PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

Esultate di gioia indicibile.
1Pt 1,8

L'ESULTANZA

Sofferenze di ogni genere ricoprono il mondo, ma in alcune aree di esso non mancano forme di varia esultanza. Basta qualche momento televisivo per sentire e vedere le esultanze sportive, soprattutto quelle calcistiche. E sufficiente un goal a far scattare il giubilo di un'intera tifoseria cittadina. Basta collegarsi a internet, a un qualsiasi motore di ricerca, per rendersi conto di quale e quanta esultanza giovanile siano colme le tante discoteche e i tanti variegati club per il divertimento sessuale delle nuove generazioni tecnologiche. E sufficiente una nuova pop star a scatenare gli entusiasmi notturni di un popolo che appare drogato. Basta andare su qualche canale satellitare in qualche stagione propizia per vedere i cortei dell'amore che si snodano lungo le grandi arterie delle grandi metropoli della terra. O i megaconcerti. E sufficiente il grido di un pubblicitario della moda giovanile per radunare tutte le esuberanze di un mondo che scivola sulla superficie della vita, convinto dell'urgenza di non perdere il poco tempo che ancora rimane prima che tutto scompaia in un nulla nucleare.

Queste esultanze possono creare sconcerto in chi è stato fatto saggio dalla vita e pesa questi fenomeni per quel che valgono: entusiasmi di massa, catarsi di stress, momenti di fuga. Possono anche creare giudizi di condanna in chi si tiene lontano da queste cose per dovere educativo o per stato religioso o più semplicemente per diniego estetico. Forse l'uomo spirituale deve invece accostare 1'orecchio a questi fenomeni per cogliere tutta l'esigenza di gioia che lì alligna e che lì certamente va sprecata. Una gioia troppo gridata per essere vera. Una gioia troppo drogata per essere autentica. Una gioia troppo colorata per essere piena. C'è dell'esultanza nel canto e nella musica e nella danza. E anche nel sesso perché lì Dio ci ha messo del suo: la gioia di un'intimità donata per amore. Tuttavia, la misura di una vera, autentica esultanza, ci viene dalla Prima lettera di Pietro: "Esultate di gioia indicibile..." (1,8). Indicibile da parte nostra. Dicibile solo se lo Spirito di Dio la esprime in noi. Com'è avvenuto per Maria, la Madre di Gesù, come è avvenuto per i poveri del Signore che hanno atteso la consolazione di Israele, com'è avvenuto per i magi, oppure com'è avvenuto per Gesù quando "esultò nello Spirito santo e disse: 'Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te'" (Lc 10,21).

Oltre all'indicibilità, Maria ci offre un'altra caratteristica della vera esultanza: la dimenticanza di sé e il "versarsi" - com'è per lo Spirito di Dio - nell'alterità. Il suo Magnificat è così: il canto della piccolezza "versato" a esaltazione di "colui che è grande", l'inno dell'umiltà "versato" a celebrazione del nome santo, la profezia della povertà da parte di chi si dice "serva" e perciò anche "beata" per grazia "versata" a "colui che è potente". Anche qui c'è un capovolgimento: l'esultanza del mondo potente, ricco, sazio si erge sempre sui primi piani della storia. L'esultanza di Maria invece dà il "la" a ogni vera esultanza: il "versarsi" cioè dell'amore sui deficitari della vita e il dono della misericordia sulle durezze dei consolidati legalistici. Proclama con tutta chiarezza quale sia l'oggetto della sua profezia: la potenza del braccio di Dio, la dispersione dei superbi nei pensieri del loro cuore, il rovesciamento dei potenti dai loro troni, l'innalzamento degli umili, la sovrabbondanza di beni per gli affamati, la dismissione dei ricchi "a mani vuote", il soccorso a Israele, suo servo, con la forza della sua misericordia (cf. Lc l,51-54). Esultanza con le note di una salvezza già avvenuta e con gli accenti di quanti verranno anche in futuro gridando la propria salvezza storica con canti di gioia, come una moltitudine in festa.

