PICCOLI GRANDI LIBRI   DIONIGI CARDINAL TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano

L'AMORE DI DIO 
È IN MEZZO A NOI

La missione della famiglia a servizio del Vangelo

FAMIGLIA COMUNICA LA TUA FEDE
Anno pastorale 2007 -2008

CENTRO AMBROSIANO

Introduzione
L'AMORE DI DIO È STATO RIVERSATO NEI NOSTRI CUORI
Iniziamo la seconda tappa del nostro Percorso
Con grande speranza tra problemi e opportunità
Nell'accoglienza, nell'ascolto e nella condivisione

La gloria di Gesù e la fede dei discepoli

Capitolo Primo Capitolo Secondo Capitolo Terzo
CREDETTE LUI
CON TUTTA LA SUA FAMIGLIA
CRESCEVA IN SAPIENZA E GRAZIA RIMANETE NEL MIO AMORE

LA FAMIGLIA E IL DONO DELLA FEDE
1. I suoi discepoli credettero in lui
Lo accolsero con gioia
Il frutto dell'ascolto della Parola
Vi era un funzionario del re che aveva un figlio
La preoccupazione per la fede dei figli
Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive»
È possibile educare alla fede
Credette lui con tutta la sua famiglia
Il secondo miracolo di Cana
2. La fede, frutto dell'amore gratuito di Dio
La grazia della fede e del matrimonio cristiano
Un dono da ravvivare
La pastorale familiare
come servizio al dono della fede

 

 

 

 

 

 

 

 

LA FAMIGLIA E LA TRASMISSIONE DELLA FEDE
1. Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme
Il bambino cresceva e si fortificava
Una crescita armoniosa nella vita quotidiana
Si recavano tutti gli anni a Gerusalemme
La fede dei genitori
Quando Gesù ebbe dodici anni
Introdurre un figlio nella comunità
Gesù rimase a Gerusalemme
La libertà dei figli e
la sofferenza di genitori e nonni
E poi si misero a cercarlo
Il rispetto educativo e la vocazione
Tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore
La sapienza di Dio tra stupore e domande
Le cose del Padre
Verso un'obbedienza comune
Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore
Il cammino educativo della fede
2. La famiglia soggetto missionario nella comunicazione della fede
Famiglia e comunità a servizio del Vangelo
La comunicazione della fede nella famiglia
La comunicazione della fede nella comunità
3. La famiglia introduce alla fede
Il dono del battesimo
La preparazione al battesimo
L'accompagnamento dopo il battesimo
L'introduzione alla fede degli adulti
La trasmissione della fede
e la responsabilità educativa

LA FAMIGLIA E L'EDUCAZIONE ALL'AMORE
1. Di tutte più grande è la carità
2. La famiglia fa crescere l'amore
Le famiglia scuola dell' amore e del dono di sé
L'età giovanile e le relazioni affettive
Verso il matrimonio cristiano
3. La famiglia è fedele nell'amore
Vivere l'amore e la testimonianza della fede
nelle situazioni difficili
La trasmissione della fede
e l'accoglienza delle famiglie in difficoltà
La testimonianza della famiglia nella società

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conclusione
L'ANIMA MIA MAGNIFICA IL SIGNORE

Introduzione

L'AMORE DI DIO
É STATO RIVERSATO NEI NOSTRI CUORI

1. Carissimi, il Signore ci dona la grazia e la gioia di muovere nuovi passi nel nostro Percorso pastorale tutto rivolto ad accogliere e vivere in pienezza l'amore di Dio che davvero è in mezzo a noi.

È in mezzo a noi, questo amore, e lo ritroviamo anzitutto nel fascino misterioso e irresistibile che si sprigiona dalla persona di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo "per noi uomini e per la nostra salvezza", presente e vivo nell'Eucaristia. Come scrive l'evangelista Giovanni: «In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1 Giovanni 4,9).

Lo ritroviamo, questo amore, sempre nuovo e sorprendente, nell'ascolto della parola di Dio, nelle pagine della Scrittura, nei grandi testimoni della storia della salvezza, nel silenzio e nella preghiera.

