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«Il peso svincolato dall'angoscia piangilo tutto. NELLY
SACHS, Brassier d'énigmes et autres poèmes, Titolo originale: Traité des larmes.
Fragilité de Dieu, fragilité de l’âme |
Introduzione A immagine di Dio lo creò |
| I. | II. | III. |
| A immagine di Dio lo creò | Il dono delle lacrime | La sofferenza e il lutto |
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Ragione ed emozioni La liberazione delle lacrime Un Dio patetico "Le acque che piangono" Vegliare sulla sorgente I singhiozzi di Rachele |
L'occhio impassibile. Caino, il faraone e Amalek. Abramo, Aronne e Giobbe Le tre lacrime di Esaù Rut e Orpa Merito e benedizione delle lacrime |
I
luoghi segreti dell'Eterno Piangere senza testimoni. La figlia di Iefte Su chi piange Dio? Le lamentazioni di Geremia |
| IV. | V. | VI. |
| Il tempo del mondo e il tempo delle lacrime | Dalla paura all'amore | Il risveglio alla gioia |
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L'usura del tempo Il tempo per piangere e il tempo per ridere La preghiera delle lacrime: Anna Le lacrime di nostalgia: cantare a Babilonia? Il ritorno alla vita |
Le
lacrime della riconciliazione: Giuseppe e i suoi fratelli La consolazione d'amore: Giacobbe e Rachele L'irriducibile libertà Il punto di bontà |
La
gioia nell'Eterno Lacrime di gioia Le lacrime del Messia |
I.
A IMMAGINE DI DIO LO CREÒ
Ragione ed emozioni
I saggi di Israele hanno a lungo meditato sulle varie possibilità di senso della parola inaugurale che, nella Tôrah*, annuncia all'uomo che è creato a immagine di Dio: «Dio ('
elohim) creò l'uomo (' eth-ha'Adham) a sua immagine (besalmo); a immagine di Dio (beselem 'elohim) lo creò (bara 'otho); maschio e femmina (zakhar uneqebha) li creò (bara 'otham)» (Gn 1,27). Maimonide critica coloro che, alla lettura di questo versetto e nell'ignoranza dell'uso omonimico delle parole, si immaginano che Dio abbia forma umana e gli attribuiscono «un corpo con volto e mani simili alle loro in figura e lineamenti», pur ammettendo che questo Dio è «più grande e più splendente» e che la sua materia non è «sangue e carne» (1). Occorrerebbe dunque, per controbilanciare tale antropomorfismo, pensare che il termine selem significhi l"'anima" o la "forma specifica" e cercare questa forma unicamente nella facoltà di comprensione dell'uomo, senza pensare al corpo, alle passioni e alle emozioni. Il saggio dovrebbe dunque escludere dalla sua concezione di Dio corporeità e anche sensibilità, con la necessità, di conseguenza, di cercare di salvaguardare l'immagine di Dio che egli porta in sé resistendo al potere del corpo, delle emozioni e delle passioni sulla sua anima. Perché, si chiedeva già Filone d'Alessandria, Mosè «attribuisce (a Dio) anche gelosia, collera, ira e tutte le emozioni dello stesso genere, che egli descrive in termini umani?». Lo fa, diceva Filone, per educare coloro che, essendo provvisti di «una natura relativamente grossolana e ottusa», capiscono solo questo linguaggio. Occorre educarli suscitando la loro paura, magari anche dicendo loro delle menzogne. Mosè è dunque paragonato da Filone a un «medico perfetto delle passioni e delle affezioni morbose dell' anima», un medico la cui unica preoccupazione è di estirpare le radici delle malattie del pensiero: le emozioni, le passioni, la preoccupazione del corpo. A tal fine Dio è presentato come capace di collera, pronto a castigare i colpevoli o, inversamente, come incline alla compassione, ma tale finzione vale solo come strumento pedagogico o terapeutico, e non dice nulla di Dio. 'elohim, al quale l'uomo assomiglia, «non ha assolutamente nulla in comune né con le affezioni irragionevoli dell' anima, né con le parti e le membra del corpo» (2).Tuttavia, osserva R. Nahman,
anche coloro che sono più impressionati da tali affermazioni, che portano sempre
il marchio dell'intelligenza critica, e che difendono con autorità l'egemonia di
un materialismo illuminato, sono a volte pervasi da una malinconia irriducibile
alle spiegazioni scientifiche. Questa sofferenza non insegna loro
