JEAN DANIÉLOU
IL MISTERO DELL' AVVENTO
MORCELLIANA 1958
Titolo originale dell'opera: LE MISTERE DE L'AVENT (Editions du Seuil, Paris)
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INTRODUZIONE |
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PRIMA PARTE - I PRIMI PRECURSORI Cap. II - Melchisedech e l'alleanza cosmica |
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SECONDA PARTE - GLI ULTIMI PRECURSORI Cap. II - La missione degli Angeli Cap. III - La Vergine e il tempo |
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TERZA PARTE - IL MISTERO COSMICO DELLA PASSIONE E
DELL'ASCENSIONE Cap. II - Il mistero dell'Ascensione e l'espansione missionaria |
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Il Cristo profeta |
STORIA E DRAMMA
Dal momento in cui si comincia ad occuparsi di problemi
missionari, sorge il problema del rapporto tra cattolicesimo e religioni non
cristiane. La questione, in un senso più generale, appassiona gli uomini di
oggi. Si può parlare di una trascendenza del cristianesimo nei confronti delle
altre religioni?
È uno degli interrogativi che si ci pone più frequentemente,
e davanti al quale, spessissimo, noi siamo come disarmati. Ci viene detto: voi
stessi riconoscete che il buddismo, ad esempio, è un'altissima forza di
saggezza: che l'Islam possiede un profondo e potente spirito religioso. Perché,
allora, non ammettere che esiste sulla terra un certo numero di religioni, le
quali, pur senza equivalersi in modo assoluto, corrispondono ciascuna a
temperamenti, razze, paesi diversi? Voi riconoscete, d'altra parte, che le anime
di buona volontà possono salvarsi anche al di fuori del cristianesimo, nelle
religioni non cristiane. Conseguentemente, non si vede più ciò che
costituisce, in senso proprio, la trascendenza del cristianesimo.
La questione si presenta, ugualmente, sul più pratico piano
missionario.
Davanti a civiltà e religioni non cristiane, i missionari
hanno difficile scelta tra due atteggiamenti diversi. Un atteggiamento
ottimista, simpatizzante, considera in queste civiltà e religioni tutto ciò
che vi ha di buono, tutto ciò che è un addentellato col cristianesimo, e che
per conseguenza basterebbe prolungare e coronare col cristianesimo per portarle
a compimento. Ma, viceversa, i missionari hanno profonda coscienza del fatto che
quelle stesse religioni sono il grande ostacolo al cristianesimo e che, per
esempio, la conversione d'un mussulmano non può attuarsi senza che egli, prima,
rinunzi alla sua fede in tutto quanto essa ha di contrario al cristianesimo.
Merito del Kraemer (1) è l'aver messo in rilievo tale
opposizione, spingendo al massimo l'atteggiamento pessimista: occorre
persuadersi che il Vangelo è paradosso è paradosso puro, puro scandalo, per le
civiltà e le religioni non cristiane; occorre non perdersi in tentativi di
adattamento, ma piuttosto annunziare semplicemente il Vangelo nella sua
integrità e fare assegnamento, per la sua efficacia, sulla potenza del Cristo e
della grazia di Lui.
Il problema ci obbliga a riflettere più seriamente per
precisare quali relazioni stabiliamo, noi, tra queste religioni non cristiane e
il cristianesimo. Si tratta di una opposizione totale - come tra errore e
verità - e per conseguenza la nostra visione del mondo è un conflitto tra
cattolicesimo e religioni non cristiane? Oppure, al contrario, il cristianesimo
compie e perfeziona ciò che in altre religioni troviamo allo stato rudimentale?
E considerando il cristianesimo un prolungamento di quanto contengono le altre
religioni, dove trovare la sua trascendenza, in che cosa esso rappresenta
alcunché di superiore?
Le diverse correnti del pensiero missionario fluttuano spesso
tra le due posizioni.
Vorrei dimostrare che tale contrasto si riscontra negli
ambienti più diversi. Esiste, anzitutto, nell'atteggiamento preso dai Padri
della Chiesa e dai primi cristiani di fronte alla contemporanee religioni pagane
e al giudaismo. Ha la sua origine nel cuore stesso della Scrittura e dell'
Antico Testamento.
