PICCOLI GRANDI LIBRI   DIONIGI CARDINAL TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano

L'AMORE DI DIO
È IN MEZZO A NOI

La missione della famiglia a servizio del Vangelo

FAMIGLIA COMUNICA LA TUA FEDE
Anno pastorale 2007 -2008

CENTRO AMBROSIANO

Introduzione
L'AMORE DI DIO È STATO RIVERSATO NEI NOSTRI CUORI
Iniziamo la seconda tappa del nostro Percorso
Con grande speranza tra problemi e opportunità
Nell'accoglienza, nell'ascolto e nella condivisione
-
La gloria di Gesù e la fede dei discepoli

Capitolo Primo Capitolo Secondo Capitolo Terzo
CREDETTE LUI
CON TUTTA LA SUA FAMIGLIA
CRESCEVA IN SAPIENZA E GRAZIA RIMANETE NEL MIO AMORE

LA FAMIGLIA E IL DONO DELLA FEDE
1. I suoi discepoli credettero in lui
Lo accolsero con gioia
Il frutto dell'ascolto della Parola
Vi era un funzionario del re che aveva un figlio
La preoccupazione per la fede dei figli
Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive»
È possibile educare alla fede
Credette lui con tutta la sua famiglia
Il secondo miracolo di Cana
2. La fede, frutto dell'amore gratuito di Dio
La grazia della fede e del matrimonio cristiano
Un dono da ravvivare
La pastorale familiare
come servizio al dono della fede

 

 

 

 

 

 

 

 

LA FAMIGLIA E LA TRASMISSIONE DELLA FEDE
1. Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme
Il bambino cresceva e si fortificava
Una crescita armoniosa nella vita quotidiana
Si recavano tutti gli anni a Gerusalemme
La fede dei genitori
Quando Gesù ebbe dodici anni
Introdurre un figlio nella comunità
Gesù rimase a Gerusalemme
La libertà dei figli e
la sofferenza di genitori e nonni
E poi si misero a cercarlo
Il rispetto educativo e la vocazione
Tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore
La sapienza di Dio tra stupore e domande
Le cose del Padre
Verso un'obbedienza comune
Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore
Il cammino educativo della fede
2. La famiglia soggetto missionario nella comunicazione della fede
Famiglia e comunità a servizio del Vangelo
La comunicazione della fede nella famiglia
La comunicazione della fede nella comunità
3. La famiglia introduce alla fede
Il dono del battesimo
La preparazione al battesimo
L'accompagnamento dopo il battesimo
L'introduzione alla fede degli adulti
La trasmissione della fede
e la responsabilità educativa
LA FAMIGLIA E L'EDUCAZIONE ALL'AMORE
1. Di tutte più grande è la carità
2. La famiglia fa crescere l'amore
Le famiglia scuola dell' amore e del dono di sé
L'età giovanile e le relazioni affettive
Verso il matrimonio cristiano
3. La famiglia è fedele nell'amore
Vivere 1'amore e la testimonianza della fede
nelle situazioni difficili
La trasmissione della fede
e l'accoglienza delle famiglie in difficoltà
La testimonianza della famiglia nella società

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conclusione
L'ANIMA MIA MAGNIFICA IL SIGNORE

Capitolo Primo

CREDETTE LUI CON TUTTA LA SUA FAMIGLIA

La famiglia e il dono della fede

1. I SUOI DISCEPOLI CREDETTERO IN LUI

6. È ancora l'icona delle nozze di Cana con "il miracolo della fede" ad aprirci progressivamente al mistero di Cristo, della sua gloria e del suo amore per noi, e insieme al mistero del nostro essere suoi discepoli e testimoni, credenti e missionari. Non è casuale che giungiamo al mistero nel contesto festoso di una famiglia che celebra e vive 1'amore all'interno di una comunità, composta da parenti e amici e commensali, tra cui la madre di Gesù e i discepoli di lui: una celebrazione e una vita intessute di consolazioni e difficoltà, di problemi e di gioie.

Il vangelo di Giovanni ci presenta però un altro interessante accenno al miracolo di Cana. Dopo qualche tempo, infatti, Gesù ritorna proprio a Cana di Galilea e la gente, ricordando tutto quello che ha fatto nella propria città e a Gerusalemme, lo accoglie con gioia. Qui ancora una volta Gesù si incontra con la vita concreta di una famiglia. C'è un gravissimo problema nella casa del funzionario del re: il figlio sta lottando con la morte e il padre di questo ragazzo chiede aiuto a Gesù. Non è più la festa a far spazio all'opera di Dio, ma la drammatica esperienza del dolore, che tocca anche oggi tante nostre famiglie.

