PICCOLI GRANDI LIBRI  DIONIGI CARD. TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano
L'AMORE DI DIO
È IN MEZZO A NOI

La missione della famiglia a servizio del Vangelo

FAMIGLIA DIVENTA ANIMA DEL MONDO
Anno pastorale 2008-2009
CENTRO AMBROSIANO 

Introduzione  Capitolo Primo Capitolo Secondo Capitolo Terzo Capitolo Quarto Capitolo Quinto
 
UNA FAMIGLIA PER LA CITTÀ
La famiglia nella città:
tra Babele-Babilonia e Gerusalemme
La famiglia e le istituzioni
La famiglia e il rapporto con il territorio
Le "nuove" famiglie nella città

Conclusione

MARIA, MODELLO E GRAZIA PER OGNI FAMIGLIA

Preghiera a Cristo, divino seminato re

Capitolo Quinto

UNA FAMIGLIA PER LA CITTÀ

La famiglia nella città: tra Babele- Babilonia e Gerusalemme

30. In quest'ultimo tratto del Percorso pastorale vorrei riflettere con voi sul rapporto tra la famiglia e la città, considerata quest'ultima come emblema della vita sociale. Ci saranno di guida la parola di Dio, il magistero sociale della Chiesa, la riflessione e l'esperienza umana.

Città, nella Bibbia, è per eccellenza Babele, espressione del tentativo collettivo dell'uomo di rendersi simile a Dio. Nella sua assoluta autonomia, l'uomo vuole costruire una città e una torre la cui cima tocchi il cielo, per farsi un nome e non disperdersi sulla terra. È il segno dell'audace pretesa del libero arbitrio dell'uomo che vuole affermarsi da solo, in alternativa a Dio, ma che così facendo provoca soltanto divisione e dispersione (cfr Genesi 11,4-9).
Babele-Babilonia è una presenza che percorre tutta la Sacra Scrittura: è la città nemica di Dio, la città che distrugge il popolo di Dio e la sua città, Gerusalemme; è la "grande prostituta" che con i suoi commerci, le sue ricchezze, le sue fascinazioni corrompe i popoli e li allontana da Dio (cfr Apocalisse 17 -19).
Contrapposta a Babilonia è Gerusalemme, la città di Davide, luogo della Pasqua di Gesù e anticipo simbolico della pienezza della vita celeste, la "città sposa" (cfr Apocalisse 20-21) che si contrappone alla "città prostituta". Non ha bisogno di un tempio particolare perché in essa dappertutto c'è il Signore e l'Agnello stesso è il suo tempio: «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello» (Apocalisse 21,23). In Gerusalemme si consuma l'amore, si ha la presenza di Dio, si riceve lo Spirito, si impara la carità. Da Gerusalemme si parte per andare in tutto il mondo e si ritorna, perché tutti i popoli in essa hanno la loro meta (cfr Isaia 60).

Le nostre città sono contemporaneamente Babele- Babilonia e Gerusalemme. Sono luogo di vita attiva, di scambi culturali e commerciali, intreccio di relazioni fitte e audaci, orgogliose e povere insieme, luogo di contraddizioni dove coesistono miseria e benessere, dove si possono trovare i grandi segni della presenza di Dio accanto ai tristi e vistosi luoghi della sua mancanza. In esse coesistono l'esibizione di ogni spettacolarità e insieme la nascosta sofferenza degli invisibili e degli irrilevanti; dove si incontrano il più totale impegno e il più squallido disinteresse, dove convivono prossimità e anonimato.
Ora il Percorso pastorale ci chiede di interrogarci su come la famiglia è e deve essere" anima della città": ma in questa città che cosa possono fare le famiglie?
Le famiglie non sono un' altra cosa rispetto alla città, perché la abitano e ne costituiscono, al di là di case, strade e uffici, il tessuto reale. E che la città sia più Babele- Babilonia o sia invece Gerusalemme, dipende in buona misura dalle famiglie, dalle persone che la vivono.
Certamente, la città ha anche un aspetto strutturale che trascende le persone e le famiglie e sembra sfuggire alla possibilità di una loro azione. Si dice spesso che le città moderne sono quasi ingovernabili e che le stesse istituzioni in esse sono ormai una realtà debole e hanno ormai rinunciato a un intervento complessivo, a partire dalla programmazione dello stesso tessuto edilizio della città. La cosa sembra meno grave nei centri più piccoli, ma anch' essi sono spesso integrati in un'immensa megalopoli e, comunque, non sfuggono ai modelli "urbani" trasmessi dalla cultura globalizzata.

31. Che cosa possono fare le famiglie per la città?
Occorre partire dal fatto che le famiglie, non solo quelle dei cristiani, si presentano nella città come soggetti aperti a relazioni di reciproco scambio: mentre danno ricevono, mentre collaborano con la città chiedono di essere considerate come specifiche presenze, nel contempo capaci di rendere la città più umana e più vivibile e di rendere se stesse più aperte e più vivaci.
Proprio prendendo avvio da questa capacità di relazioni - e in fondo la famiglia non è se non un intreccio di relazioni - le famiglie possono fare molto per essere "anima della città".
Indico alcune piste di riflessione, che potranno poi essere integrate e approfondite in un confronto tra le famiglie (penso, ad esempio, ai gruppi familiari e ai genitori dei ragazzi di varia età presenti in oratorio), aperto e attento alla società attuale.

