PICCOLI GRANDI LIBRI   CESARE MASSA
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

"DOMINUS TECUM" (Lc 1,28)

LO SPAZIO DI GLORIA

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

L'APPARTENENZA

IL LAVORO

IL SILENZIO

L'ESULTANZA

L'INTERCESSIONE

L'AMMIRAZIONE

LA FUGA E L'APPRODO

CERCARE ED ESSERE CERCATI

POSTFAZIONE

Sta' in silenzio davanti al Signore.
Sal 37,7

IL SILENZIO

"Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: 'Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto'" (Lc 3,21-22). Il battesimo al Giordano rappresenta il momento dell'investitura messianica di Gesù. Il Giordano è il fiume delle acque pasquali, del passaggio del popolo dell' esodo, sono le acque che conservano l'eco della predicazione profetica di Elia, sono le acque taumaturgiche che hanno sanato le carni lebbrose di Naaman il Siro. Acque in cui il Figlio di Dio si immerge, in preghiera. Egli è colui che viene a liberare Israele per por tarlo verso un nuovo esodo. Egli è colui che viene a proclamare sul monte delle beatitudini, come nuovo Mosè, la tavola della legge scritta nei cuori. Egli è colui che viene a guarire gli indigenti di ogni latitudine con l'immersione di tutto nei torrenti della divina misericordia.

"Il cielo si aprì". Con questa espressione cosi semplice, quasi banale, viene descritta la teofania al Giordano. Ed essa dice la risoluzione di Dio: manifestare il mistero nascosto nei secoli e ora rivelato (cf. Col 1,26). E il mistero è questo: Dio esce dal suo nascondimento trascendente per comunicarsi all'umanità; comunicazione qui celebrata in u\la liturgia cosmica cui partecipano cielo e terra. E come un grande rito di consacrazione: lo Spirito santo scende su Gesù e lo fa Cristo, cioè l'Unto del Signore. E, come in ogni liturgia, c'è un celebrante che dice le parole accompagnatorie del gesto d'unzione. Sono le parole che manifestano il Padre come l'amore che si dona; sono le parole che manifestano il Figlio come l'amore donato; sono le parole che manifestano le opere dell' amore dello Spirito santo che in lui e per mezzo suo dice la missione di Gesù che è quella regale e profetica del servo.

"Come di colomba". Questa allusione a Genesi 1,2 indica bene che siamo come di fronte a una nuova creazione. E il riferimento alla colomba di Genesi 8,8 che torna con il segno di vita dopo il diluvio è già un messaggio di un compito cristiano: la pace. La memoria dell'invocazione amorosa dello sposo del Cantico dei cantici, come detta da Gesù, lo Sposo, all'umanità, può ben rappresentare il destino del dono dell' amore fino al sacrificio della vita.

Il riferimento al battesimo di Gesù con il popolo, anche lui immerso nelle acque e a contatto con il limo del fiume, definisce perfettamente colui che viene a contatto con le iniquità del mondo, a immergersi nella nostra condizione di deboli, a portare il peccato del mondo. Sicché, consacrato dalla Parola e dallo Spirito - "le due mani di Dio", come dice Ireneo di Lione -, già riconsacra l'universo e lo fa nuovo per il Padre suo.

Ogni cristiano ritrova in questa pagina, e in questa realtà, il momento del suo battesimo, quando ha ricevuto l'acqua e lo Spirito santo. Da allora egli è abilitato, secondo la misura di grazia che gli è data, a esercitare una signoria su se stesso e sul suo agire nel mondo degna del sigillo ricevuto. Crescendo in età, sapienza e grazia, lo stesso cristiano è abilitato alla profezia, cioè alla confessione del nome cristiano con la parola del sapere e, più ancora, con la parola sapiente della vita. Partecipe del sacerdozio di Cristo, egli è abilitato ad accostarsi "al monte di Sion e alla città del Dio vivente... All' adunanza festosa e all' assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli" (Eb 12,22 - 23), e a rivolgersi a Dio nella preghiera come un figlio si rivolge con filiale confidenza al Padre.