necessariamente qualcosa sulla realtà presente in loro dell"'immagine di Dio" o
sull'" anima", poiché questa espressione e questa parola restano per loro prive
di significato, ma capita che essa li faccia piangere, magari all'insaputa di
tutti, o anche silenziosamente e senza nemmeno che lo confessino a se stessi. Ma
l'acqua delle lacrime, sostiene R. Nahman, significa la memoria della
presenza in sé di questa "immagine" proprio quando la materialità sembra sul
punto di soffocarne tutte le espressioni e di annientarne il ricordo. Il soffio
vitale (nishmath hayyim) che Dio ('adhonay
'elohim) fece
penetrare nelle narici dell'uomo plasmato a partire dalla polvere della terra
(Gn 2,7) sarebbe infatti direttamente collegato con il soffio divino, ma
nella maggior parte dei casi l'uomo non ne sarebbe cosciente e crederebbe alla
propria autonomia. Le lacrime, scaturite dalla sua interiorità più segreta, lo
collegherebbero con questo punto d'incontro, in sé, del divino e dell'umano.
Nella loro debolezza, infatti, esse avrebbero lo strano potere, fuggitivo o
durevole, di «sciogliere le catene inique» (Is 58,6). In particolare,
quelle catene che pesano sugli psichismi delle persone che, nel sentimento dell'
abbandono di Dio e degli uomini, si vedono esposte, per paura, impotenza e
debolezza, alla mercé altrui, cercandovi a volte, fino a essere ciechi rispetto
alla sua possibile violenza, sottile o manifesta, uno sguardo in cui leggere
finalmente una benevola ma assai improbabile approvazione della propria vita.
Questo rischio di cedere sotto
il peso di queste" catene" , piuttosto che dover affrontare la propria
solitudine, o anche la riprovazione da parte degli altri delle manifestazioni
positive della propria vita, non costituisce tuttavia l'appan
La liberazione delle lacrime
In tale prospettiva, Rabbi Menahem Me'ndel Schneerson (Ucraina - New York, 1902-1994), sostiene che anche i giusti (Saddiqim) devono avvertire questa imperiosa necessità del pianto nel momento in cui desiderano far ritorno (t
eshubha) alla sorgente di ogni vita. Questo ritorno consiste, a suo avviso, in un' elevazione che solo la forza delle lacrime rende possibile alleviando il carico della fatica e della pesantezza. Nella loro insignificanza rispetto al peso esercitato su di sé dalla materialità e dalle ferite, profonde e brucianti, causate principalmente dall' accanimento degli uomini a farsi male, le lacrime acuirebbero la coscienza di questa sofferenza ma, nello stesso tempo, permetterebbero di intravedere la liberazione e la gioia13. Non si tratterebbe infatti di abbandonarsi a piangere su di sé e sulla propria sconfitta, né evidentemente di compiacersi in esse e di affondarvi. Nella sua povertà nuda e fragile, 1'acqua delle lacrime addolcirebbe, almeno per un certo tempo, la durezza a volte soffocante dei legami che chiudono in se stessi, con esiti necessariamente negativi. Legami che, a ogni assalto della sofferenza, costringono sempre più a perdersi nel proprio labirinto e nella desolazione interiore provocata dall'assenza di uno sguardo benevolo sulla propria vita. Le lacrime costituirebbero al contrario il segno, in tal caso, della percezione non riflessiva di un tale sguardo, ne direbbero l'evidenza interiore. La loro venuta improvvisa, a volte a lungo inutilmente attesa, ravviverebbe dunque nell'uomo la coscienza della sofferenza, al punto di rispettarla solo per annunciarle, per esempio nel tempo di una preghiera, nel tempo di una pura attenzione al segreto da cui ha origine ogni esistenza, la certezza che questa sofferenza che lo brutalizza è soggetta a questo sguardo. Certo, questo non lo guarirebbe né lo dispenserebbe dal suo compito di lottare contro il suo maleficio, ma lo desterebbe all'idea che la notte che pesa su di lui, come su tante creature, è abitata da questo segreto. Per questo, secondo R. Menahem Me'ndel Schneerson, anche i giusti piangono quando la prossimità di questa evidenza o di questa liberazione viene a visitare la loro inquietudine e a trasfigurarla, magari fugacemente, in gioia.
