PICCOLI GRANDI LIBRI  DIONIGI CARD. TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano
L'AMORE DI DIO
È IN MEZZO A NOI

La missione della famiglia a servizio del Vangelo

FAMIGLIA DIVENTA ANIMA DEL MONDO
Anno pastorale 2008-2009
CENTRO AMBROSIANO 

Introduzione  Capitolo Primo Capitolo Secondo Capitolo Terzo Capitolo Quarto Capitolo Quinto
 

LA FAMIGLIA, IL DONO DELLA VITA E IL BENE DELLA SALUTE
La vita: un grande dono di Dio
Non c'è vita senza vocazione
Nella comunità e nella famiglia, tutti custodi e servitori della vita
La cura della salute e la prova della sofferenza

Capitolo Secondo

LA FAMIGLIA, IL DONO DELLA VITA E IL BENE DELLA SALUTE

La vita: un grande dono di Dio

12. La vita nasce nella famiglia e la famiglia dice a tutti che la vita, in tutte le sue stagioni, è un grande dono di Dio. Questo dono non è solo per la famiglia stessa o per la comunità cristiana, è per il mondo e per il bene di tutti. Ogni famiglia è chiamata a custodire e a promuovere questo inestimabile valore personale e sociale.
La parola di Dio accolta nella fede illumina e dà pienezza di senso ad ogni evento significativo della vita della famiglia. L'attesa di un figlio, la commozione di fronte a una nuova nascita, la celebrazione del battesimo, la prima comunione, la cresima, un compleanno, la gioia di un fidanzamento, la festa di un matrimonio, l'assunzione cosciente e matura dell' età anziana, e perfino l'evento triste e fiducioso della morte assumono il loro più profondo significato nel mistero di Cristo, "Vangelo della vita", rivelazione e promessa, certezza e speranza per tutto il mondo e per ogni cuore.
È Gesù, il "Verbo della vita" che si è fatto carne, a far risplendere nel mondo in tutto il loro fascino la
bellezza e il senso pieno della vita dell'uomo. Egli infatti ha condiviso con noi l'esistenza umana, come ci ricorda il Concilio: «ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato. (...) Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme, ma ci ha anche aperta la strada; mentre noi la percorriamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato» (Gaudium et spes, n. 22).
La famiglia deve sentirsi chiamata da Cristo Signore ad accogliere con riconoscenza il dono della vita, a custodirlo con amore, a sostenerlo dove incontra difficoltà, a farlo crescere, a indicarne il senso e il compimento: tutto questo per la gioia di ogni figlio che viene sulla terra, per il bene di tutta l'umanità e per il futuro del mondo.
In questo contesto possiamo immediatamente comprendere la necessità che la famiglia e la comunità cristiana, insieme, sappiano davvero riservare uno sguardo e un impegno rinnovati nel vivere la pastorale battesimale
proposta dalla nostra Chiesa diocesana.

Non c'è vita senza vocazione

13. Tra i compiti fondamentali che a voi, famiglie, vengono affidati sta quello di aiutare un figlio che cresce a prendere sempre più consapevolezza che "la vita è bella" perché è "una vocazione". "Il Signore da sempre ti pensa e ti desidera e vuole, il Signore ti chiama, il Signore ti aspetta e ha bisogno di te, il Signore ti manda": con queste parole, meglio con questi sentimenti un papà e una mamma cristiani dovrebbero guardare il loro figlio.
Il prezioso dono della vita, infatti, è da ricondurre a Dio: la vita non è il risultato del caso o del calcolo o della necessità o del "destino", ma il frutto della provvidenza amorosa e paterna di Dio. Non desco a dimenticare le parole che Dio rivolge a me a ciascuno di noi - attraverso la voce del profeta: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo... Non temere, perchè io sono con te» (Isaia 43,4-5).
Questo messaggio sulla vita come vocazione le famiglie cristiane lo devono accogliere e vivere nel cuore e proclamare al mondo. E il centro di questo messaggio è che la libertà del figlio è una libertà che conosce il suo splendido compimento nel rispondere a Dio, nel dire il proprio "sì" al grande "sì" di Dio che dona la vita. Per questo le comunità cristiane devono saper riproporre alle famiglie il compito grandissimo di pregare il Signore con assiduità per !'itinerario vocazionale dei propri i figli e di disporsi ad aiutarli a discernere la loro vocazione.

