PICCOLI GRANDI LIBRI   DIONIGI CARDINAL TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano

L'AMORE DI DIO
È IN MEZZO A NOI

La missione della famiglia a servizio del Vangelo

FAMIGLIA COMUNICA LA TUA FEDE
Anno pastorale 2007 -2008

CENTRO AMBROSIANO

Introduzione
L'AMORE DI DIO È STATO RIVERSATO NEI NOSTRI CUORI
Iniziamo la seconda tappa del nostro Percorso
Con grande speranza tra problemi e opportunità
Nell'accoglienza, nell'ascolto e nella condivisione
-
La gloria di Gesù e la fede dei discepoli

Capitolo Primo Capitolo Secondo Capitolo Terzo
CREDETTE LUI
CON TUTTA LA SUA FAMIGLIA
CRESCEVA IN SAPIENZA E GRAZIA RIMANETE NEL MIO AMORE

LA FAMIGLIA E IL DONO DELLA FEDE
1. I suoi discepoli credettero in lui
Lo accolsero con gioia
Il frutto dell'ascolto della Parola
Vi era un funzionario del re che aveva un figlio
La preoccupazione per la fede dei figli
Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive»
È possibile educare alla fede
Credette lui con tutta la sua famiglia
Il secondo miracolo di Cana
2. La fede, frutto dell'amore gratuito di Dio
La grazia della fede e del matrimonio cristiano
Un dono da ravvivare
La pastorale familiare
come servizio al dono della fede

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA FAMIGLIA E LA TRASMISSIONE DELLA FEDE
1. Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme
Il bambino cresceva e si fortificava
Una crescita armoniosa nella vita quotidiana
Si recavano tutti gli anni a Gerusalemme
La fede dei genitori
Quando Gesù ebbe dodici anni
Introdurre un figlio nella comunità
Gesù rimase a Gerusalemme
La libertà dei figli e
la sofferenza di genitori e nonni
E poi si misero a cercarlo
Il rispetto educativo e la vocazione
Tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore
La sapienza di Dio tra stupore e domande
Le cose del Padre
Verso un'obbedienza comune
Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore
Il cammino educativo della fede
2. La famiglia soggetto missionario nella comunicazione della fede
Famiglia e comunità a servizio del Vangelo
La comunicazione della fede nella famiglia
La comunicazione della fede nella comunità
3. La famiglia introduce alla fede
Il dono del battesimo
La preparazione al battesimo
L'accompagnamento dopo il battesimo
L'introduzione alla fede degli adulti
La trasmissione della fede
e la responsabilità educativa
LA FAMIGLIA E L'EDUCAZIONE ALL'AMORE
1. Di tutte più grande è la carità
2. La famiglia fa crescere l'amore
Le famiglia scuola dell' amore e del dono di sé
L'età giovanile e le relazioni affettive
Verso il matrimonio cristiano
3. La famiglia è fedele nell'amore
Vivere l'amore e la testimonianza della fede
nelle situazioni difficili
La trasmissione della fede
e l'accoglienza delle famiglie in difficoltà
La testimonianza della famiglia nella società

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conclusione
L'ANIMA MIA MAGNIFICA IL SIGNORE

Capitolo Secondo

CRESCEVA IN SAPIENZA E GRAZIA

La famiglia e la trasmissione della fede

1. IL FANCIULLO GESÙ RIMASE A GERUSALEMME

14. C'è una pagina nel vangelo di Luca che ci aiuta a méditare sulla trasmissione della fede a partire da Maria e da Giuseppe, i quali conducono Gesù dodicenne al tempio di Gerusalemme per la grande fèsta di Pasqua e condividono con lui, nella "vita nascosta" di Nazaret, la sua crescita in sapienza e grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini.

Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.
I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando Gesù ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo lo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti. non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole.
Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.
E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Luca 2,39-52).

Il bambino cresceva e si fortificava
Una crescita armoniosa nella vita quotidiana

15. La vita di Gesù a Nazaret conserva sempre il fascino di un mistero che è insieme nascosto e fecondo. Per comprenderlo sono molto preziose le annotazioni che l'evangelista Luca pone all'inizio e alla conclusione del brano citato, racchiudendo in poche parole i lunghi anni della vita nascosta di Nazaret.

Gesù cresce nella sua umanità, in età e in forza, e insieme nella sapienza e nella grazia. La sua crescita, naturale e spirituale, avviene armoniosamente nella totalità e unità dei molteplici aspetti della persona. E tutto nella normalità della vita quotidiana. Gesù si prepara così alla sua missione (cfr Luca 2,39). Gioisce della premurosa cura di Dio nei suoi confronti e beneficia dell' attenzione di Maria, di Giuseppe e degli uomini e delle donne della sua comunità (cfr Luca 2,52).

Gesù ha passato molti anni in questo contesto familiare fatto di pensieri e di preghiere, di affetti e di obbedienze, di lavoro e di fede. È lì che Gesù ha imparato a leggere profondamente le realtà semplici della vita: le sue parabole sono uno specchio di questa attenzione sapiente alle cose di ogni giorno (il pane, la pasta lievitata, i talenti), alle meraviglie della natura (i gigli del campo, gli uccelli del cielo), al lavoro dell'uomo (il contadino, il pastore, la donna di casa), ai piccoli episodi della vita (la mietitura, la ricerca della dramma perduta).

Non possiamo però dimenticare che la famiglia di Nazaret ha dovuto attraversare hon solo le luci ma anche le ombre che entrano in ogni famiglia. Lo documentano le pagine dei "vangeli dell'infanzia": ancora nel grembo l'ascolto del battere angoscioso del cuore di Maria nei giorni in cui Giuseppe aveva deciso di licenziarla in segreto, la nascita in una grotta fuori dell'albergo, l'esperienza dell' esilio e della dimora in terra straniera. Nulla di più concreto ci viene. detto della "vita nascosta", se non che "il bambino cresceva e si fortificava". Perché non pensare anche a momenti di crisi, necessari per una crescita "forte" e per un provato cammino di fede per tutta la famiglia?

Il mistero di Gesù a Nazaret ci richiama al primo luogo della fede che è la vita quotidiana nella propria casa e nella propria famiglia, ove la crescita della fede non può avvenire come un aggiunta giustapposta ai diversi aspetti della crescita del bambino, e poi del ragazzo e dell' adolescente, ma come una realtà che progressivamente rivela il senso di tutte le altre dimensioni della vita. Del resto l'esperienza stessa dei genitori attesta che, se l'aspetto religioso è un riferimento presente e vivo nella realtà familiare, esso viene percepito dal bambino come spontaneo e naturale. Se la famiglia vive la fede in modo semplice e insieme autentico nella sua quotidianità, allora Gesù diventa anche per il bambino una presenza costante e amica, come lo sono i suoi genitori, i suoi fratelli e le sue sorelle, i suoi nonni, le sue cose, i suoi affetti: una presenza capace di scavare nel profondo dell' animo.

A volte questo tratto dell' esistenza - quello dei primi anni di vita - rimane come sommerso, ma è sempre la radice e la spinta dei successivi sviluppi nella vita di ciascuno di noi. Ritorniamo alle nostre radici: esse ci rivelano molto più di quanto possiamo immaginare, e la nostra storia ci permette di fare luce sul nostro presente. Considerare, da adulti, la figura del padre e della madre, ripensare i contesti familiari e le memorie di quando eravamo ragazzi ci aiuta a comprendere con maggiore verità e intelligenza quello che siamo, ciò che abbiamo ricevuto e dove siamo diretti e ci spinge a un sentimento di grande riconoscenza per chi ci ha introdotto al mistero della vita.

Il dono della fede, solitamente germinato negli anni dell'infanzia, cresce nella vita quotidiana di ciascuno di noi. In questa storia, che ha tratti di singolarità per ognuno, possiamo ritrovare i linguaggi attraverso cui ci è stata trasmessa la fede, oppure sono emerse le difficoltà, le in comprensioni, o anche la distanza, la non conoscenza e l'avversione nei confronti della vita cristiana e della Chiesa.

