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«Il peso svincolato dall'angoscia piangilo tutto. NELLY
SACHS, Brassier d'énigmes et autres poèmes, Titolo originale: Traité des larmes.
Fragilité de Dieu, fragilité de l’âme |
Introduzione
Il tempo del mondo e il tempo delle lacrime Il risveglio alla gioia |
| I. | II. | III. |
| A immagine di Dio lo creò | Il dono delle lacrime | La sofferenza e il lutto |
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Ragione ed emozioni La liberazione delle lacrime Un Dio patetico "Le acque che piangono" Vegliare sulla sorgente I singhiozzi di Rachele |
L'occhio impassibile. Caino, il faraone e Amalek. Abramo, Aronne e Giobbe Le tre lacrime di Esaù Rut e Orpa Merito e benedizione delle lacrime |
I
luoghi segreti dell'Eterno Piangere senza testimoni. La figlia di Iefte Su chi piange Dio? Le lamentazioni di Geremia |
| IV. | V. | VI. |
| Il tempo del mondo e il tempo delle lacrime | Dalla paura all'amore | Il risveglio alla gioia |
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L'usura del tempo Il tempo per piangere e il tempo per ridere La preghiera delle lacrime: Anna Le lacrime di nostalgia: cantare a Babilonia? Il ritorno alla vita |
Le
lacrime della riconciliazione: Giuseppe e i suoi fratelli La consolazione d'amore: Giacobbe e Rachele L'irriducibile libertà Il punto di bontà |
La
gioia nell'Eterno Lacrime di gioia Le lacrime del Messia |
VI.
IL RISVEGLIO ALLA GIOIA
La gioia nell'Eterno
Di ritorno dall' esilio babilonese, quando il popolo, impegnato nel duro compito della ricostruzione del Tempio, doveva nello stesso tempo difendersi dalle minacce ancora temibili dei suoi nemici e darsi da fare per trovare di che nutrirsi, Esdra, il sacerdote e lo scriba, portò un rotolo della Torah per leggerla pubblicamente. Neemia, il governatore, arringò il popolo dicendo: «"Questo giorno è consacrato
(hayyom qadhosh-hu) all'Eterno, vostro Dio; non fate lutto e non piangete ('al-tibhku)". Perché tutto il popolo piangeva (bhokhim), mentre ascoltava le parole della Torah. Neemia aggiunse: "Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato [...] perché la gioia del Signore (hedhwath haSshem) è la vostra forza"» (Ne 8,9-10). Il contrasto evidenziato da Neemia tra il pianto e la gioia (hedhwath) appare qui semplice e chiaro: è opportuno non lamentarsi piùné piangere, non abbandonarsi più alla tristezza e al lutto, quando si ascolta la parola dell'Eterno. La santità di questo giorno sarebbe infatti incompatibile con le lacrime. Ciò non significa, però, che ciò che ha suscitato il lutto sia svanito, che il popolo abbia di colpo dimenticato tutto ciò che ricorda costantemente agli uomini la loro precarietà, o ancora che non vi dia più importanza. Ma ciò esige che si pensi e soprattutto si senta intensamente che l'ascolto delle parole della Torah, a Gerusalemme, dopo le lunghe tribolazioni dell'esilio, deve suscitare una gioia esente da ogni riserbo, da ogni prudenza o ancora da ogni ossessione della miseria. Una gioia che, secondo Neemia, non sembra poter essere significata dalle lacrime (1).Lacrime di gioia
L'evocazione del pianto di gioia è particolarmente forte, nella tradizione ebraica, quando si tratta di descrivere il senso del pentimento (t