Infatti, come ai suoi inizi, così in tutte le altre fasi dell' esistenza di un figlio, la famiglia è la prima e più fedele testimone del fatto che la vita, in quanto desiderata, amata, generata, custodita, ci è affidata perché la rendiamo un dono di noi stessi agli altri, un segno della vicinanza di Dio al mondo, un aiuto e un sostegno per coloro che il Signore ci fa incontrare. Sappiamo così nella fede che anche la vita degli altri è un dono per noi, un dono da accogliere con rispetto e gratitudine. Così ci ha insegnato il Concilio: a immagine di Dio, che è amore che liberamente e gratuitamente si dona, «l'uomo in terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa e che non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et spes, n. 24).
In un contesto culturale in cui tutto è frammentato e parziale e tutto diviene ricerca della soddisfazione immediata dei propri piccoli desideri, non è facile comprendere la nozione stessa di "vocazione". Si preferisce piuttosto pensare la vita come un susseguirsi di progetti a breve, di relazioni capaci di suscitare emozioni intense, di traguardi intermedi e convenienti. Spesso mancano il coraggio e la forza di rispondere a ciò che il Signore chiede, impegnando la propria vita in un progetto che guarda in avanti, facendo fruttare i doni e i talenti ricevuti per il bene di tutti.
È proprio la frammentarietà tipica del vivere contemporaneo a rendere estremamente debole l'idea della vita come vocazione. Di qui l'urgente compito della famiglia: è nella famiglia che si deve riscoprire questa straordinaria prospettiva ed è a partire dalla famiglia che questo modo di intendere la vita deve ritornare a illuminare e a riscaldare il mondo.
Così la vita di ogni persona diventa veramente un dono di Dio per il bene degli altri; ma anche la vita dell'altro diventa per me un dono e una responsabilità. Ciascuno di noi diventa il "custode" della vita del proprio fratello (cfr Genesi 4,9). Questo cammino educativo è meraviglioso e carico di consolazione, ma è lungo e difficile: bisogna iniziarlo nella famiglia, fin da quando i figli sono piccoli, mediante parole, esempi ed esperienze che invitano al vero e al bene, nella preghiera e nella carità. Così si genera e si rigenera continuamente la qualità umana della vita. Così ci si immette nel cammino della santità: dopo aver donato la vita, i genitori introducono i figli alla ricerca della volontà di Dio su di loro e quindi del posto ad essi assegnato nella storia, nella Chiesa e nella società.