Al cuore del racconto evangelico non sta però la sofferenza, ma la fede con cui il funzionario del re riconosce il "segno" compiuto da Gesù: «credette lui con tutta la sua famiglia». Siamo in perfetta corrispondenza con la fede dei discepoli scaturita dal "segno" del vino delle nozze: «e i suoi discepoli credettero in lui» (Giovanni 2,11).

Ecco il racconto dell' evangelista.

Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch' essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia»
Gesù gli risponde: «Va', tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». S'informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato».
Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea (Giovanni 4,45-54).

Il racconto di questo miracolo mette in luce la straordinaria potenza della fede, che nasce dall' ascolto della parola di Dio e dall' accoglienza dell' opera di Gesù: la fede ha il potere di dare la vita e di restituire la gioia dell'esistenza per sé e per i propri cari. Annota uno studioso della Bibbia: «Mentre il primo racconto di Cana simboleggiava la realizzazione definitiva, ad opera di Gesù, dell' Alleanza di Dio con il suo popolo; il secondo racconto, con il dono della vita temporale, simboleggia la vita in senso assoluto che Gesù è venuto a comunicare agli uomini» (X. Leon-Dufour, Lettura del Vangelo di Giovanni, vol 1, p. 536). Sotto i riflettori della gioia o nella buia cantina del dolore incomprensibile, la famiglia resta la casa della fede, il luogo delle sorprese di Dio.

Lo accolsero con gioia
Il frutto dell' ascolto della Parola

7. Lo scorso anno, come famiglie e comunità, ci siamo messi in ascolto della parola di Dio: da questo ascolto, che ci ha resi più sensibili ai molti segni che Gesù compie in mezzo a noi e ha alimentato nel nostro cuore un maggiore senso di fiducia e di gioia, fiorisce ora il desiderio concreto, anzi il bisogno forte di condividere con gli altri il frutto dell' ascolto e così comunicare loro la fede e in particolare, se siamo genitori, comunicarla ai nostri figli.

Se abbiamo la grazia di "vedere" i segni di Gesù, ossia la forza del suo amore che opera la salvezza nella storia con il dono della verità, della libertà e della vita nuova, non possiamo non "farli vedere" anche agli altri per mezzo della nostra testimonianza, con una fede che si fa "carne della nostra carne" (cfr 1 Giovanni 1,1-3).

È necessario allora, in questo nuovo anno, raccogliere tutte le nostre energie di mente, di cuore e di corpo per investire nella trasmissione della fede (traditio fidei) tempo, buona volontà e passione; accogliere in noi stessi il Signore per manifestare la sua presenza nelle nostre conversazioni abituali, in casa e nei diversi ambienti di vita. A lui vogliamo fare riferimento nel formulare i nostri giudizi e nell' operare le nostre scelte di vita. Davvero possa diventare Gesù l'interlocutore costante dei genitori in riferimento ai figli, da quelli in tenera età agli adolescenti e giovani, che crescono così in fretta, hanno voglia di vivere e si interrogano irrequieti su molte cose.

Tutti noi, grazie all'amore di Dio, siamo invitati alla festa della fede, di una fede gioiosa e contagiosa. Non possiamo allora lasciar "intristire", affievolendolo o spegnendolo dentro di noi, il dono straordinario della fede ricevuta. Facciamo invece nostro l'atteggiamento dell' accoglienza gioiosa che i Galilei hanno riservato a Gesù al suo arrivo: «i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa» (v. 45).

Vi era un funzionario del re che aveva un figlio
La preoccupazione per la fede dei figli

8. Molti genitori sono preoccupati non solo per la crescita e l'educazione dei figli, ma anche per la loro fede. Talvolta questi genitori, anche quelli che non hanno una vita sempre coerente con il Vangelo e un'unione d'amore celebrata nel sacramento di Cristo e della sua Chiesa, sentono tuttavia la responsabilità di assicurare ai propri figli una crescita umana e religiosa. Vorrebbero vedere i loro figli entrare in una pienezza di vita e di libertà che spesso temono di non riuscire ad offrire loro.

