PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

Grande tu sei e compi meraviglie.
Sal 86,10

L'AMMIRAZIONE

"Lo Spirito del Signore ha riempito tutta la terra": cosi è impossibile non vedere la bellezza e la grandezza delle sue opere, sia che fissiamo lo sguardo attonito nelle profondità degli spazi infiniti che ci circondano da ogni parte, sia che lo posiamo sui colori, le linee e le forme che danno qualità e gioia ai nostri occhi da ogni angolo della nostra terra. Sguardo che fu anche quello di Dio creatore; sguardo ripetuto, esclamazione lieta, recensione altissima, da cui ogni altro nostro sguardo e nostra esclamazione lieta sulla bontà di tutto: "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Gen 1,31). Questa ammirazione primigenia di Dio è l'incipit dell' ammirazione umana come nei tempi e nei continenti si è espressa in figure d'arte, in letterature grandiose, in opere di poesia, in parabole religiose di alta invenzione. Dopo quel rapimento divino ogni estasi umana ripete e ingrandisce la gloria della creazione.

L'estasi di Dio, quella meraviglia altissima, è come una "uscita di gioia" dal cuore della Trinità. E questa gioia è il suo santo Spirito. Si può dire così? Non è lui lo Spirito creatore, colui che si rispecchia nella bontà del suo lavoro? E lui che "aleggia sulle acque" (Gen 1,2) primordiali e dà splendore alla luce il primo giorno, bellezza ai firmamenti il secondo, freschezza alle acque e rigoglio di vita alle erbe e alle piante il terzo giorno, respiro di fecondità ai due grandi luminari il quarto giorno, brulichio di esseri il quinto e di bestiame il sesto. Infine, l'uomo, colui che gli è più prossimo nell'immagine e nella somiglianza (cf. Gen 1,26).

Il paesaggio dove Dio pone l'umanità è descritto come un deserto e come un giardino: bivalenza di orizzonti, ricchezza di prospettiva. Dal deserto Dio trae il suo materiale creativo: "Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo" (Gen 2,7), e dal giardino in Eden l'ambiente paradisiaco: "Con ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare" (Gen 2,9). Così il deserto con la sua polvere detta qualche orizzonte di bellezza e proclama un qualche magistero. E il giardino con i suoi fiori, con i suoi frutti e con le sue acque rigogliose dice l'esuberanza dei doni divini. In questo deserto, l'uomo, con la sua consapevole lungimiranza, è come un sovrano e in questo giardino, con la sua intelligente maestria, è come il servitore della creazione. Aridità e quasi non-vita, disorientamento nel mare di sabbia, richiamo al tutto e al nulla, il deserto macina la superficialità dell' ammirazione per renderla profonda e fari a diventare quasi visibilità dell'Invisibile. Incanto di colori, sollecitazione di sapori, incentivo di desideri, il giardino invece dilata lo sguardo dell' ammirazione e ne presagisce l'ulteriore inesauribilità. Le cose sono tanto belle! Così esclama anche il salmista sapendo quanto facile sia passare dall'ammirazione all'idolatria.

Forse Dio, dopo aver soffiato il suo Spirito sull'uomo facendolo così "un essere vivente" (Gen 2,7), è andato anche in estasi davanti al capolavoro delle sue mani? Di fronte all' armonia delle sue funzioni? Alla proporzione delle sue parti? All' espressività del suo sguardo? Alla capacità delle sue scelte? Lo dice in qualche modo il salmo 8: "Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cos'è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi" (vv. 4-7). L'estasi di Dio sulla creazione non è finita nei giorni della Genesi. Tutte le pagine della Scrittura recano i segni dell' ammirazione di Dio per "i figli degli uomini", da Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, David, sino al suo diletto Figlio, quando Dio potrà in lui fissare il suo sguardo di compiacimento e dire le parole del suo alto beneplacito nella splendida gloria della trasfigurazione. Storia dell' ammirazione di Dio che va da Adam e dalla creazione di tutto fino a quell'apice dell' ammirazione divina in cui Dio si rispecchia, rappresentato dal nuovo Adam, che è Gesù, il Cristo, sul monte di gloria.

