelli in determinate ore devono essere occupati in lavori manuali, in altre nella lettura divina" (RB 48). Si può tuttavia capire questa esigenza facendo riferimento al tempo storico delle antiche fondazioni benedettine.

Oggi preferiamo dare ragioni più positive circa il lavoro. Infatti esso concorre alla formazione integrale della personalità. Anzi, l'esplicazione sollecitata e aiutata dei talenti personali rappresenta l'opportunità di un arricchimento utile a tutta la comunità umana. Più ancora, il lavoro si presenta come un adempimento del comando del Creatore: quello di custodire e trasformare il mondo "con il sudore della propria fronte" (Gen 3,19).

Il salmo 128 accosta ancora di più alla nostra sensibilità il tema del lavoro, dicendo ne la necessità e la dignità: "Vivrai del lavoro delle tue mani" (v. 2). I boschi e le paludi, i campi e le montagne hanno conosciuto da secoli il lavoro dei monaci: essi hanno dato una forma ordinata a porzioni di mondo, salubrità alle terre e ragioni di vita alla gente, ospitalità ai viandanti e ai poveri di ogni provenienza. Questo hanno fatto "con il lavoro delle proprie mani come hanno fatto i nostri padri e gli apostoli", in ciò qualificandosi "come veri monaci" (RE 48). Benedetto doveva avere ben fisso lo sguardo sull'apostolo Paolo quando prescriveva così il lavoro manuale e sentiva anche la fierezza di non essere stato di peso a nessuno: "Alle necessità mie hanno provveduto queste mie mani" (At 20,34).

Doveva essere un precetto tanto prezioso quello di lavorare se l'Apostolo insiste: "Un punto d'onore: lavorare con le nostre mani" (1Ts 4,11) e ingiunge con molto realismo: "Chi non vuole lavorare neppure mangi" (2Ts 3,10). E ben presente che il lavoro vuole fatica, com'è scritto in Genesi 3,17: "Con dolore ne trarrai il cibo". E Giobbe: "Non ha forse un duro lavoro l'uomo sulla terra?" (Gb 7,1). E Paolo: "Noi abbiamo lavorato con fatica e sforzo" (2Ts 3,8). Questo richiamo monastico al lavoro delle proprie mani percorre anche oggi con sorpresa gli spazi dell'informazione come una novità che corregge l'immagine nobile e aristocratica della vita religiosa quale si è sviluppata dal tardo medioevo a oggi. Viene letta anche come un rimprovero per aver giudicato la manualità dell' opera umana come inferiore e meno degna rispetto al lavoro intellettuale. Quasi d'istinto si legge tale normativa circa il lavoro manuale come solidarietà a un mondo che per vivere non ha altri strumenti che le proprie mani.

Può un monastero essere assimilato a un cantiere? Certamente no. Talvolta può darne l'impressione la Regola quando stabilisce nei dettagli i tempi, i controlli e le modalità d'uso degli utensili di lavoro. La realtà è invece più simile a quella di una famiglia che conosce il bene di un lavoro svolto nell'ordine e nella pace, con la certezza che ci sarà un frutto, un esito buono, poiché "Dio non è ingiusto da dimenticare il nostro lavoro" (Eb 6,10).