Questa preoccupazione in diverse circostanze della vita dei figli e nipoti investe i genitori e sempre più spesso coinvolge anche i nonni. Quando i figli sono piccoli ci si interroga se è vera libertà introdurli alla fede e portarli al battesimo; quando sono adolescenti ci si chiede perché molti abbandonano la pratica religiosa e sembrano rifiutare gli insegnamenti cristiani ricevuti; quando decidono di amare si rimane perplessi di fronte a scelte di convivenza che non pochi giovani intraprendono.

Queste preoccupazioni, tra sofferenze e speranze, muovono spesso il cuore dei genitori a rivolgersi a Gesù. Come il funzionario del re, hanno la certezza che il Signore non è estraneo al desiderio di vita e di bene che nutrono per i loro figli; e si avvicinano al Signore per invocarlo, per chiedergli di "scendere a guarire" (v. 47).

Questa preghiera insistente e fiduciosa non solo è in grado di toccare il cuore di Dio, ma è già autentico gesto missionario, coraggioso e profetico, perché nasce dalla gioiosa esperienza dei "segni" che Gesù non fa mai mancare al cammino dei suoi fratelli. Quando un genitore vive la preoccupazione per la fede e per l'autenticità di vita dei suoi figli non nell'angoscia o nel lamento, ma piuttosto nell'invocazione del Signore, si pone già come testimone convincente di una fede vitale e incarnata.

Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive»
È possibile educare alla fede

9. Non sappiamo nulla di preciso del funzionario del re, ma quello che traspare è che questo papà certamente ama moltissimo il figlio.

L'incontro con Gesù riempie il funzionario di coraggio e lo apre alla fiducia, il coraggio e la fiducia di mettersi in cammino: Va', dice Gesù. E "quell' uomo, . . si mise in cammino", Anche le nuove generazioni allora potranno vivere: "tuo figlio vive". Potranno aprirsi ai valori che danno senso, bellezza e serietà all' esistenza e consegnarsi nella fede a colui che solo è la sorgente della vita vera, piena, nuova: a Dio e al dono della vita divina che egli infonde nei suoi figli. E così anche i rapporti tra genitori e figli potranno sperimentare una nuova stagione.

Si sono create, nell' arco di pochi anni, una grande distanza tra la generazione dei genitori e quella dei figli, una rilevante diversità, se non una vera e propria contrapposizione nei modi di pensare e negli stati d'animo, nei vissuti emotivi e nelle tendenze comportamentali, nell'individuazione dei valori e degli ideali, nelle scelte dei raggruppamenti sociali e dell' appartenenza religiosa, nella sensibilità politica. Nascono cosìnotevoli difficoltà e non poche incomprensioni all'interno delle famiglie, con il conseguente rischio di incomunicabilità tra le generazioni. Lo stesso accade quando gli adulti rinunciano alloro compito educativo e credono di avvicinarsi ai figli e di conquistare la loro stima assumendo comportamenti e modelli della loro età. È un'illusione, destinata a infrangersi contro la fragilità di una generazione .non raramente viziata e desiderosa di saldi punti di riferimento.

Tuttavia, nelle diverse stagioni della vita delle persone e delle famiglie ci sono sempre momenti particolarmente propizi in ordine alla comunicazione della fede. Pensiamo all' apertura e alla spontaneità con cui i bambini si fidano, alla ricchezza sentimentale tipica del tempo dell'innamoramento, alle opportunità di dialogo e di condivisione in occasione della celebrazione del matrimonio, all' avventura singolare della nascita di un figlio. Anche alcuni momenti di difficoltà o di malattia, in particolare quelli dell'incontro con il dolore e con la morte, sono carichi di significati e di attese. Ogni famiglia nella sua storia incontra e vive esperienze che appellano al senso profondo dell'esistenza e aprono la mente e il cuore alla ricerca di Dio. E Dio sa farsi trovare, lui che sta alla porta e bussa (cfr Apocalisse 3,20).

Dunque, è possibile educare alla fede! Tutti i genitori, i nonni, gli educatori portino nel cuore questa convinzione e si lascino prendere da una più grande fiducia. Questa fiducia la custodiscano nella preghiera, la rinvigoriscano con la prontezza ai sacrifici necessari e con molta pazienza di fronte alle difficoltà. Abbiano fiducia nella forza della grazia divina, che non manca mai, e fiducia in se stessi!