14. Nello spirito di una nuova attenzione che la Diocesi riserva alla pastorale battesimale, vorrei che nelle famiglie e nelle comunità cristiane, non appena giunge la notizia di una nuova vita in arrivo, non si ragioni con le misure strette del mondo, ma si pensi e si gioisca con i sentimenti che Maria nutriva in attesa di Gesù, in particolare con i sentimenti vissuti durante la visitazione, quando cioè lo Spirito la riempì di gioia e la Parola trovò in lei il suo compimento (cfr Luca 1,39-56). Maria, icona di tutta la Chiesa che porta in sé il mistero del Figlio di Dio fatto uomo, desidera che questo bambino prenda sempre più corpo e più vita nel mondo. L'attesa allora diviene compimento di una promessa, motivo di gioia, di speranza, di lode, di aperta contemplazione della grandezza mirabile dell' opera di Dio: «Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo» (Salmo 139,13-14).
Questo stile di attesa non è solo per la famiglia o per la Chiesa: è per tutto il mondo. Esso rivoluziona anche la stessa vita sociale, innalzando i piccoli e gli umili, rovesciando i criteri convenzionali e i luoghi comuni, prendendo in seria considerazione i poveri e mettendo i ricchi di fronte alle loro precise responsabilità. Maria non trattiene per sé il dono della vita, ma prontamente si dispone a condividerlo: è infatti immagine splendida della Chiesa che custodisce in sé il mistero della vita, ma per il bene e la salvezza del mondo.
«Per questo diciamo grazie a tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita. Grazie ai genitori responsabili e altruisti, capaci di un amore non possessivo; ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, agli educa tori e agli insegnanti, ai tanti adulti - non ultimi i nonni - che collaborano con i genitori nella crescita dei figli; ai responsabili delle istituzioni che comprendono la fondamentale missione dei genitori e, anziché abbandonarli a se stessi o addirittura mortificarli, li aiutano e li incoraggiano; a chi - ginecologo, ostetrica, infermiere - profonde il suo impegno per far nascere bambini; ai volontari che si prodigano per rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo dell' aborto, contribuendo così alla nascita di bambini che forse, altrimenti, non vedrebbero la luce; alle famiglie che riescono a tenere con sé in casa gli anziani, alle persone di ogni nazionalità che li assistono con un supplemento di generosità e dedizione» (CEI, Messaggio per la Giornata per la vita, 3 febbraio 2008).
La vita, la famiglia e la tensione coraggiosa alla santità sono strettamente connesse. Considero un dono grande per me e per il nostro comune cammino spirituale e pastorale 1'aver inaugurato, il 1° novembre dello scorso anno a Mesero - che assieme alle parrocchie di Magenta e Pontenuovo custodisce le memorie di santa Gianna Beretta Molla -, il Santuario diocesano della Famiglia, a lei dedicato: una donna del nostro tempo, che nel corso della sua esistenza ha saputo amare la vita in molti modi, donando tutta se stessa come sposa, mamma e medico. Mi auguro che questo Santuario diventi per molti occasione preziosa per lodare il Signore della vita, per invocarlo e per crescere nel prenderci cura della vita in tutte le sue circostanze. In modo tutto particolare, santa Gianna ci aiuti a far sì che nessuna mamma, nessuna famiglia, tentata di abortire o di non accettare fino in fondo il dono della vita, sia lasciata sola, in quella drammatica solitudine dove anche'il silenzio delle persone più vicine e della stessa comunità cristiana possono indurre a scelte irreparabili. Quante volte vi sarebbe stato un ben diverso esito, in presenza di un sostegno affettivo, psicologico, sociale, economico o sanitario adeguato?

Nella comunità e nella famiglia, tutti custodi e servitori della vita

15. L'accoglienza del dono di una nascita si esprime in modo esemplare nel servizio alla vita cui tutti siamo chiamati. Il credente tiene desto nel mondo, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, questo altissimo compito, perché è consapevole che «la civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di servire la vita» (CEI, Messaggio citato). Tutti noi dobbiamo sentirci impegnati - come singole persone, come famiglie, come comunità cristiane e come cittadini del mondo a lasciarci di continuo educare e sollecitare ad amare, nel segno della massima concretezza, la vita in tutte le sue stagioni e in ogni sua situazione. È innanzitutto in questo preciso senso che la famiglia "è" e "deve diventare" sempre più "anima del mondo".
Questa missione, tuttavia, non può essere apprezzata soltanto entro la ristretta cerchia della famiglia e dei suoi rapporti. Richiede anche un impegno attivo e concreto da parte dell'intera comunità cristiana nelle sue diverse articolazioni ed espressioni.
Occorrerà pure contribuire, in modo sereno ma senza equivoci e compromessi, a far crescere nella cultura di oggi, non sempre incline quando non totalmente chiusa ad apprezzarne il dono, il senso autentico della vita come il dono umano più prezioso. La cultura nel suo complesso non può perdere la sua "anima", il suo "respiro" propriamente umano. E quest'anima e questo respiro sono dati dalla "cultura della vita".
Ma come assicurare una simile anima? Aiutando le persone a vincere paure e timori e ad assumersi la responsabilità dell' accoglienza e della cura della vita. E ancora, favorendo un dialogo con le istituzioni civili, che non possono far mancare il loro sostegno nel creare le migliori condizioni perché la vita sia accolta, accompagnata e protetta in ogni fase e condizione del suo sviluppo, soprattutto quando ha più bisogno degli altri. Lo esige assolutamente il bene comune di tutti e di ciascuno -, in un suo fondamentale e irrinunciabile valore!