Al seguito di Maria, e come lei, viene l'esultanza di Israele nella persona di un santo vegliardo, "uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto di Israele" (Lc 2,25). Egli accoglie Gesù nel luogo più sacro, il tempio, e per l'adempimento di una legge santa, "offrirlo al Signore", com'è scritto per tutti i primogeniti. Egli è la presenza di congiunzione fra l'antico patto e quello che sta realizzandosi in Gesù: "Lo Spirito santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore" (Lc 2,26). Come esultare se non con un canto di dimissione - la totale dimenticanza di sé - e l'abbraccio dell'Atteso, "luce per illuminare le genti e gloria del popolo Israele" (Lc 2,32)?

Dopo il "piccolo resto di Israele", adesso "le genti". La loro lontananza non è solo geografica. Vengono da una lontananza culturale com'è quella di chi scruta la linea degli orizzonti della vita umana e la sfera delle realtà astrali. Probabilmente non sanno nulla di Abramo, di Mosè e di David. Ma è gente avvertita nel cuore e presta occhi e cuore alle visioni luminose della notte. Vedono una stella misteriosa e la seguono in un' avventura che ha tratti di prova e di gioia. Sconfiggono l'aridità del deserto, il rumore dei fiumi, le tentazioni di cedere in molti modi alle facilità e alla stanchezza, la secchezza delle informazioni degli scribi di Gerusalemme e la pigrizia sovrana di Erode. Fino a che anch'essi non giungono all' approdo: "Ed ecco la stella che avevano visto al suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi, lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra" (Mt 2,9-rr). Ancora una volta l'esultanza si esprime nel silenzio: questi uomini misteriosi non recitano formule, non fanno discorsi, non si accompagnano con le molte parole. Loro compagno è ancora una volta l'indicibile. Approdati ai piedi del Messia, essi hanno solo dei gesti che dicono il valore dell'alterità, la dimenticanza di sé, la totalità di sé "versata" nell'altro, qui giunta all' apice: il dono e l'espressione più alta del dono, l'adorazione.

Infine, l'esultanza di Gesù. Essa ci indica anche il motivo e i destinatari di quella gioiosa benedizione volta al Padre. Perché anche lui, il Padre, ha dei doni segreti. E questi, non per chi ha già il cuore altezzoso di sé e di cose, ma per i "piccoli". Strana categoria di persone questa, senza tessere e distintivi, senza statuti e organizzazione. Gente che non sa di essere così. Persino difficile da definire. Semplici? Umili? Nascosti? Insignificanti? Dimenticati? Per essi c'è una sapienza nascosta: la scienza dell'amore. Quella scienza che Gesù rivela con la sua vita e con il suo sacrificio sulla croce. I piccoli: anche noi crediamo di essere della categoria per la nostra statura spirituale, obbligati come siamo a definirla di basso profilo, per la nostra scelta di vita che anche visivamente oggi ci mette fra gli emarginati, e magari anche per la nostra estrazione sociale. Gente tuttavia che sa di essere cara al Signore, destinataria dei suoi segreti e dei suoi tesori riposti. Gente che constata ogni giorno di "conservare questi tesori in vasi di creta" (2Cor 4,7) e che deve vigilare a che non abbia a uscir fuori di piccolezza. E dunque a sottrarsi all' esultanza del Signore.

Nella vita monastica c'è un contenitore dell'interiore esultanza, ed è quello che san Benedetto nella sua Regola chiama gravitas. Quando la processione monastica si muove verso il coro si vede bene cosa sia questa attitudine: un incedere solenne e umile nello stesso tempo, un portamento regale degno del Re per il quale si milita - "Cristo regi militaturi" (RE Prologo) -, un tenere il passo su quello invisibile degli angeli che accompagnano la processione, un camminare come compresi entro una liturgia celeste.