Nonostante le fatiche e le contraddizioni di oggi, la famiglia si presenta ancora, nonostante tutto, come soggetto educativo di primaria importanza. In essa si impara ad accogliere e a far crescere la vita; in essa ci si forma ai valori fondamentali del vivere sociale: la socialità, l'accoglienza, l'ospitalità, l'apertura all' altro, la comunicazione, il dialogo, il confronto, la gratuità, il servizio, il disinteresse, la condivisione, la compartecipazione, la solidarietà, l'educazione della coscienza morale, l'apertura agli ideali più alti (cfr Familiaris consortio, nn. 43-44).
In questa prospettiva, la famiglia è realmente la prima e fondamentale scuola di socialità. Stabilendo relazioni educative mature permette ai figli di crescere in un clima di serena ma realistica apertura al mondo, ai suoi interrogativi, anche a quelli senza facili soluzioni.
Non tutte le famiglie sono in grado di svolgere questo compito: le famiglie disgregate, quelle che vivono pesanti difficoltà di rapporti al loro interno, quelle poste in qualche modo ai margini della società, ecc. fanno fatica ad educare a una relazionalità positiva che loro stesse non vivono. Questa lacuna può essere in parte colmata dalle iniziative di diverse" agenzie educative" presenti nella città (scuola, parrocchie, istituzioni culturali, ricreative, sportive, ecc.) che sono chiamate a intervenire nel cammino formativo delle nuove generazioni.
Le famiglie, però, fanno fatica nel loro compito anche nelle situazioni più "normali" e si trovano perciò in grave difficoltà nei casi più faticosi e complessi. In queste circostanze può talvolta rivelarsi decisivo l'intervento di altre famiglie, che si impegnano, per così dire, ad allargare le loro relazioni comprendendo famiglie e persone che vivono situazioni di disagio. Anche questo è un modo per essere "scuola di socialità", non solo verso i propri figli, ma anche verso i figli degli altri e verso le loro famiglie.
In questo modo le famiglie possono vivere quella che potremmo chiamare una genitorialità solidale. Lo rilevavo nel Messaggio rivolto in occasione della Giornata Diocesana della Caritas 1'11 novembre 2007: «C'è una "fantasia della carità" che deve essere liberata e che può esprimersi, in collaborazione con le altre componenti della pastorale familiare, nell'individuare (famiglie tutor) pronte a sostenere con una prossimità discreta e determinata quei nuclei familiari che stanno attraversando periodi di sbandamento e di disperazione» .
È in questa prospettiva che, grazie anche al lavoro congiunto espresso dalla Caritas e dal Servizio diocesano per la Famiglia che intende valorizzare e rilanciare le molte esperienze positive presenti sul territorio, dovrebbe diffondersi nella comunità diocesana una più ampia riflessione - in ordine evidentemente a progetti da realizzare - a proposito di esperienze come l'affido e l'adozione. Se da un lato l'affido e l'adozione rappresentano uno straordinario gesto di genitorialità solidale, dall' altro lato bisognerebbe impegnarsi maggiormente a promuovere gruppi di mutuo aiuto tra famiglie accomunate da un medesimo motivo di fragilità. In tal modo, anche le famiglie con qualche difficoltà non sarebbero più solo "oggetto" di attenzione da parte delle istituzioni e di famiglie più fortunate, ma diventerebbero "protagoniste" di un loro percorso di riscatto sociale. Tutto ciò può diventare, nella città, un segnale culturale importante: la famiglia, anche quella segnata da qualche ferita, può costituire a sua volta una risorsa, un sostegno a favore di altre famiglie.

Spesso l'azione delle famiglie diviene più forte e incisiva quando riesce a dotarsi di uno strumento appropriato come l'associazione familiare, rivolto a promuovere qualche tema o di particolare interesse delle famiglie o attento al più generale rapporto con la società.
Nei decenni scorsi per sostenere la propria ricerca di spiritualità, le famiglie hanno dato vita ai gruppi familiari parrocchiali, che recentemente in tutta la Diocesi si sono rivelati ancora presenti, numerosi e vitali.
Ma non dovrebbe avvenire qualcosa di analogo anche per il rapporto tra la famiglia e la società? Al riguardo, dopo aver rilevato con preoccupazione «la scarsa consapevolezza che le stesse famiglie - comprese molte famiglie cristiane, anche tra quelle spiritualmente e pastoralmente sensibili e impegnate - hanno della loro centralità e soggettività sociale e del loro dovere di partecipazione alla vita della società», sottolineavo come fosse «quanto mai urgente cercare di colmare questa inaccettabile distanza tra le affermazioni teoriche e la prassi effettiva». E concludevo: «È questa un'urgenza dalla quale si devono sentire maggiormente interpellate le nostre realtà ecclesiali e la nostra azione pastorale. Nessuna realtà parrocchiale, nessuna associazione ecclesiale, nessun movimento ecclesiale o di apostolato o di spiritualità familiare, nessun gruppo familiare può esimersi dall'impegnarsi in questa direzione» (Messaggio al Seminario promosso dal Comitato Lombardo delle Associazioni Familiari, 1 febbraio 2003).
A questo proposito, particolare attenzione meritano le nuove" associazioni di solidarietà familiare" di matrice parrocchiale, nate negli ultimi anni - spesso accanto e distinte appunto dai gruppi di spiritualità familiare - con lo specifico obiettivo di formare e consolidare ampie reti di solidarietà presenti in ambito parrocchiale o sul territorio. Da questi contesti di semplice e reciproco aiuto familiare possono sorgere iniziative più specifiche: progetti di mutuo aiuto nella vita domestica, banche del tempo, servizi di baby-sitting, micronidi, centri per la prima infanzia, attività ludico-educative per i più piccoli (0-6 anni) con il coinvolgimento dei genitori, iniziative di sostegno allo studio o di aiuto nei compiti (doposcuola). Ricordo che queste associazioni hanno ottenuto il riconoscimento da parte del legislatore, tanto regionale (cfr la Legge Regionale n. 23/1999) quanto nazionale (Legge 8 novembre 2000 n. 328).