Pensiamo ai bambini di oggi, alla loro infanzia, ai genitori, talvolta con situazioni coniugali o affettive problematiche, alle possibilità o meno che hanno di ricevere compiutamente il dono della fede. Quante cose sono cambiate in questi ultimi anni nei comportamenti e nelle abitudini, nella crescita e nell' educazione della vita dei figli! Pensiamo alle persone che oggi sono vicine a un bambino o ad un ragazzo: la presenza non sempre garantita dei genitori, trattenuti entrambi praticamente tutto il giorno fuori casa da ritmi di lavoro sempre meno "a misura di famiglia"; il ruolo sempre più rilevante ma anche fin troppo gravato di responsabilità dei nonni; la frequente assenza di fratelli o sorelle; la lontananza o quanto meno la difficoltà a relazionarsi in modo significativo da parte di parenti, amici, educatori, insegnanti. Pensiamo infine all'influsso sempre maggiore in una società secolarizzata della cultura diffusa, della televisione, di internet nel costituirsi di giudizi e valutazioni, nella capacità di lettura del vissuto proprio e altrui.

Tutto ciò non ci lascia indifferenti e ci porta a chiederci: come cresce oggi un bambino, come affronta la fanciullezza, l'adolescenza e la giovinezza, come saprà farsi carico domani delle scelte fondamentali della vita? C'è spazio per coltivare il senso della presenza di Dio, per un'idea della vita come vocazione? La fede, se mai lo è stata, non è un' esperienza naturale e scontata, i contesti di vita e i messaggi che un ragazzo riceve sono molti, diversi, spesso contradditori. Si capisce allora quanto grande sia il dono di avere una famiglia solida, costruita su un matrimonio che riflette l'amore di Dio, e come sia importante poter vivere in una comunità che offre i segni dell' amore di Dio in mezzo a noi.

Si recavano tutti gli anni a Gerusalemme
La fede dei genitori

16. Maria e Giuseppe vanno a Gerusalemme perché appartengono a una grande tradizione di fede, che raccoglie tutta la loro storia e rappresenta la loro più preziosa eredità. Nel mistero del nascondimento di Nazaret si prepara la rivelazione di Dio. Gesù ha imparato a vivere come ogni uomo attraverso i gesti semplici e sobri della sua famiglia. Gesù cresce come ogni bambino, tra domande e risposte, tra amicizie e . insegnamenti. Cresce attraverso le piccole e usuali consuetudini quotidiane che ancora oggi si realizzano, o dovrebbero realizzarsi, nell'intimità di ogni famiglia. Cresce nella sua casa e nel suo villaggio come ogni figlio che partecipa alla fede dei suoi genitori, alle loro preghiere, alle loro fatiche e speranze, alle loro tradizioni.

Quando un uomo e una donna cristiani danno alla luce un bambino, insieme con il dono della vita dovrebbero sentire come del tutto naturale e ovvio il desiderio di offrirgli il dono della fede. Un papà e una mamma vogliono introdurre un figlio nella fede semplicemente perché gli vogliono bene: se si vive qualcosa di grande, si desidera subito donarlo alle persone più amate.

A volte sorgono molte obiezioni circa il battezzare i bambini e l'educarli cristianamente. Si teme che la fede e la preghiera possano condizionare indebitamene la crescita di un ragazzo. Si dice: quando sarà maggiorenne deciderà. Ma questo presuppone che ai valori e alle realtà più belle e profonde del vivere si possa educare soltanto "in un secondo tempo", "da grandi", o che possa esistere un' educazione del tutto priva di riferimento ai valori. E ancora si dice: i figli devono essere lasciati liberi. Ma qui c'è un'idea sbagliata di libertà, astratta, individualistica. È una libertà che rischia di sottrarre le cose più preziose, gli affetti più rassicuranti, il patrimonio più vero di un adulto che genera la vita. È una libertà che lascia soli. E, del resto, che senso avrebbe dare la vita a un figlio senza offrirgli la chiave che ne schiude il mistero?

La fede è come l'amore. Il dono precede sempre la risposta di chi riceve. Per il futuro, Dio provvederà. Nel frattempo è importante offrire la propria scelta di fede con semplicità e convinzione, come si offrono spontaneamente a coloro che si amano le cose più belle, i valori, i sentimenti che formano la nostra persona.

Quando Gesù ebbe dodici anni
Introdurre un figlio nella comunità

17. Gesù ha dodici anni. Maria e Giuseppe sentono una grande responsabilità educativa e introducono il figlio alla tradizione della loro fede in un contesto di comunità. Tre volte all' anno a Gerusalemme si svolgevano celebrazioni solenni che attiravano i pellegrini, ma chi era lontano e povero poteva andarvi una sola volta. In occasione della festa di Pasqua, Gesù viene introdotto a questo evento di gioia vissuto da tutta la comunità. Con la sua famiglia, quasi come preludio di un' altra Pasqua, Gesù si offre in obbedienza alla legge del Signore, e va a Gerusalemme per imparare la Parola che lo avrebbe sostenuto nel compiere in pienezza la volontà di Dio.

La fede di un figlio non è solo un evento privato e familiare: è segnata da una dimensione comunitaria. E così la progressiva maturazione della fede è un gioioso ingresso nella comunità cristiana che, nel dono dello Spirito santo, abilita a vivere fin da ragazzi in relazioni di amicizia e di fraternità, intorno all'ascolto della parola di Dio, alla celebrazione dell'Eucaristia e dei sacramenti e all' esercizio concreto della carità.

Una via feconda per introdurre alla vita della comunità cristiana è certo la scelta di far respirare ai figli, già da bambini; il senso di festa legato alle grandi celebrazioni della Chiesa. Le solennità dei tempi forti dell'anno liturgico - in particolare del Natale, della Pasqua e della Pentecoste -, le feste di Maria e dei Santi patroni, ed anche le feste della comunità locale e gli avvenimenti della Chiesa universale, costituiscono già un itinerario di ingresso alla vita comunitaria e possono essere proposti con efficacia anche ai più piccoli: non solo con la partecipazione alle celebrazioni liturgiche, ma anche con segni e piccole consuetudini nella vita familiare e domestica che - prima ancora delle parole e delle spiegazioni - diano il senso di una festa che diventa "tradizione" e che si condivide con tutta la comunità a motivo della comune fede. Un addobbo che rallegra la casa, un dolce preparato per l'occasione, un dono per rendere gioiosa una ricorrenza, un gesto di carità o un invito a pranzo per un povero danno subito la percezione di occasioni straordinarie e festose, che nascono dalla fede e che uniscono a tutta la comunità.

A sua volta la comunità cristiana è chiamata ad accogliere ogni credente e a renderlo sempre più partecipe della sua vita. Dobbiamo raccogliere e valorizzare l'attenzione che la Chiesa ha sempre avuto verso i bambini, i ragazzi e i giovani, e che si è espressa in modo geniale nella tradizione educativa degli oratori e in percorsi educativi specifici. Ancora oggi l'0ratorio può essere un luogo privilegiato in cui sperimentare, fin dai primi anni di vita, la fede e l'amore che animano la comunità cristiana.

Anche nella liturgia, dove la fede è celebrata e accolta, l'attenzione materna della Chiesa deve esprimersi in una accoglienza reale che preveda, con cura e senza banalizzazioni, scelte celebrative e spazi adeguati alla partecipazione dei più piccoli.

Gesù rimase a Gerusalemme
La libertà dei figli e la sofferenza di genitori e nonni

18. Gesù, rimanendo a Gerusalemme, anticipa il senso della sua vita e della sua missione. E i suoi genitori sono provocati da questo gesto così carico di futuro. Gesù non torna indietro da questo cammino. Mosso dal voler fare la volontà del Padre resta a Gerusalemme. Sente forte la sua vocazione e inizia già ora quel cammino di risposta definitiva e totale al Padre che un giorno lo condurrà decisamente verso Gerusalemme (cfr Luca 9,51ss). Questo è il suo desiderio ardente (cfr Luca 22,15).

Quando i genitori introducono un figlio nella fede della comunità cristiana compiono un gesto grandissimo e rimangono aperti alle infinite sorprese della grazia di Dio. il Signore, più di quanto non si possa pensare, parla al cuore dei bambini, dei ragazzi e dei giovani, e semina in essi intuizioni straordinarie e preziose per il loro ingresso sereno e sicuro nella vita e per gli sviluppi futuri della loro vocazione. Nell'età della fanciullezza accompagnare i bambini nella fede significa aiutarli a scoprire e gustare quella "nuova qualità" della vita che hanno ricevuto nel battesimo. Crescere nella certezza di essere figli amati del Padre che è nei cieli, vivere ogni giorno avendo come riferimento il comandamento dell' amore, avere la gioia di far parte della grande famiglia della Chiesa, sono esperienze che predispongono un ragazzo e un giovane a comprendere sempre più la propria vita come "vocazione" .