Che l'uomo ammiri se stesso è un fatto evidente e assodato. Che l'uomo ammiri la sua donna come "carne della sua carne" e canti questa scoperta come un approdo gioioso del suo corpo e del suo cuore è affermato dalla Genesi: "Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta" (Gen 2,23). La Scrittura si sofferma a sottolineare ammirata la bellezza; quella di David: "Era fulvo con begli occhi" (1Sam 16,12); quella della sposa del Cantico: "Gli occhi tuoi sono colombe" (Ct 4,1). E avverte: "L'occhio desidera grazia e bellezza" (Sir 40,22), "Non si sazia [mai] di guardare" (Qo 1,8), e occorre una disciplina degli occhi perché passa di lì la concupiscenza del mondo (cf. 1Gv 2,16). Che anche l'ammirazione di sé sia un dato importante viene affermato dalle moderne scienze psicologiche quando parlano del valore che ha l'autostima nella crescita equilibrata della persona (equilibrio sempre difficile poiché, com'è facile la depressione in calo di autostima, tanto è facile che questa in surplus, anche episodico, diventi egocentrismo). L'ammirazione ha qualcosa a che fare anche con la curiosità. È normale che l'uomo sia così. E, in questo senso, la curiosità può essere il momento introduttivo alla conoscenza delle cose e poi all'ammirazione di esse. Ma se essa viene insistita, a lungo può diventare un abito che porta alla "defigurazione" dell'ammirazione (salvo che essa, la curiosità, non diventi un dato della ricerca intellettuale e dunque strumento pregiato del lavoro indagatorio).

Lo Spirito santo, così indicato come soffio, vento, respiro, sembrerebbe incentivare i nostri poteri di ammirazione anche con le immagini così sfumate, così tenui, così imprendibili. Anche gli inni con i quali la tradizione liturgica della chiesa prega lo Spirito santo sembrano avvolgere di allusioni poetiche la persona e l'opera dello Spirito, come quando propone l'immagine così indeterminata della nube. Al Sinai, esso è avvertito e rappresentato come nube oscura e luminosa, mentre invade la dimora e la tenda del convegno (cf. Es 40,34) e abita, infine, con la sua gloria il tempio che è in Gerusalemme: "La gloria del Signore si alzò sopra il cherubino verso la soglia del tempio e il tempio fu riempito dalla nube e il cortile fu pieno dello splendore della gloria del Signore" (Ez 10,4). Così al Sinai, nel deserto, e poi a Gerusalemme, nel segno del tempio, lo Spirito "visita le menti" dei suoi, li dispone a "vedere" la gloria della sua misteriosa presenza, opera la raccolta del suo popolo e lo dispone all'adorazione dell'Unico.

Ancora altre immagini sollecitano la nostra capacità di ammirazione, quando lo Spirito viene indicato come una forza, come un fuoco, come un' energia moltiplicativa delle umane possibilità, come avviene per Sansone (cf. Gdc 13,25) quando "lo Spirito del Signore lo investì" (Gdc 14,19) per le sue battaglie, "creando in lui un cuore nuovo e uno spirito nuovo". Cosi il gesto dell'unzione che è per David. Lo Spirito è come olio profumato versato da Samuele sul suo capo, che scende su di lui e sulle sue vesti per avvolgerlo come creatura nuova, come una nuova divisa spirituale: spiritalis unctio. Allora lo Spirito del Signore si posa su di lui (cf. ISam 16,13) e crea in lui una nuova regalità, non come quella egocentrica e gelosa di Saul, ma abbandonata al vero re, il Signore. Ma la rappresentazione più ammirabile dello Spirito può essere quella della "brezza di un vento leggero" che segnala al profeta Elia sull'Oreb la presenza del Signore (cf. 1Re 19,1-18). Anche Gesù, quando vuole evocare la libertà di Dio e l'imprevedibilità delle sue operazioni, parla del vento: "Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove venga né dove vada, cosi è di chiunque è nato dallo Spirito" (Gv 3,8). Immagini che affinano le nostre capacità di ammirazione e le ordinano alla meta di una vita contemplativa più purificata.

Dopo aver immaginato l'estasi di Dio davanti alla bellezza della propria creazione, possiamo anche parlare di una kénosis dello Spirito santo come più autorevolmente parliamo della kénosis del Figlio? L'amore di Dio non è stato versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito (cf. Rm 5,5)? Non riempie lui l'universo dando cosi voce a tutte le cose (cf. Sap I,7)? Non abita nel nostro corpo come in un tempio (cf. 1Cor 6,19)? Questa effusione versata sulla creazione e sulle creature, non sarà anche un abbassamento? Su questa linea "kenotica" si può immaginare anche la narrazione dell'annuncio a Maria (cf, Lc 1,26 ss.), dove c'è un inviato da Dio e c'è questa presenza che entra da lei. C'è una discesa dello Spirito santo su di lei. Dunque, una kénosis nel tempo e nello spazio da parte della trascendente "potenza dell' Altissimo". E questa potenza generatrice ha nome Spirito santo nella forma di un'ombra, com'è la nube luminosa e oscura della gloria di Dio e com'è la fede per i credenti in lui.