Un Dio patetico
Questa immagine di un Dio patetico, incapace di trattenere le
lacrime ma impotente a salvare le sue creature, non costituisce forse un'
estrema e ridicola consolazione quando l'atroce abisso della sofferenza espone
alla tentazione della bestemmia anche i più fedeli? Molti sono in realtà coloro
che lo pensano e vedono proprio nelle opinioni ora citate di Rabbi Kalonymus
Kalman Shapira un insopportabile tentativo di salvare l'idea dell'esistenza di
un Dio contro il quale la sventura e la disperazione umane non cessano di
testimoniare. Tuttavia, oltre il fatto che tale testimonianza, ben presente nel
Talmùd e nei testi mistici, impegna sulla via di una meditazione
rinnovata sull'idea che Dio è con l'uomo nella sua sofferenza (Is 63,9),
essa incita soprattutto a vedere nelle lacrime umane non soltanto una penosa
ammissione di debolezza. Prendere sul serio questa immagine non significa tanto,
per i saggi ebrei, avallare il peggiore antropomorfismo, l'ingenuità o anche la
povertà intellettuale e morale, quanto interrogar si sul suo significato per un
uomo creato, "maschio e femmina", a somiglianza di Dio. Ciò induce anche a
chiedersi se la prova della passività alla quale si trovano soggetti quell'uomo
e quella donna che, improvvisamente, non sanno più trattenere le lacrime, li
colleghi alla presenza in sé di quell'immagine secondo un' ottica non
conciliabile con quella autorizzata da uno sguardo non velato dalle lacrime.
"Le acque che piangono"
Le acque inferiori (Gn 1,7), dicono molti saggi ebrei, sono chiamate le "acque malevole" (mayim zedhònim), poi le "acque molteplici" (mayim rabbim), e infine le "acque che piangono" (mayim bòkhim), perché si trovano mescolate alle scorze (q
elippòth), cioè al male originatosi dalle forze della confusione e della vacuità, tohu e bohu. Il compito dell'uomo consiste in primo luogo, in un mondo così frequentemente violentato dal male subito e provocato, nell' ascoltare in sé e attorno a sé la voce delle "acque che piangono" per elevarle verso la santità. Non deve dunque né lasciarsi trasportare dalla temibile forza delle "acque malevole" e "molteplici", come se fosse destinato a perdersi in esse, né semplicemente combatterle affidandosi al proprio coraggio o alla propria fronda, spesso anche alla propria paura mascherata in certezza di essere forte, per raggiungere orizzonti reputati più liberi ma, quasi sempre, in definitiva oscuri.