Lo ritroviamo nei momenti del successo e della gioia, ma anche in quelli della prova e della sofferenza. Ci si rivela, in modo reale ed efficace, nel "vissuto" delle famiglie e delle comunità cristiane e nel "cuore" di ogni persona. Lo ritroviamo in ogni gesto e parola di amore, di perdono, di comprensione, di aiuto che riceviamo e offriamo, e dove c'è una comunità di discepoli che è riconosciuta come tale perché vive il comandamento dell' amore (cfr Giovanni 13,35).

Questa presenza traboccante dell'amore di Dio in mezzo a noi accende e fa ardere nel nostro cuore una grande speranza. È dunque nella gioiosa certezza che «la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5) che vogliamo continuare - insieme, famiglie e comunità cristiane il nostro cammino spirituale e pastorale di fede e di amore.

Iniziamo la seconda tappa del nostro Percorso

2. Lo scorso anno, nella prima tappa del Percorso diocesano (Famiglia, ascolta la parola di Dio!), abbiamo potuto riconoscere e contemplare ciò che Dio stesso, nella sua rivelazione, dice sull'amore, sul matrimonio e sulla famiglia. In tal modo le famiglie e le comunità cristiane sono state chiamate ad essere autentiche discepole di Gesù e del suo Vangelo: discepole del «piccolo vangelo» scritto ogni giorno con le scelte e i gesti, anche i più semplici e abituali, che costituiscono la trama di un' esistenza umana spesso lacerata da fatiche e contraddizioni ma pur sempre aperta a tutto ciò che è «vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode» (Filippesi 4,8); e discepole del «grande vangelo» di Gesù al quale il piccolo vangelo è orientato come alla pienezza del vero, del bene e del bello, anzi alla sua straordinaria "eccedenza". Ce lo ricorda il vino miracoloso di Cana, segno dell'amore senza limiti che Gesù ha verso gli sposi e i commensali tutti (cfr Giovanni 2,1-11).

E proprio perché chiamate ad essere sempre più discepole del Signore, le famiglie e le comunità cristiane sono destinate ad essere testimoni di Gesù risorto e missionarie del suo Vangelo che libera e salva. Per il discepolo la testimonianza e la missionarietà non sono "un di più" imposto dall'esterno o un qualcosa di opzionale e di secondario. Sono semplicemente il frutto del sentirsi profondamente amato da Dio e il segno inequivocabile dell' essere vero discepolo.

Di qui il titolo del cammino di quest'anno: Famiglia, comunica la tua fede! Così, infatti, scrivevo: «La seconda tappa (anno pastorale 2007-2008) è un invito alle famiglie ad assumersi il compito missionario loro proprio come soggetti di evangelizzazione nei vari momenti di vita e nelle diverse attività della comunità cristiana. In questo secondo anno si avranno particolarmente a cuore la trasmissione della fede e l'educazione all'amore».

E aggiungevo: «L'attuale contesto storico, che vede l'indebolirsi o l'interrompersi dei tradizionali canali della fede, mette in luce la necessità e l'urgenza di costruire un rapporto nuovo tra le generazioni, di ripensare contenuti credibili e nuovi stili per una comunicazione capace di trasmettere il senso di Dio e il gusto della vita» (Famiglia ascolta la parola di Dio, n. 5).

Questa seconda tappa del Percorso pastorale ha dunque, come suo contenuto centrale e sua meta qualificante, la grazia e la responsabilità della fede, ossia l'incontro nella fede tra il Signore Gesù e ciascuno di noi, un incontro che fa emergere soprattutto" quel grande 'sì' che in Gesù Cristo Dio ha detto all'uomo e alla sua vita, all'amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza", così come fa emergere la risposta cosciente e libera dell'uomo al "Dio dal volto umano" , quale fonte di "gioia nel mondo" (cfr Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006).