Lo ritroviamo, infine, studiando il rapporto del cristianesimo
con le altre religioni. Vedremo come tale rapporto sia da un lato, storico, nel
senso che tra cristianesimo e le altre religioni vi è una relazione
«cronologica », nella misura in cui esso costituisce ciò a cui tutto il resto
conduce: ma si tratta al tempo stesso di una relazione «drammatica », giacché
se è vero che il cristianesimo completa, bisogna ammettere anche che distrugge,
e per conseguenza le religioni pagane da un lato si espandono in esso
raggiungendo così la pienezza, e dall'altro muoiono per fargli posto.
Avvicinandone i due aspe1ti porremo in una prospettiva veramente totale il
problema dell'evangelizzazione delle varie civiltà.
Colpisce vivamente rilevare come davanti al mondo che li
circonda, i primi cristiani si sono trovati nella identica situazione in cui
oggi vivono i nostri missionari in paesi pagani: una esigua minoranza di uomini
portatrice d'un messaggio nuovo in un mondo totalmente chiuso ed ostile. Quando
S. Paolo - per esempio - andò la prima volta ad Atene e cominciò nell'
Areopago la predicazione del Vangelo, si trovò nella medesima situazione di
quei missionari che, primi, andarono in Cina o in Giappone e parlarono ai
sapienti di laggiù.
Quale fu l'atteggiamento dei primi cristiani verso le
religioni pagane! Con gran e sorpresa vediamo precisamente, presso un certo
numero, un profondo ottimismo, molto somigliante a quello di alcuni nostri
contemporanei nei confronti delle religioni orientali.
Penso a due scrittori del II secolo: S. Giustino e Clemente
d'Alessandria. In ambedue troviamo l'idea che nelle filosofie pagane vi è una
certa presenza del Verbo, del Logos, una certa luce divina che illumina gli
uomini, e comunica loro quella parte di verità da essi posseduta. Quindi, un
Platone e un Socrate non hanno potuto dire senza una certa illuminazione dall’alto
ciò che di vero hanno detto. Dunque vi è in essi già una certa presenza del
Verbo, che nel cristianesimo si comunicherà con pienezza.
Quanto si afferma delle civiltà pagane si deve dire a maggior
ragione del giudaismo. Se nelle religioni pagane vi è già una certa presenza
del Verbo, a fortiori vi è un'azione di Dio e una parte di verità nel popolo
ebreo. Sottolineo la cosa perché proprio attualmente viene contestata da alcuni
i quali pongono cristianesimo e giudaismo in un'opposizione assoluta, radicale.
Marcione, nel II secolo, portava già agli estremi l'antitesi.
Si era preso gusto ad estrarre dall' Antico Testamento tutte le espressioni
antropomorfiche più brutali, più scandalose, su Dio, tutti i passi nei quali
entrava in causa la gelosia di Dio, la vendetta di Dio, l'odio contro questo o
quel popolo; e a dimostrare come al Dio giusto e severo dell'Antico Testamento
si opponeva il Dio di Amore del Nuovo Testamento, al Dio particolari sta
dell'Antico Testamento che s'interessava di un solo popolo e odiava gli altri,
il Dio universalista, il Padre degli uomini del Nuovo Testamento. Così
pretendeva. aver dimostrato che tra cristianesimo e giudaismo esisteva
un'opposizione totale, che essi erano opera di due diversi Dei, che tutti
gli sforzi fatti dai primi cristiani per affermare l'esistenza di una dottrina
comune erano illusori e vani. Bisognava ammettere che il cristianesimo era
novità totale, senza che nulla, assolutamente nulla di quanto lo aveva
preceduto avesse con esso un qualsiasi rapporto. Prima di esso, tutto era male,
il mondo Infelice era governato da un Dio malefico: con l'avvento del Cristo
entriamo in una nuova epoca, nel mondo dell'amore e della misericordia.
Naturalmente, per Marcione, questo antagonismo esisteva ancora di più tra il
cristianesimo e le religioni pagane.
