PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

Ma voi siete di Cristo.
1Cor 3,23

L'APPARTENENZA

Sta crescendo fra noi un interessante e pericoloso fenomeno: la presa di coscienza dell'appartenere. Interessante perché l'appartenenza, come si sa, è qualificante: può indicare la cultura, la religione, la classe, la cittadinanza. Può essere pericolosa per il solo fatto che è delimitante e questa delimitazione può rinchiudere dentro i fanatismi dell' ego collettivo o aprirsi a esaltazioni lesive dell' altro o del tutto. Poi l'appartenenza tende a una visibilità normalmente orgogliosa e produttiva di altre visibilità non meno orgogliose.

Su questo tema è aperto un dibattito. Il discorso va sulla qualità dell'appartenere. Le appartenenze "forti" sembrano generare integralismi culturali e religiosi assai problematici; le appartenenze "morbide" sono criticate proprio perché morbide, cioè incolori e quasi insignificanti, come sarebbe il credere senza appartenere; le appartenenze "dormienti", come potrebbero essere denominate quelle che si fregi ano di un appartenere senza credere. Questo dibattito è interessante per le valenze sia culturali che religiose che investe e può essere enunciato come già più sopra: appartenere senza credere e credere senza appartenere. Questo enunciato non riguarda solo posizioni concettuali utili alle discussioni accademiche di chi ha il tempo o il mestiere per farlo. Sono invece due categorie corpose, ben visibili e operative nel campo della nostra vita politica e sociale.

Appartenere senza credere rappresenta per molti un'occasione, magari politicamente utile, di riscoperta della propria anagrafe religiosa e della pochezza di una fede e, ancor meno, di una pratica religiosa sia per quanto riguarda le manifestazioni pubbliche, ~ia per quanto riguarda la moralità personale. E una confessione di verità e anche un alibi per una riconosciuta incoerenza. Dire che si appartiene a un fatto religioso senza appartenere alla realtà spirituale e teologica che lo fonda, significa defraudare se stessi e anche svigorire quel fatto e togliere sostanza a quell'identità. Questo fenomeno è desolatamente consolatorio per quanti leggono con pessimismo la reale situazione negativa del mondo in tanti ambiti del suo essere e sperano, magari per questa via, che gli interessati passino dall' anagrafe all'adesione.

Credere senza appartenere rappresenta invece un modo relativistico di essere religiosi, segnato dalla selettività personale, dal gusto di una verità formulata su misura, e anche da uno slancio genuino e generoso ma che taglia la totalità del credere in porzioni arbitrarie. Si crede in Dio. Si può credere anche in Cristo e ammirare pure, entro certi limiti, ciò che la chiesa ha prodotto nell' ambito dell' arte, della letteratura e del costume collettivo. Stima storica e adesione veritativa che, tuttavia, stanno spiritualmente al di qua dell'istituzione che li custodisce, li trasmette, li annuncia e li propone.

Sarà la cattiva immagine data dalla chiesa nelle sue vicissitudini storiche? Sarà la deformazione della sua natura e della sua missione operata e diffusa dai suoi nemici? Sarà la sua identità evangelica serrata nella corazza del potere a defraudarla della sua vera fisionomia? Sarà la radicale esigenza che essa proclama a nome dell'evangelo a distogliere dalla chiesa gli uomini sazi e pigri di questo tempo? Forse è così. Tutte le istituzioni sono messe in crisi: sembra che l'appartenere sia una sottrazione di libertà personale e la perseveranza in quella appartenenza sia un impoverimento rispetto alla prendibilità di tutto, una perdita di possibilità. Anche l'istituzione paterna conosce questa crisi, che non è solo una crisi di obbedienza, ma è anche purtroppo una crisi di autorevolezza.

La vita monastica non si riconosce in nessuna di queste due categorie. Essa crede e appartiene. L'espressione del suo credere è la professione monastica in cui il monaco si consegna a Dio per sempre, mettendo la sua vita nelle mani dell'abate e affidando se stesso alla misericordia dei fratelli. L'espressione del suo appartenere è il voto di stabilità, con cui il monaco si lega a quella famiglia in vita e in morte.

Questa appartenenza è preziosa. Subito si direbbe che è preziosa per la "compagnia" che dona in un accompagnamento vitale per il corpo e per lo spirito, anche se non elimina quella giusta solitudine per cui il monaco è detto monaco. Poi l'appartenenza è preziosa perché è liberante: ci si affida e, nello stesso tempo, si è solleciti per gli altri. Infine, l'appartenenza dàun respiro lungo alla preghiera e alla vita di fede, collocate queste al culmine di un processo storico il più delle volte secolare. Il monaco legge sulle pareti del chiostro o nella sala capitolare le tavole delle successioni abbaziali: vi trova li gli uomini spirituali che ha conosciuto e quelli lontani di cui ha avuto notizia dalle carte dell'archivio monastico; si incontra con i santi e i beati del martirologio cristiano là segnati, vi indovina la storia serena, la vicenda gloriosa e le ferite che la politica mondana ha inferto tra lusinghe, minacce e soppressioni.