Il monaco è tutto questo, come ogni cristiano. Tuttavia, il monaco ha scelto di vivere questa regalità, questa profezia, questo sacerdozio comune entro il clima originale, quasi unico del silenzio monastico. Ciò che la gente percepisce oggi della vita dei monaci è il loro ritiro carico di storia entro monasteri di grande fascino artistico e religioso, è il loro canto curato, è la produzione del buon cioccolato, dell' ottimo miele e del pregevole formaggio. Tuttavia, i più perspicaci "sentono" la realtà del silenzio (e la cercano); colgono quanto e come essa avvolga la vita dei monasteri, almeno quelli di antica o rinnovata tradizione benedettina.

Ma quale silenzio? San Benedetto nella sua Regola parla della taciturnitas. Essa può essere pensata come un esercizio di sottrazione delle parole al normale fluire dell' eloquio, e dunque a una sorta di autodisciplina che abiliti a relazioni più accettabili, al discernimento del valore delle parole, alla valutazione dell' opportunità del dire, al rispetto per chi ascolta, al riposo della mente. Oppure la taciturnitas assume la forma della prudenza di fronte alle dicerie degli uomini, ai loro giudizi, alle loro invenzioni. Può avvenire che la taciturnitas diventi anche la virtù esaltata da Paolo nell'inno alla carità. Oppure la taciturnitas può avere una valenza più piena quando è riconosciuta come condizione di una somma di opportunità profonde, luogo dove nascono le parole vere al posto dei fantasmi concettuali e dei fronzoli salottieri che normalmente appesantiscono o adornano i discorsi mondani: quelle parole vere che vengono dal profondo e sono proferite quasi senza crederci e che invece trovano quasi da sé felici riscontri. Taciturnitas dove il materiale del vivere viene come macinato, spogliato del banale, espresso nella piccola luce del suo valore: e questa piccola luce è come una profezia che precede e guida l'agire. Taciturnitas, abito del vivere sobrio, del pensare essenziale, di un volere libero e attento ai segnali di verità su di noi che vengono da ovunque e chiedono di essere obbediti, soprattutto quando vengono da persone sagge, provate, amiche, e ancor più se vengono da coloro che si trovano nella condizione di essere creduti come venienti da "colui che tiene le veci di Cristo nel monastero", l'abate. Ognuno, attraverso la taciturnitas può essere introdotto nei grandi silenzi della natura o nei silenzi di ogni vera ricerca, nei silenzi del dolore, nei silenzi dell'umiliazione e dello smarrimento, nel silenzio fecondo del nascondimento dei santi, nei silenzi delle grandi attese o delle grandi germinazioni. Nel silenzio dell'eucaristia.

Il monaco è un consacrato alla regalità del silenzio. C'è una pagina dell' evangelista Giovanni dove viene esaltato questo silenzio regale, ed è il momento dell'interrogatorio di Gesù da parte di Pilato: "All'udire queste parole, Pilato ebbe ancora più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: 'Di dove sei?'. Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: 'Non mi parli?'" (Gv 19,8-10). L'evangelista Luca, da parte sua, ricorda questo stesso silenzio di Gesù davanti a Erode: "Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla" (Lc 23,8-9). Anche per il discepolo, questa regalità silenziosa resterà tipica. E non solo nel corso delle persecuzioni per la fede di fronte ai potenti che vogliono spiegazioni per la propria sicurezza come Pilato, e i miracoli per il proprio divertimento come Erode. Anche in tempi più ordinari sarà necessario esercitare questa regalità come forma degnamente umana della pazienza di fronte alle avversità della vita, senza parole lamentose o accusatorie contro gli altri e contro il destino. Silenzio regale che non ha la durezza dell'uomo superiore. Che non disdegna il sorriso della semplicità. Che è ben altra cosa che il mutismo freddo e distaccato di chi usa il silenzio come un muro divisorio.