Di fronte a questa concezione radicale i Padri della Chiesa
hanno dovuto cercare una definizione del principio che regolava il rapporto del
cristianesimo con quanto lo aveva preceduto. Questo principio scoprirono
nell'idea d'un progressivo piano di Dio. Per Sant'Ireneo il piano di Dio fu
sempre uno solo; ossia Egli non ebbe mai altro disegno che «instaurare omnia
in Christo ». L'uomo è dapprima un essere carnale, al quale sono estranee
le cose divine, e che resterebbe accecato da una chiarità troppo vivida. Dio
deve adattarsi alla debolezza dell'uomo e prenderlo come un bambino, col quale
bisogna parlare, inizialmente, dicendogli delle cose molto semplici. Non, si
deve uccidere, non si deve rubare, si devono onorare i genitori. Sono le cose
molto semplici che ritroviamo, per esempio, nella sapienza della Cina. Così,
progressivamente, seguendo quasi un metodo educativo, una pedagogia, secondo le
espressioni adoperate da S. Paolo per primo quando dice che «la legge è il
nostro pedagogo verso il Cristo », e in seguito assiduamente ripetute dai Padri
- Dio ha condotto l'umanità a essere capace di sostenere la rivelazione divina,
a essere, in certo qual modo, matura per il Cristo; fu così che, come si
esprime la Scrittura, il Cristo venne nella pienezza dei tempi. Doveva esservi
tutta una preparazione, e il Cristo sarebbe venuto quando questa preparazione
avesse raggiunto il momento culminante.
Tale prospettiva lascia vedere chiaramente dove è la
continuità: esiste difatti una reale continuità fra giudaismo e cristianesimo,
fra civiltà pagane e cristianesimo, nel senso che essi rientrano in un piano
unico, sono l'opera d'un unico Dio. Marcione aveva torto a parlare di due mondi,
reciprocamente impermeabili. Lo stesso Verbo è all'opera oscuramente nel mondo
non-cristiano e nel mondo ebreo, e dopo aver adattato l'uomo a Sé, ha in
seguito adattato Se stesso all'uomo.
Occorreva - secondo il bel pensiero di S. Ireneo -, che l'uomo
prendesse costumi divini e Dio costumi umani, giacché l'Incarnazione stessa è
cosa non improvvisata, e tutto nell'azione di Dio si compie entro il quadro del
tempo.
Questo è vero anche per l'educazione di ciascuna delle nostre
anime, che riproduce la stessa storia dell'umanità e presenta questo
progressivo adattamento alle cose divine.
Ma vi è pure una discontinuità: tra il momento in cui il
Cristo è dato e il momento in cui era soltanto preparato e annunziato, si
interpone un abisso. Qui tocchiamo la differenza essenziale che separa
cristianesimo, giudaismo e religioni non cristiane. Per i Padri la differenza
non riguarda soprattutto la dottrina: una grande parte della Rivelazione era
già nel giudaismo. Secondo essi, inoltre, alcuni filosofi pagani avevano già
avuto una certa conoscenza di Dio: un Sant' Agostino ci dice che, a parer suo,
Platone aveva conosciuto il mistero della. Santa Trinità.
L'abisso esistente tra Antico e Nuovo Testamento è l'abisso
che esiste tra l'annunzio di una qualche cosa e la realtà della cosa stessa.
Questo ci fa una volta ancora persuasi che il cristianesimo è
essenzialmente una Vita e non essenzialmente una filosofia. Essere cristiani
significa esistere divinamente, avere la grazia e avere familiarità con Dio. E
questa è una novità totale.
Sant'Ireneo scrive in un bellissimo passo: « Sappiate che,
donando se stesso, Egli, già annunziato, ha apportato una novità totale. La
venuta d'un re è annunziata ai sudditi dai suoi messi perché si preparino a
riceverlo: ma quando viene il re, e tutti sono ripieni della gioia che era stata
annunziata, e gustano la libertà portata da Lui, e hanno parte della visione di
Lui, odono le sue parole e godono dei suoi doni, quale uomo sensato
domanderebbe ancora che cosa vi è di nuovo in rapporto a quanto era stato solo
annunziato? ». Ecco come, per un pensatore quale Ireneo, le discontinuità
esistono realmente, come vi è nel cristianesimo qualche cosa di radicalmente
nuovo, e come tuttavia questa novità radicale non impedisce che esso rientri in
una continuità e in una unità con tutto ciò che lo precedette.