La stessa convinzione e la stessa fiducia siano particolarmente vive in ogni comunità cristiana. La distanza tra le generazioni e la fatica a comunicare la fede vengono spesso avvertite dolorosamente anche da sacerdoti, operatori pastorali ed educatori delle nostre parrocchie, dei gruppi e dei movimenti. Più di questa fatica, però, deve essere forte in noi la certezza che lo Spirito del Risorto guida realmente la missione della Chiesa e apre strade anche insospettate, dona linguaggi sempre nuovi e sa far risplendere la bellezza di Cristo anche tra le nostre opacità.

Si deve quindi creare, proprio nella trasmissione della fede, un'alleanza tra la "grande Chiesa" e la "piccola chiesa" (chiesa domestica) che è la famiglia: un'alleanza di fiducia e di coraggio profetico nella medesima missione evangelizzatrice.

Lo ripetiamo: la coscienza viva del dono ricevuto ci rende tutti più sereni di fronte alle esigenze sempre sproporzionate del Vangelo, sapendo che lo Spirito di Dio agisce nei cuori e produce frutti ben oltre le nostre previsioni e le nostre aspettative. La povertà di tante situazioni umane, il disagio di molte realtà familiari e le fatiche che toccano anche le comunità cristiane, non saranno sufficienti a fermare l'amore di un Dio che per noi si è donato fino alla morte in croce di Cristo, suo Figlio.

Credette lui con tutta la sua famiglia
Il secondo miracolo di Cana

10. «Cristiani non si nasce, si diventa», scriveva Tertulliano (Apologetico 18,4). «Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato resistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere»: così leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 166).

La fede, dunque, possiede due dimensioni inseparabili, quella personale e quella comunitaria, espresse dall'Io credo (Simbolo degli Apostoli) e dal Noi crediamo (Simbolo di Nicea-Costantinopoli, nell'originale greco). In questo contesto i genitori hanno un compito proprio e insostituibile nella comunicazione della fede ai figli. Questa responsabilità nasce dal loro amore e grazie a questo stesso amore potrà, in tante occasioni, con segni eloquenti e gesti efficaci introdurre i figli in un vero itinerario di fede, perché anch'essi diventino discepoli e testimoni di Gesù risorto.

Bisogna saper riconoscere l'ora di Gesù, l'occasione favorevole per l'annuncio di fede. Essa può strappare un figlio da ciò che minaccia la sua vita. E così tante volte nel corso del vissuto delle nostre famiglie si rinnova il secondo miracolo di Cana: «Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva detto: "Tuo figlio vive" e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea» (vv. 53-54).

Faccio mio l'invito evangelico a riconoscere l'ora e lo rivolgo sotto forma di preghiera a ogni comunità cristiana e a tutti voi genitori, nonni, catechisti, educatori, animatori, operatori pastorali. Riconoscere 1'ora significa cogliere il momento in cui il Signore Gesù, il Salvatore che guarisce e dà vita, ci visita. Significa comprendere l'esperienza della vita di fede, essere pronti ad accogliere la verità che da essa promana, gustarne la bellezza e l'incanto, saperne trasmettere la forza che dà senso e unità e gioia alla vita, rispondendo così ai suoi problemi e alle sue attese.

Tutto incomincia proprio in quell'ora in cui Gesù si rivela e tu ti fidi della sua Parola. È l'ora che ti chiede di dedicare desiderio e tempo alla coltivazione del rapporto personale con i tuoi figli che, a partire dai loro pensieri e dubbi, li apre pian piano al dialogo sulla fede: la sera, la domenica, quando si celebrano i sacramenti, nella festa dei compleanni e di altri anniversari. È l'ora che ti chiede di riservare akuni momenti di preghiera nella tua casa e di partecipare agli incontri della comunità: per una fede più convinta, più autentica, più ardente. È 1'ora che ti spinge a scelte coraggiose e contro corrente nella gestione del bilancio familiare, nell'uso del tempo personale e familiare, nell' accoglienza e nell' ospitalità.

Il secondo miracolo - che come ogni altro è "segno" della potenza amorosa di Dio - proprio perché "secondo" ci invita ad un rinnovato incontro con Cristo e quindi ad un'ulteriore e più profonda, una quotidiana e abituale partecipazione al suo mistero. E questo, come precisa il testo evangelico, avviene "nella famiglia". È un incontro, una partecipazione che accomuna genitori e figli, nonni e nipoti, educatori e ragazzi. Il figlio che vive è insieme frutto della fede e invito alla fede.