I figli, crescendo, si prendono sempre maggiori libertà: ricercano una crescente autonomia, vanno dove vogliono. Questo talvolta porta i genitori a gioire per loro e con loro, al coraggio di lasciarli andare per la loro giusta strada, con l'intima speranza di ricevere da essi un giorno vere consolazioni. Altre volte invece la libertà immatura dei figli può portare serie preoccupazioni e vere sofferenze.

Non mancano, per questo, genitori che vivono un senso di angoscia, sentendosi falliti sul piano educativo. Vorrei dire loro: non disperate; mantenete piuttosto verso i vostri figli un atteggiamento di costante fiducia e disponibilità al dialogo, cercando di cogliere il momento opportuno per una parola sincera e franca che lasci trasparire il vostro amore. L'amore vero include in ogni caso la comprensione e la presa a carico dell'altro, come pure il saper trovare i momenti e i modi per aiutarlo a correggersi. Sappiate aspettare con pazienza e con fiducia, perché il Signore vede più lontano e non abbandona mai i suoi figli. Per questo, cari genitori, non manchi mai la preghiera per i vostri figli, invocando in particolare l'intercessione di Maria, madre nostra e di quanti ci sono affidati.

La stessa sofferenza è spesso condivisa dai nonni, sia nei riguardi dei nipoti, quando li vedono incamminarsi su strade per loro incomprensibili, sia nei confronti dei figli, ora diventati genitori, che con le loro scelte di vita, in particolare in campo affettivo e di pratica religiosa, sembrano talvolta non offrire alcuna possibilità di crescita cristiana ai loro ragazzi. I nonni devono essere consapevoli di non potersi sostituire alla responsabilità dei genitori, né debbono forzare, pur con retta intenzione, il cammino dei loro figli e nipoti. Possono, però, offrire la loro convinta testimonianza e, negli spazi loro concessi dalle circostanze della vita, contribuire in modo rispettoso e prezioso alla loro crescita spirituale. Senza mai dimenticare i miracoli che la preghiera, umile e fiduciosa, riesce ad ottenere.

E poi si misero a cercarlo
Il rispetto educativo e la vocazione

19. Maria e Giuseppe cercano il figlio Gesù e si interrogano su di lui, pensando che sia semplicemente da ritrovare tra la gente; se lo immaginano sul cammino di tutti, pronto per una vita qualsiasi. In un' altra Pasqua, dopo tre giorni, anche altri cercheranno tra i morti colui che è vivo (cfr Luca 24,5). Gesù non si trova tra relazioni scontate e ovvie, tra parenti e conoscenti, perché i suoi legami non dipendono dalla carne e dal sangue ma dall' ascolto della parola di Dio (cfr Luca 8,21).

Maria e Giuseppe non trovano subito questo figlio che cresce, ma lo incontrano solo dopo tre giorni, nella gloria del tempio e in dialogo con Dio. Maria e Giuseppe rimangono pieni di stupore perché questa ricerca di Gesù si rivela come qualcosa di più grande di quanto potessero immaginare: sconvolgerà il senso normale dello loro esistenza e le prospettive del loro futuro. Eppure, hanno un grande rispetto e una grande attenzione verso Gesù. Fanno ritorno a Gerusalemme, come i discepoli dopo la Pasqua, pronti per una nuova rivelazione (cfr Luca 24,33).

Anche i genitori di oggi si trovano a riflettere e a pensare alle scelte che i loro figli dovranno intraprendere. Pensano, spesso con eccessiva preoccupazione, ai loro studi, alla loro professione, alloro posto nella vita e alloro futuro nell'amore. A volte sognano successo, ricchezza, prestigio, proiettando sui figli i loro desideri irrealizzati. Altre volte desiderano semplicemente una crescita serena, che sia senza eccessi, senza intemperanze, né smarrimenti. Alcuni si preoccupano della loro fede e di una seria educazione cristiana; altri la ritengono una questione di minor valore. In questa ricerca continua sul futuro dei figli, ogni papà e ogni mamma devono sempre avere un grande rispetto, una grande attenzione e una vera libertà da ogni attaccamento ai propri schemi: i figli non sono la loro copia o il loro specchio. Sono persone, persone libere e autonome.

Pensate, cari genitori, che non c'è niente di più bello di quanto Dio ha immaginato e predisposto per i vostri figli. Introdurre alla vita e alla fede significa insegnare ai bambini che la vita è un dono prezioso e una singolare vocazione. Voi avete la grande responsabilità di parlare ai vostri figli del mistero della vocazione, del fatto che Dio ha un progetto su di loro: non devono ostacolarlo, né devono temere, perché il desiderio di Dio su una persona è il suo bene più grande.

Un tempo non era infrequente che i genitori, soprattutto le mamme, chiedessero a Dio il dono di una vocazione di speciale consacrazione per i loro figli: quanti sacerdoti, quanti religiosi e religiose devono a questa preghiera la loro vocazione! Oggi, invece, capita spesso che anche le famiglie cristiane più inserite nelle comunità parrocchiali non prevedano neppure come remota la possibilità di una vocazione di questo tipo per i loro figli e qualche volta siano decisamente contrarie a tale prospettiva. Non sia così tra voi: coltivate piuttosto desideri di consacrazione al Signore, pregate per la fede e la vocazione dei vostri figli, chiedete per la vostra famiglia di progredire nella via della santità.

Tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore
La sapienza di Dio tra stupore e domande

20. Gesù è la parola viva del Vangelo e chi lo ascolta non può che restare stupito. C'è lo stupore e la meraviglia di tutti per la sua intelligenza e per le sue risposte, ma c'è anche lo stupore di Maria e di Giuseppe: "Figlio, perché ci hai fatto cos?". Gesù non biasima per la ricerca, ma la indirizza verso una nuova presenza, quella del Padre, il quale merita lode perché è Signore del cielo e della terra e nasconde le cose più belle ai dotti e ai sapienti, mentre le rivela ai piccoli (cfr Luca 10,21-22). Quando il mistero di Dio si avvicina ed entra in una casa e in una famiglia, nulla perde della sua verità e bellezza, tuttavia passa attraverso una porta stretta e impegnativa, chiede sacrificio (cfr Luca 24,26) e molta perseveranza educativa.

Trasmettere la fede significa accogliere e condividere la sapienza del Vangelo. Questa luminosa sapienza, che si nasconde e si manifesta nella gloria della Croce, spesso è vissuta come una rinnovata consolazione nella storia delle persone, altre volte continua a porre domande impegnative nella vita familiare. L'intelligenza della fede e le risposte di Gesù non sono sempre facili da capire e spesso le domande dei genitori rimangono aperte e drammatiche. A volte genitori e figli non riescono a comunicare tra loro, a comprendersi. Ci si interroga sui desideri, sulle fatiche, sui condizionamenti culturali, sulla credibilità della fede, sulla coerenza dei cristiani, sul vero volto della Chiesa.

Ogni coppia di sposi, ogni genitore vive stagioni diverse: non sono solo i figli a crescere e trasformarsi. Qualche volta le semplici e disarmanti domande dei bambini, anche molto piccoli (i classici "perché?".. .), possono diventare occasioni per riprendere alcuni interrogativi decisivi per la vita spesso lasciati in fondo al cuore. Non raramente i genitori, in diverse situazioni e condizioni di vita, si avvicinano alla comunità cristiana proprio in occasione del cammino educativo dei loro figli e domandano segni di amore e di accoglienza con possibilità concrete di un semplice ma efficace cammino di ripresa della fede e di esperienza di una vita comunitaria. Solo così la loro ricerca, a volte confusa e frammentaria, rimessa in moto dall'iniziazione cristiana dei figli, può trovare qualche risposta e portare a volte a vere e proprie conversioni. Non possiamo disattendere questo bisogno diffuso di accoglienza e di legami profondi, né essere timorosi nell'aprire con gratuità e premura le porte della famiglia parrocchiale.