Il primo aspetto del pensiero dei Padri della Chiesa è dunque
questo ottimismo col quale hanno notato la continuità tra il cristianesimo e le
altre religioni. Ma, parallelamente, noi troviamo presso i Padri una visione in
apparenza contraddittoria che dà rilievo all'altro aspetto della questione, il
suo aspetto drammatico. Il cristianesimo qui non è più considerato come
sviluppo d'un piano svolgentesi con una specie di infallibile sicurezza, e col
quale Dio mano a mano attua progressivamente l'opera di unificazione di tutte le
cose nel Cristo; appare invece come un conflitto tra il Cristo e le forze del
male, conflitto del quale l'umanità è, insieme, attore e vittima.
Il Vangelo anzitutto e in seguito il pensiero dei Padri, ci
offrono questa visione del cozzo fra il Cristo e queste potenze misteriose che
rappresentano, allo sfondo dell'umanità, tutto un mondo infedele a Dio, ostile
all'uomo e del quale l'uomo è preda e vittima; di modo che - e questo ha grande
importanza nel pensiero dei Padri - l'uomo appare più vittima che malvagio, una
preda di forze inique, dalle quali il Cristo viene anzitutto a liberarlo, più
che un colpevole bisognoso di espiazione. Questa idea di espiazione non manca,
ma è secondaria. I Padri hanno principalmente in alto grado il sentimento di
quanto contiene di spaventevole l'attuale condizione umana; compito del Cristo
è quello di liberarcene.
Da questo punto di vista le religioni non cristiane si
mostreranno, subito, in una prospettiva del tutto diversa, non più come
preparazioni e tappe verso il cristianesimo, ma come forze ostili che urtano
contro di esso: il rapporto del cristianesimo con quelle religioni sarà non
più una continuità ma un cozzo. E a questo riguardo, è da ricordare in quanti
testi i Padri insegnano che il Battesimo significa essenzialmente per il pagano
la rinuncia alle pompe, alle opere di Satana, termini coi quali si designa
precisamente l'idolatria, ossia la religione pagana. Questa viene considerata
come vero e proprio culto di Satana, al quale il nuovo cristiano deve rinunciare
per entrare nel cristianesimo.
In quale modo allora, i Padri della Chiesa giunsero a
ravvicinare le due posizioni? Distinguendo - ciò che noi facciamo tuttora - i
due aspetti del mondo non cristiano: riconoscendo cioè in esso dei valori -
come un Giustino, un Clemente, un Sant'Agostino riconobbero per la filosofia dei
Greci e per Platone - e insieme degli atti, culti idolatrici, pratiche magiche,
che sono effettivamente, in senso proprio, demoniaci, per mezzo dei quali
l'umanità è schiava di forze ostili a Dio.
Ne viene di conseguenza l'ambiguità di questa posizione. È
interessante vedere che tali contrasti furono, sin dal principio, nel fondo
stesso del cristianesimo e che tale antinomia, oggi costantemente avvertita da
noi, esisteva pienamente sin da allora.
Così è, giacché davanti a noi sta un'opposizione che è
costitutiva della rivelazione cristiana e forma uno degli aspetti essenziali
della Bibbia. Vi è nella Bibbia una nozione capitale, idea madre della Bibbia
stessa, che spesso non comprendiamo: è quella di alleanza. Il termine
appare mal scelto: traduce l’ebraico berith, che significa patto,
impegno; il greco lo esprime col vocabolo diatheke - disposizione di
qualcuno a favore d'un altro - o con synthéke, contratto bilaterale.
Preciso queste nozioni perché hanno importanza relativamente al seguito. Il
latino, a sua volta, traduce foedus, contratto bilaterale, o testamentum.