Vegliare sulla sorgente
È qui che si incontrano la riflessione sull'immagine di Dio in sé e l'idea di un Dio che piange. La tradizione mistica che parla delle scintille (nisosoth)
di luce divina che si sono perse nella materialità ne suggerisce la modalità.I
singhiozzi di Rachele«Così dice il Signore: "Una voce si ode in Rama, lamento e singhiozzi amari. È Rachele che piange i suoi figli, che rifiuta di essere consolata perché non sono più". Dice il Signore: "Trattieni la voce dal pianto, i tuoi occhi dal versare lacrime, perché c'è un compenso per le tue pene ed essi torneranno dal paese del nemico. C'è una speranza per il tuo futuro" - dice il Signore - "i tuoi figli ritorneranno entro i loro confini"» (Cer 31,15-17).
Si è già detto che queste lacrime di Rachele sono associate, nel Talmùd, alle due lacrime di Dio che cadono nel mare, quando Egli si ricorda dei suoi figli che vivono in esilio sotto il giogo delle nazioni. Cadendo, queste lacrime fanno un rumore che si avverte da un' estremità all' altra della terra, simile a quello di un terremoto. Del resto, la notte si trova suddivisa in tre veglie durante le quali il Santo, che Egli sia benedetto, grida - «Ruggisce come un leone», dice il Talmùd - per esprimere la sua angoscia di fronte alla distruzione del Tempio e alla sorte dei suoi figli (26) , Quest'ultima immagine susciterà anche, nell'XI secolo, la liturgia del tiqqùn H
asoth, della riparazione della notte. Ma come interpretare questi passi il cui tenore antropomorfico evidente e ingenuo suscita il sospetto, o anche la riprovazione, di coloro che auspicano uno sforzo di pensiero più pudico e rigoroso? queste immagini, antiche ma irritanti per il loro povero grado di riflessione, rispetto almeno all'intelligenza concettuale, così come i versetti biblici sul pianto di Rachele, non suggeriscono tuttavia significati ancora degni di attenzione?
* ["Istruzione". Il termine
può essere usato per un determinato complesso di leggi: il Pentateuco, l'intera
Bibbia e l'intero corpus della legislazione ebraica. La Torah o
Sapienza preesistente prima della creazione del mondo fu rivelata nella sua
totalità a Mosè da parte del Signore].
[1] Le guide des égarés,
Verdier, Lagrasse 1979,29 [trad. it., La guida dei perplessi, UTET,
Torino 2003].
[2] Quod Deus sit immutabilis, Éd. du Cerf, Paris 1963,
§ 60 p. 93; § 63 p. 95; § 67 p. 97 e § 52 p. 89 [trad. it., L'immutabilità di
Dio, in Le origini del male, Rusconi, Milano 1984].
[3] RABBI HAYYIM DE VOLOZHYN, L'Ame de la vie (Nefesh
hahayyim), Verdier, Lagrasse 1986, 10, 11.
** ["Tradizione". Corrente mistico-speculativa del Medioevo e
dell' epoca moderna, sorse dall'unione del mondo delle concezioni religiose
tradizionali con una immagine del mondo popolare e neoplatonica (XII secolo in
Francia). L'unione fra Cabala e speculazioni messianiche divenne la premessa per
il movimento pseudomessianico di Shabbetaj Zevi
(intorno al 1666), il cui
fallimento portò discredito anche alla Cabala. La religione ebraica perse in
questo modo per molti la sua motivazione religiosa. Nell'Europa orientale il
hasidismo riempì questo spazio vuoto nella coscienza religiosa].
[4] Secondo una radice - sh
(shin), kh (kaf), n (nun) = shakhan - che designa la
presenza. Nella Bibbia, il mishkan designa la dimora di Dio nella tenda
o nel Tempio.
[5] MOISE CORDOVÉRO, Le
palmier de Débora, Verdier, Lagrasse 1985, 37 (la sottolineatura è mia).
[6] Ibid., 94.
[7] Cf Talmùd Babhlì,
mSanhedhrin [Del Sinedrio] 4,5: «L'uomo fu creato come un unico individuo
[...] e questo per favorire la pace tra gli
uomini, affinché nessuno
dicesse al suo simile: "Colui dal quale io discendo era più grande di te". [...]