Le cose del Padre
Verso un'obbedienza comune

21. Le prime e le ultime parole di Gesù nel vangelo di Luca riguardano il Padre: le prime, nel tempio di Gerusalemme, dove le cose del Padre hanno un primato assoluto su tutte le occupazioni e le relazioni della vita (cfr Luca 2,49); e le ultime, esalate dall'alto della croce mentre si squarcia il velo del tempio, con le quali Gesù consegna totalmente se stesso al Padre (cfr Luca 23,46). Questo riferimento al Padre raccoglie tutto l'orientamento della vita di Gesù, il senso della sua ascesa a Gerusalemme, lo scopo della sua missione, l'incondizionata e amorosa obbedienza alla volontà di Dio. L'intera vita di Gesù è il luogo dove dimora la parola del Padre, da cui provengono ogni rivelazione e ogni beatitudine. Tutte le cose del Padre sono state affidate al Figlio, il quale, esultando nello Spirito, ascolta e mette in pratica la Parola (cfr Luca 10,21-24). Siamo tutti chiamati a questa stessa obbedienza del Figlio.

La famiglia comunica la sua fede quando riesce ad entrare tutta intera nel mistero della volontà del Padre. In Cristo, la volontà del Padre raggiunge ciascuno di noi, ci chiede una risposta assolutamente personale, sulla quale si giocano il senso della nostra vita e il nostro destino. Questa è l'obbedienza della fede che deve precedere e superare ogni altro attaccamento. Unicamente nel "sì" libero, gioioso e coraggioso alla volontà del Padre da parte della famiglia - in tutti e in ciascuno dei suoi membri - sta il compimento della sua vocazione e missione.

La recita della preghiera del "Padre nostro" con i figli, accompagnata da qualche parola di spiegazione, può essere un modo semplice per insegnare ad avere nella vita un costante riferimento al Padre che ci ama, ci fa suoi figli, ci vuole veramente felici.

Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore
Il cammino educativo della fede

22. Il cammino per giungere alla piena obbedienza della fede è lungo: dura tutta la vita. Gesù ritorna nella sua casa di Nazaret per riprendere lentamente questo cammino, insieme a Maria e a Giuseppe. L'ascolto e la pratica della Parola richiedono disponibilità piena e continuo discernimento. Gesù ripartirà dalla sua casa per proclamare l'anno di grazia (cfr Luca 4). Radunerà lungo il suo santo viaggio verso

Gerusalemme i bambini, i peccatori, i poveri, gli smarriti di cuore, gli afflitti, gli sconsolati, i disperati. Guarirà gli ammalati di ogni condizione, andrà incontro agli uomini e alle donne che lo cercano con il cuore sincero e raccoglierà tutti i frammenti della gloria di Dio sparsa nel mondo. La sua vita quotidiana sarà il vero tempio, il luogo della rivelazione di Dio che è misericordia per tutti gli uomini. Gesù non si ritira più come Giovanni nel deserto ma rimane con noi (cfr Luca 24, 29), cammina sulle nostre strade, partecipa della nostra vita e delle nostre preoccupazioni per compiere insieme il cammino verso il Padre.

Ogni famiglia, anche quella che soffre gravi tensioni e difficoltà, nello scorrere della vita quotidiana è chiamata ad essere il tempio domestico in cui Dio viene cercato, le cose del Padre vengono custodite e costituiscono la prima occupazione. Nel linguaggio domestico della vita familiare, con gesti, esempi e parole, si comunica la misericordia di Dio; si cresce nella preghiera e nella carità, nel perdono e nella riconciliazione, nella benevolenza e nella pace.

Tutti noi siamo in cammino. Maria, anche attraverso la fatica di non comprendere interamente tutte queste cose, cresce come vera educatrice e credente, e ancora oggi ci accompagna, facendosi modello di tutta la Chiesa. Così le nostre famiglie - come quella di Gesù, Maria e Giuseppe - sono chiamate a sostenere un cammino di fede capace di sfidare le nebbie dell'incertezza, soprattutto quando non si capisce su quali sentieri siamo condotti. "Essi non compresero le sue paro e , ma sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore": c'è dunque un esercizio di fede che consiste nel fare memoria, nel tenere insieme, nel vivere presenti a noi stessi e a ciò che ci accade, in attesa che il Signore ci mostri il senso profondo di quello che viviamo.

La Chiesa, in comunione con Maria, è la madre che ci aiuta a custodire nelle nostre case e nelle nostre famiglie, lungo lo scorrere del tempo, il patrimonio della fede. La semplice preghiera dell'Ave Maria, insegnata e spiegata al ragazzi, può essere un occasione per ricordarci della presenza materna di Maria, del suo esserci accanto nella vita di ogni giorno. Anche la venerazione per qualche immagine della Madonna, esposta con rispetto e onore in casa, o qualche pellegrinaggio fatto con i figli a un santuario mariano a cui magari da generazioni la propria famiglia è legata, sono forme che rendono familiari e quotidiane la presenza e la protezione di colei che continuamente ci ripete, come a Cana: «Fate quello che vi dirà» (Giovanni 2,5).

2. LA FAMIGLIA SOGGETTO MISSIONARIO 
    NELLA COMUNICAZIONE DELLA FEDE

Famiglia e comunità a servizio del Vangelo

23. La contemplazione dell'icona di Gesù a Nazaret e al Tempio ci ha già offerto molti spunti sul ruolo della famiglia nella trasmissione della fede, un ruolo da vivere con e nella comunità cristiana.

In realtà è la Chiesa, nella totalità dei suoi membri, che riceve dal suo Signore la grazia e la responsabilità di annunciare il Vangelo, di comunicare e testimoniare la fede in lui, morto e risorto: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato»(Matteo 28,19-20). Tutti dunque siamo coinvolti, nella varietà e complementarità delle vocazioni, dei doni e ministeri che lo Spirito effonde sulla comunità cristiana: presbiteri, diaconi, persone consacrate, sposi, catechisti, operatori pastorali, bambini e anziani, giovani e adulti, uomini e donne (cfr Gioele 3,1-2). Tutti siamo chiamati a comportarci in maniera degna della nostra vocazione con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandoci a vicenda con amore e cercando di conservare sempre l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace (cfr Efesini 4,1-3).

Gli sposi e i genitori hanno un loro specifico posto e ruolo nella missione della Chiesa. Diceva Paolo VI: «La famiglia, come la Chiesa, dev'essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell'intimo di una famiglia cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell' ambiente nel quale è inserita» (Esortazione Evangelii nuntiandi, n. 71).

In questo senso scrivevo lo scorso anno che le famiglie sono «protagoniste attive e responsabili nella Chiesa e nel mondo, veri e propri" soggetti missionari". Le famiglie possono esprimersi con competenza, operare direttamente in contesti e situazioni a esse congeniali, vivere una propria responsabilità nell'annuncio del Vangelo e nella trasmissione della fede»(Famiglia ascolta la parola di Dio, n. 5).

Dobbiamo precisare, in particolare, che la famiglia cristiana è un "soggetto missionario" che possiede una sua "specificità", perché si pone al servizio della Chiesa e della società in un modo proprio e originale, ossia «secondo una modalità comunitaria: insieme, dunque, i coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli in quanto famiglia» e «mediante le stesse realtà quotidiane che riguardano e contraddistinguono la sua condizione di vita: l'amore coniugale e familiare» (Familiaris consortio, n. 50).

È comunque sempre nel legame intimo e vivo impresso dalla fede e dai sacramenti - tra Chiesa e famiglia cristiana che deve essere compreso e vissuto il compito dell'annuncio del Vangelo e della traditio fidei. Infatti, da un lato la famiglia cristiana è "radicata" nella Chiesa con il suo stesso essere ed è chiamata a "manifestare" e in qualche modo a "rendere viva" la Chiesa con il suo agire missionario; dall' altro lato la Chiesa è presente e operante nella e attraverso la famiglia cristiana. Così il cammino di fede compiuto dalla famiglia diviene un bene per l'intera comunità e, reciprocamente, i passi di santità fatti dalla comunità si pongono come sostegno e stimolo per l'itinerario spirituale della famiglia. Di conseguenza, è sempre nella logica ecclesiale della comunione-collaborazione-corresponsabilità che famiglia e comunità devono vivere lo slancio missionario della trasmissione della fede.

Passando ora dal "dono" di Dio - che costituisce la famiglia vera protagonista nel vivere la comunione e nel condividere la missione evangelizzatrice della Chiesa - alla "risposta" libera da parte della famiglia stessa, dobbiamo attentamente considerare le concrete e diverse situazioni familiari. A partire dal fatto che non tutte le famiglie hanno la possibilità di partecipare con la stessa intensità alla vita delle nostre comunità cristiane, s'impongono alcune responsabilità pastorali.

