PICCOLI GRANDI LIBRI  DIONIGI CARD. TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano
L'AMORE DI DIO
È IN MEZZO A NOI

La missione della famiglia a servizio del Vangelo

FAMIGLIA DIVENTA ANIMA DEL MONDO
Anno pastorale 2008-2009
CENTRO AMBROSIANO 

Introduzione  Capitolo Primo Capitolo Secondo Capitolo Terzo Capitolo Quarto Capitolo Quinto
 

LA FAMIGLIA, LA CASA, IL LAVORO E LA FESTA
La casa per l'intimità di ogni famiglia
Il lavoro per la dignità di ogni famiglia
La festa per la gioia di ogni famiglia

Capitolo Quarto

LA FAMIGLIA,
LA CASA, IL LAVORO, LA FESTA

La casa per l'intimità di ogni famiglia

26. La casa è il simbolo della vita di una famiglia, il luogo della sua unità e delle sue confidenze; in essa si coltivano la condivisione e l'amore delle cose più intime e più umane. Abitare una casa significa ritrovarsi dopo la inevitabile dispersione del lavoro, esprime il consolidarsi di abitudini buone, favorisce conoscenze e relazioni, dà sicurezza per il futuro. Avere una casa permette di sposarsi, di avere dei figli, di consolidare la propria presenza in un luogo; una casa dà stabilità all' esistenza.
Per alcune persone oggi la casa è diventata un lusso quasi eccessivo, una ostentazione esasperata di benessere e di ricchezza; per molte altre invece è un serio problema anche in vista della impostazione della loro vita e dei loro progetti. Assistiamo sempre di più a una rilevante emergenza abitativa, che pone in drammatiche condizioni specialmente le famiglie povere, immigrate, per qualsiasi ragione disagiate.
Provocati da molte situazioni che incontriamo, ci chiediamo quando ogni famiglia potrà accedere, in condizioni accettabili, ad una abitazione dignitosa. Aumentano situazioni di impoverimento e cresce il numero delle giovani coppie che non riescono a sostenere un mutuo o non dispongono delle garanzie per ottenerlo. Aumentano anche i casi di anziani con redditi molto bassi, insufficienti anche solo per pagare le spese condominiali.

Proprio sulla questione della casa oggi, vorrei riprendere quanto ho detto nel Discorso alla Città per la Vigilia di Sant'Ambrogio 2007. Chiedendo una casa e un lavoro" dignitosi", ossia degni della dignità umana, sollecitavo l'impegno di tutti - e in specie di quanti hanno una responsabilità di governo - a «rimuovere gli impedimenti che si frappongono a una dignità piena delle persone» e, nella consapevolezza della complessità della questione, concludevo dicendo: «È tempo di agire e di studiare con intelligenza, soprattutto da parte di chi ha responsabilità istituzionali, le vie per rimuovere questi impedimenti che contrastano la dignità delle persone» ("I: uomo del cuore)): anima e forza della città, p. 30).
Anche i parroci di Milano mi hanno scritto, insieme alloro Vicario di zona, per segnalarmi il sempre più angoscioso problema della casa. In particolare, mi hanno detto: «La scarsità di appartamenti in affitto a prezzi accessibili sta trasformando Milano in una città di case senza abitanti, perché edificate e acquistate come forma di investimento, e di abitanti senza casa». Hanno poi affidato al mio discernimento la promozione di «una riflessione comune e di qualche iniziativa concreta, sensibilizzando autorevoli istituzioni [...] per lo sviluppo di un' azione sociale capace di venire incontro alle esigenze di molte persone e famiglie fortemente in difficoltà a trovare un' abitazione».
Così rispondevo: «Apprezzo - oltre alla vostra scelta di prendervi a cuore questa emergenza - anche il vostro desiderio di mettere in atto qualche "gesto profetico". Sono riflessioni e azioni che meritano l'attenzione mia e di tutta la Diocesi».
Ed ora vorrei renderle praticabili. Ma come?