E per proclamare la grandezza del Santo, che Egli sia benedetto, perché un uomo
può produrre innumerevoli monete con un unico conio, esse sono identiche, ma il
Re dei re ha creato ogni uomo con il conio del primo uomo, e nessun uomo è
simile al suo compagno. È dunque un dovere per tutti dire: è per me che il mondo
è stato creato».
[8] Cf CHAIM KRAMER -
AVRAHAM SUTTON, Anatomy of the Soul, Breslov Research Institute,
Jerusalem - New York 1998, 7 (la sottolineatura è mia).
[9] R. NAHMAN DI BRATZLAV,
Liqqute Moheran
I, 36; 3-4, Keren hatfasa shelJ:Iasidei Bratzlav,
Yerushalayim, 50 (in ebraico).
[10] MARTIN BUBER, Les contes
de R. Nahman, Stock, Paris 1981,85 e 89 («L'histoire du sage et de
l'innocent») [trad. it., Le storie di Rabbi Nachman, Guanda, Parma 1995].
Cf anche, per la modernità, JEAN-PIERRE CHANGEUX - PAUL RICOEUR, Ce
qui nous fait penser. La nature et la règle, Odile Jacob, Paris 2000 [trad.
it., La natura e la regola. Alle radici del pensiero, Raffaello Cortina,
Milano 1999]. In particolare le affermazioni di lP. Changeux, p. 120 [trad. it.,
112]: «Questo universo è intrinsecamente privo di senso e d'intenzione», e p. 71
[trad. it. cit., 62]: le emozioni vissute come l'inquietudine, l'angoscia, la
depressione, «sono segnali, prodotti da sistemi di valutazione insiti nel nostro
cervello e selezionati dall' evoluzione, che avvisano il soggetto di una
difficoltà da superare».
[11] R. NATHAN ZEVI FINKEL (haSabhà
miSlobodka), 'Or haSafùn (La luce nascosta), cit., 24.
[12] Les Maximes des Pères (Pirqé
Avot) [Detti dei Padri. Trattato morale della Mishnah], III, 18 (14),
trad. M. Shuhi, Librairie Colbo, Paris 1977, 31-32 [trad. it., Pirqè Aboth,
Beniamino Carucci Editore, Assisi - Roma 1977,31 (n. 19)]: «Diceva Rabbi 'Aqiba:
l'uomo è amato da Dio perché è stato creato a sua immagine; una prova più grande
di questo amore sta nel fatto che Dio ha annunciato all'uomo che lo ha creato a
sua immagine». Cf Gn 9,6: «Chi sparge il sangue dell'uomo dall'uomo il
suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo».
[13] Cf R. MENAHEM ME'NDEL SCHNEERSON, Sefer Sha'are
haMò"dhim. Yòm Kippur (Il libro della porta delle Feste. li giorno del Grande
Perdono), Hekhal Menahem, Yerushalayim 1955,50 (in ebraico).
[14] CHAIM KRAMER-AVRAHAM SUTTON,Anatomy of the Soul,
cit., 111.
[15] Cf R. NATHAN ZEVI
FINKEL, 'Òr haSafun, cit., 216. In riferimento a Gn 2,7: «L'uomo
divenne un'anima vivente»
(nefesh hay)».
[16] EMMANUEL LÉVINAS, Autrement qu'être ou au-delà de l'essence
(M. Nijhoff, La Haye 1974), Biblio essais, Paris 1990, 13 [trad. it.,
Altrimenti che essere o al di là dell'essenza, Jaca Book, Milano 1983, 5].
[17] Cf NEHEMIA POLEN, The Holy Fire. The Teachings
of Rabbi Kalonymus Kalman Shapira, the Rebbe of the Warsaw Ghetto,
Jason Aronson, Northvale/New Jersey - London 1994, 142.