La famiglia e le istituzioni

32. La dottrina sociale della Chiesa ha costantemente messo in luce, subito dopo l'affermazione del primato della persona nei riguardi della società, il primato della famiglia nella vita sociale. Ecco come si esprime il Compendio della dottrina sociale della Chiesa: «Va affermata la priorità della famiglia rispetto alla società e allo Stato. La famiglia, infatti, almeno nella sua funzione procreativa, è la condizione stessa della loro esistenza. Nelle altre funzioni a vantaggio di ciascuno dei suoi membri essa precede, per importanza e valore, le funzioni che la società e lo Stato devono svolgere. La famiglia, soggetto titolare di diritti inviolabili, trova la sua legittimazione nella natura umana e non nel riconoscimento dello Stato. Essa non è, quindi, per la società e per lo Stato, bensì la società e lo Stato sono per la famiglia» (n. 214).
La famiglia e le istituzioni sociali invocano, di conseguenza, un reciproco riconoscimento e devono aprirsi a una intensa collaborazione. In modo particolare la società aiuta la famiglia a realizzare se stessa in tutte le sue dimensioni, in attuazione del principio di sussidiarietà. Infatti, leggiamo ancora nel Compendio: «Ogni modello sociale che intenda servire il bene dell'uomo non può prescindere dalla centralità e dalla responsabilità sociale della famiglia. La società e lo Stato, nelle loro relazioni con la famiglia, hanno invece l'obbligo di attenersi al principio di sussidiarietà. In forza di tale principio, le autorità pubbliche non devono sottrarre alla famiglia quei compiti che essa può svolgere bene da sola o liberamente associata con altre famiglie; d'altra parte, le stesse autorità hanno il dovere di sostenere la famiglia assicurandole tutti gli aiuti di cui essa ha bisogno per assumere in modo adeguato tutte le sue responsabilità» (n. 214).

È necessario che in molte materie e ambiti ci sia una vera solidarietà tra la famiglia e la società civile: la famiglia contribuisce alla costruzione di una società più giusta e più umana e, a sua volta, la società aiuta la famiglia a promuovere la sua più profonda identità. Vengono così a crearsi relazioni tra le persone e le istituzioni che favoriscono la buona convivenza, salvaguardano le giuste differenze necessarie in una società pluralista, promuovono la ricchezza delle diversità nella costruzione del bene comune. Solidarietà e prossimità avvicinano le persone, creano aiuto reciproco, trasformano la vicinanza in autentiche relazioni, in incontri, ascolto, attenzione ai bisogni, partecipazione profonda alla vicenda dell' altro. Cresce così una vera solidarietà umana e viene promosso un corretto senso civico.
Complementarietà e reciprocità tra la famiglia e la società non si risolvono delimitandone i rispettivi campi di competenza, quasi si trattasse di realtà alternative o addirittura contrapposte. Bisogna invece valorizzare adeguatamente entrambi i soggetti, nella consapevolezza che l'uno ha bisogno dell' altro per raggiungere le proprie finalità: non può sussistere la famiglia priva di un quadro normativo, che ne riconosca giuridicamente fondamenti e funzioni; come, del resto, la società civile con le sue leggi, non riconoscendo la tipicità della famiglia, perderebbe il suo luogo sorgivo e fallirebbe il suo obiettivo di servizio al bene delle persone.