Così quando negli stalli del coro, regali nelle loro cocolle, i monaci levano la preghiera nel canto, la gravitas è in quel calmo e lento salmodiare e più ancora nelle virtù spirituali del canto gregoriano. Poiché nella vita del monaco tutto è liturgico, ovunque è prescritta questa gravità: il silenzio deve essere pieno di gravità, ma anche il discorrere e il pregare personale, e l'aiuto vicendevole, e il servizio alle mense dei monaci e degli ospiti. Tuttavia, questa gravità non è gravosa. Non è una sotto specie della tristezza o della severità. Essa è più vicina alla signorilità che alla distanza. Se una distanza c'è alla presenza di un ospite sconosciuto, essa dice piuttosto il rispetto, la discrezione, perfino il riconoscimento della presenza di colui che ha detto: "Ero forestiero e mi avete ospitato" (Mt 25,35). La gravità è uno stile. Si vede, oltre lo stile di silenzio, il carattere "indicibile" dell' esultanza. Si esperimenta, oltre lo stile di sobrietà, l'atteggiamento "versato" dell'esultanza. Si intuisce, oltre l'attenzione, il gesto del dono semplice e magnifico dell'esultanza.

Sarà possibile vedere ravvicinate queste due esultanze, l'una gridata, l'altra indicibile? L'una drogata, l'altra pacificata? Intanto occorre dire che quella gridata è un fatto collettivo e quella indicibile è piuttosto individuale: la prima occupa piazze e discoteche, l'altra i chiostri monastici o quelli museali. La società è un' abilissima organizzazione di esultanze collettive. Quella monastica non sarà una fecondissima organizzazione di esultanze spirituali? Già questo avviene nella forma di un' ospitalità sempre più ambita e sempre più richiesta, tanto da far presagire un futuro di vera evangelizzazione nelle forme più discrete, rispettose e feconde dell' accoglienza monastica a favore di chi vede anche nella predicazione cristiana una forma di detestata propaganda. Già questo avviene nell'accoglienza sempre più grande di persone, soprattutto giovani, nelle domeniche e nelle feste liturgiche maggiori dell' anno, quando i tempi della salvezza vengono celebrati con l'eloquenza del mistero e di una bellezza che è nel rito, e che abbondantemente lo supera. Questa esultanza come crediamo di capirla entro un clima che chiamiamo monastico, sarà anche organizzabile collettivamente? Ci sono esperienze di questo genere molto interessanti e significative, ma sembra di poter dire che l'indicibilità o si risolve in canto corale (e allora viene detta in stereotipi anche profondi) o permane poiché l'esultanza vera è intraducibile e passa sempre attraverso il singolo dato che Dio parla sempre così: cuore a cuore.

Questa esultanza che ci appare collettiva, superficiale, gridata, perfino "laica", possiamo in qualche modo assumerla e offrirla? Se facciamo intercessione per i dolori del mondo, perché non portare davanti al Signore anche le esultanze parziali, insufficienti, povere ai nostri occhi e tuttavia tali da esibire ovunque una sorta di pienezza vitale e tali da mostrare volti lieti, sereni e perfino felici? Non occorrono grandi mediazioni per portare davanti al Signore le celebrate note di Beethoven, Mozart, Bach e di tutti i grandi compositori, dei loro interpreti e dei loro esecutori. Da sé, esse sono una preghiera e quanti le propongono al mondo sono come i ministri di una bellezza intramontabile. Ma i rockers, i fan della musica soul o della musica pop non meriteranno un posto nella nostra considerazione estetica e nella nostra preghiera almeno quando cantiamo il salmo 150: "Lodatelo con squilli di tromba, lodatelo con arpa e cetra, lodatelo con timpani e danze, lodatelo sulle corde e sui flauti. Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti; ogni vivente dia lode al Signore" (vv. 3-5)? E la danza: non può essere una gestualità da offrire entro i gesti composti e sobri della liturgia cristiana quella dei dervisci o delle tribù del Mali, quella elaborata di Béjart o quella misera e colorata di Rio? Certo, all'atto dell'offerta (o dell'intercessione) serve una certa purificazione delle immagini e delle intenzioni. A questo serve la preghiera che proviene dall' accoglienza amorevole di tutto ciò che è umano (o non è disumano) per un lavoro di "filtro" che è ben un lavoro monastico. "Tutto canta e grida di gioia" (Sal 65,14); se è così, per questo canto e per questo grido occorre mobilitare anche i santi angeli: essi, che sono le ali dell'invisibilità delle cose di Dio, sanno i tanti linguaggi dell'indicibilità delle esultanze nelle cose umane. Perché non affidare loro questo compito, tanto più se sono, come vengono rappresentati, angeli giocosi, sorridenti e musicanti?