"Famiglia, comunica la tua fede!" significa allora: famiglia, mostra agli altri il grande "sì" di Dio; mostralo nella e con la Chiesa, dentro e insieme alla comunità cristiana al servizio di ogni uomo e del mondo. Questo avvenga anzitutto nella tua casa, nel rapporto tra genitori e figli, come testimonia la tradizione del popolo eletto: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto» (Salmo 78,3-4).

Con grande speranza tra problemi e opportunità

3. Comunicare la fede, mostrare il "sì" di Dio all'uomo è per noi una grande grazia. Come la fede, che ci fa discepoli di Gesù, è dono che viene da Dio, così anche il diventarne comunicatori, testimoni e missionari è dono suo. È Dio che nel suo amore libero e gratuito ci dà la grazia, la forza, la gioia e l'entusiasmo di essere scelti come suoi "strumenti" nel trasmettere agli altri la fede.

È fondamentale la coscienza del dono che ci è stato elargito, perché questo stesso dono è fonte e garanzia di fiducia e di coraggio nell'assolvere il non facile compito di vivere e di comunicare agli altri la fede. Se la missione fosse solo opera nostra, puro slancio di generosità umana, essa finirebbe facilmente per cadere nella superbia o nell'attivismo efficientista. Ma se essa è una storia d'amore e di salvezza, in cui siamo inseriti gratuitamente e senza classifiche di merito, allora le labbra si aprono da sole, il cuore freme, la pace inonda la nostra vita.

Sentiamoci allora chiamati a risvegliare e rafforzare questa "coscienza del dono" non solo per coglierne la preziosità e la bellezza, ma anche per superare quel clima diffuso di sfiducia e di paura che pesa fortemente sul compito educativo della trasmissione dei valori in genere e in particolare della fede. Il dono di Dio ci fa sicuri sereni: gioiosi: questo compito è possibile, è bello!

D'altra parte la coscienza del dono e l'invito a una grande fiducia non ci rendono affatto ingenui, falsamente ottimisti o comunque superficiali. Piuttosto ci fanno realisti e disincantati, liberi da tentazioni di ritorno al passato, da sterili lamentele sul presente, da paure angosciose per il futuro. Conosciamo bene i problemi, le sfide, le difficoltà e talvolta i drammi che l'attuale stagione storica incontra nella trasmissione della fede alle nuove generazioni e a chi ancora non conosce il Signore Gesù. Tante cose sono cambiate e continuano a cambiare, e spesso in modo repentino e radicale. Siamo tutti - singoli, famiglie e comunità cristiane - toccati da molteplici fenomeni. Viviamo immersi in una cultura secolarizzata che approda spesso a forme di scristianizzazione e di ritorno al paganesimo; insinua atteggiamenti di apatia verso Dio e di disinteresse per una sua ricerca; cede ad una riduzione antropologica succube del relativismo e del nichilismo; indebolisce e talvolta frantuma i tradizionali canali educativi, ecc.

In questo contesto i consueti percorsi della traditio fidei - trasmissione o comunicazione della fede - sono diventati non poche volte impraticabili, perché sono venute meno o sono state fortemente compromesse le esperienze elementari e le conoscenze fondamentali della fede, al punto che fanciulli, ragazzi, giovani, adulti - in una parola, la "nostra gente" - spesso conoscono ben poco o nulla di Gesù Cristo, del Vangelo, della Chiesa. Non è più tempo di dare per scontati i dati essenziali della fede cristiana. È venuto il tempo di rinnovare il primo annuncio della fede: di riproporlo con serietà e urgenza! Di cosa ha maggiormente bisogno l'uomo contemporaneo se non di abbassare le orgogliose difese erette contro la pienezza dell'amore e della verità? Di sciogliere quel nodo alla gola che impedisce di chiedere e offrire perdono; di vedere se stessi e ogni altra persona nella luce del bene per cui siamo stati creati?