Se da un lato invitiamo le famiglie a sentirsi protagoniste della vita sociale impegnandosi ad animarla, rifuggendo una modalità di esistenza chiusa nel privato, dall' altro lato dobbiamo però rilevare che, nell' attuale contesto storico, al considerevole e molteplice apporto della famiglia alla vita sociale non corrisponde un suo adeguato riconoscimento da parte delle istituzioni.
In realtà, i diritti della famiglia hanno una loro voce che non può essere né affievolita né spenta dalle istituzioni, senza che queste stesse ne patiscano danno (cfr Santa Sede, Carta dei diritti della famiglia, 23 ottobre 1983). È facendo nostra la "voce" della famiglia e dei suoi diritti che sollecitiamo un ulteriore incremento delle politiche sociali, che diano più attenzione alla famiglia, così che essa possa trovare risposta alle sue giuste esigenze, tanto sul piano economico quanto su quello del riconoscimento dei diritti fondamentali, che riguardano la casa, il lavoro, l'educazione, la tutela della vita e della salute. È infatti segno di scarsa responsabilità pretendere dalla famiglia un' assunzione di responsabilità e di impegni, senza promuovere congiuntamente un' azione sulle istituzioni e sugli altri organi sociali e culturali perché sostengano la famiglia e ne favoriscano i compiti che le sono propri.
In ogni caso è importante che la famiglia non rinunci a esprimere la propria soggettività in ambito sociale anche come presenza critico-costruttiva nei confronti di ogni altra istituzione sociale: non soltanto perché la famiglia sia messa in grado di assolvere i propri compiti irrinunciabili, ma anche perché le istituzioni sociali acquisiscano in modo programmatico le esigenze della vita familiare. Basti pensare al problema degli orari e dei ritmi di lavoro e alla necessità che siano il più possibile coerenti con le esigenze del vissuto familiare. Anche così la famiglia diventa "scuola di socialità": non tanto al suo interno, quanto in senso più ampio, verso le stesse istituzioni. E, in tutto questo, l'istituto della famiglia avanza verso il proprio riconoscimento in quanto "soggetto sociale", protagonista dello sviluppo di una cultura e di una vita sociale dawero al servizio della persona e del bene comune.

La famiglia e il rapporto con il territorio

33. Abitare e amare il luogo in cui si vive non è qualcosa di immediato. Si tratta di un' esperienza che si costruisce nel tempo, conoscendo e frequentando la piazza e la via, il supermercato e la strada, i negozi e i luoghi pubblici. A poco a poco, diventa intima anche la propria casa e ospitale quella del vicino, si supera qualche conflitto, i figli fanno amicizia tra loro e i bambini si cercano per giocare insieme. Così l'amore di Dio mette sempre la sua tenda in mezzo a noi e salva la città.
La famiglia ha un compito grandissimo nell' addomesticare il territorio e nel dare un nome ai luoghi della città. Mentre la tendenza anonima e nomade di molte condizioni di vita contemporanea rendono le persone abitatori indifferenti di non luoghi, come oggi si dice, la famiglia ha la straordinaria vocazione di mostrare che è ancora possibile abitare in un quartiere senza essere sconosciuti gli uni agli altri. La famiglia è ancora in un territorio la forma di socialità più forte.

La prima forma per abitare un luogo anonimo e per renderlo domestico è quella del saluto. Sì, bisogna ritornare a salutarsi, quando ci si incontra per la strada e si sa di abitare non lontani l'uno dall' altro; quando ci si ritrova in ascensore e si desidera sapere qualcosa di più circa la vita di chi abita al piano superiore; quando i bambini creano occasioni favorevoli di incontro anche tra gli adulti, perchè sono più semplici, più spontanei e meno difesi degli adulti.
Un altro linguaggio che aiuta a umanizzare il territorio è quello del rispetto e della gentilezza: si umanizza la città quando si è disposti a fare un piacere gratuito a chi ha bisogno, quando si dà volentieri la precedenza mentre si aspetta in un ufficio o ci si incontra su una scala, quando si lascia il posto a una persona anziana sull' autobus, quando si coltivano nel cuore sentimenti di fiducia più che di diffidenza; quando si preferisce un gesto di perdono più che la rivincita di un dispetto. Anche così si rende più vivibile un territorio.
Si è diffusa in questi anni una cultura della casa e della proprietà che è caratterizzata dal concetto di recinzione più che non di relazione e di incontro. Por comprendendone spesso le ragioni, tuttavia questo modo di vivere ci deve far pensare. Una cultura della difesa emerge in maniera sempre più forte: significa che circolano la paura e il sospetto, e si diffonde la chiusura in luoghi ritenuti sicuri. Lo spazio della propria casa, nato per custodire e proteggere l'intimità familiare, rischia di diventare troppo spesso una sorta di barriera che impedisce e allontana ogni incontro. Le porte di casa invece sono fatte non soltanto per escludere ma anche per accogliere. D'altra parte sorgono anche iniziative comunitarie di non poche famiglie giovani, che sul territorio cercano di creare nuovi legami e di organizzarsi in gruppi e in associazioni autonome, per vivere insieme la fede oppure per condividere tra credenti e non credenti obiettivi educativi, assistenziali o di volontariato sociale.