[18] Leçons des Pères du monde. Avot de Rabbi Nathan [I
Padri secondo Rabbi Nathan. Trattato extra canonico o minore del
Talmud, una sorta di commento al trattato 'Abhoth,
I Padri],
traduzione E. Smilévitch, Verdier, Lagrasse 1983,
95.
[19] Sefer No'am 'Elìmelekh (Il libro di Nò'am 'Elìmelekh),
Yerushalayim 1992,31 (in ebraico).
[20] Cf GERSHOM SCHOLEM, Les grands courants de la
mystique juive, Payot, Paris 1960 (capitolo su Yishaq Luria [XVI secolo a
Safed] e la sua scuola, soprattutto 282-299) [trad. it., Le grandi correnti
della mistica ebraica, Einaudi, Torino 1993,264-292].
[21] Gn 2,9: «L'albero della vita ('es hayyim)
in mezzo (bethOkh)
al
giardino e (we)
l'albero della conoscenza del bene e del male ('es
hadd'ath
tobh
wara')».
[22] Cf Gn 26,19.
[23] Cf MARTIN BUBER, Les
récits hassidiques, Éd. du Rocher, Monaco 1963,405 [trad. it., I
racconti dei Chassidim, Garzanti, Milano 1988, 346]: «Un bisogno di piangere
assalì il ragazzo con incomprensibile violenza, si aprì in lui un abisso di
lacrime, ed egli pianse un'ora intera. Solo quando le lacrime furono cessate,
Rabbi Sussja si avvicinò a lui e disse: "L'anima è risvegliata in te. Ora va da
mio fratello 'Elimelekh e studia presso di lui, così che anche il tuo spirito
emerga dal suo sonno"».
[24] Sefer Pithhì She'arìm
(Apertura delle porte), t. 1, capitolo 6 sulla
rottura dei vasi, Tel Aviv, 148,
152, 173 (in ebraico).
[25] Cf Le Zohar.
Lamentations, traduzione di C. Mopsik, Verdier, Lagrasse 2000,113.
[26] Cf il Talmud Babhli, trattato Berakhòth
[Delle benedizioni] 59a e 3a [trad. it., Il trattato delle benedizioni (Berakhot)
del Talmud babilonese,
UTET, Torino 1968, 70s. e 395s.] per le tre veglie
notturne.
[27] EMIL FACKENHEIM, To Mend the World. Foundations of
Future Jewish
Thought, Schocken Books, New
York 1982,252.
[28] 'Or haSafun, cit., 74.
[29] Il termine rehem
usato in questo versetto significa "utero". Il termine rah'manuth,
"misericordia", è formato sulla stessa radice e haiRahaman,
il
"misericordioso", è uno dei nomi di Dio.
La Bibbia, pubblicata sotto la
direzione di E. Dhorme, traduce pe'ullathekh
con «la tua opera» (v. 16) [trad.
it., CEI - «le tue pene»], Gallimard, Paris, t. 2, 344.
[30] E. LÉVINAS, Autrement
qu'être ou au-delà de l'essence, cit., 95 [trad. it., Altrimenti che
essere o al di là dell'essenza, Jaca Book, Milano 1983].
[31] R. Yehuda 'Aryeh Leib di
Gur (Polonia, 1847-1905). Tema centrale del suo commentario al Pentateuco e alle
feste ebraiche è lo Sefath
'emeth
(Linguaggio della verità), edizione
completa in lingua ebraica (7 volumi), haMakhon haTorani yeshiva oretzion,
Yerushalayim 1997 -1999.
[32] Le Zohar, traduzione di C. Mopsik, Verdier,
Lagrasse 1984, t. 2, 175a-b, 465: «In futuro, quando gli israeliti torneranno
dall'esilio, si terranno vicini alla tomba di Rachele e lì piangeranno, come
essa piangeva sull'esilio di Israele. [...] In quel momento, Rachele in cammino
si rallegrerà con Israele e con la Shekhina,
i compagni lo hanno
stabilito».