eshubha) o, secondo un' altra possibile accezione del termine teshubha, del ritorno alla sorgente della vita. Così Rabbi Menahem Me'ndel Schneerson, nella sua riflessione sulla preghiera dei giusti nei dieci giorni di penitenza, i dieci giorni "temibili" che separano il nuovo anno ebraico (Rosh haSshanà) dal giorno del Grande Perdono (Yom Kippur), non la dissocia dalle lacrime. Tuttavia, se insiste sulla loro importanza, o anche sulla loro necessità, in ogni vero cammino di pentimento, compreso quello dei giusti, egli oppone anche il tempo in cui la preghiera è inondata da lacrime di gioia (bekhiyyà shel simhà) a quello in cui essa appare destinata alle lacrime di amarezza (bekhiyyà shel merìruth). Le lacrime di gioia nascerebbero, a suo avviso, dal sentimento di unione a Dio (debhequth) e quelle di amarezza dal sentimento della distanza incommensurabile che separa da lui (8). Nonostante la loro giustizia, i giusti (saddìqìm) non sarebbero immuni da tali lacrime poiché, egli dice, la loro preghiera deve portare quella di tutto il popolo d'Israele, compresi ovviamente coloro che dimenticano di pentirsi o si rifiutano di farlo. Tra le molteplici ragioni di tale rifiuto, alcune, in una storia tragica, ostentano la nobiltà propria del sentimento di dover affrontare da soli - dunque senza Dio - l' abisso che minaccia tutte le esistenze. Tutte queste ragioni però, nobili o empie che siano, segnano la distanza che separa da Dio, e per questo esse producono lacrime di amarezza anche nel cuore della preghiera del giusto.«Chiunque non pianga durante i dieci giorni di penitenza [...] la sua anima non è completa», sostiene ancora R. Menahem Me'ndel Schneerson. Ogni ebreo, anche se perfettamente giusto (saddìq gamur), deve versare lacrime durante questi dieci giorni "temibili" che lo portano progressivamente a porsi, nella sua individualità, di fronte a Colui che lo giudica il giorno del Grande Perdono. In modo sorprendente dunque, solo le lacrime, per il loro potere di dissolvere le certezze che spesso rassicurano ciascuno del suo buon diritto, ed anche per la loro capacità di ridestare la coscienza e il rammarico del peccato umano, permetterebbero di affrontare questo giorno in una nudità sostanziale. D'altra parte, se tutti gli altri giorni dell' anno l'ebreo prega in piedi ('omedh) davanti a Dio -la preghiera centrale della liturgia porta appunto tale nome ('
amìdha) - il giorno del Kippur egli si prosterna quattro volte davanti a Lui. Le lacrime e la genuflessione testimoniano insieme dell'umiltà che deve avere chi sa di trovarsi in prossimità di Dio che, in questo istante, passando vicino a ciascuno, lo eleva nello stesso tempo verso di Sé. Paragonando questa esperienza con quella della poesia, C. Vigée scrive che essa gli «strappa lacrime senza motivo. Lacrime assurde, di esultanza e di timore, nel senso del timor di Dio, cioè della prossimità della Vita, di ciò che è in noi, nel profondo di noi stessi. Tutto ciò infatti accade in noi, nell' anima umana che, di colpo, diventa uno spazio intimo e aperto, un ricettacolo» (9).Le lacrime del Messia
È in tale prospettiva, in cui il risveglio alla gioia non ha ancora scacciato dalla vita le sofferenze, che dobbiamo ora affrontare, e per concludere, un tema importante della letteratura ebraica: quello delle lacrime del Messia. In un capitolo intitolato Trattato dei palazzi, lo Zohar riferisce dunque che il Messia si trova in un luogo nascosto e sconosciuto del giardino dell'Eden, in cui solo lui ha il diritto di penetrare. Egli abbandona tuttavia regolarmente tale luogo segreto per rendere visita a coloro che abitano gli altri palazzi. Nel terzo palazzo, incontra «i più malati e i più sofferenti, i giovani allievi della casa del Maestro che non hanno portato a termine i propri giorni e infine coloro che piangono la distruzione del Tempio e che versano copiose lacrime. Abitano tutti insieme in questo palazzo in cui il Messia viene a consolarli». Nel quarto palazzo, egli si avvicina alle «persone addolorate di Sion e di Gerusalemme come a tutti coloro che sono stati sterminati dagli altri popoli. Allora comincia a piangere, e immediatamente tutti i prìncipi della discendenza di Davide si avvicinano a lui e lo consolano. Ma il Messia ricomincia a piangere al punto che si fa sentire una voce che va ad unirsi alla sua. Essa si eleva verso l'Alto e vi rimane fino alla luna nuova. Quando la voce poi ridiscende, è seguita da innumerevoli luci e bagliori che illuminano tutti i palazzi, portando la guarigione e la luce a tutti i martiri, alle persone tormentate e addolorate
che hanno sofferto con il Messia» (17). Un altro passo associa queste lacrime e questa voce al rifiuto di Rachele di lasciarsi consolare dal Messia della perdita dei figli (Ger 31,15). Allora il Messia geme e piange con lei, e il rumore dei loro pianti arriva fino al trono supremo.[1]
Per quest'ultima possibilità, cf PIROSKA
NAGY, Le
don des larmes au Moyen Age, Albin Michel, Paris 2000, 49: «Altrove i pianti
collettivi possono apparire come un' azione di grazie rivolta a Dio; così al
momento della ricostruzione del
Tempio dopo l'esilio (Esd
3,12) quando i pianti si mescolano alle grida di gioia. Capita
spesso agli uomini di Israele di piangere coram dei, davanti a Dio o
piuttosto a sua intenzione: comunicazione immediata che fa a meno delle parole,
è un modo di rivolgersi a lui tramite il pianto».
[2]
BARUCH SPINOZA, Traité de la réforme de l'entendement,
in Oeuvres complètes, Gallimard, Paris 1954, 105 [trad. it.,
Trattato sull'emendazione dell'intelletto, in Emendazione dell'intelletto
- Principi della filosofia cartesiana - Pensieri metafisici,
Boringhieri, Torino 1962,38 e 39].
[3] LEV CHESTOV, Athènes et Jérusalem, trad. B. de Schloezer,
Aubier, Paris 1993, 13.
[4] JEAN-LOUP CHARVET, L'éloquence des larmes, cit., 78 [trad.
it., L'eloquenza delle lacrime, Edizioni Medusa, Milano 2001, 71 e
72].
[5] Cf.
MARTHA C. NUSSBAUM, The Therapy of Desire, Princeton University
Press, Princeton 1994, 399 [trad. it., Terapia del desiderio. Teoria e
pratica nell'età ellenistica, Vita e Pensiero, Milano 1998].
[6] GÉRARD PFISTER, Blasons du corps limpide de l'instant,
Arfuyen, Paris 1999,84.
[7] Cf infra,
cap. 1 "I singhiozzi di Rachele". Cf anche A. GOTTLIEB
ZOMBERG, The Beginning of Desire,
cit., 377: «Essa non può accettare alcuna consolazione perché ciò
significherebbe una disperazione definitiva: i frammenti perduti non sarebbero
mai riuniti».
[8] Sefer Sh'are haMoadhìm Yom Kippùr, Hekhal Menal;em,
Yerushalayim 1995,49 (in ebraico).
[9] CLAUDE VIGÉE, Le passage du vivant, Parole et Silence, Paris 2001, 119.
[10] R. SIMI;IA BUNAM (di Przysucha), Sefer KolSimhà
(Tutti i suoi scritti), Yerushalayim 1997.
[11] Le
Pentateuque avec Rachi,
t. 5, 219: «Egli non si appoggia
pesantemente su di loro, ma toccandoli senza toccarli».
[12] FRANZ ROSENZWEIG, L'étoile de la rédemption, Le Seuil, Paris 1982, 499
[trad. it., La stella della redenzione, Marietti,
Casale M. 1985,453].
[13] Cf. 'Im haBanim simha (Con i figli la gioia), Qol mevaser, Yerushalayim 1998, 73. Questo libro fu scritto senza che R. Yissachar
Shlomo