Il monaco è un consacrato alla profezia del si1enzio. La vita a Nazaret è tutta intera una profezia del silenzio, e la persona di Maria esprime questa profezia in modo perfetto. Essa è tutta in quella annotazione di Luca: "Maria serbava tutte queste cose nt;l suo cuore e le veniva meditando" (Lc 2,19). E il silenzio fertile della fede e anche dell' amore materno che si interroga, cerca di capire, compone i segmenti di vita, insegue con la sollecitudine dell' amore la missione del Figlio. E anche qui lo insegue con una fiducia tutta materna e tutta femminile, misurando quanto le è stato detto di lui e quanto sta avvenendo nei giorni della sua missione: sa che lui "è la salvezza di Dio preparata davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo" (Lc 2,30-32). Tale non sarà anche il silenzio del monaco, cioè di chi ha accettato una sorta di ritiro come a Nazaret, luogo sconosciuto e magari per qualche aspetto anche disprezzato, collocato come isola scelta da Dio entro una terra di pagani - Galilea delle genti - per svolgere questo lavoro solitario e profondo di leggere nella fede le gesta di Dio nella storia?

Il monaco è un consacrato alla preghiera del silenzio. Gesù stesso è qui il nostro esempio: "[Gesù] si ritirò in un luogo deserto e là pregava" (Mc 1,35); "Passò la notte in orazione" (Lc 6,12). Spazio della preghiera silenziosa il deserto, tempo di preghiera silenziosa la notte: indicano bene i modi monastici dell'imitazione orante di Gesù, anche se il deserto è quello della propria cella e la notte è ogni notturno che si affaccia sulla nostra pace. Poiché il tempo della preghiera è sempre e il suo luogo è ovunque. Gesù lo sa bene fin da quando dodicenne ai suoi che lo cercano sente di dover dire, nei giorni in cui sta sbocciando la sua coscienza messianica: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere sempre nelle cose del Padre mio?" (Lc 2,49). Realtà contemplativa che l'evangelista Giovanni tradurrà nella sublime teologia del prologo: "Il Verbo era volto verso Dio e il Verbo era Dio" (Gv 1,1).

La pagina del battesimo di Gesù consacra il silenzio del monaco. Ne consacrerà anche la missione? Gesù stesso ha applicato a sé il brano della profezia di Isaia dove è scritto: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19). I suoi discepoli, con l'aiuto di quello stesso Spirito, sono abilitati alla stessa missione. In quale forma un monaco potrà annunziare ai poveri il lieto messaggio se non facendosi povero nel cuore e latore di una testimonianza di vita che lasci trasparire la felicità profonda (e non priva di fatica) che viene dall'evangelo? Come proclamare la liberazione dei prigionieri e la libertà agli oppressi se non aprendo tutte le porte della misericordia di Dio a quanti sono come blindati dentro schiavitù pesanti, imposte dall'istinto o da poteri iniqui o da ereditarietà invincibili? E come dare ai ciechi la vista se non offrendo una visione di gloria con l'umile spettacolo della preghiera e la confidente luce di una rasserenante conversazione all' ombra di un chiostro amico? Missione non clamorosa, non spettacolare, non propagandata, quella che viene dalle comunità monastiche, ma abbandonata alla forza invisibile e certa dello Spirito, inviata dal silenzio di un luogo che si distingue solo per il nome quasi sempre richiamante la bellezza dei dintorni verso luoghi non conosciuti, da parte di uomini anch' essi bisognosi di luce, di solidarietà e di forza trasmesse ad altri uomini bisognosi: poveri che aiutano altri poveri con la forza vivificante di quelle acque taumaturgiche che fluiscono sotterranee alla storia del mondo. Le acque di Siloe, come dice Merton, che scorrono nel silenzio.