Nello spirito di questo Percorso pastorale, oso rivolgermi anzitutto alle comunità parrocchiali, agli istituti religiosi, alle realtà del mondo cattolico e alle famiglie che possiedono diverse unità abitative disponibili, perché si offrano a condividere almeno parte delle rispettive proprietà, dandole in locazione a prezzi accessibili.
Sappiamo che la casa è sempre più considerata dal mercato come una delle tante forme di investimento, e non un bene primario fondamentale per la famiglia. Come cristiani e come parrocchie dobbiamo interrogarci: non abbiamo qui l'opportunità di offrire una forte testimonianza? Una casa tenuta vuota non è una dimora sottratta a una famiglia che ne ha bisogno? Non è forse una tentazione quella di tenere un alloggio sfitto in attesa che si rivaluti, che un giorno lontano il figlio si sposi, che chissà quale necessità si presenti in parrocchia...? Certo, chiedendo le dovute garanzie e il giusto riconoscimento economico, non possiamo sentirci chiamati ad agire controcorrente?
Mi permetto di fare appello anche alle istituzioni locali perché investano adeguatamente in edilizia popolare e incentivino l'apporto cooperativistico, magari offrendo a buone condizioni la disponibilità di terreni comunali da edificare. Potrebbero inoltre favorire, con appositi interventi di natura sia normativa che economica, l'incontro tra chi può rendere disponibile un' abitazione e chi non riesce a sostenere il costo completo di un affitto alle attuali condizioni di mercato.
Da ultimo, vorrei fare appello a chi investe in patrimoni immobiliari, a chi li gestisce o comunque ne trae frutto, perché sia consapevole delle gravi responsabilità che si assume di fronte a Dio e ai fratelli qualora ricercasse soltanto il massimo profitto possibile, nella dimenticanza delle necessità altrui! Una corretta gestione dei propri beni non deve tendere al massimo, ma al giusto profitto, come del resto insegna la dottrina sociale della Chiesa (cfr Centesimus annus, n. 35). E ciò non ha nulla a che vedere con logiche edificatorie o di investimento in immobili improntate a pura speculazione!
Non accada a nessuno di riconoscersi oggetto della denuncia che già da molti secoli risuona nel libro del profeta Isaia: «Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese» (5,8). Una denuncia sferzante, questa, subito seguita da una sentenza di condanna, che altro non è che l'immediata conseguenza storica di un agire economico orientato ciecamente al proprio interesse: «Ho udito con gli orecchi il Signore degli eserciti: "Certo, molti palazzi diventeranno una desolazione, grandi e belli saranno senza abitanti"» (5,9).

Il lavoro per la dignità di ogni famiglia

27. La certezza del lavoro, onesto e retribuito, è una delle esigenze primarie di ogni persona e della sua dignità. Dal lavoro la famiglia trae i mezzi per poter vivere e progettare il proprio futuro: il lavoro favorisce la coesione della famiglia, permettendole autonomia e operosità, intelligenza e creatività, capacità di sacrificio e giusta soddisfazione. Il lavoro e il giusto profitto sono per una famiglia i primi segni di condivisione della vita e dei beni, e rendono le persone libere, responsabili ed effettivamente capaci di contribuire alla società in cui vivono.
Oggi il mondo del lavoro, le sue proposte, le sue garanzie, le sue condizioni appaiono profondamente mutate: è un mondo dal volto nuovo, con un intenso influsso sulle persone e sulle abitudini della gente, un mondo che crea in non pochi casi situazioni fortemente problematiche, soprattutto ai giovani. Il lavoro infatti si attua oggi entro una realtà sempre più complessa e spesso sfuggente. Il panorama internazionale delle risorse e la globalizzazione del mercato del lavoro, sia nelle fasce più umili come in quelle più altamente specializzate, hanno ormai generato un sistema di concorrenza sempre più aggressiva, con un'accentuata esigenza di mobilità, con nuove possibilità di sfruttamento disumano e disumanizzante delle persone. Insieme però il mondo attuale del lavoro richiede spesso livelli molto alti di ricerca scientifica e di nuove specializzazioni, esige disponibilità così pressanti da parte delle persone che non raramente compromettono lo stile della convivenza umana e la stabilità delle relazioni familiari. Se da un lato si assiste spesso ad un impoverimento della produzione mentre si innalzano le esigenze dei servizi, dall' altro lato si parla di competenze ma non si garantisce una continuità professionale, si chiedono forze nuove ma si fa fatica ad inserire i giovani in un lavoro stabile. N asce allora una situazione diffusa di precarietà, che tra i tanti problemi che oggi assillano la vita delle nostre famiglie è uno dei più difficili e pesanti da sopportare e da gestire perché genera ansia e senso di insicurezza.
Da parte sua la Chiesa ha sempre tenuto in grande considerazione il lavoro, richiamandone con lucidità e forza il significato più autentico per la vita della persona e per la configurazione della società nel suo insieme. Così nell' enciclica Laborem exercens (1981) Giovanni Paolo II esponeva i "tre cerchi" per comprendere il lavoro nella sua valenza sociale: la persona, la famiglia, la nazione, confermando il primato della persona e della famiglia nell'ambito del lavoro. Più precisamente il Papa scriveva: «Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l'uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno "diventa uomo", fra l'altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo (...). Nell'insieme si deve ricordare ed affermare che la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l'ordine socio-etico del lavoro umano (...). Infatti, la famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo» (nn. 9-10).