Ogni comunità deve essere sollecita ad accogliere e a favorire la partecipazione attraverso famiglie disponibili agli appuntamenti comuni, promuovendo anche la scelta di cammini comunitari, come quelli realizzati attraverso i gruppi familiari parrocchiali. Deve inoltre essere rispettosa delle diverse situazioni familiari, rimanendo aperta a forme varie e graduali di partecipazione ecclesiale. In questa linea la parrocchia già sostiene nella fede le famiglie quando contribuisce a creare un insieme di rapporti buoni e fraterni tra tutte le persone che vivono la fede sullo stesso territorio.

Tenendo presente che le famiglie, pur condividendo la stessa fede, sono molto diverse per storia, per provenienza, per formazione culturale e per sensibilità sociale, la vita ecclesiale può portare un suo prezioso contributo sia promuovendo la stima reciproca, il rispetto per le opinioni di ciascuno, l'apprezzamento e il confronto sui valori autenticamente evangelici, sia aiutando a superare le spinte egoistiche preoccupate di garantire il benessere individuale più che non il bene comune. Saper mettere le famiglie in comunicazione positiva tra loro, tessendo reti di amicizia e di solidarietà familiare, valorizzando le differenze e facendo sì che ad ognuna non manchi la possibilità di una partecipazione a misura della propria realtà, significa allargare gli spazi della comunità e le strade del Vangelo.

Il rapporto tra famiglia e comunità cristiana, nell'avventura esaltante e impegnativa del comunicare la fede oggi, ci chiede il coraggio di una maggiore sobrietà pastorale: una sobrietà come frutto di un discernimento comunitario che ci aiuti, da un lato, ad evidenziare e a lasciar cadere ciò che risulta ormai inadeguato, e dall' altro lato a riconoscere e promuovere nuove esperienze di annuncio più diretto del Vangelo e alleanze educative con le famiglie, che, riconoscendo la peculiarità dei fedeli laici, sappiano rispettare i ritmi della vita familiare e valorizzare le sue reali possibilità, a cominciare dagli orari dei nostri incontri e delle nostre proposte.

Invito pertanto i sacerdoti e i Consigli pastorali a non aver paura di verificare i calendari e le programmazioni dell'anno pastorale, anche per modificare quanto corrisponde solo a consuetudine o a una certa inerzia ma non è più adeguato alle esigenze della missione per le famiglie e con le famiglie. Una più decisa sobrietà pastorale non sarà, così, un impoverimento o una riduzione della vita delle comunità, ma piuttosto un incamminarsi in modo più incisivo sulla via dell'autentica missionarietà.

La comunicazione della fede nella famiglia

24. La prima comunicazione della fede avviene all'interno della famiglia. La provvidenziale opportunità e la preziosa disponibilità di famiglie ad assumere ministeri e compiti nella comunità, non deve farci mai dimenticare che la famiglia vive la propria missionarietà anzitutto dentro il vissuto quotidiano che fa incontrare i coniugi tra loro e i genitori con i figli. Proprio come scrive il Concilio: è nella vita coniugale e familiare di ogni giorno che «i coniugi hanno la propria vocazione, per essere l'uno all' altro e ai figli i testimoni della fede e dell' amore di Cristo» (Lumen gentium, n. 35).

Ma è possibile una "testimonianza" credibile ed efficace solo se ci sono alcune condizioni di per sé molto semplici e abituali ma che di fatto plasmano atteggiamenti e comportamenti morali e spirituali di grande importanza.

La comunicazione della fede agli stessi figli suppone una comunicazione di coppia, nella quale la "confidenza" è in grado di raccogliere in profondità i significati più veri e più belli della vita dei coniugi. Lo scambio della fede e dell' amore tra un uomo e una donna, sposati nel Signore, può raggiungere veramente il livello alto del reciproco" dono da persona a persona" , nei momenti della prova e del dolore, in quelli della consolazione e della speranza, nei tempi della perseveranza e in quelli del coraggio, nel sostegno vicendevole e nell' aiuto fedele. Molto spesso tra i coniugi la comunicazione della fede passa attraverso la preoccupazione profondamente condivisa per l'educazione dei figli. Il reciproco richiamarsi alla fede accende in loro la speranza cristiana e rafforza la convinzione che i propri figli sono anzitutto di Dio.

Una comunicazione della fede che voglia essere significativa ha bisogno di un rapporto tra genitori e figli segnato da autentica" qualità" umana e spirituale. È innanzitutto indispensabile, in maniera diversa e in base alle età, riservare tempo ed energie per una vera vicinanza ai figli. Spesso questi hanno bisogno di meno cose e di più tempo da parte dei genitori: tempo per la confidenza, l'ascolto, il dialogo, la preghiera, la gioia dell'incontro. Fin dalla prima infanzia il figlio chiede cose grandi e irrinunciabili nella vita. Durante l'adolescenza e la giovinezza altri saranno i linguaggi e le modalità di rapporto, ma non potranno mai rimanere estranei la fede e l'amore.

Passando ora ai contenuti della traditio fidei attraverso il vissuto quotidiano della famiglia dobbiamo rilevare l'importanza della preghiera e della carità fraterna.

Veramente centrale e irrinunciabile per la comunicazione della fede è la preghiera personale e comune. In ogni famiglia si insegni ai bambini fin dai primissimi anni l'atteggiamento e la bellezza della preghiera, e in ogni casa ci sia sempre qualche espressione di preghiera comune. La presenza di figli piccoli, con la loro spontaneità e immediatezza, può essere di stimolo a trovare qualche momento di preghiera quotidiana anche per gli adulti, vincendo la loro falsa vergogna, e introducendo così buone abitudini da conservare anche quando i figli diventeranno grandi. Si valorizzino forme semplici e tempi precisi, quali il mattino, la sera, il momento dei pasti, alcune occasioni particolari come il Natale e la Pasqua con le loro significative tradizioni domestiche e qualche evento straordinario della vita.

Molto spesso la qualità della preghiera dipende dalla relazione reciproca e profonda che si costruisce in una famiglia. E viceversa, molto spesso proprio la qualità delle relazioni all'interno della coppia e tra genitori e figli dipende e viene vivificata dall' esperienza della preghiera comune. Nella preghiera, infatti, si uniscono i sentimenti, si va oltre una certa superficialità, si prende distanza dalle cose che non contano, si ritrova l'unità e si gusta la pace. Nella preghiera si incontra Gesù.

Inoltre la comunicazione della fede - che non è un complesso di nobili idee e di bei discorsi, ma è vita secondo il Vangelo - avviene attraverso lo scambio costante di un amore semplice e sincero. Si tratta di un servizio continuo che si esprime nelle mille attenzioni reciproche della vita quotidiana, senza pigrizie ma con vero gusto umano e spirituale dentro il quale si vive la carità.

Per questo, in ogni casa non manchino momenti in cui traspaiono la bellezza e la gioia dello stare insieme come fratelli (cfr Salmo 132). Ci sia realmente la passione di costruire valori che aprono alla vita e al mondo, si coltivino sentimenti e atteggiamenti di concreta solidarietà verso coloro che sono in difficoltà, si sperimentino momenti di vera gratuità nello spendere le proprie energie e le proprie risorse a favore dei più bisognosi. In questi contesti quotidiani la fede è in grado di manifestare la sua splendida bellezza e la sua forza rinnovatrice.

La comunicazione della fede nella comunità

25. La comunicazione della fede nella famiglia è sempre un gesto ecclesiale: mentre costruisce al proprio interno la "chiesa domestica", diviene ricchezza di grazia per tutta la comunità cristiana.

Ora il momento più significativo e più intenso di comunicazione della fede per le famiglie e per la comunità è la celebrazione eucaristica domenicale: lì avviene - di generazione in generazione -la consegna della memoria del Signore morto e risorto (cfr 1 Corinzi 11,23ss), lì si proclama il mysterium fidei per eccellenza e così viene alimentata la fede dei cristiani. L'Eucaristia del Giorno del Signore, nella modalità della celebrazione liturgica e nella convocazione fraterna, deve diventare sempre più - con l'impegno corale di tutti -lo spazio desiderato dell'incontro con Dio e con il suo mistero d'amore, e quindi un luogo di autentica preghiera, di conoscenza e di amore reciproci, di unità di tutta la comunità cristiana, di accoglienza di nuovi fratelli e sorelle che provengono da altre comunità, di apertura al mondo e di rinnovata passione missionaria.