Tuttavia, c'è un'altra fatica indicata fin dal prologo della Regola: la fatica dell'obbedienza. In una prospettiva mondana, essa sarebbe profittevole come una qualsiasi disciplina del lavoro. Ma la prospettiva è totalmente altra poiché obbedisce a quel lavoro severo e alto che viene chiamato l'opus Dei: è l'opera che Dio compie nel cuore del monaco come gesto primo e gratuito dell'amore e che viene continuato dalla pazienza e dalla sollecitudine di Dio lungo tutto l'itinerario monastico. Poi l'opus Dei è anche il lavoro di tutta la comunità quando risponde all'iniziativa di Dio. Allora l'opus Dei è il servizio di lode "al quale nulla deve essere anteposto". Il monaco sa quale sia in lui la forma dell'obbedienza per consentire a questo "lavoro" di Dio in lui: la docilità. Uno stato del cuore non dimissionario dalla propria libertà, ma uno stato pacificato e generosamente aperto al magistero dei fratelli e, in primo luogo, a quello dell'abate. Questo "stato del cuore" è detto "umiltà", termine bandito dalle letterature del nostro tempo e che tuttavia indica bene l'attualità della condizione umana quando è descritta umilmente, cioè con verità. E la verità della condizione umana è la fragilità, la piccolezza, la precarietà, descritta fino a sottolinearne talvolta la condizione drammatica. Umiltà è dire l'humus di cui siamo fatti ed esserne conseguenti. È constatare ancora una volta che circola nel nostro sangue l'istinto della trasgressione dei "primi parenti" e che solo andando a ritroso con l'obbedienza è possibile "far ritorno a colui dal quale ti sei allontanato con la pigrizia della disobbedienza" (RB Prologo).

In ultimo non ci si può sottrarre alla fatica della fraternità. L'impegno della stabilità non concerne solo un luogo amato o una storia ammirata o un clima felice, ma - e più ancora l'accettazione di quella cerchia di fratelli, così come sono, così come mi sono consegnati dalla loro storia personale, così come me li consegna lo stato del loro percorso spirituale. Il lavoro della fraternità è una meta mai conclusa. È un lavoro continuo da fare su di sé, a ogni passo ponendosi come in riferimento ad altri. È ben riscontrabile nella vita di famiglia: ogni gesto, ogni scelta, ogni parola deve avere la cautela dell'altro e la tensione verso 1'altro in vista dell'accoglienza o del diniego. O di una crescita comune. Forse, nella vita monastica questa attenzione relazionale è più facile, perché essa è più avvolta nel silenzio e più nutrita dalla preghiera. Ma resta un compito dal momento che la finalità della vita monastica non smussa mai del tutto le diversità di sensibilità, di storia e di esperienza. Si sa che, accanto a queste differenze native o acquisite, occorre far conto delle gradualità della vita di fede di ognuno. E non solo tenerne conto, ma in vario modo aiutare il cammino altrui a "diventare fratelli" (cioè a diventare sempre più ciò che si è già).

Diventare sempre più fratelli: è ben un lavoro di tutti i cristiani, là dove essi si trovano. Il presupposto, che può essere una condizione al vivere assieme, sembra essere una sorta di amabilità nativa, cioè una disponibilità più o meno grande ad amare e a lasciarsi amare. Su di essa può crescere il rispetto per l'altro e per il suo mistero personale; la stima per il suo talento e la valorizzazione del dono per la ricchezza spirituale comune; 1'affezione di amicizia capace di superare anche la nozione paritaria della reciprocità e pervenire all' esperienza tutta evangelica della gratuità e dell'eccedenza del dono. Tanto più se questa affezione da fraterna si trascolora in affezione filiale verso fratelli più saggi, più forti, più anziani. E da affezione fraterna diventa paterna verso chi è giovane di anni o nuovo alla vita cristiana o debole di fronte alle esigenze della vita spirituale.

Questo "lavoro" che si vede all'intorno, quel silenzio che si respira negli ambiti monastici, quella sobria esultanza che è dato cogliere nella lode liturgica, quella lontananza da una sorta di frenesia per la conquista - che appare molte volte così esteriore - del mondo a Cristo hanno esercitato sempre, e particolarmente ai nostri giorni, un fascino speciale, richiamando l'attenzione non solo sui prodotti del lavoro monastico, ma anche su uno stile di vita più proprio all'uomo, in reazione allo stile così stressante proprio dei grandi deserti delle metropoli. E normale che l'immaginazione vada anche al di là del reale monastico e che si pensi al monastero come a "un giardino coltivato" dove maturano frutti copiosi. E come se andando a ritroso si tornasse non solo dalla disobbedienza all'antica obbedienza, ma dal deserto di questo presente al giardino esuberante dell'Eden primigenio.