E questa è l'ultima meraviglia: quella del figlio di Dio nato nel grembo santo di Maria. Suscitano la nostra ammirazione la bellezza e la forza delle cose create. Fascino degli occhi e innamoramenti del cuore, la finezza e il vigore di certi lineamenti umani. Curiosità e interesse il patrimonio di culture che i secoli hanno addensato nella storia di tutti i popoli. Venerazione e apprendimento nei gesti di Dio a favore della salvezza del suo popolo, meraviglia grande per quanto Dio rivela di sé nell'inesauribilità del suo amore. Com'è nel mistero della sua incarnazione.

Il monaco, che è poi un laico cristiano, non può che essere, dall' avamposto in cui lo ha collocato la sua vocazione monastica e in questa prospettiva di una kénosis dello Spirito santo, un uomo dell' ammirazione. Si dovrebbe dire: dell'ammirazione di tutto. Ma è utile esemplificare almeno su tre titoli. In primo luogo l'ammirazione non può non andare alle cose che costituiscono il contesto della vita: il paesaggio in cui si è collocati dall'impegno della stabilità monastica, luogo amato e custodito nel cuore, dimora del primo giorno e dell'ultimo. Ammirazione non solo delle cose che sono come la cornice del nostro vivere, ma anche per quelle che ci rappresentano la concretezza dell'uso o la poesia dell' abbellimento. Gusto del dettaglio. Bellezza del minimo. Accettazione del parziale. Sono aspetti non disdicevoli della nostra capacità di ammirazione. Piene di Dio, tutte le cose ci rivelano lui, l'Unico ammirabile. Poi, l'ammirazione dovrebbe andare a quanto narra la fedeltà: quella degli sposi di altri tempi e anche quella ben più faticosa degli sposi di oggi. La fedeltà delle amicizie. La fedeltà alle proprie origini e alla propria storia. La fedeltà a se stessi pur nei passaggi di una ricerca appassionata. La fedeltà alla regola di vita e alle formulate promesse. La fedeltà alla propria infanzia. Ammirazione per quanti sono cosi ammiratori della fedeltà di Dio nella sua opera di salvezza. E, infine, ci sono i santi. Essi "mostrano la santità di Dio davanti ai nostri occhi" (Ez 38,16). Ci garantiscono la paziente operatività di Dio in noi. Guardando in volto ai santi siamo come portati al di là dei nostri smarrimenti, dei nostri dubbi, delle nostre prove, resi certi che lo Spirito lavora per fare di tutti gli uomini, più o meno sfigurati dal peccato, dei "somigliantissimi" a Dio.

Uomini dell'ammirazione, cresciuti con questo accompagnamento che ci educa all' ottimismo, possiamo irradiare serenità su quanti ci accostano anche a costo di qualche negligenza nell' esercizio del nostro pur necessario spirito critico (ma anche in un' operazione di critica, nell' atto di un utile e illuminato discernimento, non può mancare una sorta di ammirazione!). Poiché l'ammirazione non è un esclamativo episodico e solitario nel gran fluire del banale. E uno stile che costruisce in noi la vita contemplativa e la coltiva e matura lungo tutto il corso della vita.

Il corso della vita! Mentre le forze vitali diminuiscono, o la sofferenza fisica ci sottrae a una disposizione amabile verso quanto è fuori di noi per concentrare tutta l'attenzione su quanto ci "rovina", forse la nostra capacità di ammirazione registra il culmine delle sue prove. Come convertire questa perdita in guadagno, se non ripercorrendo con ammirazione i giorni della nostra vita e leggendo in essi ciò che Dio ha scritto con noi o nonostante noi? Oppure, la nostra forza di ammirazione si converte in una sorta di invidia benevola (e di aiuto spirituale) verso quanti, a differenza di noi, hanno meno anni e più energia e a propria disposizione tutte quelle potenzialità reali che ora noi possediamo solo con il desiderio. O più semplicemente questa forza di ammirazione, fattasi più intensa con l'incedere degli anni, ha preso cosi possesso della nostra vita contemplativa da trasferirsi, sia pure in enigmate, in visione delle cose celesti con una tale luce da trasfigurare anche le diminuzioni inevitabili e la stessa morte. Tanto da chiamare, per Francesco, la morte con il dolce nome di sorella.