Dall'Eucaristia prende significato e forza la comunicazione della fede che le famiglie devono vivere al servizio della comunità cristiana nella quale sono inserite e partecipi e della quale rappresentano la categoria di persone più numerosa. Ci sono forme e momenti della traditio fidei legate alla vocazione ricevuta dal battesimo e dal matrimonio e alle concrete situazioni coniugali e familiari; ma ci sono anche forme e momenti nei quali gli sposi e i genitori sono chiamati ad agire anche a nome della comunità cristiana, assumendo ministeri e compiti precisi, dopo un' opportuna preparazione spirituale, ecclesiale e umana che la comunità stessa deve loro offrire.

Assai ampio e variegato è il campo nel quale alle famiglie è chiesto di vivere, con grande spirito missionario, il "servizio alla fede" degli altri. Essi possono dedicarsi alla preparazione dei genitori al battesimo dei bambini e all' accompagnamento successivo, alla formazione dei fidanzati al matrimonio, alla presenza e all' animazione nei gruppi familiari e di ascolto, alla collaborazione ai centri di ascolto della Caritas, alla catechesi degli adulti, al ministero dell' accoglienza verso nuove famiglie, in particolare di immigrati, alla disponibilità per la visita delle famiglie con i sacerdoti in occasione del Natale e della Pasqua. Le nuove scelte pastorali della diocesi aprono poi, ai coniugi preparati e formati alla ministerialità, possibilità ancora tutte da esplorare, come quella difar parte del direttivo di una comunità pastorale e di essere punto di riferimento per qualche comunità dove non risiede un sacerdote.

L'impegno missionario delle famiglie chiede loro la saggezza e il coraggio di fare l'esperienza di una grande apertura. In questo senso la comunicazione della fede, al di là del proprio contesto familiare, si deve allargare spontaneamente ad altre famiglie, con i genitori degli amici dei propri figli, con famiglie che non appartengono alla comunità. La famiglia sappia essere ospitale offrendo a chi entra nella casa un sorriso, una mano tesa, una parola amica, una testimonianza di vita secondo le beatitudini. La comunicazione della fede avvenga anche negli ambienti quotidiani di vita, nel lavoro, nei luoghi del divertimento e in quelli del dolore, dove padri e madri si incontrano, si interrogano, si sostengono a vicenda e si aiutano; dove i figli crescono, dove le mentalità si intersecano, dove il mondo vive le sue contraddizioni e le sue speranze.

Un'altra apertura nella comunicazione della fede deve realizzarsi nei confronti delle. famiglie nuove che entrano a far parte della comunità. Qui deve svilupparsi "il ministero dell' accoglienza", chiamato ad offrire attenzione, ascolto, familiarità, sostegno a chi si accosta per la prima volta a una comunità parrocchiale. Alcune esperienze positive vissute in diocesi dicono che si tratta di un ministero che merita di essere maggiormente valorizzato. Le parrocchie non si rinchiudano in se stesse, rispetto sia alla partecipazione che alla gestione delle responsabilità, ma si aprano veramente al nuovo. Ci sono molte persone giovani e disponibili che cercano una strada e che hanno bisogno di sincera accoglienza e di un cordiale incoraggiamento per vivere la loro fede più attivamente nella Chiesa.

Un'altra esperienza di comunicazione della fede deve raggiungere le famiglie straniere che abitano tra noi e che stanno diventando parte sempre più viva e numerosa delle nostre comunità. In questa nuova sfida di comunione spesso i ragazzi precedono gli adulti, ma tutta la comunità, proprio a partire dalle famiglie, sia pronta e desiderosa di condividere la fede con famiglie di altre provenienze e altre culture, con specifico riguardo ai ragazzi e giovani della cosiddetta seconda generazione. Ci vuole un cuore accogliente e ospitale da parte di tutti, presbiteri e laici, perché nessuno si senta solo o inconsapevolmente allontanato dalle nostre comunità.

Sarebbe poi un grande dono per tutta la nostra Chiesa se davvero dalle famiglie emergessero, con semplicità e dedizione, molti operatori pastorali in grado di andare incontro alle nuove situazioni di vita in cui si trovano diverse persone separate, divorziate, risposate e conviventi, che nella loro condizione sono in attesa di una parola di accoglienza e di conforto e cercano di vivere o inconsciamente invocano una impronta più evangelica per la loro esistenza.

3. LA FAMIGLIA INTRODUCE ALLA FEDE

Il dono del battesimo

26. Il primo grande "segno" che trasmette la fede è il sacramento del battesimo. Chiedere il battesimo per un figlio significa desiderare per lui una vita "nuova": è la vita stessa del Figlio di Dio che è effusa dallo Spirito nel nostro cuore (cfr Galati 4,4-7) e che trasfigura, portandola a pienezza di realizzazione, la vita umana ricevuta dai genitori.

Non viene, la vita nuova, dalla carne e dal sangue, ma dalla potenza d'amore di Dio: è dono totalmente libero e gratuito. Ma il dono di Dio chiede il "sì" dell'uomo, chiede di essere conosciuto, accolto e vissuto in libertà. Ed è quanto avviene attraverso quel processo di assimilazione graduale che si chiama "iniziazione cristiana»: un processo che coinvolge la Chiesa, entro cui il battezzata entra come membro, e insieme la famiglia, chiamata nel disegno di Dio a trasmettere con la vita umana anche la fede e quindi ad educare il proprio figlio come "figlio di Dio".

Scrive il nostro Sinodo: «L'iniziazione cristiana dei bambini e dei fanciulli va considerata come un itinerario educativo unitario che, a partire dal battesimo, attraversa le tappe fondamentali della recezione del sacramento della confermazione e della prima partecipazione all'Eucaristia, li porta a diventare adulti discepoli di Cristo, partecipi del cammino del popolo di Dio» (Sinodo 47°, costituzione 100, §1)

I primi responsabili dell'iniziazione cristiana sono i genitori. Se un papà e una mamma chiedono il battesimo per un figlio, esprimano la convinzione di chiedere qualcosa di bello per il proprio bambino. Anche se la loro famiglia non è perfetta, non è in grado di dare sempre una risposta convinta e coerente, o persino non esiste come famiglia vera e propria, tuttavia questi genitori intuiscono più a mena chiaramente che segnare il proprio figlio nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo è qualcosa di veramente importante per la sua vita, è un grande bene per lui. Chiedendo alla Chiesa di dare questo dono,in un certa senso vagliono farsi aiutare da qualcuno. a comprenderlo e a trasmetterlo, perché questo inizio sia fatto fruttificare. Questo "qualcuno" è la comunità cristiana, il parroco, i presbiteri, i diaconi, i catechisti e le famiglie incaricate di questa ministero.

Oggi non è più possibile, neppure per le famiglie sacramentalmente unite in matrimonio e "vicine" alla Chiesa, presupporre che la richiesta del battesimo per i figli comporti la conoscenza in profondità di questo sacramento e di che cosa significhi accompagnare la crescita del bambino battezzato in una vita di fede anzitutto con una testimonianza coerente di vita in famiglia. La comunità cristiana non può battezzare il piccolo e attendere che i genitori si rifacciano vivi all'inizio del cammino di catechesi in età scolare.

L'alternativa, però, non è il rifiuto del battesimo o un suo differimento a chissà quando: l'alternativa è invece accogliere la domanda sincera, anche se poco approfondita, dei genitori e farsi carico di un loro accompagnamento prima e dopo il battesimo. La garanzia di una crescita cristiana del bambino, necessaria perché il battesimo passa essergli conferito, dipenderà sempre più dall'efficace interazione, entro la comunità cristiana, tra genitori che chiedono il battesimo per il proprio figlio e le famiglie disposte ad affiancarsi con cordialità ad essi, favorendo così anche la loro crescita di credenti adulti.

Su questa linea la stessa figura dei padrini deve essere rivalutata. Anziché limitarsi a chiedere ai genitori di cercare tra parenti e amici chi possiede i requisiti canonici, la comunità stessa potrebbe presentare e offrire la disponibilità di persone, catechisti battesimali e coppie cristiane, che si impegnano ad affiancare i genitori nel compita della crescita cristiana dei bambini battezzati.

27. La richiesta del battesimo, nel contesto ora ricordato, è per la comunità cristiana un fatto impegnativo e lo diventerà sempre più, anche in termini di persone e di tempi. Ma che cosa c'è di più importante dell'introdurre alla fede un bambino, di farlo diventare figlio di Dio e parte viva della Chiesa?