Quest'ultimo termine è quello adoperato da noi quando si parla di Antico e di
Nuovo Testamento, ossia in realtà di Antica e Nuova Alleanza.
Che cos'è questa alleanza, questo testamento? È la promessa
che Dio fece ad Abramo, di tre cose: anzitutto egli introdurrà il suo popolo
nella Terra Promessa, la terra di Chanaan; in secondo luogo dalla sua razza
nascerà colui dal quale sarà salvato il mondo; infine, tutte le nazioni si
raduneranno intorno alla sua discendenza. Bisogna notare che tale alleanza non
è la prima. La Bibbia ha un passo di straordinario interesse per gli orizzonti
che ci apre sul pensiero biblico: è il racconto del diluvio. In questo racconto
Dio, dopo il diluvio, dice a Noè che ormai Egli stringerà alleanza con lui:
che Egli s'impegna a non sconvolgere più l'ordine naturale, e segno di tale
promessa sarà l'arcobaleno: tutte le volte che Dio lo vedrà esso gli
ricorderà l'alleanza, e cesserà la pioggia.
Quando più tardi gli ebrei vorranno ricordare a Dio
l'alleanza con loro, ossia la promessa da Lui fatta, cominceranno sempre così:
«Tu, che per la Tua fedeltà mantieni l'ordine del mondo, che sei fedele quindi
alla promessa già fatta a Noè, sii allo stesso modo fedele alla promessa che
facesti al tuo popolo, alla promessa che facesti ad Abramo ». In altri termini,
si afferma che come Dio è fedele nell'ordine naturale - era questo il pensiero
degli ebrei: se il sole sorge tutti i giorni non avviene in virtù d'un
sedicente determinismo fisico, ma in virtù della fedeltà divina, perché non
vi ha nulla di impersonale nella creazione - così, ecco il punto essenziale,
Dio è fedele al piano che ha stabilito nell'ordine' della grazia, che si
compirà irrevocabilmente, e che nulla, assolutamente nulla, può modificare.
Contro tale piano, gli uomini nulla possono. La libertà umana
non vi sostiene alcuna parte, giacché l'effettuazione di tale piano è
indipendente dalla fedeltà dell'uomo. Se tra Dio e noi esistesse un contratto -
qui si ripresentano le nozioni di cui dicevamo più sopra – e se per
conseguenza uno dei contraenti fosse sciolto dai suoi obblighi nella stessa
misura in cui l'altro non li ha adempiuti, l'alleanza sarebbe da lungo tempo
rotta. Giacché l'uomo non mantiene i propri impegni, Dio sarebbe svincolato
dalla parola data. Ma S. Paolo ei dice, ed è importantissimo a sapersi, che ci
unisce a Dio non un contratto bilaterale come ritenevano i Farisei, ma una
promessa unilaterale, e quindi la promessa divina non è in balia delle
infedeltà nostre: meglio, lo è nella misura in cui le infedeltà nostre
impediscono che noi profittiamo dei frutti della promessa, ma non mai in misura
che tale promessa possa essere revocata. Possiamo metterei nella incapacità di
profittarne in quanto siamo in peccato: essa è tanto irrevocabile quanto
l'ordine naturale al quale Dio si è obbligato. Da tale punto di vista la
concezione cristiana risulta d'un fondamentale ottimismo.
Simultaneamente però, nell' Antico Testamento, di fronte alla
fedeltà di Dio, incontriamo un'altra realtà, l'infedeltà del popolo. Se da un
lato nulla può impedire al piano divino di attuarsi, dall'altro al tempo stesso
esiste il terribile potere che la libertà umana ha di mettere in scacco quel
piano, impedendogli di portare i suoi frutti. Questo aspetto della situazione è
personificato dalla storia di Israele, nell'a quale Dio chiama incessantemente a
servirlo il suo popolo e il popolo gli è incessantemente infedele sottraendosi
con le infedeltà proprie alle grazie divine. Sono noti i mirabili passi dei
profeti, Ezechiele specialmente, che rimproverano al popolo i suoi traviamenti e
lo esortano a divenire migliore. Qui, nel cuore stesso della Bibbia, abbiamo
dunque quel doppio aspetto di continuità storica e insieme di tragica
opposizione.
