PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

A lode della sua gloria.
Ef 1,12

LO SPAZIO DI GLORIA

Colpisce la nostra immaginazione la pagina delle prescrizioni date da Dio a Mosè per la costruzione del santuario:

Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro... Faranno un' arca di acacia ... Nell'arca collocherai la testimonianza che io ti darò... Farai due cherubini d'oro... Io ti darò convegno in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull' arca della testimonianza, ti darò i miei ordini riguardo ai figli di Israele ... Farai una tavola di legno di acacia ... Sulla tavola collocherai i pani dell'offerta: saranno sempre alla mia presenza (Es 25,10-30).

Colpisce questa volontà divina di circoscriversi, di uscire da un cosmo alto, infinito, inconoscibile, per farsi numero e misura, materia e qualità. Colpisce la minuzia delle descrizioni e la precisione del dettato. Ma ancor più risulta sorprendente lo spazio che Dio sceglie per sé, dove far abitare la sua gloria, e da lì dire la misericordia di una prossimità non prevedibile: il "luogo breve" che sta fra i due cherubini oranti, un vuoto, una vacuità, un assenza.

L'istinto teologico dei padri fondatori del monachesimo non ha sbagliato ponendo al centro della topografia monastica la chiesa abbaziale e dentro la chiesa, al centro di essa, l'altare. Non ha sbagliato volendolo come protetto da un'abside, quasi come entro un guscio di protezione, semplice e armonioso, per una perla di grande valore. Generalmente lo ha inserito fra due transetti, luogo sacrificale, costretto ai due lati, quasi a disegnare la croce di salvezza. Inoltre, gli ha effuso luce dall'alto e gli ha dato il respiro di un grande spazio dove convogliare voce e silenzio, gemito e lode dell'intera navata. E lì accostato all'altare, quasi banchetto di nozze, il coro monastico, luogo dell' attesa nuziale.

Quando la chiesa abbaziale è vuota e sembra solo conservare e trasmettere l'eco di tutte le preghiere e di tutti i silenzi che i secoli vi hanno convogliato, questo senso della presenza di Dio nel vuoto è ben percepibile, solenne e vero. Un vuoto che attende di essere riempito dalla gloria di Dio.

Non tutte le chiese aprono il cuore a questa sensazione. Non tutti gli altari sono così saldi ed eloquenti nella propria nudità. La risposta umana nella fede talvolta ha creduto di dire la lode di gloria nella moltiplicazione del decoro, nella grandiosità delle forme e nella preziosità di tutto. L'aumento pareva essere la misura più degna della grandezza di Dio. Talvolta, essa ha creduto invece di dire la lode di gloria nella diminuzione, vedendovi un cammino più prossimo al mistero, una proporzione più vera della nostra relazione di piccoli davanti a Dio, e anche una confessione di impotenza a raggiungerlo degnamente con i nostri mai adeguati disegni. In genere, le strutture monastiche obbediscono a questa seconda visione, dando espressione piuttosto agli spazi vuoti della presenza del Signore, com'è detto a proposito dell'arca dell' esodo e come si potrebbe dire a proposito dello spazio vuoto del sepolcro, cioè di quell'arca dove per tre giorni ha riposato il Figlio dell'uomo prima di aprire il cammino di un nuovo esodo: quello dei con-redenti e dei con-risorti in Cristo.

Sulla nudità di quell'altare viene celebrata la lode di gloria, quella dossologia che chiamiamo eucaristia. Per il monaco essa è tutto ciò che la chiesa dice a suo riguardo: banchetto e sacrificio, memoriale della beata passione, della morte e della resurrezione del Signore, sacramento della reale presenza di Gesù, visibilità dell'invisibile liturgia che si svolge attorno all' altare del cielo. Ma per il monaco, l'eucaristia è anche il "sacramento del futuro", un segno efficace di ciò che dovranno essere lui, la chiesa e il mondo: qualcosa che non c'è ancora, che deve avvenire, che deve prendere forma da ciò che è già dato e posto, ma che non si vede ancora.

Poiché l'eucaristia si esprime come una metamorfosi, il monaco sa che anche per lui, per la chiesa e per il mondo deve avvenire una trasformazione. Poiché l'eucaristia si esprime come sorprendente novità, il monaco sa che anche per lui, per la chiesa e per il mondo deve avvenire un cambiamento, una spoliazione di ciò che è caduco, di ciò che non è più significativo. L'eucaristia termina la sua celebrazione nel cuore dei fedeli; lì deve portare il suo frutto, che è quello dello Spirito: "Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22). Essa è anche l'estrema espressione dell'umiliazione di Dio in Gesù, "il quale pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso" (Fil 2,6-7), "annientò se stesso", come qualcuno traduce, assumendo la forma di un niente. Non sarà questa la modalità "kenotica" cui sono chiamati anche i discepoli dell'Obbediente? Non sarà lo spazio vuoto delle nostre-vite il luogo dove Dio proclama la sua gloria?