Altre cose possono essere trascurate, ma non questa! Ne va della qualità evangelica e missionaria di una comunità! Anche perché quando un genitore desidera che un figlio diventi cristiano e chiede il dono del battesimo, si pone spesso in una nuova fase di ricerca della fede, e si accorge che il battesimo, oltre che essere un inizio della vita di grazia per il proprio bambino, è anche l'occasione di un nuovo germogliare della fede per se stesso. Dobbiamo saper interpretare e valorizzare, oggi più che mai, questa occasione dello Spirito. I presbiteri e gli operatori pastorali devono saper vivere l'incontro con i genitori, con i padrini e le madrine come un' autentica occasione di evangelizzazione, curando in modo particolare uno stile di accoglienza e di rispetto, dentro il quale manifestare una sincera disponibilità ad accompagnare le persone più lontane a una vera comprensione della grazia della fede.

La presenza tra noi di molte famiglie straniere di fede cattolica offre inoltre alle nostre comunità una provvidenziale opportunità di attenzione e di accoglienza verso i genitori stranieri che chiedono il battesimo per i loro figli. È questo un momento di grazia per una più profonda conoscenza delle persone e per una più solida integrazione reciproca: anche le nuove famiglie si sentiranno chiamate a diventare sempre più attive e missionarie.

Le nostre comunità, poi, sappiano suscitare la presenza di donne e uomini adulti disposti ad accogliere e ad accompagnare, anche come madrine e padrini, i bambini e i genitori, che spesso vivono situazioni familiari e affettive problematiche, introducendoli in questi itinerari di fede e di iniziazione cristiana. È necessario che tutta la comunità viva questa nuova realtà considerandola non come un problema ma come una risorsa nella quale si gioca il futuro della nostra convivenza civile, culturale e religiosa. A volte si tratta davvero di operare un deciso cambiamento di mentalità, frutto di una continua conversione personale e comunitaria.

In questo senso invito ad accogliere con disponibilità operosa le indicazioni che, a partire anche dai risultati della sperimentazione realizzata in Diocesi, offrirò alle parrocchie in ordine ad un rinnovamento della prassi pastorale riguardante il battesimo.

La preparazione al battesimo

28. La cura e l'accompagnamento del percorso battesimale, che riguardano innanzitutto il bambino, richiedono l'indispensabile coinvolgimento della famiglia e della comunità ecclesiale. Come ricorda infatti il nostro Sinodo: «Anche nel cammino dell'iniziazione cristiana i genitori rimangono i primi responsabili dell'educazione dei figli, con e nella comunità, coadiuvati in particolare dai presbiteri e diaconi, dai catechisti e dalle catechiste» (Sinodo 47°, costituzione 100, § 2). Si tratta di un cammino in cui l'adulto è chiamato a predisporsi ad un rinnovato ascolto della parola di Dio, alla conversione del cuore e della vita e ad una più viva appartenenza alla comunità cristiana.

Al di là dei momenti già previsti ordinariamente della catechesi e della celebrazione, molti genitori e numerose giovani coppie hanno realmente bisogno di trovare sul loro cammino altri genitori che li sappiano incontrare, ascoltare e comprendere nelle loro concrete situazioni di vita e nelle loro reali difficoltà. La preparazione al battesimo di un figlio significherà per molti di loro riscoprire la persona di Gesù, la sua bellezza, il suo fascino e la forza profetica del suo Vangelo. Per altri suonerà come un invito a rinnovare la preghiera nella propria casa, con gli altri figli. Altri genitori, infine, avranno l'occasione di incontrarsi in modo diretto per la prima volta con la Chiesa e di poterne scoprire il volto accogliente, capace di ascolto, di rispetto, di invito alla verità, di amore e misericordia.

Tutta la comunità cristiana ha bisogno di riscoprire con maggiore forza il senso comunitario del battesimo e tutto ciò che comporta l'ingresso di nuovi figli nella Chiesa (cfr Sinodo 47°, costituzioni 101-102). È questo uno dei momenti più significativi e più belli in cui le comunità cristiane possono esprimere, attraverso le famiglie, la propria capacità di accoglienza e di missionarietà. Sia, questo, solo l'inizio di un sostegno reciproco nell' aiutare i genitori ad educare i loro figli, predisponendo per il loro futuro luoghi comunitari e confronti educativi veramente preziosi.

Una particolare attenzione pastorale va riservata anche ai genitori che, pur non vivendo il matrimonio nel sacramento cristiano, chiedono il battesimo per i loro figli. La celebrazione del battesimo, che rimane punto essenziale in quanto dono gratuito di Dio, sia il momento iniziale di una conoscenza reciproca e di una discreta e amichevole frequentazione tra la comunità e le famiglie che porti a veri e propri rapporti di comunione.

L'accompagnamento dopo il battesimo

29. La riflessione sulla realtà della famiglia come prima responsabile nella comunicazione della fede è un invito alle parrocchie e alle famiglie a lavorare congiuntamente nel campo della pastorale battesimale e della crescita spirituale nella prima infanzia. La famiglia genera alla fede con una sua forza propria più di quanto non si possa immaginare. Dopo la celebrazione del battesimo è la famiglia ad offrire il contesto domestico della fede, con ricchezza di gesti semplici e abituali che fanno crescere il senso religioso e la coscienza della presenza di Dio nel cuore dei bambini.

È necessario innanzitutto che i genitori costruiscano con i loro figli occasioni di vita familiare che siano momenti autentici di educazione della fede, a cominciare dalla preghiera del mattino e della sera. Nell'organizzare il loro tempo sappiano garantire e promuovere la partecipazione ai momenti liturgici più significativi come il Natale, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste; aiutino a coltivare il desiderio della Prima Comunione e del dono dello Spirito nella cresima; propongano la lettura comune di qualche pagina della Bibbia illustrata per i più piccoli. Sono moltissime le opportunità che possono favorire l'educazione dei bambini, fin dalla prima infanzia, a riconoscere e vivere la presenza amica e rassicurante di Gesù.

Molto spesso la crescita e l'accompagnamento spirituale dei bambini durante tutto l'arco della prima infanzia sono affidati alla presenza preziosa dei nonni. In molti casi sono loro che accompagnano i bambini a scuola, che li custodiscono in attesa dei genitori impegnati nel lavoro; sono loro che formano ai fondamentali atteggiamenti religiosi e ai comportamenti cristiani. È un compito a volte faticoso e molto importante, questo che, senza togliere nulla alla responsabilità dei genitori, rappresenta un autentico intervento educativo destinato a rimanere per sempre nella memoria e nel cuore dei nipoti.

30. Per intensificare la cura pastorale dei bambini durante i primi sette anni di età, occorre essere pronti in ogni comunità a realizzare nei prossimi anni, secondo le indicazioni diocesane e con gli adattamenti suggeriti dalle diverse situazioni, itinerari rinnovati di iniziazione cristiana. In concreto, questi si svolgeranno in momenti successivi:
- innanzi tutto si dovrà assicurare 1'accoglienza e il primo accompagnamento delle coppie che chiedono il battesimo per i loro figli, secondo quanto sopra si è indicato;
- in seconda istanza bisognerà curare la celebrazione del battesimo in modo che appaiano più evidenti la sua straordinaria ricchezza di grazia e la sua dimensione comunitaria;
- occorrerà inoltre prendersi cura con particolare attenzione dell' accompagnamento spirituale
della famiglia e dei figli nei primi tre anni di vita, trovando o creando le occasioni opportune: incontri con gruppi familiari, proposte di formazione per genitori, momenti di festa nell' anniversario del battesimo;
- si proporrà infine ai genitori, e per quanto è possibile anche ai bambini, un cammino di fede successivo, dai tre ai sei anni, cercando di valorizzare il legame con il periodo e il contesto della scuola dell' infanzia.

Sono semplici indicazioni che andranno attuate con tutta la gradualità, ma anche con tutta la determinazione necessarie. Non mi stancherò di ripetere che oggi, sia in città che nei paesi a più forte tradizione religiosa, non si può dare per scontato che la famiglia provveda alla trasmissione della fede e al cammino di ingresso nella vita cristiana dei bambini negli anni dopo il battesimo. La comunità cristiana, tuttavia, non può sostituirsi alle famiglie e ai genitori; deve piuttosto accompagnarli e coinvolgerli. A partire da queste indicazioni, che dovranno essere oggetto di particolare riflessione nell' ambito dei consigli pastorali e dei direttivi delle comunità pastorali, sarà necessario operare scelte concrete, in grado di orientare e far crescere opportunamente tutte le esperienze in atto.