Ora prendere coscienza dei mutamenti sociali, culturali, antropologici e religiosi che caratterizzano il nostro tempo è esigenza irrinunciabile per intraprendere un'azione pastorale che sia intelligente, lungimirante ed efficace. È soprattutto obbedienza sacrosanta all' appello di Gesù, che invitava le folle a discernere i segni dei tempi: «Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Luca 12,56-57) (cfr Mi sarete testimoni, nn. 6-15).

Il discernimento evangelico ci conduce a ritrovare nell' attuale situazione socioculturale e religiosa non soltanto i problemi, ma anche e soprattutto le opportunità che si offrono alla trasmissione della fede. Incontriamo oggi persone non battezzate che domandano di diventare cristiane: pensiamo, in particolare, alla gente che proviene da altri paesi e culture. Sono ancora tanti i genitori che, per i motivi più diversi, chiedono il battesimo per i propri figli. È rilevante poi la presenza di nonni che sentono il desiderio o il bisogno di preoccuparsi più direttamente dell'educazione dei nipoti alla fede. Molti per la verità sono i battezzati il cui battesimo è rimasto senza risposta, per la scelta di un distacco netto dalla fede o per una vita di fatto lontana dalla Chiesa. Molti di più sono i battezzati la cui fede è rimasta allo stadio della prima formazione cristiana: mai rinnegata, mai del tutto dimenticata, ma in qualche modo "sospesa", come in attesa di un momento di grazia. Alcune volte, non pochi "ritornano" in occasione del matrimonio religioso o nell'incontro con la comunità cristiana durante il cammino dell'iniziazione cristiana dei loro figli.

Possiamo e dobbiamo dunque vivere il nostro tempo come un tempo di grazia, riconoscere le molte e nuove possibilità di annunciare il Vangelo nelle relazioni quotidiane con le persone di ogni estrazione sociale e culturale e nell' ascolto delle molte domande che esse si pongono. Oggi la vita nella sua concretezza spinge molti ad interrogarsi sulla verità e sul senso del "mistero" dell'esistenza umana. La famiglia, nonostante tutto, rimane il luogo della ricerca dell' amore: e dove si cerca l'autenticità dell'amore, ci si interroga anche sulla fede. Talvolta le persone che sembrano più lontane dalla fede sono anche le più disponibili ad ascoltare una parola nuova, diversa rispetto alle molte pronunciate, una parola capace di indicare una risposta di senso alle attese e alle difficoltà, alle speranze e ai drammi della propria famiglia.

Qui devono inserirsi oggi la saggezza e il coraggio della Chiesa e dei credenti, veri discepoli e testimoni di Gesù: negli stessi problemi, nelle 'sfide del nostro tempo, vanno riconosciute le più grandi e vere opportunità di annunciare il Vangelo. Opportunità che ci spingono ad annunciare e testimoniare la fede anche in forme nuove, che ci "costringono" a uscire dai nostri schemi, dalle lamentele e dai ripiegamenti, e a rinnovarci decisamente come comunità e come singoli. È quanto è possibile e di fatto avviene in forza della grazia di Dio e della libera e responsabile azione dell'uomo. Sempre nel segno di una grande speranza: «Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Giovanni 4,35); «La messe è molta» (Matteo 9,37).

Nell'accoglienza, nell' ascolto e nella condivisione

4. Nell'essere discepoli e testimoni di Gesù, nel comunicare agli altri la fede da noi ricevuta dobbiamo contare anzitutto sulla grazia di Dio.

Ce l'ha ricordato Benedetto XVI nel discorso dell'undici giugno 2007 in apertura del Convegno pastorale della Diocesi di Roma su «Gesù è il Signore. Educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza». Dopo aver presentato «le difficoltà che incontriamo nel condurre i fanciulli, gli adolescenti e i giovani ad incontrare Gesù Cristo e a stabilire con Lui un rapporto duraturo e profondo» e aver sottolineato che «proprio questa è la sfida decisiva per il futuro della fede, della Chiesa e del cristianesimo ed è quindi una priorità essenziale del nostro lavoro pastorale», il Papa così prosegue: «Cari fratelli e sorelle, dobbiamo sempre essere consapevoli che una simile opera non può essere realizzata con le nostre forze, ma soltanto con la potenza dello Spirito. Sono necessarie la luce e la grazia che vengono da Dio e agiscono nell'intimo dei cuori e delle coscienze. Per l'educazione e formazione cristiana, dunque, è decisiva anzitutto la preghiera e la nostra amicizia personale con Gesù: solo chi conosce e ama Gesù Cristo può introdurre i fratelli in un rapporto vitale con Lui... Perciò le nostre comunità potranno lavorare con frutto ed educare alla fede e alla sequela di Cristo essendo esse stesse autentiche" scuole" di preghiera (cfr Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 33), nelle quali si vive il primato di Dio».