Sulla nudità di quell'altare siamo chiamati a deporre con verità ciò che si oppone a quel vuoto della nostra vita: la massa degli accomodamenti che ci rendono paghi di ciò che siamo o le ossessioni per ciò che non siamo. Offerto sull'altare con il pane e con il vino, posto sotto l'azione epicletica dello Spirito santo, fatto capace di entrare in comunione con il suo Signore, il monaco può divenire in Cristo, come tutti i fedeli, un'''oblazione santa" e così annunciare il futuro del mondo secondo Dio, e dire con la propria castità, questo luogo poco frequentato da una società che sembra angosciata dal sesso, un vuoto dove emerga la trasparenza di una vita senza dissidi interiori, senza scissioni o commistioni di genere, senza appesantimenti di precarie identità. La sua povertà, questo luogo quasi interamente disertato dalla cultura in cui siamo immersi, dirà al mondo il vuoto fecondo della libertà del cuore e della disponibilità alla condivisione di tutto. E l'obbedienza, questo luogo tanto preso in sospetto, vuoto esaltante della generosità dello spirito, dirà in termini non equivoci l'universale interdipendenza e la fruttuosa solidarietà.

La vita monastica in se stessa, così com'è stata costruita dalla saggezza di Dio e dei padri che la vissero, mostra i tre aspetti che aprono questo vuoto e offrono uno spazio per Dio. Così dice un grande maestro spirituale agli abati benedettini nel corso di un loro congresso:

Voi non fate nulla in particolare. Coltivate ma non siete agricoltori. Insegnate, ma non siete docenti. Potete anche gestire ospedali o missioni, ma non siete principalmente medici o missionari. Siete monaci, che seguono la regola di Benedetto. Non fate nulla in particolare. I monaci sono di solito persone molto indaffarate, ma gli affari che vi occupano non costituiscono lo scopo delle vostre vite. Il cardinale Hume ebbe a scrivere una volta: "Noi non ci consideriamo dotati di una particolare missione o funzione nella chiesa. Non ci proponiamo di cambiare il corso della storia. Ci siamo semplicemente, q~asi per caso, da un punto di vista umano" H. E questa assenza di uno scopo esplicito a svelare Dio quale scopo segreto, nascosto, delle vostre vite. Dio è svelato come invisibile centro della nostra vita, quando non cerchiamo di dare altra giustificazione per chi noi siamo. Il nucleo della vita cristiana è semplicemente essere con Dio. Gesù dice ai discepoli: "Rimanete nel mio amore" (Gv 15,10). I monaci sono chiamati a rimanere nel suo amore ... La vostra vita non porta da nessuna parte. Come per ogni membro di un ordine religioso, le vostre vite non assumono forma e significato ascendendo una scala di successive promozioni... Per la maggioranza delle persone della nostra società, una vita senza promozioni non ha senso, poiché vivere è essere in competizione per il successo... E casi le nostre vite rappresentano un enigma, un punto interrogativo... Infine, arriviamo a quello che vi è di più fondamentale nella vita monastica, la cosa più b,ella e la più difficile a descriversi: l'umiltà. E quanto risulta meno immediatamente visibile, eppure costituisce la base di tutto... E l'umiltà a creare uno spazio vuoto per Dio, in cui egli può d~morare e in cui si può vedere la sua gloria. E l'umiltà, in definitiva, a rendere le nostre comunità il trono di Dio (Dalla conferenza tenuta da Timothy Radcliffe, ex maestro generale dei domenicani, al Congresso degli abati il 6 settembre 2000, in T. Radcliffe, Testimoni del vangelo, Qiqajon, Bose 2004, pp. 240 ss.).

Sacramentum futuri: per il monaco sarà la trasfigurazione della propria vita nell' amore di Cristo. Lui sarà il "trono di gloria". Per la chiesa sarà sempre più 1'assimilazione dei propri gesti agli stili operativi del suo Maestro. Essa apparirà così: il trono di gloria del suo Signore. Per il mondo sarà l'acquisizione lenta e inesausta delle virtù che hanno guarito gli uomini e le donne sulla strada di Galilea: il trono di gloria dell'integrità ritrovata, della bellezza ridonata, della santità rivissuta.