Di questa opposizione biblica il pensiero contemporaneo ci
presenta una immagine degradata, mostrandoci a un tempo due prospettive: l'una
ottimista e storica, l’altra disperata, drammatica.
Notiamo da una parte una Immensa fede nel progresso materiale
che suscita un movimento come il comunismo. Il fondo del pensiero comunista, al
di fuori di tutti gli esteriori affari politici, come si trova nella filosofia
marxista che ne costituisce la base, è l'affermazione che attraverso la storia
si attua irrevocabilmente un progresso. Possono esservi crisi, rivoluzioni.
Tutto ciò si perde dentro questo divenire che scorre per centinaia e migliaia
di anni e attraverso il quale il progresso si opera. Quindi, non resta che dar
fede alla storia, confidare nel progresso: noi potremo anche non veder lo, ma
l'importante è che si compia.
Siamo qui davanti alla degradazione d'una grande idea
cristiana: è la fede cristiana in una città beata, fede sostenuta dalla
promessa di Dio, nel comunismo degenera nella speranza d'una città temporale
perfetta, risultante dagli sforzi dell’uomo. Perciò, quando sottoponiamo alla
critica un pensiero come quello dei comunisti, bisogna essere molto accorti per
respingere ciò che è perversione e non respingere ciò che è eredità e
scadimento del nostro pensiero cristiano. La fede in un senso della storia,
questo profondo credere che attraverso tutte le rivoluzioni, tutti i drammi
nostri, vi è qualche cosa in maturazione, qualche cosa che si forma e cammina
in direzione del bene, è visione di carattere essenzialmente cristiano.
A noi oggi, in mezzo a tutte le disperazioni e gli apparenti
insuccessi, incombe il dovere di tener saldo questo fondamentale ottimismo: di
custodirlo non solo come gli altri, ma più che gli altri, perché meglio di
chiunque noi sappiamo come, attraverso tutti i drammi, la Città di Dio viene
misteriosamente edificandosi, con sistemi che non sono i nostri, ma con
indistruttibile certezza, perché Dio è fedele alla promessa. Noi sappiamo che
il Verbo di Dio agisce nel mondo attuando il suo piano, e che tale piano è
irrevocabilmente in via di compimento, e che tutte le nazioni saranno un giorno
radunate nel regno del Padre.
Nello stesso tempo - ecco il paradosso - un'altra corrente del
pensiero contemporaneo procede in senso inverso. Per essa il mondo è
essenzialmente assurdo, ed unico atteggiamento possibile risulta quello d'una
specie di disperato umanesimo il quale, convinto dell'assurdità di tutto,
rinuncia a ogni illusoria speranza, tentando invece di industriarsi per salvare
un minimum di felicità umana. È quanto cerca, ad esempio, un Camus.
Evidentemente, l'apparenza del mondo in cui viviamo giustifica sotto molti punti
di vista un pensiero simile: la situazione del nostro mondo è certo
eminentemente assurda, e ci troviamo irretiti in contraddizioni e complessità
che nulla hanno di razionale. Risulta comprensibile come alcuni trovino in una
filosofia dell'assurdo e della disperazione l'espressione stessa di questa
realtà.
Qui ancora siamo in presenza di un'idea cristiana degradata:
il pessimismo cristiano di Pascal e di Kierkegaard, la coscienza del disordine
nel mondo. Ma per il cristiano tale disordine non costituisce la natura delle
cose, ha la propria causa nella colpevole libertà dell'uomo, con la quale egli
introduce il male nell'armoniosa opera di Dio. Gli esistenzialisti fanno
efficacissima critica ai marxisti affermando che l'ottimismo comunista pecca di
ingenuità, perché ignora totalmente questa realtà fondamentale che è la
terribile potenza della libertà umana. Gli elementi materiali non bastano a
determinare il destino dell'uomo. La libertà dell'uomo è indipendente dalla
causalità materiale: in ciò sta la sua grandezza, essa è qualche cosa di
divino, ha la terribile possibilità di fare il male o il bene. Costituisce
dunque un elemento imponderabile, il solo precisamente che non rientri nella
prospettiva comunista, ma che basta a farla crollare. Su questa libertà, una
sola cosa può aver presa: un'altra libertà superiore, alla quale essa non
possa rifiutare nulla senza rinnegarsi.