A questa grazia di Dio deve corrispondere in modo coerente la libertà della persona, delle famiglie e delle comunità. E la risposta sta nello stile dell'accoglienza, dell'ascolto e della condivisione, che è esattamente lo stile evangelico, che ci viene donato e affidato come compito dal cuore stesso di Gesù, il buon pastore che "conosce" le sue pecore (cfr Giovanni 10,14), "il testimone e missionario del Padre" fra gli uomini.

Su questo stile ci siamo soffermati a lungo nella prima tappa del nostro Percorso. I "momenti di ascolto" vissuti dalle parrocchie e le occasioni di incontro e di dialogo che sono state proposte alle famiglie hanno confermato, alla luce. dei contributi che mi sono giunti, quanto la scelta dell'accoglienza "secondo la misura del cuore di Cristo" debba caratterizzare sempre più la pastorale ordinaria delle nostre comunità. A distanza di un anno, sento ancora più forte il bisogno di rimandare a quelle pagine, nella convinzione che solo se le persone e le famiglie continueranno a sentirsi accolte, ascoltate, capite, rispettate, incoraggiate, sostenute e accompagnate nel cammino della vita, a partire dall'unicità della loro storia personale e nelle varie stagioni della loro esistenza, potrà essere più facilmente testimoniato e trasmesso il dono della fede. Davvero l'accoglienza cordiale e gratuita - da persona a persona - è la condizione umana prima ed essenziale per l'annuncio del Vangelo e per la traditio fidei.

Accoglienza, ascolto, condivisione sono il frutto e il segno dell'amore, che è l'unica autentica e credibile via della missione. Siamo tutti chiamati ad amare e a far amare la verità e il bene, non invece a giudicare e a condannare. Soprattutto verso chi erra e pecca, siamo chiamati ad un amore più grande, che solo può racchiudere in sé l'appello limpido e forte a riconoscere il vero e il bene e insieme la sollecitudine misericordiosa verso ogni persona. In questo senso Paolo ci invita a non entrare mai nel giudizio delle coscienze: «Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni» (Romani 14,1).

Accoglienza, ascolto e condivisione, però, non sono tutto. Proprio grazie all' amore un campo sconfinato si spalanca davanti ai discepoli e testimoni di Cristo. Occorre andare alla ricerca di tutti, nessuno escluso, secondo l'esplicita consegna di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura» (Marco 16,15); «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,8).

Il "mondo" e i "confini della terra" non dicono semplicemente uno spazio territoriale, ma indicano un contesto "umano", fatto di persone, di famiglie, di comunità e di popoli. È un "mondo" che da alcuni decenni ci viene incontro anche attraverso il fenomeno migratorio. Questo non ci solleva dalla necessità di "partire" per annunciare il Vangelo nei cinque continenti, ma ci chiede comunque di "uscire" da alcune inveterate abitudini, da certi linguaggi consunti, da quegli inconsci pregiudizi che vorrebbero costringere lo Spirito in limiti che non possono certo contenerlo.

L'andare verso tutti, come esigenza imprescindibile del disegno divino dell'universale salvezza, significa apertura ai "lontani", agli "indifferenti", agli "ostili" perché l'unico ovile di Cristo abbia "tutte" le pecore che Dio ama e vuole salvare.