Tra queste è necessario dare particolare valore alle scuole dell' infanzia promosse da parrocchie, istituti religiosi, associazioni, fondazioni, cooperative legate al mondo ecclesiale. La loro numerosa e capillare diffusione e il loro radicamento sul territorio della nostra diocesi testimonia un' attenzione privilegiata offerta da tempo ai bambini e alle loro famiglie. Oggi, senza che sia compromessa la loro specificità ed autonomia educativa, possono essere valorizzate come luogo prezioso per coinvolgere la fascia dei genitori giovani, a partire da coloro che sono più lontani dalle nostre comunità e che spesso sperimentano solitudine e difficoltà nei confronti del compito educativo.

In questo anno pastorale occorrerà innanzi tutto dedicare attenzione, assicurare tempo e predisporre strumenti perché cresca sempre più la coscienza dell'importanza pastorale del tempo del battesimo prima, durante e dopo la sua celebrazione. Non si tratta di prospettive completamente nuove nelle nostre comunità, tuttavia meritano di essere maggiormente valorizzate per accrescere la vicinanza con i genitori e per sviluppare un rapporto significativo con i catechisti e con i più diversi accompagnatori pastorali. La sperimentazione attuata in questi anni in diverse comunità assicura che si tratta di indicazioni attuabili e ricche di molte possibilità.

In modo particolare bisognerà prendersi cura della formazione delle persone, consacrate e laiche, e delle famiglie che lodevolmente operano nella pastorale battesimale o che sono disponibili a impegnarsi a partire da quest'anno. Anche a distanza di anni ripropongo come tuttora attuale e significativo il riferimento al Catechismo della Conferenza Episcopale Italiana per i bambini, dal titolo ((Lasciate che i bambini vengano a me" .

Una strada semplice ed efficace per avviare un'autentica pastorale battesimale può essere quella di costituire - o rafforzare dove fossero già esistenti piccole équipes di pastorale battesimale, che si facciano carico del lavoro concreto nelle parrocchie e nelle famiglie secondo progetti condivisi con il consiglio pastorale, sotto la guida dei presbiteri. Le situazioni concrete suggeriranno se si dovrà trattare di équipes parrocchiali, di comunità o di unità pastorali o ancora di decanato.

L'introduzione alla fede degli adulti

31. Se è vero che la responsabilità della famiglia nei confronti della trasmissione della fede è rivolta ancora principalmente ai bambini, non si devono però dimenticare gli adulti, in numero sempre maggiore distanti dalla vita di fede. Oggi siamo chiamati anzitutto a mostrare la novità e la specificità del cristianesimo nei suoi elementi essenziali, da trasmettere con la testimonianza della vita e con un linguaggio semplice e accessibile a tutti. Le relazioni familiari, i rapporti professionali e le diverse circostanze offerte dalla vita sociale sono i luoghi più adatti per questo primo, quotidiano, ((ordinario" e per questo indispensabile annuncio del Vangelo, un annuncio tanto più prezioso ed efficace quanto più offerto con gioia e attento alle domande urgenti e profonde che assillano, oggi, il cuore di ogni persona.

Anche le nostre comunità, a partire dalle famiglie, devono ricercare e promuovere forme nuove di vita cristiana credibile e di appartenenza convinta alla Chiesa da parte degli adulti. Non si dimentichi che l'arco centrale della vita delle persone, dai trenta ai cinquant' anni, è quello solitamente contrassegnato dalle scelte più decisive per sé e per gli altri, in ambito familiare, professionale, sociale. Si pensi in particolare alla singolare densità della vicenda familiare, in questi anni. È anche una stagione in cui la stessa pratica religiosa è particolarmente minacciata dai ritmi frenetici imposti dagli attuali standard di vita, e in cui d' altra parte si avrebbe bisogno di maggior sostegno, realizzato in forme opportune, così che il tempo del massimo impegno non diventi quello della maggior distanza da una logica di fede e di carità cristiane.

La questione del diventare, del rimanere o del ridiventare cristiani si annuncia come sempre più cruciale in ordine a questa fascia di età. L'esigenza di accompagnamento in forme idonee della fede dell' adulto, come pure la necessità di rispondere alla crescente richiesta del battesimo in questa età della vita, impone all'intera nostra comunità cristiana un supplemento di riflessione, di impegno, di esercizio di creatività, sapendo che si tratta di identificare vie meno strutturate e più personalizzate rispetto ai percorsi dell'iniziazione cristiana dei fanciulli.

La trasmissione della fede e la responsabilità educativa

32. Strettamente connesso e in molti modi intrecciato alla testimonianza della vita di fede in famiglia è l'aspetto della responsabilità educativa: qui la trasmissione della fede genera e promuove la cura per la crescita armoniosa di tutta la persona.

Per una famiglia credente l'educazione di un figlio non può mai prescindere dalla proposta della fede. Al tempo stesso la trasmissione della fede non è mai astratta e separata, ma si inserisce profondamente nel contesto sociale e culturale della vita di ogni giorno, illumina il modo di intendere l'esistenza e plasma le scelte concrete quotidiane. Per consegnare il Vangelo alle nuove generazioni e far sì che fecondi la loro esperienza umana e la storia di cui sono già protagonisti, diventa essenziale reinterpretarlo alla luce della vita di oggi e saperlo proporre intercettando categorie significative e linguaggi congeniali all'uomo contemporaneo. Per la comunità cristiana la responsabilità educativa e l'elaborazione culturale sono strettamente intrecciate.

In questo senso si rivela particolarmente interessante l'intervento del Papa Benedetto XVI al Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona: «Perché l'esperienza della fede e dell' amore cristiano sia accolta e vissuta e si trasmetta da una generazione all' altra, una questione fondamentale e decisiva è quella dell' educazione della persona. Occorre preoccuparsi della formazione della sua intelligenza, senza trascurare quella della sua libertà e capacità di amare. E per questo è necessario il ricorso anche all' aiuto della Grazia. Solo in questo modo si potrà contrastare efficacemente quel rischio per le sorti della famiglia umana che è costituito dallo squilibrio tra la crescita tanto rapida del nostro potere tecnico e la crescita ben più faticosa delle nostre risorse morali».

I genitori avvertono come questo compito sia quanto mai impegnativo: a loro vengono chiesti molto tempo e continue energie perché il piccolo seme buono della fede non venga soffocato dalle spine e dai sassi che ancora oggi sono "le tribolazioni, le preoccupazioni del mondo e l'inganno delle ricchezze" (cfr Marco 4,3-20).

Protagonisti di questa avventura educativa sono dunque anzitutto i genitori ma certo non possono essere lasciati soli.' La comunità cristiana avverte tutto il fascino e l'urgenza di stare accanto ai genitori in questa sfida, e vuole offrire con sempre maggiore disponibilità e competenza la sua collaborazione con proposte educative per ragazzi e giovani, a cominciare dalla grande opportunità offerta dall' oratorio, da associazioni, gruppi e movimenti di appartenenza e di ispirazione cristiana.

Questa collaborazione deve allargarsi anche a tutti i mondi vitali dei ragazzi e dei giovani, la scuola, il lavoro, lo sport, il volontariato, la comunicazione sociale nei suoi molteplici aspetti, e tutte le realtà che incontrano il desiderio di svago e divertimento giovanile. Non accada che, per ingenua fiducia o per mancanza di tempo, i genitori deleghino totalmente a queste istituzioni e agenzie il grande compito educativo. È invece auspicabile che nascano vere e proprie "alleanza educative" tra le famiglie e le realtà vitali dei giovani, così che la formazione della loro personalità sia autentica e armoniosa. Troppo spesso può accadere che la paziente fatica dei genitori sia resa vana da messaggi e da stili che i figli accolgono in ambienti fuori dalla famiglia o veicolati dai mezzi di comunicazione sociale utilizzati in modo indiscriminato.

In modo tutto particolare i genitori hanno il diritto e il dovere di partecipare alla vita della scuola. Questo ambiente così importante per i ragazzi vede già la presenza di associazioni di genitori che offrono un prezioso contributo alla vita dell'istituzione scolastica. Queste forme di partecipazione sono ancor più da incoraggiare e sostenere perché i genitori, in comunione con gli insegnanti, possano conoscere, condividere e favorire l'intera proposta formativa. Anche l'Insegnamento della Religione cattolica è occasione provvidenziale per una educazione armoniosa e completa dei giovani, e come tale va promossa e sostenuta dalle famiglie e dalla comunità cristiana.