La famiglia contribuisce a prendersi cura del territorio quando collabora alla custodia dell' ambiente, ama la strada come la sua casa, rispetta le norme della viabilità e il ciclo della vita tra il giorno e la notte; la famiglia si prende cura della città se educa i propri figli a un adeguato e cordiale senso civico, quando custodisce i beni pubblici come i beni della propria casa.
Le famiglie e le comunità locali, le compagnie dei giovani, gli anziani nei loro quotidiani ritrovi del tempo libero possono offrire un contributo grandissimo alla custodia dell' ambiente. Custodire un quartiere da parte della gente è una maniera di vivere, di conoscersi, di stare bene insieme. Le famiglie e le comunità cristiane devono utilmente collaborare con le scuole, gli oratori, i comitati di quartiere, le associazioni di volontariato per dare un'anima alle nostre città e soprattutto alle nostre periferie, perché si diffonda uno stile di vita che sia davvero una traccia dell' amore di Dio nel mondo. Per questo riconosciamo anche il valore e la necessità che le istituzioni pubbliche sappiano garantire e promuovere questo processo virtuoso, attraverso una presenza discreta e vigilante che aiuti tutti i cittadini a sentirsi sicuri non solo nella propria casa, ma anche nelle strade e nelle piazze del proprio territorio.
È molto importante che in famiglia, tra genitori e figli, fratelli e sorelle ci sia un parlare positivo e fiducioso a favore di questa promozione domestica della città, favorendo un modo di pensare e uno stile di vita personale e familiare che dimostrino un concreto rispetto alla città, da custodire con ordine e con attenzione, senza rovine e senza forzati deterioramenti. Possiamo dire che la famiglia, la scuola, le agenzie del tempo libero e le istituzioni pubbliche hanno, per così dire, il comune compito di rendere più domestica e più abitabile la città. Per favorire un' adeguata formazione della coscienza cristiana sulla cura dell' ambiente e dell'altro che lo abita, la Conferenza episcopale italiana invita a celebrare ogni anno, il primo settembre, la Giornata per la salvaguardia del creato.

Infine, abbiamo la viva consapevolezza che il territorio non è finalizzato all' utilizzo esclusivo di alcuni soltanto; la terra è di Dio ed è luogo dove le popolazioni si incontrano, imparano a vivere e a collaborare insieme per scopi comuni. Per tutti la convivenza civile e la collaborazione sociale richiedono una disponibilità non soltanto all' accoglienza e al dialogo, ma anche al percorso di un cammino che conduce al rispetto della tradizione e dell'identità altrui. È un rispetto che, a sua volta, non potrà fare a meno di una normativa precisa, che è compito delle istituzioni stabilire e far osservare.
Ma tra l'invocare il rispetto di norme giuste, condivise e finalizzate al bene comune, tra il chiedere alle istituzioni garanzie per la propria sicurezza e per quella dei propri cari e l'intolleranza o l'esclusione di persone soltanto perché appartenenti a una determinata etnia o gruppo sociale, vi è una netta e sostanziale differenza. Quando in un territorio la convivenza suscita problemi nuovi, occorrerà affrontarli in modo adeguato e ricercare soluzioni che sappiano rispondere ai diversi bisogni sempre nel rispetto della dignità della persona. Ma occorrerà trovarle assieme, per il miglior bene possibile di tutti gli abitanti di un determinato territorio, lontano dagli stili e dai linguaggi aggressivi ed emotivi che invocano soluzioni drastiche e semplificatrici. Alla fine queste soluzioni si rivelano poco efficaci sul piano pratico, dal momento che ogni problema lasciato irrisolto o mal risolto si ripresenta ben presto, magari in forma decisamente peggiorata.

Le "nuove" famiglie nella città

34. Quando una nuova famiglia viene ad abitare le nostre città e si presenta alla comunità cristiana ci deve nascere nel cuore un sentimento di lode e di riconoscenza, perché vediamo in queste nuove presenze la possibilità e la grazia di vivere come fratelli. Come Abramo accolse i tre visitatori a Mamre; come i profeti accolsero i deboli e il resto di Israele; come Ruth, la moabita, visse accanto a Noemi con riconoscenza e amore; soprattutto come Cristo accolse gli uomini e le donne povere e fragili del suo tempo; come Dio accoglie sempre i suoi figli in ogni istante: l'accoglienza e l'ospitalità diventino davvero nella comunità e nelle famiglie un obiettivo principale e una premura sincera. Spesso questo atteggiamento del cuore esige di diventare subito molto operativo, assumendo i tratti di una carità concreta e quotidiana di cui i nuovi arrivati hanno urgente bisogno.

In modo particolare la famiglia può essere vera protagonista nel suo ambiente di vita nei confronti di giovani coppie che per diversi motivi vengono ad abitare in una nuova città e cercano non raramente una nuova appartenenza alla comunità cristiana. Ci sono molti giovani sposi che, iniziando la loro vita coniugale con un cambiamento di residenza, vorrebbero rinnovare la loro esperienza di fede e ritrovare nella nuova comunità cristiana persone discrete, intelligenti e buone con cui stabilire nuove amicizie. Vorrebbero vivere insieme momenti di preghiera, tempi di vita e di esperienza comuni. Spesso cercano un confronto stabile per un discernimento evangelico sul vissuto quotidiano e sulle grandi questioni del mondo.
L'esperienza dice che l'accoglienza donata diventa una ricchezza per chi accoglie. Sono certo che molte nostre comunità - penso in particolare a certe zone, anche lontane dalle città, dove in questi anni si è assistito e si assiste a un forte incremento di popolazione - avrebbero solo da guadagnare a essere più aperte ed accoglienti verso chi viene ad abitare "da fuori". Famiglie e persone che, una volta che si sentono accolte, possono diventare a loro volta accoglienti e protagoniste della nuova comunità in cui si sono inserite.