La gloria di Gesù e la fede dei discepoli

5. Possiamo a questo punto riprendere l'icona biblica delle nozze di Cana, che ci ha accompagnato durante lo scorso anno. Le ultime parole del brano evangelico risultano particolarmente significative, anche perché con il loro rimando alla "gloria" di Gesù e alla "fede" dei suoi discepoli possono "fare da ponte" con il cammino del nuovo anno. Scrive Giovanni: «Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli ("segni") in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (2,11).

Manifestò la sua gloria. Cosa si intende con la parola "gloria"? Si intende la manifestazione visibile dell' amore potente e salvifico di Dio per l'uomo e per il mondo. La gloria di Dio è Dio stesso nella sua santità e misericordia che si rivela nella persona di Gesù. L'episodio di Cana è il primo "segno" di questa gloria, che culminerà nell' ora della morte e risurrezione, di Gesù (la sua "ora", ripete spesso l'evangelista), ma che già adesso si fa presente e operante nel Figlio di Dio fatto uomo che trasforma l'acqua in vino, la tristezza degli sposi in gioia, la nostra povertà in ricchezza di fede.

Come si vede, Gesù vuole manifestare la sua gloria non con eventi grandiosi, ma nel segno della festa e nella gioia di due sposi. E così la gloria di Cristo risplende nell' amore reciproco tra l'uomo e la donna: oltre ogni solitudine e paura, essi appartengono l'uno all' altra, «non sono più due, ma una carne sola» (Matteo 19,6). Allo stesso modo risplende in tutte le famiglie dove gli sposi si donano in modo totale e fedele, dove i genitori generano i figli alla vita e la sostengono in tutte le sue stagioni, dove l'amore quotidiano e semplice sa diventare eroico per perseveranza e generosità.

La gloria splendente di Cristo mi fa pensare al rito dell'incoronazione degli sposi tipico della tradizione delle Chiese orientali ed ora reso possibile anche nel nuovo rito latino. Il rimando è all' alleanza sponsale tra Dio e il suo popolo: il messaggio, affascinante, è che la gloria di Dio risplende nell' amore reciproco degli sposi perché l'uno è per l'altro "magnifica corona" e "diadema regale" (cfr Isaia 62,3) di quella regalità gloriosa che splende nella croce di Cristo, nell'amore che si fa dono totale di sé.

E i suoi discepoli credettero in lui. Qui sta il vero "miracolo" compiuto da Gesù: la "fede" dei discepoli. Come scriveva l'allora cardo Joseph Ratzinger: «Il vero scopo dell' episodio di Cana non è il vino, che è solo il segno e già da molto tempo è finito e passato. Lo scopo era, invece, la manifestazione della gloria di Gesù, lo splendore dell'infinita bontà di Dio e il nascere della fede nei discepoli. Il miracolo più profondo di Cana è la fede dei discepoli, i quali, oltre l'avvenimento esteriore, cominciarono a riconoscere una cosa più grande: la presenza sacrosanta di Dio in mezzo a noi. E di questo si tratta ancora oggi» (Il segno di Cana) in «Communio», n. 205, gennaio-febbraio 2006).

La fede si presenta come un dono suscitato dal "sì" di Dio in Gesù e, nello stesso tempo, come frutto di un cammino umano nel quale entrano in primo luogo il "sì" cosciente e libero dei discepoli - che proprio con il loro credere diventano tali - insieme all'intervento di mediazione materna di Maria e al lavoro faticoso dei servi. Gesù" comanda" loro di versare l'acqua nelle giare ed essi lo fanno riempiendole "fino all'orlo", per poi attingerla e portarla al "maestro di tavola".

In tal modo la fede si presenta come dono e compito, grazia e responsabilità, fortuna e impegno: dono da invocare e "ricevere" e insieme compito da "vivere" e da "comunicare" agli altri.

Sono questi i passaggi del nostro cammino - una fede ricevuta in dono, trasmessa e testimoniata nell' amore -, che ancora una volta verranno illuminati dal "segno di Cana" e da altri "segni" e parole di Gesù e che costituiranno i tre capitoli del nostro Percorso pastorale.