28. Il riferimento alle famiglie ~ proprio del Percorso pastorale ~ ci spinge a soffermarci soprattutto sul fatto che il lavoro umano esige e insieme dà origine ad un'opera educativa. Lo studio e il lavoro, in realtà, hanno un'incidenza fortissima sulla formazione matura, consapevole e responsabile della persona.
Oggi, in particolare, la situazione di precarietà economica che stiamo vivendo ci impegna tutti - famiglie, comunità cristiane e istituzioni civili - a un rinnovato impegno educativo, che sappia introdurre i giovani alla pratica e ancor più al "senso" del lavoro. Gli stili di vita del contesto familiare di origine e la necessità di un' adeguata pedagogia all'impegno e alla fatica, al superamento della pigrizia e all'esercizio della volontà sono indispensabili per un vera crescita umana. L'onestà e il sacrificio, la giusta competizione, il valore del merito, la condivisione delle fatiche e dei risultati non devono contrapporsi tra loro, ma riuscire ad esprimersi in nuove solidarietà.
Non bisogna sostituirsi ai giovani, bisogna aiutarli a crescere nelle loro responsabilità. Carissimi genitori, conosco la generosità e lo spirito veramente encomiabile di sacrificio che avete nei riguardi dei figli quando si tratta di sostenerli economicamente, creando le migliori condizioni in vista della loro scelta di vita. È necessario però che questi stessi beni voi genitori li trasmettiate ai figli con libertà, senza ricatti emotivi, nell' ambito di un reale e cordiale contesto formativo. Sarà così più facile invitare i figli a costruire il loro futuro con vivo senso di responsabilità e incoraggiarli a compiere con vera libertà le loro scelte di vita.
Ora sulle scelte di vita, e in particolare quella di formare una famiglia, si deve rilevare come non raramente i fattori economici influenzano non poco i giovani nella loro decisione. E così spesso le difficoltà economiche li inducono a una scelta di convivenza, non tanto come forma alternativa o addirittura contrapposta al matrimonio, quanto per lo più come modalità intermedia, con cui cercano di assicurarsi una maggiore stabilità complessiva per decidersi verso una situazione di vita interamente compiuta. È impegno di tutti, delle famiglie di origine per quanto possono ma anche delle istituzioni e delle forze sociali, cercare di creare le condizioni affinché siano rimossi il più possibile gli impedimenti di natura economica alla formazione di nuove famiglie stabili. Una società matura e responsabile non può mortificare il futuro dei giovani, anzi li deve sostenere con tutte le sue forze: attraverso di loro, infatti, essa costruisce anche il proprio futuro!

Un altro aspetto rilevante del nuovo volto del lavoro attuale è dato dai suoi tempi e dalle sue condizioni. Oggi per molte famiglie si stanno ampliando a dismisura i tempi di lavoro a scapito dei tempi di vita necessari per stare insieme con i propri cari e per incontrare parenti e amici.
Tutto questo avviene in netta controtendenza rispetto all'immaginario, coltivato fino a qualche anno fa: si pensava sì ad un futuro caratterizzato da un eccesso di tempo libero, grazie al progresso tecnologico che avrebbe permesso una produzione automatizzata e sofisticata senza bisogno di intervento umano continuativo; ma in realtà i ritmi così frenetici e onerosi imposti dal lavoro di oggi, dovuti anche alla lontananza del luogo di lavoro e ai tempi necessari per raggiungerlo, rendono concretamente molto ridotti i momenti della condivisione e del confronto quotidiano anche tra i coniugi.
Senza dimenticare poi che a volte più che la fatica fisica, quello che pesa nel mondo del lavoro è la conflittualità nelle relazioni tra colleghi: una conflittualità dovuta a contrapposizioni, a forme di gelosia, a ricerca di successi in carriera a scapito delle competenze e per una logica di competitività ormai ampiamente diffusa.
Se questo è l'attuale contesto sociale e culturale, dobbiamo dire che ai credenti è richiesta con maggiore urgenza una testimonianza evangelica autentica, un impegno di giustizia e di solidarietà più grandi di qualsiasi ripiegamento verso la ricerca del puro tornaconto individuale. Così come è compito di tutti, ciascuno secondo le proprie responsabilità, promuovere una maggiore sensibilità etica circa le condizioni di vita e di operatività negli ambienti di lavoro. Si pensi anche solo al fenomeno, recentemente messo in luce dai media ma di vecchia data, degli incidenti sul lavoro e, più in generale, alla messa a repentaglio della propria salute a causa di condizioni di lavoro insicure.
Una parola specifica devo riservare al lavoro della donna. In diverse occasioni sono colpito dai tanti sacrifici cui molte donne si sottopongono a motivo del loro lavoro. Con le conseguenze che tutti conosciamo: le responsabilità professionali, l'indispensabile dedizione alla casa, la cura amorevole e necessaria per l'educazione dei figli non poche volte diventano un ostacolo, quando non un freno, nella coltivazione della loro vita individuale, sia nella sfera più affettiva come in quella più propriamente culturale e spirituale.
Se per certi aspetti il lavoro di una donna può essere considerato oggi indispensabile, sia per lo sviluppo della propria personalità che per affrontare il costo della vita, occorre riconoscere che sulla donna gravano spesso l'onere di un doppio lavoro, domestico e professionale. Si rivela allora di grande importanza affettiva e pratica il sostegno del marito . nei compiti educativi e nella collaborazione domestica. E aggiungiamo che sempre più frequentemente è davvero prezioso e ammirevole l'aiuto disinteressato dei nonni.

Non va dimenticato, poi, che spesso i problemi delle famiglie si aggravano non solo perché non si dispone di risorse economiche sufficienti, ma anche perché non si dispone di servizi sociali necessari, quali ad esempio l'asilo nido, l'accoglienza dei figli per raccordare i tempi della scuola a quelli del lavoro, l'attenzione agli anziani soli o in difficoltà, l'impegno di lavoro per i disabili...
Di fronte a questi problemi che intaccano il corretto rapporto tra famiglia e lavoro si deve riconoscere e sollecitare, secondo la dottrina sociale della Chiesa, il giusto ruolo delle istituzioni: è quello di servire la famiglia, non viceversa.
In questa prospettiva emerge la necessità che siano più concretamente incoraggiate le forme di lavoro compatibile con le esigenze familiari, l'impresa familiare, l'associazionismo e la solidarietà tra famiglie, l'apporto e la rappresentanza sindacale. L'enciclica Centesimus annus, dieci anni dopo la Laborem exercens, considerava «urgente promuovere non solo politiche per la famiglia, ma anche politiche socia/z; che abbiano come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola, mediante l'assegnazione di adeguate risorse e di efficienti strumenti di sostegno, sia nell' educazione dei figli sia nella cura degli anziani, evitando il loro allontanamento dal nucleo familiare e rinsaldando i rapporti tra le generazioni» (n. 49).