Ma non si tratta semplicemente di avanzare delle rivendicazioni - non solo legittime, ma anche doverose -, quanto di porre in primo luogo noi stessi al servizio della vita nella comunità cristiana e nel mondo, apprendendo di continuo l'arte dell'incontro e della collaborazione con ogni istituzione e persona. Dobbiamo divenire "esperti di condivisione", essere cioè generosamente pronti a compiere un tratto di cammino con chiunque sia disposto, servendo la vita, ad offrire un di più di speranza a questa nostra società, nella consapevolezza che il bambino di oggi è l'adulto di domani.
La vita va amata, custodita e servita lungo l'intero arco della sua esistenza, dal concepimento al suo termine naturale. Custodire la vita dell'uomo è accoglierla "ai suoi esordi" e "verso il suo epilogo", come pure è "non metterla a repentaglio sul posto di lavoro e sulla strada e amarla anche quando è scomoda e dolorosa" (CEI, Messaggio citato). La vita, infatti, non è minacciata soltanto dall'aborto e dall'eutanasia, anche se queste sono questioni della massima rilevanza in quanto connesse con i momenti più decisivi e caratteristici della vicenda umana, sia personale che sociale. La vita è un bene di cui prendersi cura in ogni suo momento, nel periodo dell'infanzia e della fanciullezza, in quello dell' adolescenza, nella giovinezza, nell'età adulta e anziana.
La vita è minacciata, in realtà e non meno, anche da altro: dalla ignoranza, dalla miseria, dalla droga, dalla prostituzione, dalla mancanza di risorse disponibili per la propria famiglia; da situazioni lavorative che non mettono l'uomo al centro ma ne fanno un mero strumento per il profitto, da un' economia posta a servizio di interessi particolaristici; da ogni genere di violenza, morale o fisica; da ogni specie di attacco alla vera pace.
Il Concilio Vaticano II ci chiede di allargare il nostro sguardo e il nostro impegno là dove scrive: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l'intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, ancor più inquinano coloro che così si comportano, che non quelli che le subiscono; e ledono grandemente l'onore del Creatore» (Gaudium
et spes, n. 27).

In questo slancio al servizio alla vita in tutte le sue fasi e condizioni, la famiglia occupa un posto di primo piano. Anzi, sembra che questa sua missione debba essere, di giorno in giorno e sempre più, riconosciuta, estesa ed approfondita. Pensiamo a quando nasce un bambino: dopo la trepidazione e l'attesa c'è gioia e novità; ma la venuta alla luce di una nuova creatura va non soltanto stimata e rispettata, ma anche sostenuta e, per una famiglia credente, compresa alla luce della fede, in quanto vero e proprio atto di ringraziamento e di affidamento a Dio.
Questa missione, che tocca così da vicino il vissuto delle nostre famiglie, deve allora suscitare affetto, stima, stupore, ma richiede anche forte capacità di sacrificio e di dono di sé. Soltanto una mamma e un papà potrebbero raccontarci cosa ha rappresentato per loro - specie in certe situazioni - l'accoglienza di un figlio. E allo stesso modo dobbiamo essere riconoscenti agli altri familiari che volentieri prestano il loro aiuto, magari facendo dono del loro tempo perché la vita del bambino sia custodita e possa crescere bene, circondata da tenerezza e affetto. Per questo, sentiamo di dover rivolgere un pensiero particolarmente grato e affettuoso ai nonni, che della vita sono, dopo i genitori, i primi" custodi".