I principi di cui disponiamo a questo punto possono
permetterci di sciogliere il problema posto, sul rapporto del cristianesimo con
le altre religioni.
Tale rapporto è doppio, storico e drammatico. Anzitutto,
riguardo a queste civiltà, il cristianesimo è essenzialmente novità.
Vaillant-Couturier diceva: «Il comunismo è la giovinezza del mondo ». Abbiamo
ancora qui la degradazione d'una grande idea cristiana. Penso si possa
difficilmente trovare più esatta definizione del cristianesimo: il
cristianesimo è l'eterna giovinezza del mondo.
Certe anime oggi si domandano angosciosamente se il cristianesimo sia superato,
se non invecchiato. Il dubbio tocca certe strutture del tutto esteriori del
cristianesimo, ma non la sua essenza: il cristianesimo è e sarà sempre
giovinezza del mondo, giacché sta proprio cronologicamente al termine dello
sviluppo della Storia. E il vero suo rapporto con tutte le altre religioni
consiste proprio nel fatto che tali religioni sono nei confronti di esso
anteriori, scadute.
Non dico siano false in tutti i punti: il giudaismo non è
falso, il buddismo non tutto è falso, né lo sono le civiltà feticiste: sono
invecchiate, ossia in rapporto al cristianesimo sono in stato di anteriorità
cronologica e, in certo modo, delle sopravvivenze: il cristianesimo è venuto a
completar le, e ormai tutto ciò che in esse vi ha di buono ha raggiunto
compiutezza nel cristianesimo. Tra il cristianesimo ed esse abbiamo la
sovrapposizione nello spazio di cose che sono storicamente successive, ed è
fatto strano questo rapporto di simultaneità fra realtà il cui rapporto
essenziale è un rapporto di successione.
Come ciò? Per il giudaismo, risulta chiaro. Evidentemente il
giudaismo era tutto orientato verso il cristianesimo. Per le religioni non
cristiane, dobbiamo ripetere sostanzialmente un'affermazione analoga. Esse sono
essenzialmente deficienti, incompiute.
Ricordiamo Sant'Ireneo: Dio ha familiarizzato l'uomo con verte
verità naturali, con un certo senso del divino. Ma queste civiltà rimasero allo stadio iniziale e
non si aprirono alla pienezza della Rivelazione. Altre civiltà, come l'Islam,
sarebbero piuttosto un regresso sullo stato iniziale: esse hanno abbandonato
alcuni aspetti del cristianesimo, quasi si fosse voluto andare troppo in fretta
e, per riprendere l'idea di una pedagogia, quasi fossero razza o uomini ancora
incapaci di ricevere nella sua pienezza la Rivelazione.
Caratteristica del cristianesimo è una certa totalità: vi è
in esso la verità piena. Per conseguenza nella misura in cui tale pienezza si
sviluppò progressivamente, ciò che lo caratterizza nei confronti delle altre
religioni, è che esso segna una più avanzata tappa di evoluzione, l’ultimo
momento dell’evoluzione stessa. Tale considerazione è senz'altro capitale,
per renderci coscienti di questo carattere di compimento delle altre religioni e
delle altre civiltà, proprio del cristianesimo, per rivelarci di esso questa
novità perenne celebrata da un Sant' Agostino e da tanti altri. Il
cristianesimo è e sarà sempre ciò che vi è di più nuovo.
«L'uomo più moderno siete voi, Papa Pio X », diceva
Guillaume Apollinaire prima del 1914, con una certa intuizione della perenne
novità che il cristianesimo contiene.
Adesso vedremo chiaramente anche dove si produce il rapporto
drammatico tra cristianesimo e civiltà non-cristiane; l'opposizione tra quello
e queste esiste nella misura in cui esse rifiutano di lasciarsi oltrepassare.