2. LA FEDE, FRUTTO DELL'AMORE GRATUITO DI DIO

La grazia della fede e del matrimonio cristiano

11. Il duplice miracolo di Cana - quello del vino buono e sovrabbondante e quello della guarigione del figlio del funzionario del re - è un "segno" che ci manifesta l' onnipotenza amorosa di Dio in Gesù e che viene accolto coscientemente e liberamente dai discepoli mediante la loro fede: «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Giovanni 2, Il); «credette lui con tutta la sua famiglia» (Giovanni 4,53).

Proprio perché scaturisce dal "segno" - che in ultima analisi è la persona stessa di Gesù, il Figlio di Dio che si fa uomo, muore e risorge per essere la nostra salvezza -, la fede si qualifica essenzialmente come dono di Dio. Certo, essa chiede il nostro "sì" umano fatto di intelligenza e di libertà, ma è un "sì" che sboccia da un'intelligenza resa più luminosa e da una libertà resa più forte dal dono di Dio. La fede è frutto e segno dell' amore gratuito e liberissimo di Dio. È grazia, pura grazia, per la quale l'uomo non può vantare alcun merito: la sua unica sorgente è la consegna totale di sé che Gesù ha fatto sulla Croce.

La consegna d'amore di Gesù è anche la verità piena e definitiva del matrimonio dei battezzati; anzi è il segreto ardente e il respiro vivificante dell' esistenza quotidiana e della storia concreta degli sposi. Di qui la mirabile definizione che dell'identità degli sposi ha dato Giovanni Paolo II in un suo bellissimo testo: «Gli sposi sono il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla croce; sono l'uno per l'altra, e per i figli, i testimoni della salvezza, di cui il sacramento (del matrimonio) li rende partecipi» (Familiaris consortio, n. 13).

Questa identità degli sposi cristiani non è un duro fardello ma un "giogo dolce e leggero", non è un compito impossibile ma è un dono di grazia e di forza che il Signore offre agli sposi nel sacramento del matrimonio, radicato nel battesimo e portato a pienezza dall'Eucarestia. È questa la più preziosa "eredità" che gli sposi sono chiamati a riconoscere, a vivere e a trasmettere agli altri: tra loro, con i figli, nella comunità cristiana, secondo la semplice e stupenda affermazione del Concilio: «I coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio,... hanno nel loro stato di vita e nel loro ordine il proprio dono in mezzo al Popolo di Dio» (Lumen gentium, n. 11). Non sono cioè semplicemente laici: sono laici sposati nel Signore, prescelti da lui per una particolare e inconfondibile missione nell'ambito della Chiesa e del mondo: «perciò non solo "ricevono" l'amore di Cristo diventando comunità "salvata", ma sono anche chiamati a "trasmettere" ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità "salvante". In tal modo, mentre è frutto e segno della fecondità soprannaturale della Chiesa, la famiglia cristiana è resa simbolo, testimonianza, partecipazione della maternità della Chiesa» (Familiaris consortio, n. 49). La traditio fidei diviene traditio amoris.

Ancora una volta emerge il presupposto insostituibile, la condizione assolutamente necessaria per la missione: la coscienza del dono di Dio. Quando si è consapevoli della grazia che abbiamo ricevuto in dono, si è pronti a comunicarla con letizia e serenità; la vita di fede non è anzitutto un patrimonio da difendere con nervosismo e timore di smarrirlo. Le difficoltà non ci inducono alla lamentela o alla protesta, ma su tutto vince la gioiosa gratitudine per l'opera di Dio manifestata a noi in Gesù. E anche le famiglie, anzitutto, si rallegrano per quel vino abbondante e gustoso che per grazia è stato riversato in loro, e possono con fiducia ed entusiasmo avventurarsi nella missione che il Signore affida loro.

Ricordiamo la parola detta da Gesù alla donna di Samaria: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!"...» (Giovanni 4,10). La "conoscenza" di questo dono avviene a poco a poco nel dialogo delicato e appassionato tra Gesù e la samaritana, tra Lui e noi, e diventa subito spinta irresistibile alla "missione": «La donna lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?"...» (w. 28-29).