Dobbiamo ora ringraziare e incoraggiare tutte le persone che - come famiglie ma anche come parrocchie, associazioni, movimenti, consultori familiari, unioni professionali ed in ogni altra forma - sono impegnate a rendere testimonianza al valore incomparabile della vita, sia attivando iniziative di accoglienza, di sostegno e promozione della vita, in particolare di quella nascente e in situazioni di "fragilità", sia rendendosi in modo credibile ed efficace testimoni e annunciatori di un'autentica cultura della vita.
Soprattutto alle nuove generazioni questa autentica cultura della vita va comunicata e fatta sperimentare. Educare esprime senza dubbio una modalità alta di servizio alla vita. Per questo sento di dover affidare agli organismi sopra ricordati !'impegno a dare progressiva attuazione alle indicazioni offerte lo scorso anno, perché questa autentica cultura della vita sia il cuore di quella traditio amoris che compete in primis alla famiglia e che può trovare giuste ed efficaci collaborazioni con altri organismi (cfr Famiglia comunica la tua fede, nn. 34-38).

Un singolare apprezzamento vogliamo esprimere a tutte le famiglie e alle istituzioni ecclesiali che accompagnano le coppie, a cominciare da quelle giovani e immigrate, nelle loro aspettative e nelle loro necessità. Alcune volte le loro sono necessità psicologiche e relazionali, ma non poche volte manifestano anche il desiderio di un percorso di spiritualità coniugale; altre volte si tratta di offrire un aiuto concreto a favore di quelle famiglie che si trovano in condizioni di disagio e precarietà, o mancano delle risorse economiche sufficienti, o ancora sono ricattate dalla minaccia di perdere il posto di lavoro in caso di nuova maternità. In quest'ultimo caso, non manchino mai la solidarietà e l'apporto responsabile da parte delle istituzioni ecclesiali e civili e da parte degli stessi datori di lavoro, perché la legalità, premessa indispensabile di una vita sociale libera e democratica, sia ovunque rispettata.

La cura della salute e la prova della sofferenza

16. La famiglia ama e serve la vita anche nel promuovere la cura della salute e nel sostenere la prova della sofferenza.
Considerando l'importanza della salute nella vita concreta di una famiglia, penso immediatamente alle innumerevoli situazioni di malattia e di sofferenza che incontro tra la gente. Quanta gente chiede, con fede, una preghiera per le persone care che sono malate! Mi viene così alla memoria una situazione di vita familiare che Marco ci racconta nel suo vangelo: «E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli» (Marco 1 ,29- 31).
Dalla sinagoga si passa alla casa, dal luogo del culto alla famiglia, luogo vivo e intenso di affetti in cui ci si preoccupa della salute e si affrontano le malattie, le diverse forme di fragilità, il peso della sofferenza. Ogni casa può essere illuminata da una Presenza, quella di Gesù che, insieme ai suoi discepoli, si affretta verso questa casa dove c'è una donna che sta male, e - scrive l'evangelista - «subito gli parlarono di lei».
Il bene della salute è prezioso e la sofferenza coinvolge subito, immediatamente, tutti coloro che vivono accanto al malato. A volte questo parlare è spontaneo, quasi un bisogno irresistibile del cuore; altre volte già l'affrontare la "questione malattia"
costituisce una difficoltà, comporta una fatica, suscita un non lieve imbarazzo. È quanto normalmente a
vviene nelle nostre famiglie.
Il parlare a Gesù della malattia da parte dei discepoli ha già il sapore di un affidamento, di una preghiera: ci si dispone a vivere insieme, come famiglia, e davanti a Dio la prova della malattia e la speranza della salute. Solo nella fede è possibile scorgere fino in fondo l'intervento guaritore di Gesù, che risolleva la donna ammalata, restituendole non soltanto la salute, ma anche la fiducia in se stessa e una nuova speranza: la mette in grado di riprendere la vita di ogni giorno e di ritrovare un nuovo slancio di carità (cfr Luca 4,39).