Il monaco sa che la sua preghiera di oggi è come il prodotto ultimo di un canto che è cominciato in albori misteriosi e la sua vita di fede è alimentata da certezze nascoste nelle pagine antiche della Scrittura. La sua conoscenza della storia monastica può percorrere a ritroso i secoli: vedere le fondazioni e le espansioni, ammirarne la bellezza e la santità, apprendere quale "genere forte" sia quello dei cenobiti tanto da descriverne i fasti come quelli di avventurieri dello Spirito, passare con cuore amico da riforma monastica a riforma monastica con denominazioni di grande creatività, e pervenire giù fino ai primi secoli cristiani a riconoscersi in quei padri del deserto che preferirono vivere la loro appartenenza ecclesiale nella solare e oscura solitudine dell' eremo o del cenobio ai margini di una cristianità nascente per volere imperiale.

Il monaco sa che la sua vita di fede ha radici anche oltre l'esperienza dei padri del deserto. Esse affondano in quell' esperienza originale che gli Atti degli apostoli descrivono così sobriamente, quasi a nascondervi un fallimento: "Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno" (At 2,44-45). E ancora:

La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un' anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti fra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno (At 4,32-35).

L'esperienza monastica di tutte le denominazioni continua in alveo cristiano quella comunione dell'età apostolica che era il modo concreto e vivo di rendere continua e feconda l'opera del Risorto: "Ogni giorno, tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo" (At 2,46-47).

Il monaco sa che la sua vita di fede è ancorata a quello "schema apostolico" che dice: "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (At 2,42), e che la fedeltà a esso nel corso dei secoli qualifica 1'appartenenza monastica come l'asse segreto e portante della vita della chiesa. In genere la vita monastica è fatta, come la prima comunità cristiana, da uomini semplici, artigiani, contadini, popolani (qualche studioso) che si uniscono sotto l'autorità di un abate, lavorano per vivere come tutti gli uomini, pregano sette volte al giorno secondo un' antichissima consuetudine, conservano l'antico nella semplicità e nella fatica del presente. Quando la comunità ha bisogno di un prete, il vescovo del luogo procede all' ordinazione di un monaco per la celebrazione dei divini misteri: ed è tutto. Anche topograficamente i monasteri stanno a margine del paesaggio naturale e della vita storica della chiesa. E quando rientrano nella città degli uomini, sempre per breve tempo, è per una presenza invocata. Così il monastero appare anche all' esterno come un silos cui attingere nei momenti di crisi di fede e, nei momenti buoni, come la versione radicale e affettuosa dell'immagine della chiesa.

Assidui nell' ascoltare l'insegnamento degli apostoli, i monaci attingono al mistero di Cristo, scrutandone la figura e imitandola, ascoltandone la parola e meditandola, leggendone l'anticipazione profetica e preparandone i tempi ultimi, quando "Dio sarà tutto in tutti" (1Cor 15,28). Assidui nell'unione fraterna, i monaci ricordano con la loro vita quale sia il progetto di Dio sul mondo, quale la restaurazione d'unità operata da Cristo, quale la vocazione della chiesa come sacramento dell'unità del genere umano. E nella comunione fraterna, essi già annunziano i cieli nuovi e le terre nuove. Assidui nella frazione del pane, essi proclamano la letizia e la giustizia della condivisione, attualizzano il gesto del Signore rinnovando ne ogni giorno la grazia, dicono la condizione sempre bisognosa dell'uomo di ogni tempo. Assidui nelle preghiere, essi portano davanti al Signore tutte le dimenticanze dell' agire frenetico, del godere egoistico, del vivere insignificante. E anche tutte le fedeltà affinché nella preghiera e nella vita prenda forma quel popolo che appartiene al Signore (cf. Tt 2,11).

Il cuore del monaco, entro questa missione silenziosa, è così svuotato di se stesso e della propria gloria per lasciar posto ai pensieri, agli interessi e infine alla gloria di Dio. Ha lasciato che esso si riempisse di Spirito santo, ben consapevole di quanto dice l'Apostolo: "Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene" (Rm 8,9). E così il cuore del monaco è diventato anche vasto, "dilatato corde" come dice la Regola di Benedetto (Prologo). Dunque, in un certo senso, il monaco è approdato là dove lo ha spinto la sua vocazione: "Nulla possedere e tutto possedere". Come dice ancora Paolo: "Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio" (1Cor 3,21-23).