La festa per la gioia di ogni famiglia

29. La vita dell'uomo, come quella della famiglia, è scandita da un duplice registro temporale: l'alternarsi del tempo feriale e del tempo festivo, del tempo del lavoro e di quello del riposo. Ben più che di semplice alternanza in senso cronologico, si tratta di due momenti caratteristici che dicono, nel loro insieme, che il tempo del lavoro è finalizzato a quello del riposo e della festa, come il tempo della coltivazione a quello del raccolto. Già abbiamo richiamato che gli attuali ritmi lavorativi spesso riducono drasticamente il tempo da vivere insieme in famiglia, sia come riposo, sia come festa.

Oggi per le famiglie il "fine settimana" è atteso spesso come un vero sollievo, un po' di respiro, una piccola liberazione. In realtà il tempo del riposo settimanale non indica semplicemente la necessità di rinnovare le energie per il lavoro della settimana successiva. È necessario che sia molto di più: è un tempo prezioso per confermare e approfondire la comunione reciproca tra tutti i membri della famiglia, in particolare per cercare di stabilire una relazione più qualificata con i figli. È anche un tempo per promuovere nuovi e significativi rapporti sociali all'interno della comunità del proprio quartiere o anche della propria parrocchia, sviluppando relazioni amicali e costruttive. Riposare significa riscoprire le motivazioni e ricostruire le energie per dare significato in modo più completo all'intero arco della giornata e dell' esistenza.
Le persone desiderano il divertimento, ma troppo spesso non sono soddisfatte di come lo vivono. Così per la famiglia, il tempo della festa non può essere un giorno di dispersione, ma è un tempo di relazioni serene da vivere il più possibile insieme, di rapporto nuovo con la natura, con l'ambiente, con la bellezza dell' arte e con tutto ciò che alimenta lo spirito; è incontro con qualcuno che rassicura, incoraggia, rasserena. Spesso è anche l'occasione per le attività sportive, in particolare dei figli, da vivere sempre, pur con il necessario spirito agonistico, in un clima di festa e di non esasperata e diseducativa competizione.
È veramente auspicabile che le famiglie ritrovino il senso autentico del riposo e un nuovo gusto per la festa. A partire dal riposo sabbatico (cfr Esodo 20,8-11 e Deuteronomio 5,15) la Bibbia ha insegnato che la festa introduce un'istanza di comunione tra padre e figlio, una nuova solidarietà tra padrone e servo, una vera riconciliazione in cui vengono meno le condizioni di sudditanza, un' occasione di accoglienza tra israelita e forestiero. L'uomo, se è originariamente chiamato al lavoro, ultimamente è chiamato ad una vita di comunione con Dio e con ogni altro fratello. La festa è nel disegno di Dio una sorgente di riconoscenza, di gioia, di pace. Per le famiglie dei cristiani la festa è il "Giorno del Signore": la domenica è il giorno della nuova creazione che trova la sua origine e la sua pienezza nella memoria della Pasqua di Gesù morto e risorto.
Per questo la festa cristiana ha il suo centro, il suo cuore vivo nella celebrazione dell'Eucaristia, vissuta con fede e con gioia nella comunità. A decidere della verità e della bellezza della Domenica è dunque l'Eucaristia, assicurata - come indicato nel Percorso pastorale Mi sarete testimoni, nn. 42-43) - nella sua alta" qualità" celebrativa come esperienza di partecipazione profonda al mistero dell'incontro con Dio e insieme di comunione fraterna nella quale ciascuno dei presenti si senta non solo accolto ma in qualche modo "desiderato". Un'Eucaristia domenicale che si deve poi aprire a un' autentica esperienza comunitaria: le "domeniche insieme", che da qualche anno sono promosse dalle parrocchie, possono essere un concreto esempio di una festa che diventa conoscenza tra le famiglie, accoglienza reciproca (penso alle famiglie, straniere e non, da poco arrivate nel quartiere o nel paese) e condivisione di esperienze.