Lo dobbiamo ringraziare, il Signore, per il bene della salute, proprio perché sappiamo che la vita umana, anche se è un grande dono di Dio, è pur sempre minacciata dalla fragilità e dalla sofferenza, nelle loro più diverse forme.
Quando è raggiunta dalla fragilità e dalla sofferenza, la famiglia in forza della sua soggettività sociale ha il diritto e il dovere, certo di portare il proprio necessario contributo, ma insieme anche di esigere dalla società delle autentiche politiche della salute, che pongano al primo posto il benessere della persona nel suo contesto familiare, non dunque politiche prigioniere di una prospettiva individualistica e con la preoccupazione prima del profitto.
Ancora più radicale poi è l'esigenza da parte della famiglia che le responsabilità gestionali e professionali siano vissute con competenza, onestà e seria coscienza morale, e dunque nel rispetto pieno della dignità personale del malato e del sofferente, una dignità che proprio in questa situazione si fa più splendida ed esigente. Dove il lavoro, come quello in ambito sanitario, chiede più fortemente i tratti del servizio nella carità, i cristiani, a qualsiasi livello si trovino ad operare per la salute delle persone, siano sempre testimoni esemplari di gratuità e dedizione. E questo "secondo la misura del cuore di Cristo": è il cuore del "buon samaritano" che vede, ha compassione, si fa vicino, fascia le ferite, porta alla locanda e si prende cura (cfr Luca 10,33-34).
L'esperienza ci insegna che la famiglia quando incontra la realtà dolorosa della malattia viene messa duramente alla prova. È costretta a cambiare ritmi di vita e ad assumere nuove e gravi responsabilità. Muta la qualità delle relazioni, al suo interno anzitutto, e verso l'esterno.
Penso in particolare ai molti modi con cui la sofferenza bussa alla porta di una famiglia e insieme dell'intera società. Anzitutto, la sofferenza di tanti anziani, spesso vissuta con grande dignità e con preoccupazione per non essere di peso agli altri; la malattia inattesa e grave, che in breve o brevissimo tempo rapisce alla vita e agli affetti un familiare, spesso giovane; la sofferenza di natura psichica, tutt' altro che rara nei nostri contesti che sottopongono le persone a stress, ad un vissuto che logora e non concede tregua; la sofferenza del diversamente abile e del lungodegente; quella dei piccoli, dei bambini, che in massimo grado ci interpellano sul "perché" e sul "senso" del dolore innocente. Ma penso anche alla sofferenza di tante
famiglie migranti che faticano ad inserirsi entro il nostro tessuto sociale e culturale; e alla sofferenza che è variamente causata dall'ingiustizia altrui, o che ci viene riversata nelle nostre case dagli schermi televisivi e dai mezzi della comunicazione sociale mostrando frammenti di un soffrire mondiale di proporzioni insostenibili.
Mi chiedo: come la famiglia può affrontare, può disporsi nei confronti di questa quotidiana realtà, tanto dolorosa e inquietante quanto in molti modi assai vicina a tutti noi? Occorre un' attenzione estrema per evitare ogni approccio semplicistico e incauto nei riguardi della sofferenza. Per nessuna ragione ci è concesso di attenuarne, anche soltanto a parole, la drammatica incidenza nella vita delle persone e delle famiglie. Neppure Gesù lo ha fatto!
Egli stesso, però, proprio assumendola su di sé, più che rendercene ragione in astratto, ci ha mostrato che è possibile affrontarla e superarla: mai da soli, ma con Lui. «Il Cristo - ha scritto Paolo VI - non ha soppresso la sofferenza; non ha neppure voluto svelarne interamente il mistero: l'ha presa su di Lui e questo è abbastanza perché noi ne comprendiamo tutto il valore» (Messaggio del Concilio ai poveri, agli ammalati, a tutti coloro che soffrono).
Mai da soli, dunque, ma con il Signore Gesù; e - aggiungiamo - con quanti, facendosi suoi strumenti di amore e di "compassione", si prestano a mettersi con disponibilità e continuità a servizio di chi soffre. È affidandoci a Cristo che possiamo trovare luce anche là dove tutto sembra parlare il linguaggio duro e oscuro della sofferenza e della morte.

17. Di fronte al dolore il cristiano ha risorse nuove e più grandi che gli derivano dalla fede per interpretare e soccorrere la sofferenza umana, sia nell'ambito puramente professionale e sociale, che in quello familiare ed ecclesiale. In questa articolata presenza, le persone in famiglia e in ogni professione sanitaria e assistenziale manifestano in maniera singolare di essere "anima del mondo". Ma le famiglie e le istituzioni non vanno lasciate sole: ciascuno è chiamato a compiere bene il proprio lavoro, con attenzione, onestà, rispetto e generosità, sia nelle strutture sanitarie come negli spazi raccolti delle pareti domestiche, tra vicini di casa, parenti, amici, affinché nessuno si senta abbandonato e imprigionato nella solitudine.
La sofferenza non è soltanto propria, è sempre anche prossima, da qualsiasi parte venga, come rileva papa Benedetto XVI appellando all'autentica consolazione: «Accettare 1'altro che soffre significa assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche la mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c'è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell' amore. La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine»
(Spe salvi, n. 38).
Vorrei insistere nel porre in luce l'esempio che ci viene e la gratitudine che dobbiamo nutrire per il contributo di quanti - singolarmente, come famiglie, e nelle più diverse forme associate -, mettono a disposizione tempo, risorse e soprattutto amore per prendersi cura degli ammalati. Sappiamo anche che in prima fila nella cura della sofferenza vi sono medici, infermieri ed altri operatori sanitari, che - credenti e non credenti - meritano stima, apprezzamento e riconoscenza per la professionalità, la dedizione, l'impegno con cui affrontano situazioni molto delicate. Tuttavia la famiglia rimane sempre il luogo primario in cui la sofferenza viene ospitata e accompagnata con amore . delicato e forte.
Le comunità cristiane,
chiamate a condividere la missione di Gesù di «annunciare il regno di Dio e guarire gli infermi» (Luca 9,2), ricevono la grazia e hanno la responsabilità di essere concretamente vicine alle famiglie che vivono la dura prova della sofferenza. È necessario allora che in ogni comunità vengano formate persone perché in forza del sacerdozio comune dei fedeli siano disponibili e capaci di "prossimità" con queste famiglie e portino loro la speranza e l'amore che nascono dalla fede in Gesù crocifisso e risorto.
Non c'è dubbio che un aspetto prioritario di questo impegno di "prossimità" alle famiglie sia quello culturale e formativo. Occorre promuovere cammini educativi, specie con i giovani, non solo per contrastare la cultura che presenta la normalità della vita sempre contraddistinta dai tratti della salute e del benessere fisico e psichico, ma anche per offrire una visione cristiana e
completa della vita umana.
Non manchi mai, per i malati e i sofferenti che lo desiderano, il grande dono della Comunione eucaristica, specie nel Giorno del Signore. E a tale riguardo, come già richiamato in altre occasioni, chiedo di fare in modo che in ogni parrocchia o comunità pastorale ci sia un numero sufficiente di ministri straordinari della Comunione. I sacerdoti poi siano attenti a valorizzare, con la dovuta catechesi e la delicatezza evangelica, la celebrazione del sacramento dell'Unzione
degli infermi.
Ad interagire con le famiglie troviamo abitualmente numerosi operatori della pastorale della salute, tra cui i cappellani ospedalieri, i religiosi e le religiose, le persone consacrate e i fedeli laici che con assiduità e spesso senza riconoscimenti particolari "si prendono cura" delle persone che soffrono. Ricordo in particolare coloro che sono al servizio degli ammalati o come singoli o nella forma del volontariato associato, coloro che negli ospedali, nelle case di cura o a domicilio, assicurano premurosa attenzione ai sofferenti.
Preziosa è anche l'opera di formazione e di coordinamento
degli operatori di pastorale sanitaria e dei volontari, promossa in particolare dal Servizio diocesano per la Salute.
Tutti ringrazio, tutti incoraggio, per tutti prego perché l'umanità sofferente e in particolare le famiglie provate dal dolore trovino sempre sulle loro strade una comunità cristiana viva, immagine e
riflesso reale del "buon samaritano" che accoglie, cura, guarisce, consola, ridona speranza.