Questo discorso vale, in modo particolare, nei confronti delle famiglie straniere immigrate che vengono, spinte da bisogni o da ragioni le più diverse, ad abitare nel nostro Paese e nelle nostre città. Queste famiglie immigrate, già con la loro stessa presenza, sono domanda esplicita di una cittadinanza nuova, forse diversa, ma che deve stimolarci a un dialogo continuo e ad un esame di coscienza per cambiare e arricchire la nostra società. Si incontrano certamente anche situazioni di grande fragilità, che ci chiedono una conversione del cuore e un impegno più generoso a cui non siamo abituati. Non ignoriamo difficoltà legate all'impossibilità del ricongiungimento del coniuge e dei figli, al problema della legalità e della sicurezza della società, a questioni scottanti come la casa, il lavoro, la previdenza sociale e altro ancora. Se tali problemi sono difficili da affrontare da parte degli italiani, diventano a volte montagne insormontabili per tante famiglie straniere anche perfettamente regolari.
Non è spontaneo per nessuno in queste occasioni rifarsi e ispirarsi allo spirito più radicale del Vangelo e c'è per tutti il rischio di chiudersi in una eccessiva preoccupazione per noi stessi, che ci fa scoprire sovente la nostra più grande miseria morale. È importante acquisire innanzitutto una reale conoscenza della situazione e delle persone, nelle loro qualità positive, nei loro limiti e nelle loro differenze. Solo così riscopriremo gli aspetti positivi della loro nuova presenza, le risorse culturali e religiose di cui sono portatori, la loro capacità di essere protagonisti in diversi ambiti, non appena offriamo loro l'opportunità di farlo.
La comunione e la testimonianza della fede che intere famiglie, di diversa provenienza e di storia differente, sanno dare in una stessa città sono un segno grandissimo della verità di Dio, anche di fronte ai non credenti e agli indifferenti. Questa testimonianza è la conferma di uno stile di comportamento che cerca obiettivi comuni negli incontri usuali della vita quotidiana, dove si discute della casa e dei figli, della sicurezza e dei trasporti, della viabilità e della scuola, del lavoro e di tutte quelle necessità reali, che fanno di un quartiere un luogo non estraneo ma ospitale, non anonimo ma conosciuto.
Del resto è solo nell'impegno semplice e quotidiano delle famiglie che la città può diventare sempre meno Babele- Babilonia e sempre più anticipo della Gerusalemme che ci attende.

Conclusione

MARIA, MODELLO E GRAZIA PER OGNI FAMIGLIA

35. Portando a conclusione i passi che ho tracciato per questa terza tappa del Percorso pastorale, sento il bisogno di incoraggiare tutti - in particolare le famiglie - a riprendere il cammino della propria vita crt'stiana con una grande fiducia nel Signore e nel suo Spirito. È infatti una grazia, prima ancora che una responsabilità, quella che ci viene donata: essere testimoni di Gesù, il Crocifisso risorto, in tutti gli ambienti del nostro vissuto quotidiano, infondendovi un' anima nuova, cioè la carità stessa di Dio per il mondo. Così sperimentiamo, dovunque e senza soste, che davvero l'amore di Dio è in mezzo a noi.
Non dobbiamo temere
per la pochezza delle nostre forze! Il Signore è assolutamente fedele nell' offrirci i punti di forza del nostro cammino spirituale e pastorale: il fuoco ardente dell' amore missionario viene acceso e alimentato nel nostro cuore dalla celebrazione dell' Eucaristia, dall' ascolto attento della parola di Dio, dal dialogo con il Signore nella preghiera, dalla comunione e amicizia personale - mediante la fede - con Gesù morto e risorto, dall' energia trasformante che questa stessa fede infonde nella nostra vita rendendola vita nuova, vita di carità, ossia di amore-come-quello-di-Cristo.
Famiglia, diventa anima del mondo! È l'imperativo che sboccia forte e soave da tutti questi doni del Signore: non ultimo il dono del sacramento del matrimonio che costituisce!' essere stesso degli sposi cristiani come "anima" del mondo. È dunque possibile, anzi è bella ed esaltante la missione che alla famiglia viene affidata. Sì, perché bellissima e straordinaria è la vocazione che Dio rivolge a ogni famiglia!

In questo spirito trovano senso e importanza alcuni adempimenti, che voglio proporre alle comunità della nostra Chiesa ambrosiana come segni di un cammino pastorale che - mentre sollecita percorsi, iniziative e gesti da attuare, secondo libertà e responsabilità, attraverso le tappe più opportune in rapporto alle più diverse situazioni locali - deve vivere e mostrare la comunione propria di una Chiesa locale e, quindi, la sua specifica credibilità ed efficacia.

1. Chiedo anzitutto che la Festa della Famiglia e le Giornate per la Vita, della Solidarietà e del Malato ritrovino sempre più, a partire da questo Percorso e dal comune cammino di "pastorale d'insieme", un volto unitario, così che ciascuna Giornata faccia trasparire un aspetto della celebrazione del!' unico mistero dell' amore suscitato e comunicato dal dono di Dio: quel dono che fa sì che gli sposi si uniscano per sempre nel suo Nome, diventino coppia feconda, siano solidali e possano sperimentare la solidarietà dei fratelli e della comunità civile, manifestando inoltre cura particolare per chi vive il tempo della malattia e della fragilità. I competenti uffici e servizi di Curia avranno cura di offrire gli opportuni sussidi da adattare alle realtà locali.