Con mirabile espressione, Origene diceva a proposito della resistenza degli
ebrei al Cristo: «È la figura che, per sopravvivere, si oppone alla realtà
che la termina ». Questo vale per noi stessi quando ci rifiutiamo di aprir ci
ai successivi richiami della grazia, e il nostro peccato è sempre di
immobilizzarci, di ripiegarci su noi stessi.
Caratteristica di queste civiltà, è il loro essere ripiegate
su di sé, il rifiuto ad aprirsi. Il popolo ebreo ha rifiutato di ricevere il
Cristo: ha ricusato questa morte che l'avrebbe aperto a un più ampio
superamento, si è ripiegato sulle sue ricchezze, rendendosi così incapace di
ricevere una ricchezza nuova. E difatti, in simile rinunzia vi è qualche cosa
di estremamente difficile per una civiltà.
In un bellissimo testo, Sant'Ireneo giustifica la necessità
di questa accettazione di essere oltrepassato: «Come il sarmento non è fatto
per sé ma per il grappolo che vi sboccia sopra, tanto che quando H grappolo è
maturo si taglia e si getta via ciò che ha cessato di essere utile, così ormai
Gerusalemme. Essa portava su di sé il giogo della schiavitù e quando il frutto
della libertà è apparso, ha maturato, è stato vendemmiato e raccolto,
giustamente fu abbandonata e relegata colei che ormai aveva portato il suo
frutto ». La civiltà d'Israele aveva portato il suo frutto, questo frutto era
il Cristo, e quando il frutto è là, perché conservare il ramo? Quando il
grappolo è maturo e si possono assaporare gli acini, il sarmento allora diviene
inutile, giacché tutto ciò che in esso aveva valore è passato nel grappolo. E
che conta Gerusalemme, quando la figura di questo mondo intero deve passare nel
tempo fissato, affinché il grano sia raccolto? Il mondo stesso intero è fatto
per maturare un grappolo, precisamente la città di Dio; e quando questo
grappolo sarà maturato, allora questo mondo potrà passare ed essere riposto
come un abito vecchio, come la crisalide, quando la farfalla mette le ali,
lascia cadere il bozzolo.
Questo è vero in particolare per le civiltà pagane: aprirsi
al Cristo sarà precisamente, per esse, portare frutto e quindi, in certo modo,
tagliare il sarmento.
In esse vi sono molte forme periture, di cui dovrebbero
accettare di spogliarsi: dunque tutto un mistero di morte accanto al mistero
della vita, tutto un mistero di rinuncia, e in realtà mistero di decrepitezza,
accanto a un mistero di novità. Bisognerebbe che esse accettassero la vita:
solo la vita getta luce sugli angoli morti, il vino rompe i vecchi otri, noi lo
sappiamo per ciascuna delle anime nostre, il vino nuovo della grazia fa
continuamente scoppiare i vecchi otri nei quali noi tentiamo chiuderla, ci
obbliga a uscire da noi stessi - che ci costruiamo senza posa una specie di
conformismo - e ad avanzare verso una tappa nuova.
Quanto è vero dell'educazione di ogni anima lo è ugualmente
della educazione di ogni popolo. Proprio questo risulta difficile ad accettarsi,
e allora avviene quel ripiegamento su di sé, sulla propria vecchiaia, sulla
propria avarizia, che in realtà è il grande ostacolo alla grazia.
Vi ha sempre un problema di crescita e un problema di vita:
quello della vita di Dio che cerca di lavorare l'umanità e delle resistenze
dell'umanità che rifiuta di vivere, si oppone alla propria crescita, e così
non si sviluppa in pieno. Questi vasti orizzonti possono aiutarci a conoscere,
anzitutto, il rapporto tra il cristianesimo e le porzioni non cristiane
dell'universo. Riuscendo a conoscerlo potremo forse, in seguito, vedere meglio
come servire efficacemente il piano divino.
[1] Le message chrétien dans un monde. non-chrétien, 1938.