Un dono da ravvivare

12. Il dono di Dio e l'eredità di grazia domandano una grande e coerente consapevolezza, da tenere sempre desta, anzi da ravvivare incessantemente. Lo chiedeva Paolo al vescovo Timoteo. Dopo avergli detto: «Mi ricordo della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna, Loide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te», ecco la raccomandazione: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te» (2 Timoteo 1,5-6). È vero che l'apostolo si riferiva all'ordinazione sacra, al dono spirituale conferito con l'imposizione delle mani (cfr 1 Timoteo 4,14), ma è legittimo intendere questo monito come riferito ad ogni dono del Signore, soprattutto se legato ai sacramenti, e nel nostro caso al matrimonio cristiano.

"Ravvivare", per riprendere il verbo paolino, significa riaccendere come si fa per il fuoco sotto le ceneri: quand' anche esso apparisse quasi spento, pressoché privo ormai di fiamme, di visibilità esteriore, esso può sempre essere ravvivato, attizzato, al soffio dello Spirito, in cui è sempre possibile ripartire, ricominciare da capo, in qualsiasi situazione ci si trovi.

Non si dimentichi poi che questo "ravvivare" è affidato sì alla nostra responsabilità umana, ma è anzitutto il frutto di un dinamismo di grazia che si sprigiona dall'interno dello stesso dono di Dio. Come a dire che è Dio stesso a ravvivare il suo dono. A noi è chiesto di non stancarci di invocarlo di continuo nella preghiera, in ogni stagione della vita: Signore, aumenta la nostra fede! (cfr Luca 17,5).

E così il dono si fa fecondo di atteggiamenti e comportamenti che rendono più viva e matura la fede, imprimendo uno slancio più generoso e forte alla sua "trasmissione" agli altri.

Questo può e deve avvenire in una triplice direzione, che qui viene solo brevemente accennata e volutamente lasciata alle famiglie e alle comunità per uno sviluppo più ampio e concreto. Il dono della fede può e deve ravvivarsi attraverso l'ascolto della parola di Dio, attraverso la preghiera, attraverso la vita dei credenti secondo le beatitudini evangeliche, come stile alternativo a quello del "mondo".

1) Per custodire e valorizzare il dono della fede, come obbedienza a Dio che parla, i genitori e i figli devono far entrare nella loro casa la parola di Dio, in particolare quella scritta nel testo sacro della Bibbia. Per un simile impegno le famiglie dovranno essere aiutate e incoraggiate dalla comunità cristiana, anche con un' educazione graduale e mirata alla lectio divina, ad una lettura pregata delle Scritture, quale incontro vivo e personale con Cristo, il Verbo eterno di Dio fatto carne umana e quindi "voce udibile" da noi uomini. Per chi lo desidera, non mancano sussidi e testi che illustrano il significato profondo e vitale della lectio divina. La stessa Diocesi ha recentemente preparato un' edizione speciale della Bibbia dal titolo Leggere la Bibbia in famiglia. Perché non diffonderla in modo più sistematico e capillare, cogliendo le occasioni pastorali più opportune, come la celebrazione del battesimo e del matrimonio? Per tutto questo rimando a quanto già è stato ampiamente detto nella prima tappa del Percorso pastorale in Famiglia ascolta la parola di Dio (nn. 49-50).

2) Alla parola di Dio rispondiamo in molti modi, primo fra tutti con la preghiera. Questa è la voce della fede, è la fede stessa che diventa rendimento di grazie, lode, intercessione, invocazione di aiuto, appello all'amore misericordioso del Signore. Non si dà fede senza preghiera, così come non si dà preghiera senza fede. Per questo la preghiera non può non entrare nella casa, ossia nel cuore, sulle labbra e dentro il vissuto quotidiano delle famiglie. È questa la strada privilegiata per apprezzare il dono di Dio, per custodirlo, per farlo fruttificare. La preghiera è la prima e fondamentale risorsa di grazia per il compimento della missione di comunicare la fede. E ancora è la forma semplice e forte per sperimentare la "presenza" del Signore dentro la famiglia, i suoi disagi e fatiche, le sue speranze e gioie, secondo la parola stessa di Gesù, che alcuni Padri della Chiesa applicano proprio alla famiglia: «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18,19-20).

3) Il dono della fede entra nella vita e la trasforma: la conforma e la assimila nei giudizi e nelle scelte a quella di Gesù, ispirando e sostenendo uno stile di vita propriamente "cristiano)), nuovo, diverso, alternativo allo stile "mondano", perché segue le "beatitudini" di Cristo come "logica" che dà senso, pienezza, libertà vera, gioia al vissuto quotidiano. È lo stile che viene animato e forgiato dalla «legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù» (Romani 8,2).

Ancora una volta 'è il dono di Dio a precederci e a sostenerci. E la logica delle beatitudini è sì una "porta stretta" - secondo l'espressione evangelica ma è già il pegno e l'inizio di una esistenza di "abbondanza" e non di rinuncia: è "il grande sì di Dio all'uomo, alla sua vita, al suo amore, alla sua libertà".

Ogni aspetto - dal più piccolo al più grande della vita delle famiglie e delle comunità chiede di essere" coerente" con il dono di Dio ricevuto. È questa conformità a decidere della credibilità e dell'incisività della testimonianza evangelica che coniugi, genitori e figli, famiglie e comunità sono chiamati a dare al mondo di oggi, in concreto nei loro ambienti di vita e nelle loro relazioni personali.

La pastorale familiare come servizio al dono della fede

13. L'esperienza ci insegna che l'impegno delle famiglie e delle comunità a custodire e ravvivare il dono divino della fede come condizione e forza per comunicare la fede è un cammino sempre in atto, mai pienamente realizzato.

Questo cammino conosce facilmente fatiche e lentezze, a volte incoerenze e cadute, come avviene su ogni sentiero che conduce ad altezze affascinanti ed esigenti, e si presenta come prova per la nostra fragilità e la nostra libertà. Non scoraggiamoci, però! E armiamoci di quella «pazienza di Cristo» (2 Tessalonicesi 3,5) a cui lo Spirito vuole condurci attraverso le vicende delle nostre famiglie e comunità.

È in questa tensione per un cammino mai scontato, ma sempre da rilanciare con rinnovato vigore, che l'attenzione pastorale deve saper riproporre lo stile evangelico dell'accoglienza, dell'ascolto, della condivisione "secondo la misura del cuore di Cristo". In questo modo potrà essere più efficacemente proposta e riproposta a tutti la meta della perfezione della fede e dell' amore.

Al servizio di questo itinerario spirituale, la pastorale familiare - che sempre deve vedere tra loro alleate famiglia e comunità cristiana - potrà qualificarsi sempre più come pastorale della fede: qui sta la sua "identità" più vera e profonda, il "senso" che determina le sue finalità originali e i suoi cammini specifici. In questa prospettiva, l'impegno di dare attuazione alle strutture, ai programmi, all' organizzazione e alle iniziative operative non dovrà mai essere disgiunto da una più intensa sollecitudine per la "formazione" alla fede da offrire alle famiglie nel loro cammino spirituale e apostolico. Tutti - comunità cristiana come tale, sacerdoti e diaconi, persone consacrate, operatori pastorali, e in particolare le persone e i gruppi dediti alla famiglia - dovrebbero sentirsi chiamati ad onorare l'irrinunciabile priorità formativa: solo così Ci si potrà rivolgere con vero frutto a tante altre incombenze e traguardi.

In conclusione rileviamo l'intima interdipendenza tra il «vivere» la fede e il «trasmettere» la fede: naturale è il passaggio circolare dal dono al compito e dal compito al dono. Dono e compito sono un binomio inscindibile, perché non si può essere discepoli se non si è testimoni e non si può essere missionari se non si è credenti. Come mostreranno i prossimi capitoli del Percorso pastorale, quanto più matura è la fede vissuta tanto più forte è il suo dinamismo missionario, quanto più intenso è lo slancio della testimonianza tanto più profonda si fa l'esperienza della fede.

L'interdipendenza poi tra il "vivere" e il "trasmettere" la fede si integra e si sostanzia con l'interdipendenza che esiste tra la fede e la carità: non c'è trasmissione della fede senza l'educazione all' amore. Ecco di nuovo l'incontro fra la traditio fidei e la traditio amoris. Lo mostrerà l'ultimo capitolo di questo nostro Percorso. Siamo così ricondotti all' essenzialità e all' unità della vita cristiana, la cui legge e forza è «la fede che opera per mezzo della carità» (Galati 5,6). Proprio come felicemente si esprimeva il vescovo martire sant'Ignazio di Antiochia: «Queste due virtù sono il principio e il fine della vita: la fede è il principio, l'amore il fine. L'unione di tutte e due è Dio stesso» (Lettera agli Efesini, cap. XIV, 1).