2. Ritengo inoltre importante che in ogni comunità parrocchiale o pastorale, entro la fine del presente anno pastorale 2008-2009, si dia vita a un significativo momento di verifica e di rilancio della pastorale familiare, a partire dalle acquisizioni raggiunte attraverso il cammino sinora svolto. Limitarsi infatti ad apprezzare, sia pure giustamente, alcuni risultati ottenuti, senza però una precisa cura perché questi stessi risultati rimangano saldamente iscritti nel vissuto pastorale delle nostre comunità, non ci espone al rischio di perdere le posizioni raggiunte, magari dopo averle faticosamente conquistate?
In concreto penso, per ognuna delle nostre comunità, ad un momento di confronto e di ascolto, adeguatamente preparato per tempo, in ordine a "fare il punto" sull'andamento della pastorale familiare.
Il momento di confronto e di ascolto -la cui sede più giusta è il consiglio pastorale parrocchiale e decanale, opportunamente allargato ai responsabili e agli operatori della pastorale familiare, forse anche a chi ne fosse interessato - dovrebbe porsi in particolare i seguenti interrogativi.

- Come abbiamo lavorato a partire da questo Percorso? Al di là di qualche evento straordinario, il Percorso ha saputo rilanciare l'alleanza tra la Chiesa e la famiglia - grazie alla realtà della famiglia come "chiesa domestica" e della comunità cristiana come "famiglia di famiglie" - così da influire sulla pastorale ordinaria e capillare nel suo complesso, attraverso la predicazione, la catechesi, la comunione sacerdoti persone consacrate-fedeli laici, la partecipazione corresponsabile della famiglia? Che cosa è cambiato, concretamente, nella nostra comunità, nel corso di questo triennio pastorale? È sorta qualche nuova forma di attenzione della comunità verso le famiglie, i loro luoghi e tempi e ritmi di vita? Ma anche qualche proposta di impegno e di responsabilità da parte delle famiglie stesse?
- Si avverte una reale e concreta vivacità nell' attenzione pastorale in relazione ai percorsi battesimali, agli itinerari verso il matrimonio, ai gruppi familiari, alle forme di associazionismo familiare, agli ambiti liturgici, ai percorsi culturali ed educativi, all' assunzione di responsabilità nei riguardi della società civile?
- In quale modo nella nostra comunità è cresciuta l'attenzione umana ed evangelica alle convivenze e alle famiglie in situazione matrimoniale difficile o in stato di bisogno economico o sociale? In particolare, quali gesti di accoglienza, nel segno della legalità e della solidarietà, la nostra comunità ha vissuto nei riguardi delle famiglie migranti stabilitesi da noi?
- Ci sentiamo responsabili del futuro delle nostre comunità cristiane, in particolare circa le linee evolutive delle realtà familiari? Quale cammino ancora ci attende?

3. La risposta ragionata a questi e ad altri interrogativi dovrebbe portare alla elaborazione o alla ripresa e nuova scrittura del capitolo/sezione del tema famiglia, non come semplice "stralcio" ma all'interno dell' unico e più ampio "progetto di pastorale parrocchiale o di comunità pastorale": un progetto da promuovere con sapiente e coraggiosa gradualità nei prossimi anni, in modo che diventi uno "strumento" preciso e concordato, capace di orientare e sostenere l'agire pastorale nelle situazioni concrete delle nostre comunità.
Sarebbe quanto mai utile - anche come forma di "comunione-collaborazione-corresponsabilità" ecclesiale - che simili progetti rinnovati fossero fatti conoscere in sede decanale e al Servizio diocesano per la famiglia: potrebbero diventare una testimonianza ecclesiale dell'azione profonda e "fantasiosa" dello Spirito santo nella nostra Chiesa a favore delle famiglie e quindi una ricchezza di grazia da condividere in un orizzonte allargato di fraternità ecclesiale.
In questo spirito chiedo che siano valorizzate nel miglior modo possibile tutte le occasioni che possono favorire un lavoro di insieme, soprattutto nell' ambito della comunità parrocchiale, pastorale o decanale. Sarebbe davvero prezioso, nel segno di una reciprocità arricchente, se gli operatori della pastorale familiare potessero lavorare in piena sintonia con gli impegnati nell' ambito della formazione e dell'impegno sociale, del lavoro, caritativo, verso i migranti...

36. Desidero concludere non soltanto quest'ultima tappa del Percorso pastorale ma l'intero triennio che ci ha guidati nella riscoperta del dono di grazia che è in ciascuna delle nostre famiglie, ispirandomi ancora una volta al Magnificat,
È il cantico che Maria rivolge al Signore nel contesto del suo servire la vita del Figlio di Dio che porta in grembo e insieme, in un clima di intensa e commovente reciprocità, del suo servire la vita nella famiglia di Zaccaria, di Elisabetta e del nascituro Giovanni. Luca registra questo cantico a conclusione dell'incontro di Maria con Elisabetta (cfr Luca 1,39- 56).
Dal cuore e dalle labbra della Vergine Madre esce un inno di lode a Dio, che sprigiona una forte invocazione di quella nuova giustizia di cui la famiglia credente è singolare portatrice. E questo è meraviglioso, sorprendente, dirompente, perché è proprio nel vissuto quotidiano delle famiglie che prende forma e si fa storia quella "rivoluzione" nascosta e umile, ma irresistibile, che ha la potenza di cambiare la vita sociale a partire da quel suo "frammento" più originario che è la famiglia.
È nelle nostre case, infatti, che il Signore può essere sempre di nuovo lodato per la sua grandezza: riconosciuto come Sorgente della vita e Autore di ogni dono perfetto (" l) anima mia magnifica il Signore"); come l'Onnipotente che in ogni famiglia ha compiuto e compie "grandi cose" attraverso il dono dell' amore, della fedeltà, della fecondità, della comunione familiare; come Colui che accompagna con la sua presenza provvidente "di generazione in generazione" la crescita e lo sviluppo di ogni esistenza; come Colui che "con la potenza del suo braccio" sfida i poteri forti, tra cui quelli che calpestano la dignità sacra della famiglia.
È nella famiglia che inizia a realizzarsi quel vissuto di relazioni nuove in cui il superbo è zittito, ridimensionato nelle sue pretese, e il piccolo invece è messo al primo posto ("ha disperso i superbi", "ha innalzato gli umili"); in cui si apprende che il molto che si riceve non è finalizzato al trattenere per sé, ma al donare e al condividere, contro ogni logica egoistica e accentratrice ("ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote"); in cui si impara, sopra ogni cosa, a confidare nelle promesse di Dio e nella sua fedeltà estesa a tutta la storia e a tutti gli aspetti della vita umana, anche a quelli sociali e relazionali, da Abramo all'intera "sua discendenza) per sempre".
Carissimi, il Magnificat è più di una preghiera, che desidero raccomandare alla recitazione frequente in famiglia e negli incontri familiari in occasione di momenti di spiritualità o di condivisione delle proprie esperienze.
È un vero e proprio progetto di vita personale, comunitario e sociale! A tutti lo affido perché, attraverso le parole e i sentimenti di Maria, ogni famiglia riscopra la grazia e la gioia di essere piccola ma autentica comunità di fede e, proprio per questo, altissima scuola di virtù sociali. E, dunque, {(anima del mondo)).
Davvero la famiglia può essere il punto di partenza di una Chiesa, di una società, di un mondo profondamente rinnovati. Merita ed attende tutto il nostro impegno, la nostra fiducia e la nostra preghiera.

Preghiera a Cristo, divino seminatore

Il cammino di questo triennio pastorale, iniziato nel contesto domestico delle nozze di Cana, si apre ora al mondo con la parabola del seminatore, che vorrei riprendere nella preghiera. La gioia del Regno di Dio, del suo amore presente in mezzo a noi, ci chiede di usci. re dalle nostre case, di andare per le strade della città e di esserne testimoni presso ogni uomo. Guardando a Cristo, divino seminatore, le nostre famiglie possano trovare vero slancio e fuoco vivo per essere davvero anima del mondo.
In comunione con Maria, e con tutta la Chiesa, affidiamo al Signòre, alla fedeltà del suo amore, la vita e il futuro di ogni famiglia.

Guardiamo a te, Signore Gesù, divino seminatore:
ogni giorno i tuoi passi percorrono la terra,
la tua mano sparge con larghezza il buon seme
e la tua parola ridesta il mondo all' amore di Dio.

Insegna alle nostre famiglie
a riconoscere l'abbondanza del dono
e ad abitare questo mondo, vero campo di Dio,
con grata letizia e immensa fiducia.

Accoglieremo il seme della tua parola.
Aprici alla grazia altissima della nostra vocazione:
di essere famiglie veramente cristiane,
nella coraggiosa fedeltà all' amore coniugale,
nell' accoglienza aperta e responsabile della vita,
nella cura tenera e paziente della malattia.

Metteremo fronde.
Donaci saggezza, lungimiranza e rigore
nel collaborare tutti insieme
per offrire alle nuove generazioni
autentiche scuole di vita, di pensiero e di umanità.

Daremo frutto.
Sostieni il nostro impegno a pagare di persona
per assicurare a ogni famiglia
il calore di una casa aperta e ospitale,
la dignità di un lavoro onesto e umano,
la gioia di vivere nella gratuità e di fare festa.

Nello sguardo del divino seminatore
i campi già biondeggiano di messi:
la città dell'uomo, confusa e lacerata,
già è abitata da famiglie ospitali,
che ne sono il cuore, la casa e l'anima.

Noi crediamo nella forza della tua risurrezione, o Cristo,
per questo lottiamo ogni giorno per una società più umana,
non smettiamo di gettare il seme della civiltà dell'amore
e di entrare nella profezia del tuo sguardo:
già vediamo scendere in mezzo a noi
le prime luci della Gerusalemme del cielo.

E tu Maria,
Albero della Vita e Figlia di Sion,
Madre della Chiesa e Regina della Famiglia,
prega per noi e ricolmaci di speranza!

+ Dionigi Card. Tettamanzi

Milano, 31 maggio 2008
Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria